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Politicamente Scorretto (di Gianni Min à ) - Quello che i media non dicono




Politicamente Scorretto - Riflessioni di un giornalista fuori dal coro

di Gianni Minà, Sperling&Kupfer Editore, Milano 2007 pag 502
prefazione di Luis Sepulveda

Prezzo ¤ 16,00 + Imposte (ES Art.74)


Il filo rosso che lega fra di loro gli articoli raccolti in questo volume è
la difficoltà di informare, la fatica alla quale sono costretti tutti i
giornalisti che possiedono l'orgoglio del proprio mestiere nel far
conoscere notizie considerate scabrose e analizzarle secondo dati certi. È
la difficoltà evidente di esercitare il diritto all'informazione da parte
di chi non è disposto ad accettare pedestremente la visione del mondo
suggerita e spesso imposta, proprio attraverso i media, dai poteri
economici e politici. Da dieci anni Gianni Minà, non trovando più spazio
nella televisione di cui era stato un pioniere, conduce attraverso i film
documentari e la carta stampata la sua battaglia di giornalista fuori dal
coro, stigmatizzando puntualmente interventi approssimativi, ambigui o
reticenti e smentendo le versioni ufficiali con la forza indiscutibile dei
fatti. Gli interventi raccolti in questo libro - pubblicati su la
Repubblica, L'Unità, il Manifesto e la rivista Latinoamerica -
costituiscono un autentico esercizio di controinformazione sugli
avvenimenti più diversi e controversi del nostro tempo: dall' incontro con
il subcomandante Marcos, icona del nuovo ribellismo, alla cronaca della
repressione messa in atto da un segmento delle nostre forze dell'ordine al
G8 di Genova nel 2001: dalle ipotesi inquietanti sui meccanismi che hanno
favorito gli attentati dell'11 settembre 2001, alle rivelazioni storiche
del diplomatico Usa Wayne Smith sulla ripresa delle relazioni con Cuba che
il presidente Jimmy Carter stava per firmare, alla fine degli anni Settanta
se non avesse perso le elezioni contro Ronald Reagan. E, ancora, la
difficoltà di spiegare "l'anomalia di essere Cuba" a una società
occidentale abituata ad accettare acriticamente qualunque versione della
realtà venga proposta dagli Stati Uniti d'America, anche la più irreale e
la più grottesca; i dati sul terrorismo di Washington contro Cuba,
pervicacemente ignorato dai media,anche quando una Corte texana nell'aprile
del 2006, ha concesso la libertà su cauzione a Miami a Luis Posada
Carriles, mente organizzativa di tanti attentati pianificati in Florida e
messi in atto a Cuba; il tentativo di far chiarezza riguardo a storie
spinose, come l'assassinio in Somalia, nel 1994, di Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin, che avevano scoperto i traffici di armi e rifiuti tossici della
cooperazione italiana con alcuni paesi africani, benedetti dai nostri
servizi segreti. Osservazioni spesso provocatorie e sempre scomode, ma
comprovate e mai smentite, che costituiscono uno strumento prezioso per
comporre un quadro del nostro tempo molto più lucido e onesto di quello
offerto dalla cosiddetta informazione globalizzata. Un quadro che Minà
completa, nell'Introduzione, con il racconto ironico della sua esclusione
dalla Rai, che per fortuna non l'ha ridotto al silenzio.


<http://www.giannimina.it/negozietto/shop.php?Model=shop&Action=prod&id=120&shop_id=3>http://www.giannimina.it/negozietto/shop.php?Model=shop&Action=prod&id=120&shop_id=3

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<http://www.giannimina-latinoamerica.it/visualizzaEditoriale.php?ideditoriale=54>


I LIMITI DI LIMES (E LE SUE OMISSIONI)

DA LATINOAMERICA N° 97/2006

<http://wpop18.libero.it/cgi-bin/vlink.cgi?Id=zaRSgeDS16DBt6DmV5heb0uZho%2BoUaDxpdgxZ/3siPhnAkLP1Zk2vmQRTf95trve&Link=http%3A//www.giannimina%2Dlatinoamerica.it>Origine
articolo:



