[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

L'ipocrisia della ex sinistra italiana su Cuba e Venezuela



L'IPOCRISIA DELLA EX SINISTRA ITALIANA SU CUBA E VENEZUELA

DI GIANNI MINA'
(26 luglio 2007)


Con un ordine del giorno proposto da Iacopo Venier, responsabile esteri del
PdCI, insieme al collega di partito Vacca, a Bugio, di Rifondazione, e
Pettinari, dei Democratici di Sinistra, il Parlamento italiano, finalmente,
ha impegnato il Governo "ad adoperarsi con sollecitudine, per la richiesta
di estradizione in Italia del terrorista militante Posada Carriles, nel
caso in cui il procedimento penale attualmente in corso presso la Procura
di Roma, portasse ad un'incriminazione nei suoi confronti, per l'attentato
terroristico del settembre 1997 all'hotel Copacabana de L'Avana, in cui
perse la vita il giovane imprenditore italiano Fabio Di Celmo".

Posada, nonostante sia stato già identificato come responsabile di numerose
azione terroristiche, sin dal 1976, non è mai stato processato per questi
reati negli Stati Uniti. E ci sono voluti dieci anni perché la melmosa
politica italiana riuscisse a partorire un atto di coraggio che adombra la
possibilità, piaccia o no al vicedirettore del Corriere della Sera
Pierluigi Battista, di provare che gli Stati Uniti, mentre dicono di
combattere il terrorismo, hanno favorito, e in alcuni casi sono stati
addirittura complici, del terrorismo stesso, praticato dai gruppi eversivi
anticastristi della Florida, benedetti e coperti dalla CIA.

E' per vicende scabrose e tutt'ora vive, come quelle del vecchio assassino
Posada Carriles, scandalosamente ancora una volta lasciato libero
recentemente dalla giustizia dell'amministrazione di George W. Bush, che
gli Stati Uniti sono stati messi in minoranza nel riformato Consiglio dei
diritti umani dell'Onu, tanto da indurli a farsi da parte, dopo che
quest'anno a nazioni come Cuba è stato evitato il rito scomposto di governi
come quello, qualche anno fa, uruguayano di Jorge Battle, o più
recentemente quello della Repubblica Ceca, comprati con i soldi del NED,
l'agenzia di propaganda della CIA, perché chiedessero, ancora una volta, la
rituale censura all'Onu contro l'isola della Revolucion.

Pierluigi Battista si è stracciato le vesti per questa inversione di
tendenza, dimenticando che sarebbe stato imbarazzante, per il Consiglio dei
diritti umani dell'Onu, accettare di censurare Cuba o la Bielorussia, su
pressione degli Stati Uniti, proprio nell'anno in cui il paese una volta
bandiera della democrazia nel mondo, non solo è stato stigmatizzato
pesantemente dal rapporto annuale di Amnesty International e da altre
prestigiose agenzie umanitarie per le ripetute violazioni perpetrate nelle
carceri di Abu Graib o nelle stie per prigionieri della base di Guantanamo,
ma ha visto varare dal proprio Senato, una legge che rende legale la
tortura, e un'altra che in pratica abolisce l'Abeas Corpus, la base di ogni
diritto umano, che pretende una qualunque spiegazione, anche fasulla, se ti
privano della libertà e ti assicura un avvocato difensore.

Queste notizie, queste considerazioni, però, non sfiorano la sensibilità
della grande informazione cosiddetta democratica del nostro paese, che le
ignora, le elude, le nasconde, le tergiversa, le minimizza. Proprio il
Corriere della Sera ha pubblicato, il 21 aprile e il 10 maggio, due notizie
su Posada Carriles, senza mai riuscire ad associare al suo nome la
qualifica di "terrorista". Una era titolata: "Usa, liberato Carriles (che è
il secondo cognome, quello della madre, come in tutti i paesi di radice
spagnola NDR), uccise un italiano", che per chi non fosse a conoscenza
delle imprese del Bin Laden latinoamericano, potrebbe far credere ai
lettori che il fatto sia avvenuto per una lite di strada o da bar.

La notizia del 10 maggio ha un titolo ancora più ambiguo: "Dissidente
cubano, cancellate le accuse", dove, oltre a porre capziosamente il dubbio
che non si tratta di un feroce terrorista ma di un eroico combattente
contro il regime di Castro, si insinua l'idea che siano state cancellate
tutte le accuse per i suoi attentati, mentre gli sono state abbonate tutte
le accuse per la sua entrata clandestina negli Stati Uniti due anni prima.
Come poteva, io penso, comportarsi una giudice di El Paso, Texas, che ha
cambiato il suo atteggiamento severo verso Posada, in una notte, quando
l'avvocato dell'imputato, Eduardo Sota, ha presentato per il suo cliente
domanda di asilo politico negli Stati Uniti, perché "Luis Posada Carriles
ha favorito gli interessi degli Stati Uniti per quaranta anni"?

