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ANTICIPAZIONI DEL NUMERO DI AGOSTO-SETTEMBRE DI MISSIONE OGGI



Israele: un'occupazione che nega il diritto
Intervista a Leah  Tsemel

a cura di Alessandra Garusi


"Recentemente ho perso una causa. Avevo cercato di impedire la distruzione
della casa di un giovane, un kamikaze palestinese che si era fatto
esplodere, uccidendo otto militari di una base presso Tel Aviv. Secondo la
legge mandataria britannica, la casa di una persona colpevole di un atto di
'terrorismo' deve essere distrutta. Quando ho chiamato la famiglia per dire
che avevamo perso, la mamma del kamikaze mi ha detto: 'Sapevo di non avere
speranze. Abbiamo gia' evacuato la casa'.
Solo di rado abbiamo il tempo di andare in tribunale in questi casi. Le
demolizioni di solito puniscono un'intera famiglia. Molto spesso vengono
condotte senza avvertimento. 'Avete cinque minuti di tempo per uscire di
casa', e' tutto ciò che viene loro concesso. I demolitori sfasciano tutto -
abiti, mobili. Chiedo spesso alle famiglie cos'e' che prendono in quei
cinque minuti ed esse rispondono: 'Per prima cosa, i certificati scolastici
dei bambini'. Il loro ottimismo e' meraviglioso". Leah Tsemel - avvocato che
da quasi trent'anni difende prigionieri politici palestinesi nelle corti
israeliane - parla come un fiume in piena. Ecco il suo resoconto sugli
ultimi sviluppi in Medio Oriente, dal piano di disimpegno unilaterale da
Gaza al sogno di una vita finalmente "normale".

Alcuni parlano dello Stato d'Israele come dell'unica democrazia in Medio
Oriente. Altri denunciano le pratiche del suo Esercito che violano i più
fondamentali fra i diritti umani. Chi ha ragione?
Le risponderò con un parallelo. L'ex primo ministro israeliano Golda Meir
disse che aveva degli incubi, poiche' i palestinesi si riproducevano troppo
velocemente: 20 anni fa, la sua dichiarazione fece scandalo. Il 29 agosto
2003, la Knesset israeliana ha varato una legge: "In caso di matrimonio tra
una israeliana e un palestinese dei Territori Occupati, lo sposo non potrà
entrare in Israele, e tutti i figli nati da tale matrimonio non saranno
registrati all'anagrafe israeliana a meno che non siano registrati entro un
anno dalla nascita". Abbiamo cercato con ogni mezzo di contrastare questa
politica, che puo' essere solo definita razzista.
Che cosa pensa del piano di disimpegno da Gaza voluto dal governo Sharon?
Penso Sharon l'abbia ideato per aggiudicarsi, alla fin fine, una grande
parte della Cisgiordania, l'area che più gli interessa. Egli ritiene che,
facendo questa concessione (di restituire la Striscia di Gaza agli originari
proprietari), azzittisce almeno per un po' le critiche dell'opinione
pubblica nei confronti del suo governo. E il primo ministro non ci ha
nemmeno detto come intende mantenere il contatto fra Gaza e la
Cisgiordania... Ma anche se l'origine del piano e' negativa, sionista, io
resto per ogni disimpegno dai Territori Occupati; quindi sarei molto
contenta se questo ritiro divenisse realtà. L'altra parte del disimpegno e'
più tragico: ci mostra quanto a destra e' andata l'opinione pubblica
israeliana. I coloni sono diventati, in pratica, i padroni di questo Paese:
essi decidono qual e' l'agenda, che cosa si deve o non si deve fare. Sono
stati nutriti e pompati talmente tanto e talmente a lungo dall'establishment
israeliano, che ora hanno molti soldi, molto potere, e sono attivissimi
contro il disimpegno in un modo - devo dire - estremamente efficace. Non
hanno bisogno di lavorare e possono per così dire "sprecare" il loro tempo
in dimostrazioni che coinvolgono tutti: bambini, soldati, ecc.
Qualche tempo fa Lei denunciò l'utilizzo della tortura nelle carceri
israeliane. E' cambiato qualcosa dopo Abu Ghraib?
No. Questo non e' stato un punto di svolta per le carceri israeliane. Dopo
che l'Esercito israeliano aveva rioccupato alcune citta' della Cisgiordania,
nell'ambito dell'operazione "Muro difensivo" dell'aprile 2002, assieme ad
Hamoked - un'organizzazione israeliana di difesa dei diritti dell'uomo - ho
scoperto l'esistenza di una prigione segreta: l'Edificio 1391. Un giornale
ebraico l'ha definita la "Guantanamo d'Israele", a causa dell'uso
sistematico della tortura. Poco dopo la nostra denuncia, è scoppiato il caso
di Abu Ghraib in Iraq. Sono convinta che se non avessimo fatto questa
scoperta un anno e mezzo fa, Israele avrebbe reso agli Stati Uniti il
"servizio" di interrogare prigionieri iracheni in carceri israeliane. Non ho
prove da esibire, ma tutto sembra quadrare perfettamente.
Come descriverebbe la situazione nelle carceri israeliane oggi?
La situazione resta disastrosa. Fra i detenuti non ho proprio percepito
alcun senso di speranza. Sono ancora moltissimi quelli che vengono arrestati
e incarcerati senza che sia stato reso noto un capo d'accusa. Restano a
marcire, in attesa di un processo, per parecchio tempo. Quando questo
arriva, la punizione in genere e' pesantissima: decine e decine di anni di
carcere. Gli israeliani non fanno alcuna distinzione fra i militanti che
scelgono obiettivi civili e quelli che scelgono solo obiettivi militari. La
logica direbbe che chi sceglie obiettivi militari, dovrebbe andare incontro
a condanne più leggere (perché i soldati sono armati, e questa potrebbe
essere una guerra legittima contro l'occupazione). Ma non è affatto così. A
volte i tribunali condannano ancor più duramente questi ultimi.
Ha mai incontrato Marwan Barghouti?
Sì. Varie volte.
In Europa viene spesso descritto come "il nuovo Nelson Mandela". E' d'
accordo?
E' possibile. Gode di una grandissima popolarita'. E' un uomo molto
semplice, alla mano. Non lo sappiamo ancora, ma è possibile che diventi il
Nelson Mandela del futuro.
Come farebbe, se fosse Lei il primo ministro d'Israele?
Dire questo: innanzitutto via da tutti i Territori Occupati, compresa
Gerusalemme Est, il Golan. E poi negoziazioni per un futuro migliore, per un
Paese comune dove israeliani e palestinesi possano vivere alla pari.
Qual è stata la più grande soddisfazione nella sua vita personale?
I figli.
E nel lavoro?
La più grande soddisfazione e' stata quando abbiamo vinto la causa contro le
torture. E cioe' quando l'Alta Corte di Giustizia d'Israele dichiaro'
ufficialmente - e poi mise per iscritto - che "le torture sono illegali" e
che i servizi segreti in quegli anni avevano dunque agito fuori dalla legge.
Era il 1999. Non sono stata per niente felice nel constatare che, con un
colpo di spugna, era possibile tornare indietro. Oggi, purtroppo, la pratica
delle torture e' tornata in auge nel mio Paese.
Come e' stato possibile?
Lo e' stato, perché adesso c'è l'ottima scusa della "sicurezza". I
palestinesi si fanno esplodere; noi israeliani dobbiamo utilizzare misure
più forti.
Lei ha auspicato l'uso delle sanzioni economiche da parte dell'Europa contro
lo Stato d'Israele affinche' si ritorni a una trattativa di pace. E' davvero
convinta che sarebbero efficaci?
Si' che lo sarebbero. E moltissimo. Ma la domanda e' semmai questa: osera' l
'Europa, vincendo i propri sensi di colpa e i propri fantasmi della Seconda
Guerra mondiale, a boicottare Israele?
Ha un sogno?
Sogno un posto dove non ci siano spargimenti di sangue, dove la gente possa
circolare liberamente senza la paura di essere colpita da un soldato
israeliano o da un kamikaze palestinese. Penso che questo sia possibile
soltanto se vige l'uguaglianza.
Da dove deriva la sua speranza?
La speranza arriva, ad esempio, da quegli eroici genitori palestinesi che,
nonostante l'occupazione, crescono i loro figli parlando delle differenze
che esistono tra un israeliano e l'altro, che non vedono tutti noi come dei
demoni, che insegnano ai loro bambini a giudicare la gente secondo ciò che
fa e non secondo ciò che e' o il luogo da cui proviene.  Vorrei dire a
questi genitori palestinesi di essere pazienti e ottimisti. Di preparare la
prossima generazione, perché nel futuro vi e' una promessa.