Il collega della rivista di geopolitica Limes che sta preparando una serie
di articoli su Cuba, mi scrive per chiedermi un'intervista che
ricostruisca, «in maniera il più possibile esauriente, il panorama del
filocastrismo in Italia». Non so con quale spirito il collega fa questa
richiesta, ma certo rivela un'attitudine poco rassicurante per la qualità
dell'informazione della ricerca che vuol fare.
Sono reduce dal Festival di Berlino, dove i miei documentari storici su
Fidel Castro, Che Guevara e il Subcomandante Marcos, hanno avuto l'onore di
una rassegna speciale. Due nel programma ufficiale, Un giorno con Fidel e
Fidel racconta il Che, e quattro nel mercato della Berlinale (Cuba
trent'anni dopo, Il papa e Fidel, Il Che quarant'anni dopo, Marcos: aqui
estamos).
Non solo: questo impegno ha suggerito a Dieter Kosselic, direttore del
Festival, di assegnarmi un premio alla carriera, per il rigore di queste
opere, un premio che mi è stato consegnato, in una serata ufficiale al
vecchio Palazzo del cinema, dal regista brasiliano Walter Salles, vincitore
cinque anni fa a Berlino col film Central do Brasil e con il quale ho
collaborato per produrre, unitamente a Robert Redford, il film I diari
della motocicletta, ispirato al viaggio giovanile di Che Guevara attraverso
l'America Latina.
Ho il sospetto, però, che, al contrario di quanto è accaduto nella laica e
progressista Berlino, nel mio paese, l'Italia (dove da tempo mi è negata la
possibilità di fare il mio mestiere), il mio impegno per raccontare
correttamente quello che è accaduto e accade a Cuba e in America Latina,
invece di essere considerato un merito, o, come in Germania, un tentativo
di controinformazione al pensiero unico, sia liquidato come una militanza
ideologica, "filocastrista", perfino da una parte di quel mondo che si
dichiara di sinistra.
Secondo Limes, evidentemente, la realtà cubana non ha nemmeno il diritto di
essere letta in modo diverso da quello dei pentiti della sinistra o dei
cosiddetti riformisti.
Chi fa questo esercizio è "filocastrista", un giudizio gratuito, oltretutto
incurante di quanto la storia recente abbia smentito tutte le previsioni e
le analisi che da anni venivano fatte sull'isola della Rivoluzione, proprio
da questi maitre a penser. A quasi cinquant'anni dall'inizio dell'embargo
nordamericano, e diciotto anni dopo la fine ingloriosa del comunismo
sovietico, Cuba, infatti, è ancora lì, con le sue conquiste e i suoi
errori, ma anche con una capacità di resistenza alle violenze, economiche e
terroristiche degli Stati Uniti, la cosiddetta bandiera della democrazia
occidentale, da averla fatta assurgere a simbolo per la maggioranza delle
nazioni latinoamericane, che stanno tentando di cambiare il proprio
destino, fino ad ora senza speranze. Eppure, Limes è già caduta su questo
equivoco, poco più di un anno fa, pubblicando un numero sulla rivoluzione
cubana che nemmeno il Miami Herald avrebbe editato come supplemento, tanto
era fazioso, grottesco nel raccontare un'isola che non c'è e nell'ignorare
quella che invece esiste e che quest'anno, sei mesi dopo il ritiro di Fidel
Castro dal governo per un'infermità, segnala, a chi è appassionato di
macroeconomia, un pil all'11%.
Evidentemente per Limes su Cuba bisogna avere solo una lettura negativa
perché se qualcuno segnala datiche smentiscono questo pregiudizio, è
filocastrista.
Non cadremo nella tentazione di dire che chi pensa come Limes è
filobushista, ci limiteremo a enumerare tutte le realtà inconfutabili
sfuggite a questa presuntuosa rivista, e anche a denunciare tutte le
infamie costruite contro Cuba, che Limes ha eluso, ignorato o nascosto.
Non ho mai visto, su Limes, una campagna contro il terrorismo di stato
messo in piedi dagli Stati Uniti verso l'isola, e che nel corso del tempo,
come i lettori di Latinoamerica sanno, ha causato più di 3.500 morti e
