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Crisi commerciale dominico - haitiana



Crisi commerciale dominico-haitiana

di Annalisa Melandri — in esclusiva per l’ Indro — 19 Giugno 2013
Potrebbe rappresentare il detonante di una crisi diplomatica tra i due Paesi, la decisione del governo di Haiti di bloccare il commercio di carne avicola e derivati,  provenienti  dalla confinante Repubblica Dominicana. La decisione è stata presa la settimana scorsa, sulla base di una presunta, quanto inverosimile, epidemia di influenza aviaria (H5N1)  presente in Repubblica Dominicana.
Vista da qui la situazione ha del paradossale. Non esiste infatti nessun caso  di influenza aviaria nel Paese,  come dichiarato anche dalla Organizzazione Panamericana della Salute e dalle autorità dominicane. La decisione, da parte delle autorità haitiane, presa su indicazione della ministra della Salute, Florence Guillaume Duperval - e qui sta il primo paradosso - sarebbe stata adottata sulla base di una errata interpretazione di un comunicato del Ministero del Commercio e Industria che indicava la presenza di influenza aviaria nella Repubblica Dominicana.
Ma la cosa più grave, al di la dell’improvvisazione e della superficialità con la quale è stata adottata  una misura così drastica, è sicuramente il fatto che nel comunicato del Ministero del Commercio e Industria sarebbe stata scambiata l’influenza AH1N1 o febbre suina (forse ancora sull’onda della psicosi originata in seguito alla pandemia del 2009), che in Repubblica Dominicana ha registrato qualche caso, così come in altri Paesi della regione, con l’influenza aviaria, o H5N5, che a differenza della febbre suina colpisce gli uccelli e che può trasmettersi agli uomini.
L’altro paradosso è che sebbene la ministra haitiana Duperval abbia ammesso che si sia trattato di un «errore di redazione» nel comunicato del Ministero del Commercio e Industria,  una serie di incontri bilaterali tra le autorità dei due Paesi non sono ancora riusciti a risolvere la situazione.
Il terzo paradosso è che se è vero che la misura colpisce  in maniera grave i piccoli e medi  produttori avicoli che lavorano con la frontiera, è vero anche che  la stessa popolazione haitiana si vede notevolmente colpita, non avendo Haiti certamente sviluppato una propria capacità produttiva:  il mercato binazionale che si tiene bisettimanalmente a Dajabón, proprio sulla linea di confine, è importantissimo per gli scambi di merci e prodotti e fondamentale per la stessa sopravvivenza degli haitiani.
A tredici giorni dalla decisione del governo haitiano,  nessuna soluzione si profila all’orizzonte, anzi, la situazione sembra complicarsi ogni giorno di più. Lunedì scorso i commercianti dominicani in segno di protesta hanno chiuso il  mercato  impedendo così l’ingresso ad Haiti  di ogni tipo di prodotto mentre  nella stessa giornata i rispettivi ministri degli esteri dei due Paesi si sono incontrati a  Santo Domingo. L’incontro tuttavia non ha ha dato nessun frutto e  sembrerebbe che il dominicano Carlos Morales Troncoso ne sia uscito visibilmente  irritato.
I danni infatti con il passare dei giorni diventano ingenti, l’Associazione Agroimprenditoriale Dominicana stima che la Repubblica Dominicana venda ad Haiti circa 25 milioni di uova e otto milioni di polli al mese. La superficialità con cui la stampa locale sta trattando la questione, che pure appare delicata per tanti aspetti, relegandola a pura notizia di cronaca, rende difficile un’analisi approfondita di quanto sta accadendo.
L’unica  degna di nota sembra quella del giovane economista Hecmilio Galván, direttore generale della Confederazione Nazionale dei Produttori del Settore Agricolo e Zootecnico (Confenagro) e  autore del libro ‘La isla frente al espejo’, 2012  (L’Isola allo specchio) sulle  relazioni tra i due Paesi, che nel suo articolo ‘Nuove relazioni con Haiti’  scrive che «la misura del governo haitiano sull’importazione di polli ed uova sembra avere uno sfondo  economico e politico e non sanitario e il suo obiettivo principale  potrebbe essere quello di provocare una deviazione del commercio  dalla Repubblica Dominicana verso altri paesi come il Brasile o gli Stati Uniti».
In pratica «si tratterebbe quindi di un’aggressione economica di gruppi corporativi che operano in quel Paese e che non si basa su ragioni sanitarie, né di biosicurezza,  ma sugli interessi di grandi importatori a danno delle migliaia di commercianti haitiani e  milioni di consumatori poveri di quel Paese. Mentre le importazioni dal Brasile o dagli Stati Uniti hanno bisogno di capitali, logistica e relazioni che solo posseggono le grandi imprese, il commercio con la Repubblica Dominicana è un’attività sociale di migliaia di piccoli commercianti haitiani».
Galván vede inoltre come soluzione possibile la stipula di  «regole e accordi chiari che permettano di dare una struttura a relazioni cosi importanti». Nel frattempo le associazioni di produttori dominicani stanno esplorando soluzioni alternative per far fronte all’emergenza, come la possibile vendita di prodotti al Venezuela nel quadro dell’accordo Petrocaribe in vigore con quel paese. La difficoltà sta nel fatto che dovrebbero essere le istituzioni dominicane  a finanziare i produttori nazionali e ridurre così il debito dello Stato con Petrocaribe. Ce la farà l’economia nazionale, già in difficoltà  a sostenere questo gravoso e imprevisto impegno?
C’e da aggiungere inoltre che in realtà la  proibizione del commercio avicolo dalla Repubblica Dominicana era vigente dal  fin dal 2008, anno in cui effettivamente si registrarono nella zona orientale del Paese  alcuni casi di influenza aviaria in galli da combattimento. Tuttavia come spesso accade da queste parti, ad allarme  rientrato, la misura non venne mai revocata dalle autorità haitiane e il commercio si svolgeva liberamente.  Altro aspetto infine, ma non meno importante da tenere in considerazione, vista la pericolosità che rappresenta rispetto alla questione sociale, è  la presenza in Repubblica Dominicana di migliaia di haitiani: si calcola che rappresentino circa il 10 per cento della popolazione totale,  molti  dei quali in condizione migratoria non regolare. 
La Repubblica Dominicana nel tempo si è dimostrata fin troppo generosa con i suoi vicini, in occasione di ogni disastro climatico, in occasione del terremoto del 12 gennaio del 2010 e anche in occasione della recente epidemia di colera. L’ex presidente Leonel  Fernández ha donato al popolo haitiano appena l’anno scorso una nuova e fiammante università, nonostante le carenze del sistema universitario dominicano e il 6 giugno scorso, proprio mentre le autorità haitiane  decretavano la sospensione del commercio di prodotti avicoli dal vicino paese,  il presidente  dominicano Danilo Medina firmava uno storico accordo con il suo omologo Michel Martelly con la consegna di 44 vivai destinati al  piano di riforestazione di Haiti.
Settori politici ultranazionalisti, riattizzando lo strisciante razzismo dominicano, stanno  chiedendo che vengano adottate misure migratorie più severe di quanto non lo siano già e soprattutto l’espulsione in massa di tutti i dominicani con posizione irregolare. Molti di loro,  nati in Repubblica Dominicana  da genitori irregolari, non hanno mai conosciuto il loro paese  di origine, non parlano il creolo e sanno solo che Haiti sta dall’altra parte dell’isola.
 
 
Annalisa Melandri 


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J.J. Rousseau
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