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Con Evo Morales: "il movimento indigeno è la riserva morale dell'umanità"



Con Evo Morales: “il movimento indigeno è la riserva morale dell’umanità”
 
Il primo governo indigeno nella storia della Bolivia, ha vissuto pericolosamente il suo primo anno e mezzo di vita. Tra difficoltà ed errori, soprattutto sul fronte di un’Assemblea Costituente oramai in fase di stallo, e successi come quello della nazionalizzazione del gas, incontriamo Evo Morales, primo presidente indigeno del paese.

Gennaro Carotenuto intervista Evo Morales

Evo, come tutti lo chiamano, non è stato cambiato per nulla dal potere e continua ad essere lontano dallo stereotipo del capo di stato. Nonostante il decoroso giubbino che sostituisce la tenuta presidenziale all’occidentale dei suoi predecessori, continua ad essere il sindacalista che per una vita ha difeso quegli indigeni che da 5.000 anni in Bolivia coltivano la pianta di coca, la base identitaria della cultura andina. La sua cultura continua ad essere altra, antitetica a quella Occidentale. Ascolta attentamente, parla piano, senza iattanza, con modestia. Il suo parlare è semplice, diretto, privo di retorica o artifici. Tanto la cultura aymara, alla quale appartiene, come la tradizione sindacale, fanno del dialogo, della trattativa, delle decisioni condivise che maturano lentamente, la base di ogni processo democratico.

Lo incontriamo a Cochabamba, dove ha inaugurato il “V Incontro mondiale di intellettuali e artisti in difesa dell’umanità”, nel quale si è discusso per due giorni di media e diritto all’informazione. E’ un tema chiave anche in Bolivia dove, secondo uno studio dell’Università Cattolica, Evo Morales ha il 66% di appoggio popolare ma ha l’80% dei media contro. Morales mi corregge: “E’ il 66% nelle città, dove la gente ha il telefono e risponde ai sondaggi. Ma nelle campagne abbiamo l’80%. E’ importante discutere di democratizzazione dei media perché spesso, per mancanza di informazione, non si hanno i mezzi per cercare giustizia ed equilibrio nella società. Sono preoccupato dalla concentrazione mediatica, ma allo stesso tempo sono contento, perché nel mondo stanno crescendo fonti di comunicazione alternativa che si interessano alle necessità dell’essere umano”.

Per marcare la differenza, come primo atto del suo governo, Evo dimezzò il suo stipendio, portandolo a 1.500 € al mese. Altrettanto fece con ministri e parlamentari. Qualcuno lo considererà demagogico, ma il ragionamento è opposto a quello occidentale: solo chi accetta di entrare in politica rinunciando ad un’ascensione di carriera, lo farà per spirito di servizio. Poi stabilì che se i boliviani avevano bisogno del visto per entrare negli Stati Uniti allora anche gli statunitensi avevano bisogno del visto per entrare in Bolivia. Qualcuno sorrise, ma i boliviani sentirono che per la prima volta non erano più cittadini di serie B. Ma, soprattutto, lo scorso anno Evo fece parlare di sé per la nazionalizzazione degli idrocarburi, creando uno scandalo internazionale. La settimana scorsa ha chiuso i conti, acquistando per 112 milioni di dollari le raffinerie di proprietà di Petrobras, dimostrando che contrasti col Brasile dell’amico Lula non ve n’erano.

Evo, sulla stampa italiana qualcuno ti definì un “narcoindio fuori di testa”. Sorride: “Il nostro impegno è quello di rifondare la Bolivia. Su basi etiche ma anche su basi economiche. Per farlo abbiamo nazionalizzato gli idrocarburi”. Oggi perfino i mercati appaiono tranquilli, e pochi discutono che sia stato il tuo più grande successo: “Pochi giorni fa ho visitato un municipio poverissimo nei dintorni di Potosí. Fino al 2005 aveva un bilancio di 840.000 bolivianos (la moneta locale, circa 85.000 €, ndr). Nel 2007 ha un bilancio di oltre 9 milioni di bolivianos (930.000 €). Ed è così in tutto il paese e speriamo che questi soldi siano ben amministrati da sindaci e prefetti. Ti faccio un altro esempio: dal 1970 fino al 2005, ogni fine anno, fosse chi fosse il capo del governo, per poter pagare le tredicesime dovevano partire dei funzionari per gli Stati Uniti a farsi fare un prestito. Lo scorso anno per la prima volta ciò non è avvenuto. E ciò non è avvenuto perché abbiamo recuperato la sovranità sui nostri idrocarburi. Nel 2005 dagli idrocarburi allo Stato rimanevano solo 300 milioni di dollari. Adesso entrano 1.600 milioni di dollari, ridistribuiti tra le amministrazioni locali, le università e il tesoro. Il succo di questa esperienza è che le risorse naturali non devono mai essere privatizzate perché sono quelle che risolvono i problemi”.

Fin qui i successi. Ma ci sono anche le difficoltà, soprattutto con l’Assemblea Costituente, sulla quale il partito di maggioranza, il MAS (Movimento Al Socialismo), aveva puntato molto per cambiare lo Stato. Dopo la vittoria dell’opposizione, che ha imposto che ogni singolo articolo debba passare con una maggioranza dei due terzi, per molti osservatori è già una scommessa perduta. Ha ceduto sul regionalismo, che favorisce i ricchi e bianchi dell’Oriente, altre volte mantiene le posizioni con difficoltà. E’ il caso dell’abolizione del cattolicesimo come religione ufficiale, una misura che vuole terminare con sovvenzioni ed esenzioni fiscali. “Non nego che ci siano delle difficoltà su punti importanti e l’opposizione stia ritardando o bloccando il processo. E’ possibile che vengano allungati i tempi (i lavori per legge dovrebbero concludersi il 2 luglio, scadenza oramai saltata, n.d.r.) e che si ricorra a referendum popolari per dirimere le divergenze”.

