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Scritto per EddyburgCittà e territorio » La Città Quale Futuro
Semaforo Verde
di Fabrizio Bottini   domenica 3 febbraio 2013
 
Nelle idee di sviluppo sociale e territoriale della sinistra oggi c'è qualcosa che colpisce forse più del risorgente mito da utopia regressiva: una certa schizofrenia e assenza di visione, che finisce per penalizzare anche le idee migliori, astraendole dal contesto. Una proposta di metodo alternativo

Una mamma al volante con figlia adolescente sul sedile del passeggero attraversa la città, alla disperata ricerca di un parcheggio, incrociando via via tutti gli esasperanti guai della congestione da traffico. Strade troppo strette, spesso piene di buche, ma per ripararle c'è bisogno di chiudere una corsia e peggiorare ancor di più la situazione. E poi il furgone delle consegne fermo nell'unico posto disponibile per scaricare, che obbliga a fermarsi dietro di lui, o l'automobilista prepotente che ti ruba l'unica piazzola che si era appena liberata. Ma ecco che dal cielo arriva la voce ferma, seria, competente di un uomo che ha le idee chiare: Robert Moses, un tecnico-amministratore che da trent'anni sta trasformando la metropoli mondiale per eccellenza, New York, nel paradigma della modernità che tutti conosciamo e che tutto il mondo invidia. C'è un modo concettualmente facile di risolvere i problemi della signora al volante, spiega Moses a un pubblico di pensosi ascoltatori, ma non è cosa che si possa improvvisare, o liquidare con uno schiocco di dita. Perché se le strade attuali non bastano a contenere la voglia e il bisogno di muoversi, bisogna fare un piano almeno decennale, di investimenti corposi, e seguirlo in tutti i suoi sviluppi. Visione, serietà, impegno, almeno questo si meritano la signora e la figlia sadicamente e un po' passivamente sballottate nel traffico. Come dargli torto?

In realtà qualcuno che gli darebbe subito torto, e senza pensarci troppo su, forse lo trovate semplicemente uscendo sul pianerottolo, o aprendo la vostra pagina di Facebook e scorrendo la prima mezza dozzina di post degli amici. Sono tutti coloro che, a distanza di mezzo secolo dallo spot pubblicitario appena descritto, Semaforo Verde per le Autostrade, ne hanno ampiamente sperimentato gli effetti reali sulla vita quotidiana, e non ne possono più. Perché i viadotti multicorsia attraverso i quartieri, presentati come la soluzione pigliatutto del traffico urbano, non solo non hanno eliminato la congestione, ma di fatto hanno eliminato i quartieri, come ben sappiamo anche nella nostra piccola Italia, dove almeno c'è stata la resistenza passiva, in qualche modo virtuosa anche se contraddittoria, dei tessuti storici e degli stili di vita che hanno conservato. Ma anche perché quelle corsie infinite, infinite per vocazione, dopo aver attraversato e distrutto i quartieri sono dilagate sulle campagne, facendole a fettone e fettine, producendo in serie quella nuova città battezzata negli anni '30 da Frank Lloyd Wright Broadacre, ma che presto ha cambiato nome diventando la cosiddetta villettopoli, che tutti detestano anche se non tutti riconoscono al volo.

Ma Robert Moses, ai suoi seri spettatori e alle casalinghe bloccate in cerca di parcheggio, non proponeva un sogno di asfalto, per quanto liscio e ben illuminato: proponeva una visione. Una visione fatta sì di strade, ma anche di tutto quanto a quelle strade stava attorno, scambi, produzione, lavoro, reddito, vita quotidiana migliore per tutti. Non a caso il documentario Semaforo Verde è esplicitamente proposto dalla General Motors, vero e proprio motore immobile dell'universo, per così dire. L'auto come nucleo centrale del modello di sviluppo, dove il territorio solcato dalle corsie asfaltate riorganizza non solo gli spazi della residenza, del lavoro, del consumo e tempo libero, ma anche l'intera vita di chi lo percorre. Non a caso già Henry Ford una generazione prima aveva saputo esprimere il nucleo centrale di questa idea: una nuova frontiera di crescita economica, più che di pura mobilità fisica, che cancellava l'idea di città, l'idea di campagna, e magari pure quella di classi sociali (forse escludendo i padroni, immagino così a spanne). E appunto, vi diranno giustificatamente i contestatori di quel modello che incontrate sul pianerottolo o su Facebook, guarda come siamo conciati oggi, oggi che l'automobile tra l'altro dopo aver fatto tutti quei danni ci lascia anche senza reddito, chiude le fabbriche, abbandona i territori, ammucchia solo macerie e desolazione. Che fare?

