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MININOTIZIARIO AMERICA LATINA n 92



MININOTIZIARIO AMERICALATINA DAL BASSO  - n. 92 del 18 settembre 2010



A cura della Fondazione Neno Zanchetta - Gragnano (Lucca)









IL BRASILE DOPO LULA





PARTE II





La politica estera: Brasile potenza "globale"

Questo della politica estera è stato il campo in cui il Brasile ha raccolto più ampi consensi anche a sinistra, ancorché presenti aspetti da un lato positivi e dall'altro discutibili.

Il recupero della sovranità nazionale con la presa di distanza dagli Stati Uniti, oltre a rispondere a un vecchio sogno brasiliano di affermarsi come "potenza regionale", ha consentito anche ad altri paesi sudamericani di essere "protetti" dall'ingerenza statunitense, talora con successo come nel caso del Venezuela, influendo sul fallimento del colpo di stato (2002) e dello sciopero padronale a oltranza (dicembre 2002/gennaio 2003), così come nel fallimento del putsch padronale nell'oriente boliviano del 2008 o della ferma reazione all'incursione militare delle forze armate colombiane in Ecuador nel marzo 2008 e infine contro il colpo di stato in Honduras del 2009. Abilissimo il ministro degli esteri Celso Amorim a guidare la crescita delle prospettive geopolitiche del paese, che ha avuto come fasi successive l'espansione in Africa, dapprima in quella portoghese e poi nella restante, poi in Asia grazie agli accordi economici con la Cina, e ultimamente col ruolo giocato assieme alla Turchia nello spazio mediorientale. Naturalmente questo ha portato a frizioni con il governo statunitense, irritato per questa intraprendenza (la Cina ha soppiantato gli Stati Uniti nel primato degli scambi commerciali col Brasile).

Il lato più equivoco é il processo in atto di una forma di sub-imperialismo regionale, ben diverso da un indiscutibile riconoscimento di potenza regionale, che comunque ha portato a tensioni con gli stati confinanti, in particolare con Bolivia[1] per l'ingiusto prezzo del gas in essere all'arrivo di Morales alla presidenza, e con il Paraguay per l'ancor più ingiusto prezzo della quota paraguaya di energia eccedente ceduta al Brasile. L'accusa è lanciata, documentatamene, da uno studioso brasiliano, che vive in Messico ove insegna, Ruy Mauro Marini, al cui sito rinviamo per un eventuale approfondimento[2]. Naturalmente il ruolo di attore economico e politico a livello internazionale, e soprattutto la necessità di difendere le grandi risorse naturali del paese, appetite dalla potenza del Nord, ha posto il problema di una strategia militare adeguata alle nuove circostanze (vedi riquadro).





     UNA NUOVA STRATEGIA MILITARE

L'accresciuta indipendenza dagli Stati uniti e il ruolo di attore assunto nel subcontinente e fuori ha creato tensioni con l'antico alleato/padrone il quale sta ridisegnando la propria presenza militare (vecchie e nuove basi militari, riarmo della IV flotta etc). Secondo Raul Zibechi gli Stati Uniti stanno "accerchiando" il Brasile, come del resto il Venezuela, con le proprie basi in Colombia, Panama, Perù, Honduras, Paraguay e ora in Costarica. In entrambi i casi l'obbiettivo è costituito dalle grandi riserve energetiche, minerarie, biologiche in particolare dell'Amazzonia. Da qui il nuovo Documento strategico di difesa adottato dal governo brasiliano nel dicembre 2008 i cui principali punti sono:

- creazione di un complesso industrial-militare autonomo (accordi con Francia, Cina, Russia per scambi tecnologici)

- ristrutturazione delle strategie militari e aumento degli effettivi dell'esercito da 210.000 a 259.000

- potenziamento dei sistemi di difesa dell'Amazzonia ove sono stati dislocati circa 45.000 uomini e accresciuti i centri di controllo frontaliero e interno

- aumento del budget delle forze armate (+45% dal 2004 a oggi)

In particolare la strategia di guerra in foresta fa puntare sulla autonomia di brigate di 3.000 uomini ciascuna e sul combattimento sul terreno anziché con sofisticati armamenti tecnologici. Significativi gli scambi di informazioni con l'esercito vietnamita esperto di questo tipo di conflitti.

La marina da parte sua ha previsto un piano ventennale con acquisto di un sommergibile nucleare e 4 tradizionali più 30 navi scorta e aerei d'attacco e pattugliamento con aumento da 60 a 80mila effettivi mentre l'aviazione sta acquistando 36 cacciabombardieri di quinta generazione della francese Dassault e di 36 caccia Rafales, pure francesi.

E' però da segnalare la firma, il 12 aprile scorso, nella sede del Pentagono, di un accordo Brasile/Stati uniti in materia di difesa, confermando che il paese gioca abilmente su molti scacchieri le proprie ambizioni.