Tutte queste cose Pierluigi Battista le sa, come tutti quei cronisti che
vanno a Cuba con una verità preconcetta in tasca, intervistano il solito
taxista che ha un bel paio di Ray Ban ultima moda sul naso, o uno studente
di cui si cita sempre e solo il nome di battesimo, che sogna di andare
negli Stati Uniti, come la maggior parte dei latinoamericani in cerca di un
domani, e poi, da queste fondamentali testimonianze, traggono la
conclusione che Cuba è in crisi, o affamata.

Eppure non dovrebbero dimenticare che, malgrado le loro previsioni
catastrofiche, Cuba è ancora lì dopo cinquanta anni di violenze subite e
strategie della tensione, messe in piedi da dieci presidenti degli Stati
Uniti, ed è ancora viva, diciotto anni dopo che è tramontato il comunismo
di stampo sovietico, nei paesi dell'Est europeo e perfino Fidel Castro,
dato per malato terminale, ad agosto dell'anno scorso, "da fonti bene
informate del Dipartimento di Stato", è invece sopravvissuto, anche se
sofferente per acciacchi ed età, tanto che si dedica più a scrivere che a
partecipare di nuovo, come ora vorrebbero credere in occidente, alla vita
politica di Cuba.

Dovrebbero, questi reporter, per evitare il ridicolo, incominciare a
pensare che, forse, qualcosa nelle loro analisi sui destini della
Revolucion è stato sbagliato, o indotto dall'abitudine a credere,
pedestremente fino in fondo, all'informazione manipolata messa in giro dal
Dipartimento di Stato Usa, e dalle agenzie alle quali questo organismo
governativo si appoggia, per far credere che il mondo corretto sia solo
quello che conviene alle multinazionali e alla finanza speculativa
dell'occidente, e non quello che non accetta questo pensiero unico.

Questi rigurgiti di antipatia e di irrefrenabile malumore verso Cuba, e più
recentemente verso il Venezuela, sono, d'altro canto, quasi sempre il
flutto del parto giornalistico di ex comunisti o di presunti simpatizzanti
della sinistra, che, per tante ragioni, spesso mediocri, hanno deciso, ad
un certo momento, che tutto quello che hanno cantato fino a ieri
acriticamente, deve essere oggi, sempre senza equilibrio, respinto con
intransigenza.

Anni fa sostenni, su l'Unita, in polemica con il vecchio Maspero di Le
Monde, che aveva utilizzato addirittura sei reportage per condannare e
scomunicare Cuba, che la Revolucion non era responsabile dei sogni
giovanili dello stesso Maspero, naufragati nella sua Francia e in Europa.
Successivamente, anche Omero Ciai decise che era arrivata l'ora, sempre su
l'Unità, di prevedere la fine e la catastrofe dell'esperimento cubano,
"Castro governa un paese di miserabili", titolò un suo articolo su l'Unità,
prima di passare a la Repubblica.

Per fortuna di Cuba, malgrado la tremenda esperienza del periodo especial,
quando l'isola, negli anni '90, dovette sopravvivere a due embarghi, quello
antico nordamericano, e quello nuovo dovuto al tramonto del comunismo nei
paesi dell'Est europeo, a cui la sua economia era legata, le cose sono
andate diversamente. Ma Ciai continua a scrivere sulla vita di questo
paese, lo stesso articolo da dieci anni.

Sarebbe sufficiente consultare quegli organismi internazionali, dai quali
tutti i giornalisti che hanno rispetto del mestiere, traggono notizie, dati
e cifre indiscutibili, sulla realtà dell'isola. Se lo avesse fatto anche
Angela Nocioni di Liberazione, ricorderebbe, nella sua recente requisitoria
contro la rivoluzione, non solo che a Cuba (malgrado i suoi limiti e le sue
illiberalità), c'è la più alta media di vita del continente e la più bassa
mortalità infantile di tutte e tre le americhe, compresa quella del Nord,
ma anche, come ho scritto nel penultimo numero di Latinoamerica, che allo
Sri Lanka, quando disperato dopo lo tzunami del 2005 chiedeva come
organizzarsi per affrontare un eventuale prossima emergenza, l'agenzia
delle Nazioni Unite che si occupa delle catastrofi naturali, aveva risposto
di andare a studiare l'organizzazione della Protezione Civile di Cuba,
dove, quando passa un uragano, al massimo muore una persona, e non migliaia
come in centro America, o fa una strage, come il passaggio di Katrina a New
Orleans.

