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Come sui media europei si denigra la sinistra latinoamericana



DIRITTO AD INFORMARE E AD ESSERE INFORMATI: come i media main
stream, compresi quelli progressisti tipo la Repubblica
e L'Unità, denigrano la sinistra latinoamericana e risultano gravemente
fuorvianti per l'opinione pubblica nella comprensione dei processi politici
in corso, condizionandola con un'impostazione continuamente demonizzante e
falsificatoria, mancando altresì ad ogni dovere etico e professionale verso
i loro stessi lettori.

A.G.





La libertà di espressione al tempo di Bruno Vespa, Simona Ventura e RCTV


Ma siete davvero sicuri che "libertà d'espressione" è permettere a Bruno
Vespa di condurre "Porta a porta" fino a che morte non ci separi?

di
<http://wpop6.libero.it/cgi-bin/vlink.cgi?Id=ZqPa/a6NsWeIa3uyG%2BcKIWDm7hDt80l//e1jPHeLNULC9JOfObXBLfIZakwqy/kc&Link=http%3A//www.gennarocarotenuto.it>Gennaro
Carotenuto

Domenica 27 maggio 2007  - 14:06:45
in <http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/storico.asp?s=Media>Media

Rispetto al trasferito sul cavo e sul satellite del canale venezuelano RCTV
siamo di fronte ad una duplice campagna, di disinformazione e di negazione
di un dibattito che sarebbe vitale anche in Italia. E' possibile che gli
stessi che approvarono la legge che trasferiva Rete4 sul satellite, oggi
utilizzano gli stessi argomenti di Emilio Fede (che a parole disprezzano)
per attaccare il governo venezuelano?

Vi hanno detto che Marcelo Granier (il padrone della ferriera RCTV), ha in
passato più volte dichiarato di proibire ai suoi figli di vedere la stessa
RCTV? I vostri media hanno scritto o vi hanno nascosto che negli ultimi tre
anni RCTV ha quotidianamente violato la legge di responsabilità civile dei
media che limitava pornografia e violenza? E' forse RCTV al di sopra della
legge?

E' possibile che una mozione presentata dalle destre al Parlamento Europeo,
che ha avuto il voto a favore di appena 43 parlamentari europei su 800 in
un'aula deserta, venga spacciata per "una censura del Parlamento Europeo
contro Chávez"? E' possibile edulcorare un colpo di stato come quello
dell'11 aprile 2002 a Caracas, ribattezzandolo "tentata sollevazione
popolare"? Lo fa il GR3 delle 8.45 di stamane 27 maggio. Il GR3 è quello
stesso media che paragonò Salvador Allende ad Adolf Hitler. E' libertà
d'espressione pure questa?

In quale paese al mondo è possibile fare costantemente campagna per il
rovesciamento VIOLENTO del proprio governo, essere pagati da un paese
straniero (vedi documenti Golinger) per farlo e spacciare ciò come libertà
di espressione? Cosa succederebbe se in Italia, quella stessa Italia dove
non si può trasmettere un documentario della BBC, Canale5 o Rai2
incitassero quotidianamente all'eversione? E' possibile che i giornalisti
italiani siano così ignoranti o così malintenzionati da considerare
"eversione" e "opposizione" come sinonimi?

In Venezuela negli ultimi due anni sono nate più di 300 radio comunitarie
di ogni tendenza politica e religiosa. In Venezuela, nell'ultima campagna
elettorale, l'80% dei media era ancora controllato dall'opposizione. I
media italiani, nel trattare il caso RCTV, hanno preferito non solo
omettere questi dati ma mentire ai propri lettori arrivando a sostenere che
RCTV fosse l'unico media rimasto all'opposizione. E Globovision? E Televen?
E Venevision? E tutti i canali locali? E i grandi quotidiani, El Universal,
El Nacional, tutti strenuamente all'opposizione? E "Tal cual" di Teodoro
Petkoff? Che giornalismo è quello che omette del tutto di verificare i dati
e sposa solo la posizione più conveniente?

Cerchiamo di essere intellettualmente onesti. La TV commerciale è oramai
così importante nelle nostre società da essere intoccabile e non
governabile in nessun modo da organismi democraticamente eletti? La TV è al
di sopra della democrazia?

Giova ricordare che la programmazione delle TV commerciali è decisa dal
potere supremo degli azionisti e degli sponsor che decidono cosa dobbiamo
sapere e cosa dobbiamo pensare. Tutto questo non ha nulla a che vedere con
la libertà di espressione. Nonostante il "pensiero unico" neoliberale
pretenda che perfino l'acqua che beviamo sia una merce, sempre più persone
sono convinte che così non possa essere. E quindi che anche quel che
dobbiamo sapere e pensare non sia una merce sulla quale fare profitti.

E' semmai il "pensiero unico" a violare la libertà di espressione. Magari
senza proibirlo, ma riducendolo ad una nicchia di mercato. Come a Caracas
l'11 d'aprile 2002, quando il 100% dei canali commerciali fu parte organiza
del colpo di stato. Ma proprio quel giorno una minuscola TV di quartiere di
una delle peggiori favelas di Caracas, CatiaTV, diede una lezione al mondo,
chiamando i venezuelani a non arrendersi al colpo di stato e affermando che
"un'altra comunicazione è possibile".

Il caso RCTV non riguarda solo il Venezuela, riguarda l'Italia e il mondo.
Se la libertà di espressione è solo quella dei Bruno Vespa e dei Marcelo
Granier di dominare il mercato ed essere intoccabili, se la libertà di
espressione è solo quella degli sponsor che stabiliscono chi e cosa va in
onda e chi e cosa non conviene che ci vada, va denunciato che siamo di
fronte ad una concezione oligarchica ed antidemocratica della libertà di
espressione stessa. A parole si appella a questa, ma solo per
monopolizzarla e negare tutte le altre libertà di espressione, a partire da
quella di chi non ha voce.

Criticano la TV spazzatura, criticano la TV diseducativa fatta di sesso e
violenza, sostengono che reality show e simili producono guasti gravissimi
sulla società. Ma sarebbero disposti a morire per difendere il diritto di
Simona Ventura a condurre l'Isola dei Famosi.


<http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1133>http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1133






La Repubblica e l'Unità mentono spudoratamente sul Venezuela

COCHABAMBA - Mi arrivano qui a Cochabamba (Bolivia), dove sto partecipando
al "V incontro mondiale di intellettuali e artisti in difesa dell'umanità"
e potrei anticipare le cose dette da Evo Morales stamattina, o la ricchezza
del dibattito, o la forza  e la ricchezza comunicativa dei comunicatori
boliviani (Evo ha un'approvazione del 66%in crescita ma nei media ha l'80%
contro). Ma amici di GennaroCarotenuto.it mi inviano i pezzi di Repubblica
e l'Unità sulla fine della concessione di RCTV. E alle balle bisogna
rispondere con le notizie. Ci sarà tempo per parlare di cose serie.

di
<http://wpop6.libero.it/cgi-bin/vlink.cgi?Id=ZqPa/a6NsWeIa3uyG%2BcKIWDm7hDt80l//e1jPHeLNULC9JOfObXBLfIZakwqy/kc&Link=http%3A//www.gennarocarotenuto.it>Gennaro
Carotenuto

Mercoledì 23 maggio 2007  - 00:11:16
in <http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/storico.asp?s=Media>Media

Vediamo:

La Repubblica mente:

Rctv, [...] è considerata troppo critica dal presidente, che l'accusa anche
di aver simpatizzato con il colpo di stato che cinque anni fa l'aveva
spodestato per due giorni.

