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Articolo di Claudia Fanti sui risultati della riunione del WTO



HONG KONG NON RIPETE CANCUN: SALVO IL WTO, CONDANNATI I POVERI
HONG KONG-ADISTA. Era un¹occasione unica per assestare un colpo decisivo
all¹Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), già in forte crisi di
credibilità dopo i fallimenti di Seattle e di Cancun: bastava che a Hong
Kong, alla sesta Conferenza ministeriale del Wto, svoltasi dal 13 al 18
dicembre, i Paesi poveri, la cui forza negoziale era ultimamente in ascesa,
si mantenessero uniti di fronte all¹arroganza di Stati Uniti e Unione
Europea. Così, però, non è stato. E non solo a causa delle pressioni dei
Paesi ricchi: Brasile e India, che a Cancun avevano guidato la ³resistenza²
del Sud del mondo e che, da allora, avevano giocato un ruolo da protagonisti
nelle famigerate green room  (gli incontri informali aperti a pochi Paesi in
cui, alle spalle di tutti gli altri, si portano avanti di fatto i
negoziati), hanno rotto il fronte comune del G90, la coalizione dei Paesi
poveri, a vantaggio esclusivo delle proprie élite esportatrici. L¹accordo
finale è indubbiamente modesto, ma sufficiente a mantenere in piedi il ciclo
negoziale noto come Doha round, e a sospingerlo verso una sua prevedibile
conclusione, probabilmente entro la fine del prossimo anno. Un accordo che
vede gli Usa come i veri vincitori, e che lascia solo parzialmente
soddisfatti gli altri protagonisti dei negoziati, Unione Europea ed economie
emergenti. Ma che, soprattutto, segna la sconfitta senza appello dei Paesi
più poveri, condannati a una subordinazione totale  e forse definitiva nel
quadro dell¹economia globale.

Una ricetta per il disastro
Rispetto al tema dei sussidi all¹esportazione - a causa dei quali i mercati
del Sud vengono inondati dai prodotti a basso costo dei grandi produttori
del Nord - l¹Unione Europea e gli Stati Uniti hanno accettato di tagliare
entro il 2013 i sussidi all¹export, ma in termini ancora assai vaghi. E non
solo perché nessun impegno è stato preso per le sovvenzioni statunitensi al
settore cotoniero, ma anche perché la maggior parte di quei sussidi cambierà
appena di collocazione, finendo nella cosiddetta ³Cassa verde², quella dei
sussidi interni non toccati dall¹accordo. In cambio, i Paesi del Sud si sono
piegati ad aprire i propri mercati ai prodotti industriali e ad accettare
modalità più aggressive nell¹accesso al mercato dei servizi, come l¹obbligo
di assicurare agli investitori stranieri gli stessi diritti dei fornitori
locali. 
La Dichiarazione ministeriale, ha commentato l¹economista Walden Bello del
Focus on the Global South, ³è una ricetta per il disastro²: ³l¹unica cosa
che ha ottenuto il mondo in via di sviluppo è un termine vuoto per
l¹eliminazione dei sussidi in cambio di un cattivo accordo nel resto dei
negoziati sull¹agricoltura, di un cattivo accordo nell¹industria e di un
cattivo accordo nei servizi². Senza contare che, come ha spiegato Ibrahima
Coulibaly, portavoce dei produttori di cotone del Mali, ³se anche gli Stati
Uniti tagliassero i loro sussidi all¹export di cotone, non saremmo noi
africani, che riusciamo a vendere solo la fibra grezza, a beneficiare di
questa concessione. India, Brasile, Cina e tutti quei Paesi che possono
trasformare la fibra all¹interno dei loro confini assorbirebbero tutti i
benefici potenziali, e a noi entrerebbe in tasca il solito prezzo stracciato
della semplice materia prima².
Negativo anche il commento di Tradewatch, l¹Osservatorio italiano sul
commercio internazionale: ³la delusione ­ ha dichiarato Ugo Biggeri - è
profonda per come le economie emergenti del Sud del mondo, a partire dal
Brasile di Lula e dal governo indiano, abbiano abbandonato la causa dei
Paesi poveri per sposare una fallimentare logica liberista². Lo spiega bene
Peter Rosset, ricercatore del ³Centro Studi per il cambiamento nel Campo
Messicano²: quello che vogliono il Brasile e gli altri Paesi agroesportatori
è ³aprirsi uno spazio al tavolo dei grandi, dove, a fianco degli Stati Uniti
e dell¹Unione Europea, potranno anch¹essi inondare i mercati locali di Paesi
terzi con i prodotti a basso prezzo delle proprie élite agroesportatrici².
Come dimostra, tra tanti, ³il caso del Mozambico, la cui agricoltura è al
collasso grazie a un accordo commerciale che permette al Sudafrica di
inondare il suo mercato con prodotti a basso costo². Ma la crescita delle
esportazioni non favorisce neppure gli stessi contadini del Brasile, del
Sudafrica, della Cina, degli Usa e della Ue, sacrificati, nei rispettivi
Paesi, all¹agrobusiness e al latifondo industrializzato, che avanza a spese
dei piccoli produttori tanto nel Sud come nel Nord del mondo: nella Ue,
sottolinea Rosset, ogni tre minuti perde il lavoro una famiglia contadina.
Tuttavia, la risposta alle pacifiche proteste dei contadini di Via Campesina
è stata a Hong Kong quella degli arresti (500 le persone fermate) e delle
violenze (circa 70 i feriti).

E la sinistra resta a guardare
Duro e non privo di autocritica anche il commento dell¹europarlamentare
Vittorio Agnoletto: ³Ha vinto - ha dichiarato - l¹egoismo del nord del
mondo, delle multinazionali statunitensi ed europee. Ma soprattutto abbiamo
perso noi. I sindacati che non sono riusciti a spiegare che le masse povere
dei contadini e dei lavoratori del sud del mondo non sono gli avversari
degli agricoltori e dei lavoratori europei; i nostri movimenti, poiché non
abbiamo saputo trasformare la forza accumulata nei Social Forum di Porto
Alegre, di Mumbay, di Firenze nella capacità di organizzare vertenze
mondiali sui temi quali la difesa dei beni comuni come l'acqua e la terra,
l'accesso ai servizi pubblici come diritti; hanno perso i partiti di
sinistra che non hanno saputo, ammesso che vi credano, spiegare ai propri
elettori che il destino del pianeta è uno solo e che, se oggi è il sud del
mondo a pagare il prezzo più alto di questo modello di sviluppo, presto
arriverà anche il nostro turno². Sarebbe già qualcosa, conclude Agnoletto,
³se questa consapevolezza fosse di casa nelle stanze delle segreterie dei
partiti di sinistra, in Europa e nel mondo². (claudia fanti)