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apocalypse town: incerti scenari urbani



da eddyburg.it
 

Apocalypse Town: incerti scenari urbani
di Michela Barzi
Una recensione molto sbilanciata sull'approccio visivo, per un'operazione editoriale e divulgativa dal medesimo tono, che  sul tema della crisi urbana ha incontrato un grande successo di pubblico. Scritto per Eddyburg (f.b.)

Quando si parla di città e delle sue trasformazioni le immagini cinematografiche sono spesso più evocative ed efficaci dei libri sull’argomento. Le mani sulla città di Francesco Rosi, ad esempio, contiene alcune scene che spiegano i meccanismi della rendita fondiaria meglio di molti manuali di urbanistica, tanto che il film ha consentito al regista di essere insignito della laurea honoris causa in pianificazione.

Il binomio decadenza/esplosione urbana è stato più volte rappresentato nella produzione cinematografica degli ultimi trent’anni. Nel 1982 uscirono due film che affrontano efficacemente i due poli della questione: da una parte la Los Angeles 2019, potente e decadente, di Blade Runner e dall’altra la città-macchina di Koyaanisqatsi, che implode nelle distruzioni programmate dei fallimenti urbanistici degli anni ’50 (il complesso Pruitt Igoe di St. Luis) ed esplode nella dispersione urbana così simile alla serialità dei circuiti elettronici.

Qualche anno dopo, nel 1989, Michael Moore in Roger &me descrisse gli effetti devastanti della deindustrializzazione sulla città di Flint in Michigan, uno degli stati simbolo della Rust Belt statunitense. E’ sempre nel paesaggio urbano del declino demografico e del degrado edilizio ad essere ambientato Gran Torino (2008), storia di un superstite della città-fabbrica e delle trasformazioni subite dal suo quartiere, dove egli è rimasto uno dei pochi bianchi mentre il resto della sua famiglia è emigrato nel suburbio. Sono le difficoltà del ghetto che vediamo in Precious (2009), dove la vita di scarto di una sedicenne obesa e semianalfabeta ci ricorda di quanto sia difficile avere un’istruzione decente ed una alimentazione sana se abiti ad Harlem, sei nera e la tua famiglia vive dei sussidi dei servizi sociali.

Apocalypse Town. Cronache dalla fine della civiltà urbana (Laterza, 2012, 236 pagine, €13,00) di Alessandro Coppola racconta storie che sembrano tratte da questo immaginario cinematografico. Compiendo un itinerario che parte da una delle città statunitensi più colpite dalla deindustrializzazione, Youngstown, alla quale nel 1995 Bruce Springsteen dedicò una canzone per ricordarne il glorioso passato di città dell’acciaio, la narrazione di Coppola, più somigliante al reportage giornalistico che alla ricerca sistematica sullo shrinkage delle città americane, tocca i centri della Rust Belt, come Detroit, Cleveland o Buffalo, ma anche altre città che hanno conosciuto la rovina e che hanno percorso, con risultati a volte discutibili, la strada dell’Urban Renewal, come New York o Baltimore.

Il tour tra i deserti alimentari di Chicago e delle protagoniste della decadimento urbano tratteggia veri scenari apocalittici, ai quali allude il titolo del libro forse un po’ troppo ammiccante e superficiale nel ricondurre ad essi la civiltà urbana tout court. Il libro presenta una serie di iniziative che si propongono di invertire la tendenza rispetto alla catastrofe, sulla cui reale efficacia però rimane qualche dubbio. Esse sono il favorire il ritorno della foresta dove prima era la città, l’agricoltura urbana al posto delle fabbriche dismesse; è la shrinkage culture che vuole affermare «l’idea che le città della Rust Belt possano riconquistare il loro posto nel mondo offrendosi come modelli di sostenibilità ambientale e creatività sociale». Coppola non è un urbanista e non pretende con il suo libro di fornire modelli per la rinascita delle città post industriali. Apocalypse Town è una buona operazione editoriale che riesce ad avvicinare anche un pubblico di non specialisti al vasto tema della fine della città come luogo della produzione e del suo tramutarsi in primario fattore di consunzione delle risorse del pianeta, il suolo innanzitutto, fagocitato dallo sprawl che ha ucciso le Inner Cities della Rust Belt americana e che sta creando seri problemi anche alle nostre meno apocalittiche città europee.