Amor di verità obbliga a rispondere:

RCTV non è accusata "da Chávez" di aver simpatizzato, ha organizzato il
golpe. E' molto facile verificare, ci sono le registrazioni, ma Repubblica
preferisce mentire e non fa il suo dovere, semplicemente non verificando.
E' evidente l'intenzionalità di trasformare fatti storici noti in un "punto
di vista".

La Repubblica mente:

Così, dopo la manifestazione di sabato scorso che aveva raccolto l'adesione
di migliaia di partecipanti e attirato l'attenzione internazionale, oggi il
corteo è sfilato davanti alle sedi alle sedi in Venezuela dell'Unione
europea (Ue) e della Organizzazione degli Stati americani (Osa) e il
movimento di protesta ha ricevuto la solidarietà di associazioni di difesa
della libertà di stampa di tutto il mondo.

Amor di verità obbliga a rispondere:

Tanto la UE come l'Organizzazione degli Stati Americani ha affermato che è
un fatto interno venezuelano e che il governo venezuelano è nel suo pieno
diritto nel non rinnovare la concessione.

La Repubblica mente:

Secondo un sondaggio dell'istituto Datanalisis il 70% dei venezuelani
disapprova l'oscuramento di Rctv.

Amor di verità obbliga a rispondere:

Il sondaggio è stato commissionato da RCTV e palesemente falso. Secondo la
legge italiana, La Repubblica sarebbe obbligata a dire chi commissiona i
sondaggi, ma lo evita. Contro Chávez la legge non vale.

La Repubblica mente:

La decisione di non rinnovare la concessione, infatti, avrebbe come effetto
quello di limitare alla sola Globovision il panorama audiovisivo nazionale
anti-governativo. Con l'aggravante che Globovision è un canale che si vede
solo nella capitale.

Amor di verità obbliga a rispondere:

E' la balla più clamorosa. I grandi canali commerciali dell'opposizione che
trasmettono in tutto il Venezuela sono quattro. RCTV, Globovision,
Venevision e Televen. Inoltre in ogni stato ci sono canali locali
dell'opposizione. Repubblica, in totale malafede cancella due canali
nazionali e tutti i locali.

Molto simile è il pezzo dell'Unità, probabilmente preso dalle stesse fonti,
tutte dell'opposizione. Né l'Unità né la Repubblica ricordano che RCTV non
viene chiusa, ma trasferita sul cavo e sul satellite. Entrambe fanno
credere che sia una decisione illegale di Hugo Chávez. Soprattutto né
l'Unità né La Repubblica citano il punto di vista venezuelano, il
ricchissimo dibattito sulla responsabilità sociale dei media, il fiorire di
centinaia di media indipendenti nel paese, né il fatto che non esiste solo
la libertà di stampa ma anche il diritto costituzionale a essere informati
in forma non inquinata.

Questo cronista era a Caracas ed è andato e ha raccontato in questo sito la
marcia dell'opposizione. Né La Repubblica né l'Unità erano presenti. Hanno
fatto male il loro lavoro, mancando ad ogni dovere etico verso i loro
lettori. Questi, è ora che si sveglino e si facciano sentire. BASTA BUGIE
SULL'AMERICA LATINA!

<http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1130>http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1130




La "chiusura" di RCTV in un Venezuela tra Fellini e il Reggaeton


di
<http://wpop6.libero.it/cgi-bin/vlink.cgi?Id=ZqPa/a6NsWeIa3uyG%2BcKIWDm7hDt80l//e1jPHeLNULC9JOfObXBLfIZakwqy/kc&Link=http%3A//www.gennarocarotenuto.it>Gennaro
Carotenuto


Domenica 20 maggio 2007  - 18:25:50
in <http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/storico.asp?s=America+Latina>America
Latina

CARACAS - L'industria del falso digitale è tollerata in Venezuela. Come in
tutto il mondo. Ma in poche capitali del mondo trovi decine di bancarelle
che vendano come il pane Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni, L'Orfeo
Negro di Marcel Camus, La voce della Luna di Federico Fellini e tutta la
cinematografia latinoamericana, dalla Notte dei forni di Pino Solanas, a
Garage Olimpo di Marco Bechis.

Negli ultimi anni di vita, il dittatore spagnolo Francisco Franco inondò il
paese di eroina per distruggere una generazione ribelle. Chissà se il
"dittatore" venezuelano Hugo Chávez fa lo stesso col cinema d'autore,
alimentando le bancarelle dei buhoneros (ambulanti) di Caracas.

"E' il libero mercato, stupido", direbbe Bill Clinton, e anche il cinema
d'autore chiede la gente di Caracas. Intanto mi fanno notare in strada
bambine di 13-14 anni con i pantaloni non più sotto la vita, non più
mettendo in mostra la marca degli slip, ma oramai sbattendo in faccia un
ciuffetto di pelo pubico come ultima frontiera. Lo hanno visto milioni di
volte in televisione. Sono bombardate dalla televisione commerciale con il
Reggaeton -l'ultimo e più volgare dei generi pseudomusicali commerciali-
dove le donne vengono chiamate "culitos". Tra poco, a 15 o 16 anni al
massimo, chiederanno ai genitori delle enormi tette come regalo.

In Venezuela bastano poche centinaia di dollari. Se non hai dei seni enormi
sei brutta e nessuno ti vorrà, è il messaggio continuamente diffuso dalle
televisioni commerciali. Le cliniche private vendono pacchetti a prezzi
stracciati: liposuzione, rinoplastica, mastoplastica, tutto per via
ambulatoriale e in giornata. Anche questo è libero mercato, anche questa è
(considerata) libertà d'espressione, ma soprattutto anche questa è
battaglia per le idee, per i cuori, per l'immaginario collettivo. E non è
un caso che il Venezuela sia ai primi posti al mondo per le gravidanze
adolescenziali.

Al mio tassista hanno raccontato (ma la notizia purtroppo è infondata) che
il governo vuole proibire il... "filo interdentale". E' sinceramente
preoccupato, dove andremo a finire con un governo che proibisce tutto.
Cerco di capire cos'abbia Chávez contro la pulizia della bocca, e capisco
che il filo-interdentale non è altro che il tanga. Qualcuno ha proposto di
limitare il mostrare ad ogni ora del giorno video musicali -soprattutto il
Reggaeton- che per tutta la loro estensione mostrano in primo piano solo un
paio di natiche agitandosi: donna=culito. Domando al mio tassista se è
cattolico. Mi guarda e si fa il segno della croce. Affondo: "signore, se
Chávez farà davvero questo, il Papa sarà molto contento".

Sabato è andata in scena, per le strade di Caracas, la manifestazione
dell'opposizione contro il mancato rinnovo alla scadenza naturale della
concessione via etere del canale commerciale RCTV. Si trasferirà sul cavo e
sul satellite. Il canale, che appoggiò apertamente il colpo di stato
dell'11 d'aprile 2002, fa finta di non sapere che l'etere è pubblico e fa
finta di non sapere che esiste una responsabilità sociale dei media e che
inondare il mercato televisivo di sesso e violenza non è esattamente lo
stesso che "libertà d'espressione".