Il problema del latifondo è tra questi: “Gli allevatori pretendono che, per ogni capo di bestiame posseduto, ben cinque ettari di terra siano considerati produttivi e quindi esclusi dalla riforma agraria”. Emergono continuamente due idee di paese; per Evo va conciliata la giustizia comunitaria indigena con quella tradizionale occidentale e abolita quella militare che tocca nodi come quello dell’impunità. Tuttavia il Presidente, come un nation builder del XIX secolo, è favorevole al servizio militare obbligatorio: “Per gli indigeni il servizio militare è stato una maniera di essere riconosciuti socialmente. I creoli riuscivano ad evitarlo con ogni pretesto e io sono il primo presidente –civile- della storia ad aver fatto il servizio militare”. La permanenza della leva si concilia con la rinuncia alla guerra voluta dal presidente nella nuova Costituzione: “Nessuna delle guerre della storia che hanno coinvolto il mio paese, sono state volute dal popolo. Dalle guerre i popoli perdono e le multinazionali guadagnano. Le multinazionali provocano conflitti per accumulare e concentrare capitali, e questo non è utile e non risolve alcun problema per i poveri del mondo. Quindi, nella nuova Costituzione, la Bolivia rinuncerà alla guerra. Perché se c’è guerra si devono costruire più armi e se si costruiscono più armi si producono meno alimenti e meno medicine per l’umanità”. Evo, l’uomo del Sud del mondo, è deciso: “bisogna pensare a modelli diversi di società rispetto al capitalismo. Non è accettabile che nel XXI secolo alcuni paesi e multinazionali continuino a provocare l’umanità e cerchino di conquistare l’egemonia sul pianeta. Sono arrivato alla conclusione che il capitalismo è il peggior nemico dell’umanità perché crea egoismo, individualismo, guerre mentre è interesse dell’umanità lottare per cambiare la situazione sociale ed ecologica del mondo”.

Che sfida culturale è stata quella del potere, per un uomo profondamente radicato nella cultura andina come te? “Avevo paura perché la nostra gente considerava il politico commediante, malfattore e ladro. Fare il sindacalista invece era difendere i diritti umani, la terra, la foglia di coca. E allora io non volevo lasciare il sindacato, nonostante mi avessero proposto di essere deputato e già nel 1997 rifiutai una prima candidatura alla Presidenza. Temevo che come politico mi avrebbero malvisto. Poi capii che la politica è la scienza di servire il popolo e che è possibile vivere per il popolo e non del popolo”. La sfiducia per l’Occidente espressa da Morales resta grande: “Nella cultura occidentale, chi viene eletto pensa immediatamente a come guadagnare denaro. A quale impresa esigere il 10%, il 15%, in cambio del privatizzare questo o quello; sono quelle che chiamate tangenti. Ma se guardiamo alla nazione come una famiglia, e la famiglia per noi è molto importante, questo tipo di autorità non risponde alle esigenze della famiglia, di quella famiglia che è la Bolivia. La nostra cultura, le comunità indigene, si muovono su altre basi. I nostri principi si basano sul ‘ama sua, ama llulla, ama qh'ella’, che in lingua aymara significa non rubare, non mentire e non battere la fiacca. Questi precetti, che ci vengono dalle nostre autorità originali, sono così importanti che ritengo che basandosi su questi si possa cambiare la società. Pertanto io affermo che il movimento indigeno è la riserva morale dell’umanità”.

Se sul fronte delle nazionalizzazioni il successo è evidente, dalla Corte suprema al Tribunale costituzionale il governo sembra trovare difficoltà crescenti, dimissioni, decisioni sfavorevoli: “L’opposizione continua a considerare la nazionalizzazione incostituzionale, così come continua a considerare incostituzionale ogni decreto contro la corruzione. Hai ragione; purtroppo non abbiamo una giustizia che faccia giustizia per la maggioranza, ma continuiamo ad avere un sistema giudiziario che pretende di amministrare giustizia per continuare a fare accumulare le ricchezze in poche mani”.

A giorni in Costituente comincerà un’altra battaglia, quella delle miniere, che oggi pagano un risibile 3% di imposte al fisco. E’ solo un altro dei conflitti aperti: “Siccome la situazione economica sta migliorando, tutti vogliono tutto. Più salario, ma anche settarismi, interessi, regionalismo. Abbiamo dimostrato che possiamo migliorare l’economia per tutti, ma ovviamente è ben più difficile recuperare il ritardo storico di 500 anni e gli anni del neoliberismo, delle privatizzazioni selvagge, della svendita dello stato, in pochi mesi o pochi anni. Le nostre politiche oggi sono orientate contro quel modello economico, a recuperare la dignità della Patria, a favorire l’uguaglianza tra i boliviani. E poi c’è un altro tema di fondo, quello della madre terra, della Pachamama. I popoli indigeni crediamo che dobbiamo vivere in armonia e difendere la madre terra. Risorse naturali come l’acqua, che il capitalismo considera una mercanzia, noi invece le consideriamo un diritto umano”.

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