Queste capacità, concorderà la Nocioni, hanno a che fare con il rispetto
dei diritti umani delle popolazioni. Se amasse, inoltre, fare questo tipo
di ricerca, la Nocioni, la quale minimizza i successi della sanità cubana,
improvvisamente scoprirebbe che, in quei paesi latinoamericani dove invece
del discutibile socialismo castrista, trionfa la logica del mercato
neoliberale, tanto caro ai comunisti pentiti, l'assistenza sanitaria
proprio non esiste, come potrebbero ricordarle i ragazzi venuti dalle
campagne di Salvador, Nicaragua, Honduras, Guatemala, e perfino di alcuni
ghetti delle città nordamericane, che si sono laureati alla Scuola di
Medicina de L'Avana, supplendo all'assenza di qualunque assistenza
sanitaria nei territori da dove arrivavano.

La stessa testimonianza, la collega avrebbe potuto ascoltare, se avesse
avuto voglia di intervistare, invece del giovane cubano senza cognome che
sogna la competizione capitalista che rende precario per sempre un ragazzo
occidentale, uno dei cinque milioni di abitanti dei ranchitos del
Venezuela, che solo con l'avvento di Chavez al governo, hanno scoperto
l'esistenza di maestri e medici nella loro vita quotidiana. O che ha avuto
un parente, fra i centomila venezuelani che avevano perso la vista per
fame, e che, nel 2006 con un ponte aereo fra Caracas e L'Avana, sono andati
a riacquistarla con una semplice operazione, nelle strutture della sanità
cubana, tanto sconosciuta dalla Nocioni stessa.

L'anno scorso, come ho già scritto, questa organizzazione sanitaria ha
laureato duemilatrecento quattordici profesionales de la salud, e
millecinquecento novantatre medici di ventisei paesi. L'isola della
Revolucion ha settantunomila medici, di cui trentamila all'estero, dal
Venezuela all'Angola, al Pakistan o a Giava. Molti più di quanti ne può
mettere a disposizione l'Organizzazione mondiale della sanità. E se
qualcuno si ferma all'estero, perché vuole mettersi in proprio, lo può fare
perché un paese non egoista, come quelli del decantato capitalismo, gli ha
regalato una professione e una dignità, invece di consumi inutili, o una
vita ignorante.

Non so perchè tutto questo non venga tenuto in conto da chi continua a dare
di Cuba l'immagine che suggeriscono le agenzie Usa addette al reclutamento
di giornalisti pronti a vendere l'anima, o a mentire sulla realtà
dell'isola per un pugno di dollari (come ha confermato lo scandalo
scoppiato quest'anno, e che ha coinvolto anche tre opinionisti del Miami
Herald). Penso che, forse, può avere a che fare con una vecchia malattia di
molti ex teorici della sinistra, e che si chiama opportunismo.

Basterebbe, infatti, una notizia come quella pubblicata il 2 giugno dal
Corriere della Sera nella pagina degli esteri, per capire quanta violenza
ingiusta abbia dovuto sopportare e sopporti, da mezzo secolo, una
strategica isola dei Carabi come Cuba, solo per essersi ribellata al modus
vivendi deciso dagli Stati Uniti per quella zona del mondo. La notizia
adombra palesi "divergenze" fra Condoleeza Rice e il governo Zapatero,
sulla politica da seguire per garantire una "transizione democratica a
Cuba". Nonostante il Ministro degli Esteri spagnolo Moratinos abbia
affermato che i colloqui hanno "normalizzato completamente" la relazione
fra Spagna e Stati Uniti, dopo tre anni di disaccordi anche sull'Iraq e il
Venezuela, il primo Segretario di Stato americano donna, infatti, ha voluto
sottolineare di nutrire "seri dubbi" sulla "strategia di dialogo"
intrapresa del governo di Madrid nei confronti di quello de L'Avana.

Perché, mi domando, la Spagna non dovrebbe dialogare con Cuba? E chi glielo
da il diritto, a Condoleeza Rice, al suo Presidente e al suo paese, di
pretendere che il governo spagnolo, forte anche di una storia antica, nel
bene e nel male, condivisa con Cuba, insista in una politica di chiusura
verso la Revolucion? Quali peccati ha commesso Cuba, diversi da quelli
della maggioranza dei paesi del mondo (anche di quelli che si ritengono
indiscutibili), perché debba essere in qualche modo punita, dal mondo che
si dichiara civile e democratico?

La Comunità Europea, nel 2003, dopo le fucilazioni a L'Avana di tre degli
undici sequestratori del Ferry Boat della baia della città, ultimo atto di
una strategia della tensione messa in atto esplicitamente dagli Stati
Uniti, e che aveva visto pianificare anche tre dirottamenti di aerei, aveva
stabilito delle sanzioni discutibili contro Cuba. Perché Cuba, anche
colpevolmente esagerando nella scelta della sua difesa, aveva reagito ad un
chiaro tentativo esterno di sopraffazione. Una reazione estrema, non
diversa da quella messa in atto dagli Stati Uniti, dopo gli attentati
dell'11 settembre.