Per strada, nel corteo, c'è parecchia bella gente e vengono usati molti
degli argomenti che da dieci anni usa Emilio Fede in Italia per evitare che
Rete4 finisca sul satellite. L'organizzazione è capillare. Hanno riempito
la città di maxischermi che ritrasmettono liberamente la manifestazione. Ed
è grazioso sentire e vedere a tutto volume in ogni grande piazza di Caracas
fare liberamente discorsi sulla mancanza di libertà di espressione.
Bugiardi, e bugiardi tutti i media internazionali che riprenderanno
acriticamente il punto di vista di RCTV, dando per scontato che contro
Chávez qualunque menzogna è lecita.

E' bene ricordare che, nell'ultima campagna elettorale venezuelana per le
elezioni presidenziali del 3 dicembre 2006, le commissioni di Osservazione
Internazionale verificarono che i quattro quinti di tutti i servizi
televisivi, radiofonici e articoli di giornale, di quella campagna
elettorale era favorevole all'opposizione. Ciononostante, istituzioni
internazionali prestigiose (perché controllate dal governo degli Stati
Uniti?) come "Freedom House", possono definire il Venezuela come un paese
"non libero" dal punto di vista della libertà di stampa e collocarlo
addirittura al 161° posto al mondo. Incredibile: il Venezuela viene
collocato dalla "Casa della Libertà" perfino dopo l'Afghanistan, dove è
noto che i giornalisti siano in condizione di realizzare il loro lavoro in
tranquillità, sicurezza e senza pressioni di sorta. Nonostante tale dato
dimostri quanto sia sfacciata e indimostrabile la collocazione del
Venezuela, e nonostante sia palese l'intenzionalità diffamatoria di
classifiche come quella di Freedom House, a tali istituzioni anche i media
italiani fanno da grancassa concedendo loro un'autorevolezza difficilmente
spiegabile. Se lo dice Freedom HouseŠ

Intanto il quotidiano El Nacional di domenica (più o meno comparabile a Il
Giornale o Il Tempo in Italia), dedica un intero fascicolo alla
manifestazione di sabato. E' strapieno di interviste a partecipanti alla
manifestazione. Stranamente sono tutti chavisti pentiti: "ho votato per
Chávez ma adesso ho paura per la libertà" dice un impiegato. "Ho votato per
Chávez, ma non pensavo mi levasse le mie telenovele" dice una casalinga
alla quale fanno anche un bel box in prima pagina. Nel mezzo grandi
articoli e commenti sulla superiorità del settore privato, sui pericoli dei
media pubblici, del ruolo dello stato ed esaltando il valore
dell'indipendenza dei media privati.

Giro pagina e l'intero fascicolo ha al centro un paginone redazionale,
pagato con i soldi pubblici dello stato Zulia, governato dal capo
dell'opposizione, Manuel Rosales. Questi compare in tutte le quattro
pagine, sempre con le forbici in mano, sempre inaugurando qualcosa. Viva
l'indipendenza della stampa privata venezuelana.

<http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1129>http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1129






Gente di Caracas. La restituzione di voce, le bugie dei media e le
svastichine di Teodoro Petkoff

di
<http://wpop6.libero.it/cgi-bin/vlink.cgi?Id=ZqPa/a6NsWeIa3uyG%2BcKIWDm7hDt80l//e1jPHeLNULC9JOfObXBLfIZakwqy/kc&Link=http%3A//www.gennarocarotenuto.it>Gennaro
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  venerdì 18 maggio 2007  - 20:17:41
in <http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/storico.asp?s=America+Latina>America
Latina

CARACAS - La capitale del Venezuela deve piacerti piano piano. All'inizio
prevale lo choc; è una città difficile e neanche è detto che succeda mai
che ti piaccia. Sono oramai molte volte che la visito, per periodi più o
meno brevi e solo adesso comincio a sentirla meno ostica e a provare
affetto. Anche se i contrasti intollerabili degli anni '90 vanno lentamente
riducendosi, continuano a choccare. E a volte ad impaurire.

Ma è solo una scorza, sotto la quale pulsa un'umanità meravigliosa.
L'opposizione sta chiusa nei quartieri per ricchi e il resto della
popolazione si ingegna per cambiare il destino collettivo di questo paese.
Non c'è una sceneggiatura già scritta, ma la voglia di partecipare, di
interrogarsi, di mettersi in gioco, è già di per se stessa una rivoluzione.
A volte succede in maniera cosciente, a volte ingenua, ma quasi sempre
traspare la buona fede di chi non vuol tornare indietro a quando il
Venezuela era di pochi.

Uno dei motivi del mio attuale soggiorno è tenere un Laboratorio di Storia
Orale. In pochissimi giorni (l'organizzazione, pur ammirevole è stata
precipitosa) si sono iscritti a frotte. Sono oltre sessanta ma soprattutto,
ho di fronte a me la classe meno omogenea che mi sia mai toccata nella
vita. Dai 16 ai 70 anni, uomini e donne, impiegati, studenti, docenti, ma
anche operai, artisti, moltissimi afrodiscendenti, con livelli culturali
diversissimi, stimoli diversi, progetti diversi, aspettative diverse.
Ognuno opina, dice la sua, si scontra, su come la Storia Orale possa essere
uno strumento di restituzione di voce e di liberazione. Le lezioni -di 4
ore- sono dei lunghi eventi nei quali sto imparando più di quello che posso
dare.

Ieri, magicamente, a partire da una domanda di una partecipante, si è
composto con il contributo di tutti un progetto affascinante sulla salute e
la malattia, prima che il popolo bolivariano decidesse che questa fosse un
diritto. Curanderas, medici tradizionali indigeni e africani, medici
allopatici con le loro miserie e la loro generosità. Storie di ospedali
clandestini nelle case di guaritori, storie di malati e di familiari di
malati. Sarà bellissimo seguirle.

Guardo la mia classe, così diversa e diversificata, mi metto io stesso in
gioco, mi stimolano e mi mettono in difficoltà. Li guardo ed esprimo un
desiderio: vorrei che le mie classi italiane avessero la metà degli stimoli
che hanno loro. Mi piace pensare che nessuno possa fermarli, nessuno possa
zittirli. Dopo la lezione vado in giro per le strade, e sento sempre più
vicina Caracas. Mi soffermo come sempre ai chioschi dei giornalai. I titoli
dei giornali, quasi tutti dell'opposizione, fanno bella mostra: titoli
forti, truculenti, che in genere puntano sulla microcriminalità. "Tal
cual", il tabloid quotidiano diretto da Teodoro Petkoff, per l'ennesima
volta utilizza l'elemento grafico della svastica nazista per attaccare il
governo. Nessuno ci fa caso più di tanto.

Vado in Hotel e accendo la tv. Alla CNN, in studio, in diretta da Miami,
sta parlando proprio Teodoro Petkoff: "Il Venezuela bolivariano è un paese
totalitario, è un paese dove non c'è libertà di stampa, è un paese dove si
parla di socialismo del XXI secolo ma dove in realtà si sta correndo verso
il socialismo del XX secolo. Siamo sempre più simili all'Unione Sovietica
al tempo di Stalin". Cambio canale. I canali dell'opposizione, in piena
libertà, lanciano lo stesso messaggio di Petkoff: totalitarismo, mancanza
di libertà di espressione. Sono solo meno raffinati. Spengo. Torno in
strada. La svastica con la quale Teodoro Petkoff stigmatizza il governo, mi
fa ancora l'occhiolino liberamente esposta dal chiosco del giornalaio
all'entrata del Metro. Nessuno squadraccia chavista è passata a zittirla.