a cura di ALESSANDRA GARUSI



Una nuova ideologia
Sul piano ideologico, la vecchia visione del mondo sionista non religiosa,
"ebrea e democratica" con i suoi connotati liberali e' in piena ritirata,
mentre sta prendendo piede un discorso e una ideologia che sta ridisegnando
l'intera cultura israeliana. La nuova ideologia combina quattro elementi
principali: un militarismo nazionalista più o meno associato con il
fondamentalismo religioso; razzismo conclamato; uno spirito duro a morire
impregnato di messianismo; e la volontà di mettere in discussione ogni norma
democratica. Messi assieme, questi elementi contribuiscono a dare forma a
una paranoia generalizzata, che conduce gli israeliani e vedere il mondo
come una minaccia all'esistenza e alla sopravvivenza di Israele, in Medio
Oriente o altrove.
L'effetto primario e senza dubbio piu' perverso di questa nuova ideologia e'
l'accettazione dello stato d'assedio interno e la normalizzazione della
morte. Gli israeliani sembrano accettare il dispiego dell'esercito e della
polizia su vasta scala e le migliaia di guardie di sicurezza all'entrata di
tutte le strutture pubbliche - ristoranti e supermercati, scuole e grandi
magazzini - senz'ombra di riserva, come se fosse una maniera del tutto
normale di vivere per gli individui e la nazione. A volte le persone
sembrano accettare questo stato di cose con piacere, come se la società
trovasse più comodo vivere in questa realtà che in una normalità basata su
ciò che la destra chiama "il rischio della pace".
Ancora peggio, l'alto prezzo pagato in termini di vittime civili e militari
e' visto come qualcosa di inevitabile. La società sembra essersi abituata a
velocità sorprendente, tollerando un governo che si e' mostrato incapace di
assicurare la sicurezza dei cittadini. Nurit Peled, che ha perso la figlia
in un attentato a Gerusalemme, ha preso a prestito da Dylan Thomas la frase
"regno della morte" per denunciare questo adattarsi perverso alla morte di
innocenti.

MICHEL WARSCHAWSKI