10.000 feriti, per gli attentati organizzati dai gruppi violenti
anticastristi che agiscono impunemente dalla Florida, e hanno inferto ai
cubani un 11 settembre diluito nel tempo.
Non ho mai visto, su Limes, un cenno sul libro Il terrorismo degli Stati
Uniti contro Cuba, dove molti intellettuali, alcuni indiscutibili, come
Noam Chomsky e Ignacio Ramonet, hanno documentato le imprese dinamitarde
degli scherani di chi dice di combattere il terrorismo, come il governo di
Washington poi lo favorisce.
Non ho mai visto, su Limes, un reportage adeguato sull'inquietante caso di
Luis Posada Carriles, il terrorista di fiducia, insieme a Orlando Bosh,
della famiglia Bush, detenuto in un centro di permanenza temporanea, per
reati relativi alla sua entrata illegale negli Stati Uniti. E questo
malgrado il suo feroce passato e presente di terrorista. Bush padre, venti
anni fa, con un indulto, tirò fuori dai guai Orlando Bosh. Bush figlio, non
ordinando al ministro di Giustizia Alberto Gonzales, di trasmettere al
giudice di El Paso (Texas), che ha in custodia Posada Carriles, lo scabroso
dossier che riguarda le sue imprese assassine, fa in modo che questo Bin
Laden latinoamericano, debba essere fra poco rilasciato dal giudice Norbert
J. Garney, essendo per ora accusato solo di entrata illegale negli Stati
Uniti.
Non ho mai visto, su Limes, nessun servizio sui vecchiacci assassini,
Santiago Alvarez e Osvaldo Mitat, compari di Bosh e Posada Carriles, legati
alla famigerata Fondazione Cubano-Americana, che ultimamente, fermati per
possesso illegale di armi ed esplosivi, hanno deposto in un tribunale di
Forti Lauderdale, tirandosi a vicenda gli stracci, rivelando complicità
scabrose con organismi di stato del paese, e resuscitando le responsabilità
di Jorge Mas Canosa, leader deceduto della FNCA (voluta da Ronald Regan e
Bush padre), sovvenzionò un pezzo di campagna elettorale perfino di
Clinton, e dell'ex premier spagnolo Aznar, fotografato con lui e con altri
attivisti dell'associazione stessa.
Non ho mai visto una campagna di Limes per il processo farsa tenuto a Miami
contro i cinque agenti dell'intelligence cubana, infiltrati in Florida
negli anni '90, per scoprire le centrali terroristiche da cui partivano gli
attentati verso Cuba.
Limes ha ignorato quella brutta pagina della giustizia Usa, che quel
processo a Miami non lo avrebbe mai potuto celebrare per legittima
suspicione, come ha sottolineato, nell'estate del 2005, la Corte di Appello
di Atlanta, che annullava le ingiuste condanne, poi congelate per indebita
influenza del ministro della Giustizia Alberto Gonzales.
Diversamente da Limes, si sono comportati, per esempio, Noam Chomsky,
Ramsey Clark (ex Ministro della Giustizia Usa), il vescovo protestante di
Detroit Thomas Gumbleton, il Premio Nobel per la Pace   Rigoberta Menchú, e
molti altri intellettuali del mondo, che il 3 marzo 2004 hanno comprato a
proprie spese una pagina del New York Times, pagandola sessantamila
dollari, per far conoscere questa odissea dei cinque cubani ai cittadini
degli Stati Uniti, che, come i lettori di Limes, non venivano informati dai
media nordamericani su questa storia emblematica.
Non ho mai visto Limes valorizzare la notizia che dieci giornalisti -della
Florida e non- erano pagati da agenzie del Dipartimento di Stato americano
per produrre informazioni false riguardo e contro Cuba. Fra questi anche
Carlos Alberto Montaner, editorialista del quotidiano di destra spagnolo
ABC e collaboratore dello stesso Miami Herald, tante volte indicato perfino
da La Repubblica, come il possibile premier di una Cuba liberata dalla
Revolución e liberale. Adesso sappiamo con quale palese indipendenza di
pensiero Montaner, che nel 1960 fu arrestato a l'Avana per terrorismo
insieme al presunto poeta Armando Valladares, immagina il futuro della sua
patria. Ma a Limes è sfuggito.