Penso alla mia classe, nella bella casa coloniale del Ministero della
Cultura che ospita il mio corso, e alla voglia che hanno di mettere tutto
in discussione; me compreso ovviamente. Continuo a passeggiare in questo
caos tutt'altro che sotto controllo e penso a Teodoro, questo brillante
intellettuale di sinistra, conosciuto in Italia per essere l'unica voce
intervistata (continuamente) sul Venezuela. Per quotidiani come La
Repubblica, per Omero Ciai, è l'unica voce, l'unico numero di telefono
caraqueño che Ciai ha in agenda (e critica Gianni Minà che di numeri in
agenda ne ha troppi). Penso a Teodoro, e al suo stracciarsi le vesti dai
microfoni di CNN, al suo utilizzare la categoria di "totalitarismo", al suo
paragonare senza pudore il Venezuela bolivariano all'Unione Sovietica di
Stalin. Penso a quanto autorevole è Teodoro e quanto le sue continue
interviste a La Repubblica aiutino a comporre il punto di vista dei
progressisti italiani sul Venezuela. Di fronte all'assoluta normalità di
Caracas, penso che Teodoro si presti al gioco di CNN. Ciai si presti al
gioco di Teodoro. La Repubblica si presti al gioco di CNN. Che tutti
mentono sapendo di mentire, ma continuano a perseguire lo stesso disegno:
calunniate, calunniate, qualcosa resterà.

E lo immagino, Teodoro. Lo immagino partire stamane stesso dalla sua bella
casa in un quartiere alto borghese di Caracas, prendere il primo volo per
Miami, sedersi in un posto di prima classe, pagato da CNN, arrivare a
Miami, andare in studio e ripetere in mondovisione il suo discorsetto sul
totalitarismo, sull'Unione Sovietica, sulla censura e sulla mancanza di
libertà d'espressione in Venezuela, sull'esproprio proletario del canale
RCTV traferito sul cavo e sulla necessità di salvare il Venezuela dal
comunismo.

Poi lo immagino farsi riaccompagnare all'aeroporto e tornare a Caracas
comodamente, appena in tempo per chiudere il suo giornale, così coraggioso
da mettere un'altra svastichina in prima pagina o da disegnare i baffetti
di Hitler sulla foto di Chávez e da strillare quotidianamente davanti al
mondo che in Venezuela proprio non c'è libertà di espressione.


<http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1128>http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1128





El fascista Hugo Chávez: como en Europa se denigra la izquierda latinoamericana

di
<http://wpop6.libero.it/cgi-bin/vlink.cgi?Id=ZqPa/a6NsWeIa3uyG%2BcKIWDm7hDt80l//e1jPHeLNULC9JOfObXBLfIZakwqy/kc&Link=http%3A//www.gennarocarotenuto.it>Gennaro
Carotenuto
  Venerdì 18 maggio 2007  - 14:19:44
in <http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/storico.asp?s=Castellano>Castellano

La revista Limes, desde hace más de una década es la publicación periódica
más importante de Italia dedicada a la geopolítica y una de las más
reconocidas de Europa. Pertenece al grupo editorial L'Espresso, el más
importante grupo editorial progresista del país. Es el equivalente al grupo
Prisa, de España, que edita el diario El País. Y como el grupo Prisa,
cuando se habla de gobiernos de izquierda en Latinoamérica, se comporta
como otro grupo de derecha más. Lo grave es que la postura demonizante y
falsificatoria del grupo L'Espresso se hace referencia para la opinión
pública progresista para juzgar los procesos políticos latinoamericanos: y
si los medios de centro-izquierda demonizan diariamente Latinoamérica ¿Cómo
puede la opinión pública progresista europea no ser condicionada?


El último número de Limes (abril de 2007) ya desde el título
(Chávez-Castro: La Antiamérica), se propone, durante más de 300 páginas,
destruir la imagen de los gobiernos progresistas latinoamericanos,
empezando por el venezolano, y contribuir a evitar que alguien los pueda
tomar como referencia en Europa.


Para llegar a este objetivo, lo más significativo es que la "Rivista
italiana di geopolitica" hable muy poco de política y de economía y mucho
de otras cosas. Por ejemplo, entre la treintena de ensayos que contiene, no
hay ninguno que hable del pago de la deuda con el FMI de parte de la mitad
de Latinoamérica. Tampoco hay un sólo artículo que contextualice la actual
fase histórica, posterior al quiebre de la ortodoxia neoliberal: ¿Por qué
los latinoamericanos no quieren más neoliberalismo? Ninguna respuesta.
Estando enfocado especialmente sobre Venezuela, sorprende que no haya
ningún artículo sobre el ingreso del país en el MERCOSUR, ni sobre el
MERCOSUR en general. Tampoco hay un artículo que nos explique cómo se ha
modificado el import-export adentro de la región en los últimos años. No
hay ni uno que intente explicar qué diablos es el ALBA, una institución aún
naciente, pero que para una revista de geopolítica debería despertar por lo
menos algún interés. Es que Limes no se interesa al proceso de integración
latinoamericana. Mucho menos hay artículos sobre la cumbre de Mar del
Plata, al final de 2005, cuando especialmente la llamada "burguesía
nacional" brasileña hizo abortar el ALCA, el Mercado Único de Las Américas
tan querido por George Bush.


A cambio, el lector se encuentra con un montón de explicaciones sobre por
qué Chávez no es popular (¿no es popular?), sobre por qué se pelea (¿se
pelea?) con Lula, o por qué los candidatos que se presumen apoyados por
Chávez nunca ganan (¿nunca ganan?) las elecciones. En realidad, el único
caso concreto sería el del peruano Ollanta Humala, lo que es un tema
interesante. Pero hubiese sido igualmente interesante gastar algunas de las
300 páginas para investigar sobre el hecho de que, después de 30 años de
rígido "Consenso de Washington", en los últimos años muchos candidatos que
contaban con el apoyo descarado de la Casa Blanca han sido rechazados
rotundamente por los electores. ¿No es un tema interesante por qué los EEUU
ya no logran imponer sus favoritos en el "patio trasero"? También sería
interesante entender por qué, en la cultura de Limes, el apoyo de un
candidato de parte de Venezuela es una injerencia y el respaldo de parte de
Estados Unidos es algo normal y legítimo.


En los muchos ensayos dedicados a Venezuela se habla bastante de la figura
y de la personalidad del presidente -siempre en negativo- pero nunca se
habla del partido de gobierno. Tampoco se habla del proceso de nacimiento
del partido unitario, un proceso no tan distinto del que en Italia está
llevando al nacimiento del Partido Democrático -que Limes apoya- o de la
relación fundamental entre los movimientos sociales venezolanos y el
partido. ¿No le interesaba, o no tenían a alguien capaz de escribir sobre
estos temas? Y ya que es tan importante el papel de los movimientos
sociales en la nueva política continental, desde los Sem Terra (Sin Tierra)
a los indígenas o los zapatistas (sobrevalorados o menos) ¿Es posible que
haya un silencio total, y es posible que se ignore la relación entre Chávez
y estos movimientos como objeto de estudio? Y también: ¿Es posible ignorar
que en Bolivia Evo Morales define su gobierno como "el gobierno de los
movimientos sociales"?


