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Dal mondo kurdo n 5




 

Del Mondo Kurdo

Anno 8– numero 4

a cura dell'Ufficio d'Informazione del Kurdistan in Italia

www.kurdistan.it (italiano),  www.kurdish-info.net  (multilingue)

 

 

      INDICE:

 

 

  • La vigilia del Newroz, fra tensioni, arresti e morti

 

  • All'ombra Di Una Stessa Bandiera

 

  • Report delegazione processo ai sindaci di Diyarbakir

 

  • Incontro con il presidente dell’ordine degli avvocati (Baro), Avv. Sezgin Tanrikulu

 

  • Incontro con il sindaco di Diyarbakir, Osman Baydemir

 

  • Incontro con il presidente dell’ihd (Asso. Diritti Umani) di Diyarbakir, Ali Akinki

 

  • Turchia-Pkk: Armi chimiche usate in Nord Iraq?

 

  • Chiesti 240 anni di detenzione per Baydemir

 

·       Artiglieria iraniana bombarda villaggi Kurdi

 

 

 

LA VIGILIA DEL NEWROZ, FRA TENSIONI, ARRESTI E MORTI

Tra Van e Hakkari al confine con l'Iraq, incontri e speranza

20/3/2008 - REPORTAGE DAL KURDISTAN TURCO – Carla Reschia

In questi giorni una delegazione di volontari italiani è in visita nel Kurdistan turco, in occasione del Newroz, il capodanno zoroastriano che segna l'inizio della primavera e per i curdi è anche e soprattutto un'occasione per rivendicare l'orgoglio dell'appartenenza. In Turchia, dove la manifestazione è stata a lungo vietata e anche ora è consentita con molte restrizioni, i festeggiamenti hanno una tensione e un significato particolari, soprattutto ora, dopo i ripetuti attacchi alle basi del Pkk, il partito fuorilegge di Ocalan, nel confinante Kurdistan iracheno. Colgo volentieri l'occasione per ospitare i racconti e i report degli amici che in questi giorni sono lì, testimonianza di una realtà "scomoda".  Delegazione Van-Hakkari


17.3.2008 - INCONTRO CON IL SINDACO DI YUKSEKOVA, YILDIZ SALIN

Ciò che balza agli occhi è il profondo cambiamento dell'economia della zona. In passato, le attivita' principali erano agricoltura e pastorizia, con grandi famiglie che possedevano numerosi capi di bestiame; da tempo, i militari hanno impedito alla gente di andare in montagna per le loro attività ed è per questo che sono costretti a vivere di contrabbando con il vicino Iran. Il trasporto di benzina, zucchero, vestiario, prodotti elettronici, ecc. avviene a dorso di mulo attraverso le montagne, poi con i camion dai villaggi verso le città. Mentre prima la gente viveva con dignità, con i prodotti del proprio lavoro, ora la popolazione ( circa 100 mila abitanti) vive una situazione di grande difficoltà, costretta a una economia di sussistenza, integrata da scarsi aiuti governativi. In particolare, durante la campagna elettorale l'elargizione dei beni di prima necessità da parte delle autorità governative è utilizzata per il voto di scambio.

La zona dei monti Cilo, in passato era molto ricca di vegetazione e di animali ed era frequentata anche da scalatori. I militari hanno distrutto tutto, stravolgendo l'economia della zona che è divenuta una zona di guerra. C' è una grande mistificazione: sui monti di Yuksekova sono stati messi in scena i filmati dei soldati che avanzavano nella neve sui monti di Kandil, trasmessi ripetutamente in televisione. La popolazione ha protestato per tale montatura.

Nel mese di febbraio, sul lato iracheno di queste montagne, vi sono stati scontri sanguinosi: sono morti 130 soldati turchi e 9 guerriglieri; e i soldati turchi, in realtà, contrariamente a quanto diffuso, sono penetrati in territorio iracheno per appena un chilometro. Ogni tentativo di tregua o di soluzione pacifica alla lotta armata è di fatto inibito dall'atteggiamento dei militari che, in ogni caso, reagiscono sparando. Di più, è l'esercito che spinge i giovani ''verso la montagna''. L'esercito conduce inoltre una guerra psicologica: tra Sirnak e Semdinli sono stati dislocati 250 mila militari.

Nei confronti della popolazione, viene esercitata una forte repressione con perquisýzioni nelle case, arresti arbitrari, come nel caso dei nove dipendenti della municipalità arrestati e tuttora in carcere con l'accusa di aver parlato telefonicamente con menbri del PKK.