In discussione, quindi, non c'è il diritto a farlo, ma in nome di quale
modello di società o di quale ideologia lo fai, e chi è autorizzato a farlo
e chi no. Le sanzioni che Aznar e Berlusconi, sollecitati da Bush, avevano
ottenuto a Bruxelles per punire la reazione di Cuba, non aveva tenuto conto
della prepotenza che gli Stati Uniti, anche in quell'occasione, avevano
tentato di imporre alla rivoluzione.

Ma passati tre anni, in cui Cuba è sopravvissuta ed è riuscita a
prescindere dalla politica economica europea, grazie alle nuove relazioni
col Venezuela, col Brasile e con la Cina, che diritto avremmo, ancora, di
angariare il popolo di quel paese? Condoleeza Rice non l'ha saputo dire né
a Moratinos, né al Premier Zapatero. Vorrei che qualcuno dei maitre a
panzer della nostra ipocrita società, tanto intransigenti con la
Revolucion, me lo spiegasse. Dopo cinquanta anni di presuntuose lezioni al
popolo cubano, mi piacerebbe sentire che qualcuno cominci ad accostarsi a
quel paese rispettando il suo diritto di autodeterminazione.

Pierluigi Battista si può offendere quanto vuole, ma gli applausi a Cannes
al film di Michael Moore, che mette a nudo la penosa inconsistenza e
ingiustizia della sanità negli Stati Uniti, e, in contrasto, la capacità
dell'organizzazione medica di Cuba di curare le vittime delle polveri dei
calcinacci, e di tutte le conseguenze fisiche e psichiche degli attentati
dell'11 settembre, sono una clamorosa lezione di umiltà per il presuntuoso
mondo capitalista, troppo spesso in mala fede.

Ha affermato Aviva Chomsky, docente di storia del Sud America e dei Carabi
al Salem State College, figlia del prestigioso Noam, linguista e sociologo
al Mit di Boston, "Anche sul terreno giudiziario gli Stati Uniti non hanno
nulla da insegnare ai cubani. La maggior parte dei prigionieri politici
dell'isola non stanno nelle prigioni della rivoluzione, ma in quelle della
base nordamericana di Guantanamo. Gente carcerata senza il diritto di
essere difeso da un avvocato, in un processo regolare. Il sistema legale a
Cuba, poi, sarà pure imperfetto, ma è milioni di volte migliore di quello,
per esempio, messicano o colombiano".

Già, non ho mai letto un reportage, dei giornalisti che vanno a Cuba, che
abbia affrontato la miseranda situazione dei diritti umani, in paesi come
la Colombia, dove i paramilitari, protetti dal governo, la fanno da
padroni, o come il Messico, dove, durante la presidenza di Fox, il compare
di Bush, sono stati uccisi oltre venti giornalisti, e dove la recente
repressione a Oaxaca, ha lasciato dietro di sé non solo morti, ma cittadini
torturati o spariti. Aviva Chomsky, sulla doppia morale di paesi come il
nostro, nel giudicare le illiberalità di Cuba rispetto a quelle del resto
del continente, è spietata: "La situazione dei diritti negati, nel resto
dell'America Latina rispetto a Cuba, è molto più preoccupante. Nella terra
di Fidel non ci sono squadroni della morte, torture e omicidi politici,
mentre sono state vinte le guerre contro la povertà, l'esclusione e
l'esproprio".

Pierluigi Battista se lo dimentica sempre, sostenendo che la specialità di
Cuba non è l'educazione, la cultura, la sanità, lo sport, ma le carceri. Ci
dovrà un giorno dire da quale fonte credibile attinge questi dati, dopo che
il rapporto annuale di Amnesty International dedica, per esempio, nove
pagine agli Stati Uniti e tre a Cuba. Uno studio dell'Economist sulla
tranquillità della vita nelle nazioni del mondo, basandosi sui conflitti
interni e non, criminalità, rischio terrorismo, pone la Norvegia in testa,
davanti alla Nuova Zelanda e alla Danimarca, in questa ipotetica
"classifica della pace". La Spagna è ventunesima. L'Italia è
trentatreesima, davanti alla Francia. Cuba è cinquantanovesima. Gli Stati
Uniti novantaseiesimi.

Non so quale valore dare a questi studi, certo mi costringono a domandare a
D'Alema da dove trae la sua certezza che sia stata giusta la vittoria del
liberalismo, che ha sconfitto il comunismo perché ha difeso i suoi
cittadini. La mia domanda è: quali cittadini? Quel venti per cento
dell'umanità che è fuori dalla povertà? E gli altri?


http://www.giannimina-latinoamerica.it/visualizzaEditoriale.php?ideditoriale=244