Es decir, se tergiversa, se habla de otras cosas, y desde el inicio, la
sensación es que Limes no quiere entender ni explicar lo que está pasando
en Venezuela y Latinoamérica. Lo que quieren es lanzar un anatema, condenar
y poner un cordón sanitario porque la infección de algo que la
centro-izquierda europea no aprecia y más bien teme, no se expanda
ulteriormente.


Es simbólico en esto el trato hacia Cuba. La mayor parte está construida
con artículos reciclados con las memorias de castristas arrepentidos,
siempre los mismos nombres, de dudosa credibilidad ética y científica. Son
artículos que hubiesen podido ser escritos hace 20 o 40 años. Hablan de las
pasiones juveniles de Fidel Castro, de sus lecturas, o de sus relaciones
con Nikita Krushev, o Leonid Brezhnev. Es material de desecho, que nada
aporta y que quizás algo quita a la comprensión de la Cuba actual y del por
qué, 18 años después de la caída del muro de Berlín, la prensa mainstream
no haya escrito una línea para explicar por qué Cuba está todavía allí. Y
es raro que tampoco se haya encontrado espacio para explicar cómo haya
fracasado la política estadounidense de aislamiento de la isla y cómo en
2006 hayan viajado a Cuba representantes de gobiernos de todo el mundo,
empezando por el indio Singh.


En este plano es significativo el artículo del latinoamericanista del
diario La Repubblica, Omero Ciai, anti-latinoamericano recalcitrante, pero
de izquierda. Es famoso por escribir páginas sobre la inminente prohibición
del béisbol en Cuba por el pérfido Fidel, o que el loco Chávez se esté
armando hasta los dientes para conquistar el continente y por tener en su
agenda un solo teléfono caraqueño, el de Teodoro Petkoff, la única voz
venezolana entrevistada -pero decenas de veces- por el mayor diario de
centro-izquierda italiano. También el artículo escrito para Limes sobre la
bancarrota económica de Cuba es más de lo mismo, y Ciai lo escribió al
menos una docena de veces en los últimos años. Sin embargo, generalmente,
cuando un país llega a la bancarrota, sigue el hambre, el levantamiento de
la población y la caída del régimen. Si la situación es realmente la que
describe Ciai, Limes debería explicar por qué Cuba no cayó aún y no por qué
se va supuestamente a caer en las próximas horas.

Como he dicho, una tercera parte del número se ocupa de manera denigrante
de la figura de Hugo Chávez. El director de Limes, Lucio Caracciolo, un
destacado intelectual experto de política internacional, insiste
fastidiosamente en hablar de "régimen Chávez". Ya que las palabras son
importantes, y que el mismo Caracciolo acepta que no hubo fraude en
Venezuela, sería interesante entender por qué no habla de "régimen Lula",
de "régimen Bush", ni mucho menos de "régimen Calderón" en aquel México con
más de 600 presos políticos, torturados, muertos y tanques en las plazas.
Sería interesante entender por qué la revista italiana de geopolítica
dedica -correctamente- mucho espacio a las relaciones entre dos de los
principales productores de petróleo en el mundo, Venezuela e Irán, pero no
hay ni una línea sobre las relaciones entre Venezuela y Colombia, una de
las fronteras más calientes del mundo. Lo único que le interesa a Limes
sobre las cuestiones fronterizas latinoamericanas es rescatar la opinión
del destacado organizador de Escuadrones de la Muerte estadounidense, John
Negroponte. Este sostiene -y Caracciolo se asusta- que en los mapas de
Latinoamérica, encontrados en los refugios de Osama Bin Laden, toda la
región es dibujada en color verde, es decir, controlada por el terrorismo
islámico (sic!).


Es evidente entonces una voluntad constante de mover el discurso desde los
procesos reales al plano del folklore, del exotismo y de la denigración
personal. El proyectado gasoducto continental tiene que ser llamado
"Hugoducto", porque sólo así puede ser exaltada la presunta megalomanía de
Hugo Chávez. Hay un detalle que revela el brutal eurocentrismo de Limes. En
la parte sobre América Latina, todas las grandes infraestructuras que los
gobiernos de izquierda latinoamericanos quieren realizar, son clasificadas
como inconsistentes, inútiles y megalómanas. Sin embargo, en la parte final
de la revista, donde se habla de otros temas, hay un artículo sobre grandes
obras proyectadas en Europa que, por supuesto, Limes considera realistas,
urgentes e indispensables.


Hay un evanescente y ofensivo artículo sobre el sincretismo religioso de
Evo Morales entre catolicismo y religiones tradicionales aymara. Otro sobre
un presunto eje esotérico entre Castro, Chávez y Morales. Sin embargo, no
hay nada que hable del "eje del mal latinoamericano" teorizado por Donald
Rumsfeld. Una eventual guerra estadounidense contra un país latinoamericano
¿No es un sujeto interesante para Limes? Y tampoco lo es el golpe de estado
de abril de 2002 en Caracas, la derrota del cual fue un evento fundacional
de la primavera latinoamericana.


Sale así una intencionalidad constante, que resulta ofensiva de la
inteligencia de los lectores, y que no explica el proceso político
latinoamericano. Limes ELIGE hablar de otras cosas. Páginas y páginas para
explicar que Chávez, Morales y Lula siguen teniendo relaciones con Estados
Unidos. ¡Que descubrimiento! Es sólo una parte de la ultra izquierda
europea que, por puro ideologismo, quisiera un bloqueo contra Estados
Unidos igual y contrario al bloqueo contra Cuba. Los pragmáticos gobiernos
de izquierda latinoamericanos -y si pudiera Fidel sería el primero- no
quieren otra cosa que comerciar con Estados Unidos. Sin embargo, quieren
hacerlo de manera leal, no con pactos desiguales como era el ALCA. Todo
esto a Limes no interesa y no dedica ni un artículo a las relaciones
económicas entre Estados Unidos y América Latina, el papel de los TLC o las
rutas comerciales Sur-Sur. En fin, no hay nada o casi de geopolítico y
mucho de anecdótico ¿Será un caso?


¿CHÁVEZ FASCISTA? La pobreza de Limes es evidente en un ensayo titulado
"Bolivarismo y fascismo" (pp. 197-202) firmado por Manuel Caballero, que
merece ser analizado. Debía ser el ensayo pesado, pensado, metodológico,
alrededor del cual debía rondar todo el número de Limes. Es el ensayo que
DEBE DEMOSTRAR que Chávez no es otra cosa que un fascista. Lástima que el
Sr. Manuel Caballero demuestra en el ensayo que no pasaría un examen de
primer año de Historia Contemporánea. Todo se basa en un par de raros
silogismos que testimonian más ignorancia que mala fe. El silogismo inicial
sostiene que como Mussolini admiraba a Simón Bolívar, por consiguiente,
Bolívar es fascista. El silogismo final (sic!), es que, siendo
universalmente conocido que también Chávez admira al fascista Bolívar,
entonces Chávez también es fascista. Realmente los lectores de Limes, un
público normalmente de buen nivel cultural, merecían más.


