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Fw: Terres des hommes : dal nostro operatore ad Haiti




----- Original Message ----- From: "Rossella Panuzzo" <r.panuzzo at Tdhitaly.org>
Sent: Saturday, January 23, 2010 4:47 PM
Subject: Dal nostro operatore ad Haiti + alcune foto


Carissimi,
ieri il nostro Paolo Ferrara è riuscito a raggiungere Port au Prince. In questi giorni ci manderà gli aggiornamenti, che pubblicheremo sul nostro blog (www.terredeshommes.it/blog). Qui sotto trovate il primo post. Se vi interessa intervistarlo, posso darvi i suoi contatti.
Buon lavoro,
Rossella Panuzzo
Ufficio stampa Terre des Hommes,
02 28970418 - 3403104927
ufficiostampa at tdhitaly.org
www.terredeshommes.it
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Port au prince, cortile del Coconut, 23 gennaio 2010 (ore 20.00 locali)

Benissimo. Ho dormito la bellezza di 4 ore dopo una trasvolata internazionale e alle 5 di mattina suona la sveglia... Si parte veloci verso l'aeroporto. Il volo Caribair che avevamo prenotato, come volevasi dimostrare non partirà. Al check in non si è presentato nessuno! In sostituzione però viene fuori un charter della Tortug'air e ci precipitiamo come furie all'imbarco. Su un piccolo bimotore ci imbarchiamo in 28, stipando ogni angolo del velivolo. Affianco a me una collega di Handicap International, Silvie, che documenterà il lavoro fatto sul campo dall'organizzazione francese.

Alle 10.30 l'arrivo a Port au Prince. L'aeroporto è un enclave americana. Ai soldati americani spetta la gestione dei voli. A loro la distribuzione dei rifornimenti. A loro parte della gestione dei visti di ingresso. A loro, soprattutto, la messa in sicurezza dell'aeroporto.

La prima cosa che senti, a parte il caldo umido che ti avviluppa come una piovra, è il rumore. Rumore di generatori che alimentano l'area condizionata. Rumore di elicotteri militari. Rumore di aerei che atterranno e decollano. Rumore di persone che si accalcano dietro le transenne che proteggono dall'assalto questa piccola comunità internazionale che si è spostata qui praticamente da ogni parte del mondo.

La seconda cosa che si sente, appena usciti dall'aeroporto, è l'odore che ti insinua dentro, insieme alla polvere dei detriti.

Aspettiamo all'uscita per circa un'ora che ci raggiunga Andrea Joray, italo-svizzero che ha scelto, dopo alcuni anni di lavoro con Terre des Hommes, di rimanere a vivere ad Haiti. Il traffico lo ha bloccato per un tempo che la mancaza di sonno e il primo caldo tropicale mi fanno sembrare eterna.

Andrea ci ha procurato un cellurale haitiano (è con questo siamo a 5 nella speranza che almeno uno prenda) e una stanza in un albergo rimasto illeso che condivideremo in tre, sacchi a pelo alla mano, per i porssimi giorni.

Il tempo di depositare gli zaini e siamo subito in pista per tenere fede al programma di viaggio, estenuante, del primo giorno.

La prima tappa la facciamo a padre Giuseppe Durante, prete scalabriniano veneto che si è trasferito qui 20 anni fa eleggendo Haiti a terra di vocazione. Da lui incontriamo una delegazione della Protezione Civile della Lombardia, una piccola delegazione della Regione Lombardia, due volontari di una Ong italiana cattolica e, più tardi, il nostro vero obiettivo, l'infaticabile Suor Marcella.

Il centro gestito da Padre Giuseppe, pur in posizione abbastanza defilata rispetto alla tragedia, dispone già di un piccolo ambulatorio medico e, soprattutto, di spazi per lo stoccagggio di materiali. Nei prossimi giorni diventerà la sede di un nuovo ospedale da campo (che s affiancherà alle molte cliniche mobili già attive e agli almeno 4 ospedali in funzione continua, il più grande dei quali è sicuramente quello dei camilliani, di cui nessuno parla in Italia!). Ma diventerà anche il centro di un lavoro di distribuzione alimentare a cui collaboreremo anche noi di Terre des Hommes.

In attesa di incontrare Suor Marcella, ci muoviamo alla volta dell'ospedale San Damien, una clinica pediatrica americana sotto l'egida dell'organizzazione Nuestro Pequenhos Hermanos, finanziata da diverse organizzazioni cristiane, ivi compresa la milanese Fondazione Rava.Pur non essendo una clinica specializzata in chirurgia, in questi giorni ha dovuto fare di necessità virtù trasformandosi in un ospedale di medicina generale (oltre che da punto di appoggio della nostra Protezione Civile nazionale). Da quello che ci raccontano Roberto dall'amico e Thomas Pellis in questi giorni hanno operato più di 90 persone. Un numero non dissimile da quello dei nostri medici a Les Cayes e credo non dissimile da quello di altri presidi mecidi sul territorio. Il problema, come ci dicono i due chirurghi, nelle prossime settimane sarà quello della mancanza di stampelle e protesi, ma anche quello delle infezioni causate da operazioni fatte con mezzi di fortuna, dalla mancanza di garze sterili e dall scarsa pulizia.