Non sappiamo se render note queste notizie insmentibili sia filocastrismo.
Sappiamo, però, che tacerle è imbarazzante per chi parla di democrazia in
occidente, anche quando è violata sistematicamente, come succede
dall'inizio della cosiddetta guerra preventiva. Perché a Limes, mi pare,
non si sono nemmeno accorti che da quando, negli Stati Uniti, l'estate
scorsa, Bush junior ha ottenuto l'abolizione del diritto per gli arrestati
di invocare 1'Habeas Corpus, continuare a parlare di libertà e democrazia
nel nostro mondo, è puramente pleonastico. Non a caso il grande scrittore
Gore Vidal, in occasione della presentazione del suo nuovo libro Navigando
a vista [Fazi editore] ha dichiarato recentemente a Maurizio Veglio
nell'inserto FuoriLuogo del manifesto: "Sotto gli occhi abbiamo il ritratto
di una nazione che sta progressivamente annientando le libertà civili".
Il riconoscimento di queste violazioni degli Stati Uniti non
giustificherebbe comunque le illiberalità della rivoluzione cubana, ma
almeno la porrebbe, per quanto riguarda la correttezza dell'informazione,
sullo stesso piano delle altre nazioni.
Perché a Limes non hanno sentito il bisogno, con la stessa intransigenza
riservata a Cuba per i 600 "prigionieri di coscienza", di dare enfasi, per
esempio, al grido di tanti organismi umanitari, primo fra tutti Amnesty
International, che denunciano ormai giornalisticamente e con angoscia
crescente, i1 moltiplicarsi di sequestri e di torture perpetrate da
ufficiali, soldati e funzionari nordamericani ai danni di "terroristi"
contro i quali normalmente non si hanno prove sufficienti di
responsabilità? E nemmeno si sono allarmati per la costruzione, nel gulag
di Guantanamo, di nuove celle carcerarie definite "bare".
Sono pratiche sconosciute a Cuba, che ha commesso tanti errori, ma queste
perversioni se le è evitate.
In nome di quale etica e umanità il mondo viene giudicato da Limes con
tanta ingiustizia e disequilibrio, a seconda dei soggetti di cui si parla?
Perché Limes non si è mai occupata dei 3000 cittadini di radice musulmana,
desaparecidos nelle galere dei tanti servizi d'intelligence nordamericani
per le leggi antiterrorismo volute da Bush dopo l'11 settembre? La
prestigiosa rivista di geopolitica The Nation ha denunciato il problema fin
dal 2003, con alcuni saggi del professor David Cole, docente
dell'Università di Georgetown.
Mi rendo conto, mentre scrivo, che la stessa elusione di Limes è praticata
dalla maggior parte dei media del nostro paese. È una prassi, una malattia,
un modo di essere, un servilismo che non tiene in nessun conto la verità,
ma solo quello che conviene o che vogliono gli Stati Uniti.
Cuba è uno degli argomenti dove si esprime il massimo di questo servilismo
nell'informazione, Perché Limes e il resto dei media occidentali sempre
"allineati" non riflettono su altre affermazioni di Gore Vidal a Maurizio
Veglio: «La repubblica è persa. [...] Sono anni che vado scrivendo che la
più seria minaccia alla libertà degli Stati Uniti non è Osama, né Saddam,
ma questo branco di petrolieri arroganti che ignorano il diritto e
santificano la pena di morte.[...]. I miei concittadini sono tenuti
nell'ignoranza da media corrotti e illiberali. La propaganda è ormai parte
del nostro codice genetico».
Per avere prova di questa realtà è sufficiente riflettere su queste tre
notizie minori.
Allo Sri Lanka che, disperato dopo lo tsunami del 2005, chiedeva come
organizzarsi per affrontare un eventuale prossima emergenza della stessa
drammaticità, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa delle catastrofi
naturali ha risposto di andare a studiare l'organizzazione della protezione
civile di Cuba, dove, quando passa un uragano, al massimo muore una persona
e non migliaia come in Centro America.
Alla fine dell'anno scorso il WWF, nella sua drammatica denuncia sullo