En el medio hay un párrafo (p.201) titulado "Bolívar y la religión
política". La categoría de "Religión política", derivada por el historiador
estadounidense de origen alemán George Mosse, es una categoría
eminentemente del siglo XX, que se acota al fascismo como producto de la
sociedad de masas. Más prudentemente Caballero podría intentar con hacer un
paralelo entre las formas participativas bolivarianas y el fascismo. No
encontraría mucho. Pero lamentable Caballero no es la persona apta para
hacer este análisis ya que él mismo afirma textualmente que "nadie todavía
entendió (sic!) en qué consiste la democracia participativa". Perdida la
ocasión, Caballero prefiere definir como "religión política" la de Bolívar,
torciendo el brazo a más de 40 años de debate historiográfico, y despojando
esta categoría tanto del siglo XX como de la sociedad de masas, que son las
bases para Mosse para definir esta categoría. Para fortalecer su
"pensamiento débil", Caballero tira allí otro silogismo, aun más fuerte que
el primero, que revela sus simplistas pero inquebrantables certidumbres. Se
encuentra en las manos un viejo y muy conocido ensayo de Umberto Eco (El
fascismo eterno), lo descontextualiza y lo utiliza para demostrar que
cualquiera que sea crítico del liberalismo no puede ser otra cosa que
fascista. Para Caballero todo lo que no es liberalismo es fascismo. Un tal
razonamiento lo lleva derecho al neoconservador "Proyecto para un nuevo
siglo americano", aquél de la ganancia como principio moral, que fue
propedéutico a las guerras infinitas de George Bush. Es para preguntarse si
Limes, prestigiosa revista editada por la mayor editorial progresista de
Italia, se de cuenta que el pobre postulado de Caballero es completamente
interno al neoconservadurismo más extremo -aquel de los Daniel Pipes, para
el cual hasta Allende era el nuevo Hitler- al cual Limes está ofreciendo
una inmerecida credibilidad en pos de denigrar al odiado Hugo Chávez.


"Para combatir al liberalismo -concluye con énfasis Caballero- toda bandera
es buena. Si es la del socialismo está bien. ¿Quiénes se olvidan de quiénes
eran los nazis?, ¿Qué su nombre no era otra cosa que una abreviación de
'partido nacional socialista'?" Frente a tanta intuitividad no hace falta
juntar nada más.

<http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1127>http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?articolo=1127







Lucio Caracciolo, Limes sull'America Latina è inconsistente

di
<http://wpop6.libero.it/cgi-bin/vlink.cgi?Id=ZqPa/a6NsWeIa3uyG%2BcKIWDm7hDt80l//e1jPHeLNULC9JOfObXBLfIZakwqy/kc&Link=http%3A//www.gennarocarotenuto.it>Gennaro
Carotenuto


Giovedì 19 aprile 2007  - 17:22:24
in <http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/storico.asp?s=America+Latina>America
Latina

 E' necessaria una riflessione sul numero di Limes (2/2007) in edicola,
intitolato "Chávez-Castro, l'antiamerica". Chi scrive ne ha discusso per
oltre un'ora nel programma di Radio RAI Radio3Mondo con il direttore di
Limes, Lucio Caracciolo, con uno degli autori, Maurizio Stefanini de Il
Foglio e con il conduttore, Gian Antonio Stella, firma del Corriere della
Sera.
<http://www.radio.rai.it/radio3/radiotremondo/archivio_2007/audio/mondo_pomeriggio2007_04_17.ram>La
registrazione può essere ascoltata qui.

Nel dibattito radiofonico si è parlato moltissimo di Venezuela e del
presidente Hugo Chávez. Molto meno del numero di Limes che eravamo chiamati
a presentare. Dal punto di vista dell'ascoltatore, e della riuscita della
trasmissione, fa lo stesso. Ma avendo chi scrive scrupolosamente letto un
volumotto di oltre 300 pagine, Limes appunto, per dovere professionale
sento il bisogno di alcune puntualizzazioni.

La novità più importante è che la "Rivista italiana di geopolitica", parla
ben poco di geopolitica e molto di altre cose. Parla pochissimo di
economia. Per esempio ignora un evento capitale come la chiusura dei
rapporti con il FMI da parte di mezzo continente latinoamericano. Non c'è
un solo pezzo che contestualizzi l'attuale fase storica dopo il crollo
dell'ortodossia neoliberale. Dovendosi occupare di Venezuela non c'è un
solo articolo sull'ingresso del paese nel Mercosur né sul Mercosur in
generale. Non c'è un solo articolo che si occupi di spiegare come si sia
trasformato l'import-export della regione negli ultimi anni. Non ce n'è uno
che provi a spiegare che diavolo sia l'ALBA, istituzione forse fumosa, ma
di un qualche interesse. Si accenna appena a Mar del Plata, quando
soprattutto la cosiddetta "borghesia nazionale" brasiliana, fece saltare il
tavolo dell'ALCA, il mercato unico delle americhe voluto da George Bush.

Invece il lettore si ritrova con un sacco di spiegazioni sul perché Chávez
non sarebbe popolare, sul perché non vada d'accordo con Lula (non va
d'accordo?), sul fatto che i candidati che si presume siano stati
appoggiati da Hugo Chávez non passano negli altri paesi. In realtà l'unico
caso concreto è quello del peruviano Ollanta Humala, ed è senz'altro un
tema interessante, ma come mai non c'è una riga sul fatto che, dopo 20 anni
di rigidissimo "Washington Consensus", da anni moltissimi candidati con
l'imprimatur della Casa Bianca vengano respinti con perdite? Come mai gli
Stati Uniti non riescono più a imporre i loro uomini nel loro 'cortile di
casa'? Dall'interno del Venezuela si parla moltissimo della figura e della
personalità del presidente, sempre in negativo, ma non si parla MAI del
Partito, e del cruciale rapporto tra movimento e partito, una chiave di
lettura fondamentale degli eventi. Non interessava? O non avevate la
persona capace di scrivere un saggio in merito? E visto il ruolo dei
movimenti sociali nella nuova politica continentale, dai Sem terra agli
indigeni agli zapatisti, sopravvalutati o meno, è possibile che ci sia il
silenzio totale? Eppure se vi interessa così tanto Chávez come potete
trascurare il rapporto tra Chávez e movimenti sociali come oggetto di
studio?

Insomma, si tergiversa, si parla d'altro e fin dall'inizio si ha la
sensazione che non si voglia capire quello che sta accadendo in America
Latina e in Venezuela in particolare, ma si voglia lanciare un anatema,
condannare, stendere un cordone sanitario perché l'infezione di un qualcosa
che non si apprezza e che anzi si teme, non si estenda ulteriormente.

