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Autogestione operaia in Argentina



http://www.galatea.ch/ppg.asp?navp=2c&IDP=700
AUTONOMIA

E AUTOGESTIONE

OPERAIA IN ARGENTINA



Le occupazioni e le gestioni operaie per negozi, alberghi, imprese e fabbriche abbandonate dai padroni nella crisi argentina, hanno dato vita al movimento continentale latinoamericano delle imprese recuperate: il Mner. Questo movimento è una delle basi di identificazione del lento processo di liberazione economica e culturale del subcontinente. Occupazione e gestione come possibilità di autonomia produttiva, rispetto delle condizioni di vita e lavoro in fabbrica e fuori, condizione per una relazione benefica tra fabbrica e ambiente.

testo e foto di Simone Bruno



"Il coprifuoco se lo mettano nel culo”, un grido poderoso che vuol dire “non siete più voi a comandare”. Nella notte tra il 19 e 20 Dicembre del 2001 centinaia di migliaia di persone, a questo grido, si riversano spontaneamente per le strade di Buenos Aires cercando di raggiungere la Plaza de Mayo, quella stessa piazza dove per più di mille giovedì le madri dei desaparecidos della dittatura si erano riunite per avere risposte sulla sorte dei loro figli. La piazza degli scontri, la piazza del palazzo del governo. Grido liberatorio. Fa esplodere una rabbia che stava crescendo ogni giorno di più, grido legato ad un altro grido, quello che annuncia la fine della dittatura: “nunca mas!”. Una promessa che la gente si era fatta nel 1983: “mai più” nessuno ci comanderà con la forza. Una promessa mantenuta quella notte, spontaneamente, quando il governo di De la Rua dichiara il coprifuoco. Rabbia, disperazione, paura - questo muove la gente - e manca un progetto che li tenga uniti. Ma gli argentini sono stanchi, vogliono cambiamenti, sono al limite. Il fiore all’occhiello del neoliberismo mondiale, l’esempio da sfoggiare quando il modello economico viene messo in discussione e accusato di generare solo miseria, il paese che ha privatizzato qualunque cosa, inclusi i cartelli stradali, è arrivato alla bancarotta totale e ci è arrivato percorrendo a tutta velocità l’autostrada mostratagli dal Fmi e dalla banca mondiale. Quella notte i soldi dei ricchi scappano dal paese dentro i blindati scortati dalla polizia e alle persone si cominciano a chiedere i visti per qualunque destinazione, come se non bastasse tutti i conti dei piccoli risparmiatori vengono bloccati nelle banche fino a data da destinarsi. È la bancarotta di un paese intero a cui la gente risponde con rabbia, alla fine il bilancio è di quattro presidenti cacciati in tre settimane e di trenta ragazzi uccisi dalla polizia negli scontri.

La capitale
Sono passati cinque anni, l’atmosfera a Buenos Aires è diversa ora, si respira normalità, ma anche paura, il terrore di vedere lentamente il proprio paese “latinamericanizzarsi”. Gli europei, anzi gli italiani dell’America Latina hanno paura di diventare come i propri vicini, hanno paura delle crescenti diversità, della povertà, di quelli che vivono per strada, della scomparsa dell’unica classe media latinoamericana, di dover rinunciare alla vita da Europei tropicali e assomigliare al Perù o all’Ecuador. I tempi dell’entrata nel primo mondo, l'epoca delle grandi fabbriche, l’era Peron, sembrano tanto lontane da perdersi nella storia. Quello che si respira oggi nell’aria è una “rivoluzione latente” che aspetta una ragione, un motivo per esplodere di nuovo. Il governo di Kirchner cerca di mantenere calme le acque, di dividere la forza delle organizzazioni nate durante la crisi, di comprare i Piqueteros, i “lavoratori disoccupati” con un misero sussidio di disoccupazione. Calmare le acque, prendere tempo. Eppure la memoria della forza della rivolta è tangibile. Un anno fa si verificò una tragedia - una come tante - effetto della mala amministrazione, delle corruzioni locali e di incoscienza. Il famoso "bar Cromagnon" ospitava un concerto di fine anno, un gruppo cittadino suona davanti ad amici e familiari, qualcuno lancia un petardo, il tetto va in fiamme, le uscite di emergenza sono chiuse con catene, il bilancio è drammatico: 194 ragazzi morti. Da lì nasce una protesta globale, quasi una rivoluzione, con dimostrazioni di massa, proteste: una scintilla che riaccende le proteste del 2001, uno squarcio su quella rivoluzione latente che percorre le strade della capitale Porteña e che - se si ascoltano le parole non dette - si respira insieme alla brezza estiva. [...]



GALATEA maggio 2006