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Mario Vargas Llosa, il corpo di Ernesto Guevara e la religione civile



Mario Vargas Llosa, il corpo di Ernesto Guevara e la religione civile

Mario Vargas Llosa, sulle pagine di El País, ripreso dalla Stampa di Torino e da qualche decina di altri quotidiani in giro per il mondo, recensisce il libro "Operazione Che, storia d'una menzogna di Stato", di Maite Rico e Bertrand de la Grange, che sostiene la tesi che il corpo di Ernesto Guevara non sia mai stato trovato e che le spoglie sepolte nel 1997 a Santa Clara siano solo una messinscena voluta da Fidel Castro.
di Gennaro Carotenuto

L'articolo è costruito per demolire l'immagine di Ernesto Guevara, il sanguinario, irridere gli ingenui che in questi anni hanno visitato il mausoleo di Santa Clara, ed attaccare il burattinaio Fidel. Ma neanche Vargas Llosa dà più di tanto valore alle tesi sostenute nel libro. Anzi, nel momento di massimo entusiasmo, si spinge solo a dire: "E' possibile che l'ipotesi [degli autori] sia vera". Lui stesso ricorda come sia in congressi di specialisti, sia da parte dei medici legali argentini -che Vargas Llosa stesso definisce "di tutto rispetto"- non furono mai sollevati dubbi sulla perizia autoptica sui resti del Che, oggi conservati nel mausoleo di Santa Clara. Ma se il merito è probabilmente irrilevante, l’articolo si presta ad altre riflessioni.

Vargas Llosa mostra una radicale sottovalutazione rispetto ad alcuni passaggi fondamentali della costruzione dell'identità nazionale contemporanea: Il monumento, il culto del milite ignoto, la nazione come luogo degli eroi nel quale riconoscersi, il culto del corpo dell'Eroe, da Giuseppe Garibaldi a José Artigas, da Napoleone Bonaparte alla gamba del Generale Santa Ana fino a quello del Che, accostato anche iconograficamente al Cristo morto. Il culto dell’Eroe è parte di quella religione civile, che non è né di destra né di sinistra, ma della quale fanno da testimone tutte le nostre città, e che è un passaggio fondamentale della creazione del senso di cittadinanza delle società contemporanee e che solo in parte degenerarono nella “religione politica” novecentesca, che diede luogo al nazionalismo estremo ed al nazismo e fascismo.

Per Vargas Llosa tale “religione civile”, della quale George Mosse parla già nel 1963, è stata inventata per biechi fini di propaganda da Fidel Castro solo nel 1997 e non è un portato che dalla Rivoluzione francese ha accompagnato processi di inclusione sociale e di cittadinanza e la costruzione di immaginari collettivi nazionali.
Mario Vargas Llosa, che in un lontano passato fu peruviano, sicuramente conosce la centralità della guerra del Pacifico nella formazione delle identità nazionali di peruviani, boliviani e cileni. Non deve sfuggirgli ad esempio la figura di Arturo Prat (nel disegno), l’ufficiale di marina cileno che muore nell’arrembaggio senza speranza alla nave peruviana Huascar, per trasformarsi nell’icona eterna dell’Eroe cileno, celebrato con strade, piazze, monumenti e perfino nel biglietto da 10.000 pesos. Ogni stato che si faceva nazione ebbe necessità di simboli quasi come ebbe bisogno di inclusione sociale. Il Che, il Garibaldi del Novecento, il guerrigliero eroico, che neanche Vargas Llosa si azzarda a smontare del tutto, ha un potenziale che pochi eroi nella storia hanno avuto, cubano e argentino, latinoamericano e universale. Fidel Castro, con il recupero della salma e la costruzione del mausoleo, ha semplicemente governato, non manovrato o inventato, un processo di mitizzazione già in corso. Ebbene, per Vargas Llosa, quell’uso pubblico della Storia, che è rispettosa celebrazione dalla Francia del Pantheon agli Stati Uniti del Lincoln Memorial, diviene propaganda e messinscena e non dev’essere concesso a Cuba e all’America Latina.

Molte delle icone della storia si basano su aggiustamenti dell’immagine dell’Eroe. Questo resta al di sopra delle controversie storiografiche o politiche sul suo operato o sulle circostanze della costruzione del mito o dei monumenti che ne simboleggiano e perpetuano la figura. Del resto, da Iwo Jima alla bandiera rossa sul Reichstag, molte immagini chiave del Novecento sono false e allo stesso tempo fonti reali di storiografia e di immaginario collettivo.

A Vargas Llosa preferisce la meccanica al valore in sé. Le sue valutazioni, così pervicaci nell’aggrapparsi all’ipotesi che il mausoleo di Santa Clara sia frutto di una messinscena di Fidel, non tengono in alcun conto il valore simbolico dello stesso. Per Vargas Llosa conta solo demolire i processi identitari innescati dalla figura di Ernesto Guevara. Nella Cuba postrivoluzionaria sognata da Vargas Llosa non c’è spazio né per il Che, né per José Martí. Anzi, per controllare Cuba, sarà indispensabile azzerare ogni processo identitario di quella nazione sorto –da ben prima del Che e di Fidel- per elisioni e antagonismo rispetto al rapporto con gli Stati Uniti.

Ma il Che parla a tutti, e il Cristo morto di Valle Grande è cristiano, laico ed universale. Ieri come domani accusa i pretoriani che lo crocifissero, dei quali Vargas Llosa è uno dei propagandisti in servizio permanente effettivo. Insiste nel definire il Che un “marchio capitalista”. Ha in parte ragione ma tergiversa su quello che è il suo vero timore: che il mito di Ernesto Guevara sopravviva a Fidel e si sedimenti non tanto e non solo come “marchio socialista” ma anche come “marchio identitario latinoamericano e latinoamericanista”. Quel mausoleo parla al presente e semina futuro per generazioni di giovani latinoamericani che continuano ad avere nel Che un riferimento politico ed ideale che veicola valori universali come l’impegno, la generosità, la solidarietà, la giustizia sociale. Sono quei valori che, per il “totalitarismo dell’individualismo”, la “religione politica” di Mario Vargas Llosa, vanno crocifissi, ieri a Valle Grande, oggi a Santa Clara.

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