Simbolica in ciò è la parte cubana che occupa almeno un terzo del totale.
Ma la maggior parte è costruita su articoli riciclati dalle memorie di
castristi pentiti, sempre i soliti nomi, sulla scarsa credibilità etica e
scientifica dei quali ha scritto benissimo Maurizio Chierici lunedì 16
sulle pagine de L'Unità. Sono articoli che possono essere stati scritti 20
o 40 anni fa e riusati oggi. Parlano delle passioni giovanili di Fidel
Castro, delle sue letture o delle sue relazioni con Nikita Krusciov o
Leonid Breznev. E' materiale di risulta che anche senza entrare nel merito
non fa onore a Limes e -soprattutto- nulla aggiunge e forse qualcosa leva
alla comprensione della Cuba attuale e del perché a 18 anni dalla caduta
del muro di Berlino la stampa mainstream non abbia scritto una riga per
provare a capire perché Cuba è sempre lì. Strano che si sia trovato spazio
per tali articoli ma neanche una riga per spiegare come Cuba sia uscita
dall'isolamento e come a Cuba nel 2006 si siano recati rappresentanti dei
governi di tutto il mondo, a cominciare dall'indiano Singh.
Significativo in questo è il pezzo di Omero Ciai, il latinoamericanista de
La Repubblica, sulla bancarotta economica dello stato cubano. E' lo stesso
articolo che Ciai ha scritto almeno una decina di volte negli ultimi anni.
In genere quando uno stato va in bancarotta a questa segue la fame e poi la
sollevazione, la rivolta della popolazione e il bagno di sangue oppure la
caduta di un regime. Sarebbe interessante spiegare se, visto che ciò non è
successo, nonostante da 18 anni venga paventato, è davvero quella descritta
da Ciai la situazione di Cuba. Limes sicuramente non si perita di
spiegarlo. Pura repressione? Secondo il Dipartimento di Stato degli Stati
Uniti, nelle carceri cubane ci sarebbero 280 dissidenti, meno della metà
delle persone detenute nella base di Guantanamo. Ritenta ancora Omero, ma
la prossima volta evita di parlare sempre e solo con i soliti compagni di
merende del News Café, al numero 800 dell'Ocean Drive di Miami Beach (per
prenotazioni, tel. +1 305 5386397), che millanti essere il posto migliore
da dove seguire le vicende latinoamericane.

Per un altro terzo -come detto- Limes si occupa in maniera urticantemente
denigrante della figura di Hugo Chávez. Anche il più ingenuo dei lettori di
Limes può rendersi conto dell'artificialità di questa demolizione
sistematica. Anche a Radio3 Caracciolo insiste a parlare di "regime
Chávez", palesando un'intenzionalità facilmente leggibile. Visto che le
parole sono importanti, sarebbe interessante sapere perché Caracciolo parla
di "regime Chávez" e non di "regime Lula" o di "regime Prodi" e men che
meno di "regime Calderón" in quel Messico con centinaia di prigionieri
politici, torturati, bastonati, morti ammazzati, carri armati in strada.
Sarebbe interessante sapere perché la "rivista italiana di geopolitica"
dedichi (giustamente) molto spazio alle relazioni tra due dei principali
produttori di petrolio al mondo, Venezuela e Iran, ma non ci sia uno
straccio di articolo sulle relazioni tra Venezuela e Colombia, una delle
frontiere più calde del mondo. Quando ho pagato 12 Euro per acquistare
Limes, mi hanno venduto un prodotto che promette di andare "nel cuore del
continente latino". Evidentemente quella tra Venezuela e Colombia è una
frontiera sulla quale bisogna conoscere molto per scrivere cose utili. E
allora per Caracciolo è più facile dar credito ad un grande organizzatore
di squadroni della morte come John Negroponte che sostiene che l'America
Latina sia oramai disegnata tutta come verde nelle mappe di Al Qaeda (sic!).

Emerge una volontà costante di spostare il discorso dai processi reali al
piano del folklore, dell'esotismo e della denigrazione personale. Il
progettato oleodotto continentale deve essere definito 'Hugoducto',
altrimenti non sarebbe esaltata la presunta megalomania di Chávez. C'è un
dettaglio che svela l'eurocentrismo brutale di Limes. Nella parte
sull'America latina, tutte le grandi opere che i governi di sinistra
latinoamericani vorrebbero realizzare sono bollate di inconsistenza e
megalomania. Nella parte finale della rivista, nella quale si parla di
altri temi, ci sono altrettante cartine con le grandi opere progettate in
Europa, oleodotti, corridoi, alte velocità. Queste, ovviamente, sono difese
da Limes e considerate realistiche, urgenti e indispensabili.

Che il presidente boliviano Evo Morales professi un sincretismo tra
cattolicesimo e religione aymara è considerata (Stefanini) una
dimostrazione dell'inconsistenza del personaggio. C'è un pezzo che parla
addirittura di un presunto asse esoterico tra Castro, Chávez e Morales, ma
non ce n'è nessuno che parla del sicuro 'asse del male latinoamericano da
colpire' teorizzato da Donald Rumsfeld. Forse che una più volte ventilata
guerra statunitense contro un paese latinoamericano non è un soggetto
interessante per Limes? E il colpo di stato a Caracas dell'11 aprile 2002?
Non era un soggetto utile? Perché in Italia non se ne parla mentre il
giorno 11 la BBC ha dedicato un importante speciale all'anniversario?

Emerge un'intenzionalità costante che a chi scrive risulta offensiva della
propria intelligenza, di quella dei lettori, e fuorviante per la
comprensione del processo politico latinoamericano. Lucio Caracciolo,
insomma, SCEGLIE di parlar d'altro. Pagine e pagine a spiegare che Chávez,
Morales, Lula hanno relazioni con gli Stati Uniti. Davvero una rivelazione
esplosiva. E' di una parte dell'ultrasinistra europea l'idea bigotta e
impraticabile di un cordone sanitario che isoli gli Stati Uniti. I
pragmatici governi di sinistra latinoamericani, e se potesse Fidel sarebbe
il primo, non vogliono altro che commerciare con gli Stati Uniti. Ma lo
vogliono fare su di un piede di parità, non con patti leonini qual'era
l'ALCA. E' indicativo che tra tante mappe e mappine, non ci sia spazio in
Limes per un articolo ragionato sulle relazioni economiche tra America
Latina e Stati Uniti e sul ruolo dei TLC, sulle rotte commerciali Sud-Sud,
magari citando la teoria del sottosviluppo. Insomma non c'è nulla o quasi
di geopolitico in Limes e molto di aneddotico. Sarà un caso?

CHAVEZ FASCISTA? La pochezza di questo numero di Limes si esplicita in
tutta la sua debolezza in un saggio, "Bolivarismo e fascismo" (pp.
197-212), firmato da tale Manuel Caballero, che merita di essere
analizzato. Dovrebbe essere il saggio pesante, pensato, metodologico,
intorno al quale dovrebbe ruotare tutto il numero di Limes. E' il saggio
che DEVE dimostrare che Chávez non è altro che un fascista e chi da
sinistra guarda a lui si sta sbagliando. Peccato che il signor Manuel
Caballero nel saggio stesso dimostra che non passerebbe un esame di
prim'anno di Storia Contemporanea in qualunque università italiana.

Ne consiglio la lettura. Il tutto si basa su di uno paio di strani
sillogismi e molti svarioni che testimoniano più crassa ignoranza che
malafede. Il sillogismo di apertura sostiene che siccome Mussolini ammirava
Simón Bolivar di conseguenza Bolívar non poteva essere altra cosa che
fascista. Al dunque, siccome è noto che anche Chávez ammiri il fascista
Bolívar, l'ovvia conclusione è che anche Chávez non sia altro che un
fascista.

