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Jeferson, Yohn Edisson, Jeyson Alejandro



Jeferson, Yohn Edisson, Jeyson Alejandro

 

Jeferson aveva 20 anni come Yohn Edisson. Jeyson Alejandro invece ne aveva già compiuti 21. Con quei tre nomi dislessici, con quei tre nomi da analfabeti figli di analfabeti, da poveri disgraziati, sono venuti dalla Colombia per andare a morire in Libano domenica scorsa. Vestivano la divisa dell'esercito spagnolo e con loro sono morti altri tre commilitoni.

Di Gennaro Carotenuto

Sono morti sotto quella bandiera dell'Unione Europea che Tony Blair, nell'ultima goccia di fiele di dieci anni di veleno antieuropeo, ha preteso venisse abolita. Qualunque cosa si pensi della missione in Libano, Jeferson, Yohn Edisson, Jeyson Alejandro, sono morti come europei, cercando di essere europei, per un passaporto, un migliaio di Euro al mese e chissà a caccia di quali sogni.

Jeferson, Yohn Edisson, Jeyson Alejandro non erano mercenari, come pure tanti ne vengono arruolati tra paramilitari e tagliagole dal Cile al Guatemala alla stessa Colombia, per mandarli in Iraq o chissà dove, a fare il lavoro sporco che gli eserciti regolari è meglio non facciano.

Jeferson, Yohn Edisson, Jeyson Alejandro, 20, 20 e 21 anni, erano volontari ma erano come dei militari di leva. Chi scrive, intervistando Evo Morales (qui), è rimasto colpito dalla decisione con la quale il presidente boliviano difende ancora oggi l'istituto della leva militare nel suo paese: “Per gli indigeni il servizio militare è una maniera di essere riconosciuti socialmente”. Evo difende la leva all'interno del suo paese, ma siamo di fronte ad un fenomeno se non nuovo in crescita, per il quale il vero riconoscimento sociale, per chi è nato nel Sud del mondo, può passare attraverso la leva per un altro paese, sotto un'altra bandiera.

Le statistiche raccontano che circa la metà dei caduti statunitensi in questo secolo siano latinos -messicani, centroamericani soprattutto- disposti a giocarsi la vita per un permesso di soggiorno, la cittadinanza, concessa spesso postuma. Evo, come un nation builder del XIX secolo, ma anche come pacifista del XXI, continua a cercare simboli che creino cittadinanza. Che generino dignità e rispetto.

Nella morte trovata in Libano dai tre ragazzi colombiani c'è anche quello. Ma c'è di più. C'è il fallimento di tutti i processi di sviluppo del XX secolo e del sistema economico, neoliberale, che quei processi ha retto e governato. Se a Jeferson, Yohn Edisson, Jeyson Alejandro e a migliaia di ragazzi come loro, non basta più il passaporto del loro paese per essere cittadini, se devono mettere a rischio e spesso perdere la vita per ottenerne un altro, tutto questo ci interroga in quanto possessori di passaporti privilegiati.

Se Jeferson, Yohn Edisson, Jeyson Alejandro fossero venuti nell'Unione Europea come lavapiatti -colombiani- avrebbero meritato il fastidio e la sfiducia di tanti, l'odio xenofobo del Partido Popular o della Casa delle Libertà, che li descrive come un pericolo, che li deporta, che li isola. Adesso "hanno legati i loro corpi stretti nelle bandiere perché sembrassero interi". Ma non è neanche la loro bandiera e non può essere questa la soluzione.

 

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