Hanno ragione a ricostruire le contraddizioni di un percorso a dir poco accidentato, i nostri critici della frontiera infinita, della città infinita che in fondo non è mai stata città, riproducendone solo le infrastrutture meccaniche in forma quasi caricaturale, con quel metodo della catena di montaggio che applicato alla natura ha prodotto tanti mostri. E ci dicono torniamo al pensiero tradizionale, alla prevalenza della campagna, dei tempi lenti, della civiltà slow. In fondo anche la loro è una visione. Ma c'è qualcosa che non va: hanno davvero messo nel conto tutte le variabili? Oppure anche i nostri interlocutori, diciamo neo-contadini, involontariamente ci stanno proiettando un loro spot pubblicitario, titolo provvisorio Semaforo Rosso? E ancora e soprattutto: può funzionare davvero quel tipo di comunicazione tutta in negativo, parziale, dove si promettono tanti sacrifici e pochi vantaggi? L'operaio della fabbrica di automobili, che ha sperimentato sulla propria pelle il passaggio dalla sottomissione contadina dei genitori ai suoi diritti sindacali e di cittadinanza, non se la beve più di tanto l'idea di ritorno alla vita tradizionale. La signora pur ancora bloccata nel traffico , con figli e spesa nel baule, vi manderà prontamente al diavolo se col migliore dei sorrisi da imbonitore tenterete di sfilarla dal suo abitacolo, e di infilarle invece una bicicletta sotto il sedere. Entrambi colgono al volo, istintivamente, che la visione di Moses, pur piena di lacune e forzature, guardava avanti, e guardava a loro, mentre la contemplazione dell'ottocentesco terroso Angelus di Millet diventata immagine del mondo, manca di un motore affidabile. La signora dello spot General Motors si chiede e ci chiede: “What can I do?”

A lei rispondeva Robert Moses, uomo di destra, uomo del capitale, uomo autoritario e persino razzista quando costruiva superstrade per andare in spiaggia dove (è stato ricostruito da uno storico serio, non è una battuta) i ponti erano troppo bassi per far passare gli autobus. E i neri si spostavano quasi tutti in autobus, quindi le superstrade erano progettate coi soldi di tutti, ma solo per i bianchi. Quale sarebbe una risposta di sinistra, ma propulsiva, progressista, visionaria? Bella domanda, alla quale si può solo provare a dare una piccola risposta parziale, del tipo nani sulle spalle del gigante: il mondo automobilistico ce lo siamo costruito per due o tre generazioni, e da lì ci tocca volenti o nolenti partire, senza immaginare o peggio sognare ecatombi anti-industriali o tardo-ruraliste. Che dalle nostre parti in fondo evocano quel cosiddetto "Grande Statista del Novecento" che trebbia a torso nudo alla periferia di Littoria, dichiarando di accettare legittimamente solo quelle attività economiche che derivano “dalla terra e dal mare”. Diffidate di sparate simili. Perché gira e rigira negano il diritto sindacale del figlio di contadini diventato operaio metalmeccanico, o il diritto della signora di portare i figli a scuola, fare la spesa, e poi avere anche un po' di tempo per sé, per pensare, per vivere. Lui non è una macchina da reddito, lei non è una macchina da riproduzione forza lavoro.

Lo slogan che gira da un po' è demotorizzazione, e anche qui lo si può leggere da destra o da sinistra, lo si può provare a governare oppure lasciare ai famosi spiriti animali, col loro noto comportamento da bestie. Demotorizzazione sono quelle statistiche abbastanza spaventose sul crollo di vendite e immatricolazioni, o i tira e molla dei manager di questo o quello stabilimento sui contratti, gli ammortizzatori sociali, l'eventuale delocalizzazione e riuso dell'area. E le idee di farci, sempre e comunque, o centri commerciali (idea di destra) o orti urbani (idea di sinistra). Domanda: non si può declinare la demotorizzazione a sinistra, iniziando a riflettere su una visione che riprenda la Broadacre di Wright, la rete delle Highways di Moses (ovvero la produzione in serie di un prototipo artigianale griffato italiano, l'Autolaghi del 1924), in una prospettiva postmoderna? L'automobile e quanto le sta attorno, nell'epoca della condivisione, che in inglese si chiama sharing. Automobile condivisa, solidale diciamo, dove dal mezzo si passa al sistema, pensando anche l'occupazione per produrre nuovi veicoli sostenibili da immettere in una rete altrettanto sostenibile. Dove la casa automobilistica fornisce un servizio dalla culla alla tomba, del veicolo, della rete, dell'energia, delle fasi di manutenzione, rinnovamento, riciclo. Manca una cosuccia, ma è quella che distingue appunto la destra dalla sinistra: il diritto proprietario valore assoluto, a cui si sostituisce la condivisione.

Terra terra: se non sono più proprietario unico della mia auto (e magari neppure della lavatrice, che come l'auto se ne sta ferma e vuota il 90% della sua vita), mi libero di un sacco di complicazioni burocratiche, e libero il territorio da un aggeggio che di suolo ne consuma anche direttamente tantissimo, fra box standard a parcheggio sparsi ovunque e sezioni stradali da ora di punta. Se chi investe nella riconversione si rivolge alle masse popolari anziché a una miriade di Fantozzi presi uno per uno, magari ha un interlocutore più tosto sul mercato, ma ci guadagna in certezza. Riconvertire stabilimenti, rete di assistenza e informazione, produzione e distribuzione di energia sostenibile. Riconvertire il territorio, recuperando ad altre funzioni, o rinaturalizzando per quanto possibile, tutti gli spazi già destinati alla fatale impermeabilizzazione. E proviamo a riformulare la domanda: è un Semaforo Rosso, minaccioso, autoritariamente ammonitore, oppure un convincente (e realistico) Semaforo Verde che indica un buon equilibrio fra oneri e onori? Sicuramente è di sinistra, perché guarda avanti. Recuperando al meglio lo spirito del bel filmato anni '50, che consiglio a tutti di guardarsi per intero: niente nostalgia, è proprio convincente, se lo si guarda bene e si dà retta all'istinto.