Nel mezzo c'è un paragrafo (p. 201) per il quale la matita rossa si
consumerebbe rapidamente. S'intitola pomposamente, Bolívar e la 'religione
politica'. La categoria di 'religione politica', derivata dallo storico
statunitense di origine tedesca George Mosse, è una categoria eminentemente
novecentesca che si attaglia al fascismo in quanto espressione della
società di massa. Più prudentemente Caballero potrebbe arrampicarsi sugli
specchi e fare dei paralleli tra le forme partecipative venezuelane e il
fascismo stesso. Se fosse in buona fede troverebbe ben pochi parallelismi.
Epperò lo stesso Caballero afferma testualmente che "nessuno ha ancora
capito (sic!) in cosa consista la democrazia partecipativa". Ma,
soprattutto, Caballero ce l'ha con Bolívar. E' Bolívar il fascista da
rispedire nelle fogne e non importa che non c'è 'religione politica',
almeno nell'accezione del dibattito storiografico al quale Caballero
pretende di rifarsi, senza '900 e senza masse. Merita di essere letto il
guazzabuglio di Caballero sulla 'religione politica' del fascista Bolívar.
L'apparato critico è praticamente inesistente, ma vi si legge una perla
autentica. A p. 208 Caballero si preoccupa di spiegarci che lo storico
Emilio Gentile non va confuso con Giovanni Gentile. Ne siamo commossi, ma
in una nostra tesi triennale un qualsiasi studente risulterebbe più scaltro.

In chiusura, a rafforzare il suo ragionamento, il signor Caballero sbatte
lì un altro sillogismo, ancora più tranchant del primo, ma che ne rivela le
semplicistiche ma incrollabili certezze. Si ritrova tra le mani un vecchio,
valido e molto noto scritto di Umberto Eco (Il fascismo eterno), lo
decontestualizza e lo usa per dimostrare che chiunque sia critico con il
liberalismo non possa essere altro che fascista. Per Caballero, tutto
quello che non è liberismo è fascismo. Un tale ragionamento non può non
riportarci a quel "Progetto per un nuovo secolo americano", quello del
profitto come principio morale, che fu propedeutico alle guerre infinite.
Mi domando se è possibile che Caracciolo non percepisca come il povero
ragionamento di Caballero sia completamente interno al neoconservatorismo
più estremo -quello dei Daniel Pipes, per il quale Allende era Hitler- al
quale Limes (e il gruppo editoriale l'Espresso), sta oggettivamente facendo
da sponda.

"Per combattere il liberalismo -scrive con pathos Caballero- ogni bandiera
è buona. Se è quella del socialismo, ben venga. O forse si dimentica
cos'erano i nazisti? Che il loro nome non era un'abbreviazione di partito
nazional-socialista?" Di fronte a cotanta intuitività, credo che non serva
aggiungere altro.

Stimato Lucio Caracciolo, può un intellettuale raffinato come lei aver
pubblicato un articolo di questo livello? A che cosa si deve questo
scadimento radicale di contenuti, analisi, selezione, impianto della
"rivista italiana di geopolitica", Limes? Devo ancora consigliare alla mia
facoltà di confermare l'abbonamento a Limes?


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 REPUBBLICA - ESTERI - 28 maggio 2007


Il canale Rctv era popolarissimo e trasmetteva in Venezuela dal 1953
Il presidente Chavez lo considerava troppo critico nei suoi confronti

Caracas, spenta la tv dell'opposizione
Incidenti fra manifestanti e polizia

Idranti e sfollagente su chi protestava contro la chiusura



Proteste per le strade di Caracas contro la sospensione delle trasmissioni
dell'emittente Rctv

CARACAS - Fine delle trasmissioni per l'emittente televisiva privata Radio
Caracas Television (Rctv) che, tra accese proteste di piazza e incidenti, a
mezzanotte (le 6 del mattino italiane) è scomparsa dagli schermi
venezuelani dopo 53 anni, sostituita dalla nuova Tv di servizio pubblico
voluta dal presidente Hugo Chavez, Televisione venezuelana sociale (TVes).

Ieri sera davanti alla sede della Commissione nazionale delle
telecomunicazioni (Conatel) a Caracas manifestanti scesi in piazza per
protestare contro la fine delle trasmissioni della Rctv si sono scontrati
con le forze della polizia metropolitana. Secondo la Tv "all news" (di
opposizione) Globovision, i dimostranti sono stati attaccati
"all'improvviso" dagli agenti che hanno usato idranti e sfollagente. E
l'agenzia Reuters riferisce anche di gas e proiettili di gomma, sparati
contro le decine di migliaia di manifestanti.

Diversa la versione fornita dalla Radio nazionale venezuelana (Rnv) secondo
la quale "manifestanti violenti hanno preso di mira il cordone umano creato
dalla polizia metropolitana obbligando la stessa a far entrare in funzione
i mezzi antisommossa. Dopo alcuni minuti di forte tensione, è ritornata una
calma tesa, mentre i media parlano di undici agenti di polizia feriti,
alcuni dei quali in modo grave.

Molto diversa l'atmosfera fra i sostenitori del governo, che dal Teatro
Teresa Carreno di Caracas hanno festeggiato tutta la notte per la nascita
della nuova tv, TVes, presentata dalla sua presidentessa Lil Rodriguez come
una "emittente pubblica, pluralista, educativa e partecipativa" con la
dichiarata ambizione di "cambiare la vita di tutti i venezuelani". La nuova
televisione ha inaugurato le trasmissioni con l'inno nazionale, Gloria al
Bravo Pueblo, interpretato dall'Orchestra sinfonica nazionale della
gioventù venezuelana diretta da Gustavo Dudamel.


Sollevando moltissime critiche a livello internazionale e numerose proteste
nazionali, Chavez aveva fatto sapere cinque mesi fa di non voler rinnovare
la concessione al canale televisivo Rctv e di volerlo sostituire con
un'emittente statale per promuovere i valori della sua rivoluzione
socialista: già nelle scorse settimane moltissime persone erano scese in
piazza - giornalisti, studenti ma anche tanta gente comune - contro la
chiusura della televisione, invocando la libertà di stampa, che, secondo la
Rctv "è stata calpestata". Giudizio non condiviso dal governo, che
appoggiandosi alle leggi venezuelane e a sentenze del Tribunale supremo di
giustizia (Tsj), ha rivendicato la decisione come suo diritto per orientare
la politica informativa e culturale nazionale.

Rctv, un'emittente popolarissima - la sola a coprire tutto il territorio
venezuelano insieme a Vtv - andava in onda dal 1953, ed era considerata
troppo critica dal presidente, che la accusava anche di aver simpatizzato
con il colpo di stato che cinque anni fa l'aveva spodestato per due giorni.

"Presto torneremo": così hanno salutato il pubblico i giornalisti e il
personale della Rctv, ieri, durante l'ultimo giorno di programmazione. E
Marcelo Granier, presidente della società 1BC che controlla la Tv Rctv, ha
mandato un messaggio ai venezuelani in cui assicura che, nonostante la
scomparsa del segnale dall'etere, "continueremo a lottare con fermezza e
convinzione per la libertà e la democrazia".

"Con la chiusura di Rctv - ha detto ancora - i venezuelani vedono
confermati i propri timori: il governo vince ma non convince, la sua sarà
una vittoria di Pirro, perché perde più di quello che guadagna. Perde il
riconoscimento internazionale e perde il rispetto del popolo". 

<http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/esteri/caracas-televisione/chiusura-televisione/chiusura-televisione.html?ref=kwhpt2>http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/esteri/caracas-televisione/chiusura-televisione/chiusura-televisione.html?ref=kwhpt2



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