Vedi gli articoli di Raúl Zibechi Brasil emerge como potencia militar (http://alainet.org/active/ 33558&lang=es) Brasil en clave potenzia (http://upsidedownworld.org/main/en-espatopmenu-81/2369-brasil)








Lula, la società e i movimenti sociali

Come in molti paesi latinoamericani, i movimenti sociali brasiliani hanno dovuto affrontare il problema del rapporto da instaurare con un governo "amico". La risposta data, quella di una certa attesa non ostile, o forse anche favorevole in alcuni casi, durante il primo mandato di Lula, ha certamente indebolito i movimenti sociali, in parte cooptati e in parte o delusi o disorientati dall'abilità negoziatrice e carismatica del Presidente. In un articolo su Barómetro Internacional due militanti di sinistra, Bruno Lima Rocha e Rafael Cavalcanti, affermano, lamentando la continua contrattazione politica di "frammenti di potere" in assenza di contenuti che "il popolo brasiliano esce indebolito dall'Era Lula (.) Nelle dispute per la concezione del potere usciamo più deboli, a causa dell'assenza di strategia e di protagonismo politico al di là della rappresentanza di tipo borghese". E Dirceu Travesso, del sindacato Confuta, scissionista dalla CUT, accusa quest'ultima di perdita di autonomia rispetto al governo che ha giocato un ruolo "decisivo nella smobilitazione della classe lavoratrice" e Pedro Ekman del PSOL estende il giudizio ai movimenti sociali affermando che "il peggior lascito del lulismo è la loro smobilitazione." Sempre Travesso fa notare che non si è realizzata una politica di redistribuzione delle entrate ma solo un miglioramento salariale grazie a un contesto di crescita economica, nel quale i maggiori benefici sono andati ai settori privati dell'industria e della finanza.

I Sem Terra, dopo un inizio speranzoso, hanno dovuto prendere atto che le speranze per una riforma agraria più vigorosa erano disattese e hanno tentato, finora con successo limitato, di tessere nuovamente le fila di un coordinamento ampio dei movimenti sociali. I Sem Terra hanno inoltre dovuto compiere una difficile riconversione della loro lotta dall'obbiettivo di recupero del latifondo, sempre attuale ma non più centrale, a quello della lotta all'agricoltura industrializzata e chimicamente alimentata, il cosiddetto agrobusiness.

Da parte loro gli ambientalisti hanno avuto le loro delusioni di fronte alle crescenti devastazioni delle monocoltivazioni e della concomitante continua erosione degli spazi forestali. Così, come ricordato sopra, la ministra dell'ambiente nel primo gabinetto Lula, Marina Silva, decise prima per le dimissioni e poi per l'uscita dal partito, partecipando alla fondazione del PSOL e ora presentandosi candidata di questo partito e dei verdi alla competizione elettorale.

Il dilemma adesso è: chi votare? Certamente, osservano molti leaders fra cui J.P.Stedile dei Sem Terra, Lula ci ha delusi ma almeno non ci ha repressi. Del resto i Sem Terra, pur definendo le attese politiche, hanno sempre lasciato i propri aderenti liberi di decide come orientare il proprio voto. Lo stato d'animo degli aderenti ai movimenti è ben espresso dal testo di Frei Betto che riportiamo in allegato e che riteniamo sia un eccellente documento politico sui problemi irrisolti dal doppio mandato del "presidente operaio" col quale inizialmente aveva collaborato in posizione di responsabile del piano Fome Zero.

Da parte loro il PT e la CUT sono passati dall'opposizione al collateralismo al governo fornendo molti quadri all'apparato statale, quindi indebolendosi e burocratizzandosi. Il PT in particolare, partito di maggioranza relativa, ma largamente minoritario in assoluto (80 deputati su 513), ha visto i suoi dirigenti più quotati coinvolti in una serie di scandali, del resto abituali nella politica brasiliana, che hanno indotto molti militanti a emigrare verso altre formazioni, indebolendosi ancor più, tanto che oggi il PT è più un partito di quadri che di militanti come era nato e cresciuto. Gli ottimisti pensano che se sulle ali del prestigio di Lula, il PT uscirà sensibilmente rafforzato elettoralmente, avrà la forza per riprendere il vecchio cammino. Le scandalose alleanze elettorali concordate o rinnovate, una per tutte quella con la famiglia Sarney, il cui capo storico, José Sarney da Costa, ras terriero dello Stato del Maranhao,.già capo dello Stato al termine della dittatura militare e attuale presidente del senato, lasciano fondati dubbi.



Lungi dall'aver esaurito il quadro mi fermo qui. Una sola osservazione conclusiva. Alla fine degli anni '90, nel clima di speranza e di lotta dell'epoca, i movimenti sociali, in pieno dinamismo, avevano elaborato, col concorso di valenti intellettuali, il progetto Opçao Brasileira, condensato in un libro che mi appassionò e che formò oggetto di un grande seminario di studi. La tesi era: se c'è oggi un paese in grado di elaborare un progetto paese alternativo al progetto neoliberista, questo è il Brasile, con le sue vaste risorse naturali, il suo sviluppo industriale, la qualità e combattività dei suoi militanti e dei suoi dirigenti. L'elezione di Lula avrebbe dovuto segnare l'inizio di questo processo. Così non è stato, e proprio grazie a queste grandi risorse esistenti Lula ha potuto sviluppare con successo il suo progetto, che può piacere, come di fatto piace, sia a persone di sinistra intrise di "sviluppismo" e di "umanitarismo" sia agli ambienti economico-finanziari neoliberisti. Un programma "ibrido e contraddittorio" che mi pare assai lontano dalla giustizia sociale, dall'emancipazione popolare e da una sana politica ambientale.











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[1] Sulla ambigua relazione con la Bolivia che coinvolge lo stesso presidente Morales torneremo in un prossimo mininotiziario.

[2] http://www.marini-escritos.unam.mx/este_sitio.htm