stato di emergenza del pianeta per le violenze perpetrate giornalmente
all'ecosistema dal dissennato egoismo delle nazioni ricche, segnalava che
uno dei pochi paesi che aveva varato un piano efficace per la difesa
dell'ambiente era Cuba.
Sempre nel 2006, come abbiamo già raccontato nel numero scorso, 2314
profesionales de la Salud e 1593 giovani medici di 26 paesi, compresi un
centinaio di ragazzi provenienti dai ghetti di grandi città degli Stati
Uniti, si sono laureati all'istituto di Scienze basiche e cliniche Victoria
de Girén de l'Avana. È un progetto che va avanti da anni e che vede Cuba
all'avanguardia del settore con 71mila medici, di cui 30mila all'estero,
dal Venezuela all'Angola al Pakistan o a Giava. Molti più di quanti ne può
mettere a disposizione l'Organizzazione Mondiale della Sanità.
Sono tre notizie forse senza appeal per la superficialità del giornalismo
moderno, ma che offrono chiavi diverse di lettura su Cuba e sulla sua
discussa realtà, perché si riferiscono ai diritti umani di un popolo, non
rispettati invece altrove, a cominciare dal vicino del Nord, come ha
dimostrato, per esempio, la catastrofica gestione della tragedia di New
Orleans.
Avranno mai rilevanza questi dati nei reportage di Limes, preoccupata di
quanti "filocastristi" ci sono in Italia? E avranno mai rilevanza nella
coscienza del vicedirettore del Corriere della Sera Pierluigi Battista, un
ex comunista, che cerca maldestramente di paragonare Castro a Kim Il Sung o
addirittura a Pinochet? Un ex comunista che non si spiega perché la
rivoluzione cubana riesca ancora ad affascinare tanti intellettuali in
tutto il mondo, a riunire all'Avana per il seminario "En defensa de la
humanidad" personalità come Gabriel García Marquez, Miguel Bonasso, Gerard
Depardieu, Ignacio Ramonet o il drammaturgo spagnolo Alfonso Sastre e a
rappresentare, così, un simbolo di resistenza e di alternativa in
un'America Latina dove spira un vento di serio progresso, assolutamente
inatteso da chi il mondo lo vede come gli conviene, non com'è.
Questo mondo diverso, sorprendente per chi era convinto che l'economia
neoliberale, il punto di vista degli Stati Uniti avesse ormai omologato
tutto, crea disagio in tutti i colleghi, come Omero Ciai di Repubblica,
anche lui un ex comunista, pronto ad accettare che gli Stati Uniti possano
estendere in ogni modo, anche il più scorretto (magari comprandosi o
ricattando i governi) le loro aree di influenza, ma non che possa farlo
magari Chávez, che, viaggiando molto, ha ricompattato in poco tempo le
nazioni produttrici di petrolio, tanto che ora il Segretario generale
dell'Opec è un venezuelano. Questa capacità di aggregare intorno a un
interesse comune nazioni di radici e cultura diverse, è stata conveniente
per i paesi produttori del greggio, che hanno visto salire il prezzo
dell'oro nero, ma magari non per noi. Ma non è questa la natura stessa del
tanto decantato mercato?
Sempre viaggiando molto, attività che turba Ciai, il presidente venezuelano
ha contribuito a riunire in uno spirito "bolivariano" buona parte dei paesi
latinoamericani, ora proiettati verso l'obiettivo del rafforzamento del
MERCOSUR, e lo ha fatto aiutando nazioni come Bolivia, Ecuador o la stessa
Argentina, depredate per decenni dalle multinazionali nordamericane ed
europee. Che male c'è nel fare questo? È forse questo il famigerato
"populismo" che si imputa a Chávez? E' il peccato di spendere i dollari del
petrolio per operazioni umanitarie in Niger, Burkina Faso, Mauritania e
Mali, invece di reinvestirli nello stesso settore, come pretenderebbero i
tecnocrati dell'economia? Se è così, benvenuto populismo, che spinge il
presidente venezuelano a vendere combustibile a prezzo scontato per
riscaldare i quartieri poveri di Boston e del Bronx, smascherando le
contraddizioni del capitalismo.

di Gianni Minà

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