Nel pomeriggio eccoci a Suor Marcella, una suora di Varese che, dopo un passato in Albania e Brasile, negli ultimi anni ha lavorato assiduamente con le comunità del quartiere di Waaf Jeremy, e soprattutto sul materno-infantile e sull'educazione informale ai bambini. Oggi con un gruppo di volontari e con l'aiuto della Regione Lombardia e di Padre Giuseppe si è impeganta nelle distribuzioni alimentari, mentre la struttura che ospitava le precedenti attività purtroppo è andata distrutta. Ci siamo piaciuti e ci incontreremo domani a Waaf Jeremy per fare una valutazione dei danni e cercare di capire cosa possiamo fare insieme.


Ora però dobbiamo ripartire, per andare a incontrare Suor Veronique. In questi giorni ci erano arrivate diverse informazioni che però non eravamo riusciti a verificare perché il suo cellulare era rimasto continuamente muto.

Il tragitto che ci aspetta è il più duro di questa prima giornata. Mentre scolliniamo da un quartiere all'altro di PaP ci addentriamo nei quartieri più colpiti dal terremoto. Qui, le tendoboli si succedono una all'altra, una più grande dell'altra. Le case ci si sfarinano davanti, schiacciate, collassate, sbriciolate dal terremoto. Durante un'intervista, che proprio in quel momento mi fa Radio Kiss Kiss, non posso trattenere la commozione.

E' proprio qui che si apre l'Avenue John Brown, una delle lunghe arterie che percorre la città e sulla cui direttrice si sviluppano (meglio, si sviluppavano) alcuni degli edifici più belli della città: ma è proprio qui, anche a causa dell'orografia della zona, che si concentrano alcune delle immagini più angoscianti e dove ci si para di fronte il centro di Suor Veronique.

Purtroppo la sorpresa è stata forte: sapevamo che la scuola era collassata su stessa, ma purtroppo anche l'orfanotrofio, pur intatto nelle sue strutture esterne, ha subito seri danni interni che lo rendono non più agibile. Nonostante questo il cortile anteriore del centro si è trasformato in un luogo di accoglienza dove sono stati distribuiti acqua e medicinali e dove,soprattutto, le famiglie scampate alla tragedia fuggono dalla paura di nuovi crolli e degli attacchi degli sciacalli che si avventano su ogni cosa rimasta.

Qui ci sarà da rimboccarci le maniche e dobbiamo farlo subito perché Suor Veronique e i suoi bambini (42 orfani e 500 studenti circa) hanno perso tutto e mentre vado via, attorniato dagli orfanelli sorridenti, penso al tetto della scuola schiacciato sui piccoli banchi in legno e tremo all'idea di quello che sarebbe potuto succedere se il terremoto fosse capitato di mattina, durante l'ora di lezione.

L'ultimo appuntamento della giornata è quello con i colleghi del gruppo di Emergenza Internazionale di Terre des Hommes, sfibrato da una tre giorni di visite sul campo. Iniziamo a condividere alcuni punti sui quali nel pomeriggio successivo ci incontreremo ancora per definere i prossimi passi.

Su una cosa siamo sicuramente d'accordo: è il cibo, la fame vera e propria, a detta di tutti quelli che abbiamo incontrato il problema più urgente. L'abbiamo visto con i nostri occhi ai bordi delle strade, nei volti dei bambini. Lo abbiamo visto negli assalti improvvisi ai furgoni delle distribuizioni alimentari. Lo abbiamo sentito dalla voce di Padre Giuseppe, di Suor Marcella e Suor Veronique e dei nostri colleghi di Terre des Hommes che in questi giorni hanno fatto una valutazione piuttosto dettagliata dei problemi di Port au Prince e delle città limitrofe. Sull'emergenza fame torneremo domani, ora ci tocca ripartire perché è tardi, il buio è calato rapidamente sulla città e in molti quartieri la luce è ancora una lontana chimera.

Si torna in albergo ed è il tempo delle valutazioni e della stesura di un piano d'azione che nei prossimi giorni condivideremo anche con la sede. Esausto ma non domo decido che la serata non può finire senza condividere almeno una parte di quello

che sto vivendo e mi rimetto al lavoro per aggiornare il mio diario di viaggio. Domani si ricomincia.

Buona notte a  tutti

Paolo





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