La popolazione ha reagito con grandi manifestazioni di 20/30 mila persone. Oggi il commercio è ulteriormente limitato dalle restrizioni alla frontiera con l'Iran: ad esempio, non si possono trasportare oltre 5 chili di zucchero a persona. Poiché i kurdi hanno rifiutato l'assimilazione, in questa regione lo Stato non destina risorse economiche, le strade sono dissestate e questa zona è considerata zona morta.

Lo scorso anno sono state ritirate 43 mila carte verdi per l'accesso gratuito ai servizi sanitari. Tutti coloro che possiedono una casa con antenna parabolica sono considerati nemici. Lo scorso anno il governo ha chiuso il giornale '' Ozgur Gundem'' scritto in lingua turca e il settimanale ''Azadie Welat'' scritto in lingua kurda; il suo direttore è stato condannato a cento anni di carcere! A carico di tutti i giornalisti e i tipografi pendono procedimenti penali.

Nonostante tutte le difficoltà, la municipalità, con le proprie risorse, ha pavimentato le strade, fatto i parchi, istituito un servizio di nettezza urbana e ha anche pagato i debiti lasciati della passata amministrazione. Ci dice una consigliera : '' Quando un soldato turco muore, la madre dice che è fiera di avere un figlio morto per la patria e se ne avesse altri li manderebbe a conbattere; mentre la madre di un guerrigliero kurdo dice che soffre molto per questo, ma soffre anche per le madri dei soldati turchi''.

Il sindaco di Yuksekva ha scontato 11 anni di carcere, ha avuto due figli martiri ed una figlia che è tuttora ''in montagna''.


18.03.08 - INCONTRO CON IL PARTITO KURDO DTP di YUKSEKOVA

Nella mattinata del 18/3 la delegazione (9 persone) ha incontrato i responsabili del partito kurdo DTP nella loro sede a Yuksekova. Il presidente del partito Vahit Sahinoglu ha prima di tutto esternato il suo stupore e la sua delusione per il mancato intervento dell'Unione Europea rispetto all'ultima offensiva dell'esercito turco e alle ripetute violazioni del diritto internazionale, chiedendoci la nostra opinione al riguardo.

Si è detto d'accordo con la nostra interpretazione sulla supremazia del profitto e degli interessi economici e strategici dell'Ue capitalista rispetto ai diritti umani. Ýl DTP intende realizzare un' "autodeterminazione democratica" invitando la popolazione ad autogestirsi, divenire sempre più indipendente dal governo centrale che nulla fa per i bisogni reali della gente (istruzione, sanità, infrastrutture, ecc.).

E' un progetto a lungo termine, che prevede la creazione di assemblee popolari, comitati di quartiere e di villaggio, per giungere ad un'autodeterminazione comunale con la nomina diretta del prefetto. Il governo centrale distoglie l'attenzione dal problema kurdo, paventando una crisi economica di grandi proporzioni. Come DTP sono contrari all'attuale accusa da parte della procura generale verso il partito di governo AKP, poiché sono sempre contrari alle censure, ma ritengono Erdogan e l'AKP responsabili del recente attacco in Iraq e della repressione in corso nel Kurdistan turco ed inoltre la questione AKP serve a sviare l'attenzione dalla scottante questione kurda.

Ci ha parlato dell'assenza di rispetto e della repressione delle culture differenti da parte del governo turco che è molto accentratore. Il DTP sta lavorando anche per ricreare l'esperienza degli "scudi umani" con lo scopo di opporsi in modo pacifico alle violenze dell'esercito, esperienza già realizzata con la catena umana da Cizre a Sirnak.

Come sempre ci è stato richiesto di farci portavoce delle loro sofferenze ed aspirazioni di libertà' presso la nostra opinione pubblica, ritenendo significativa la nostra presenza e solidarietà, soprattutto nell' importante Newroz di quest'anno.


19 marzo - YUKSEKOVA, INCONTRO CON L'ASSOCIAZIONE KURDÝ DER.

Scopo dell'associazione è lo sviluppo della lingua e della cultura kurda. A Yuksekova l'associazione è' nata nel 2007, la sede centrale è a Diyarbakir e a Van vi è un'altra succursale. Svolgono laboratori di lingua kurda. Ad oggi vi sono 4 classi per un totale di 50 alunni. Le lezioni si tengono tutti i giorni, anche nel fine settimana. Oranizzano eventi culturali con musica e cantastorie. Lo Stato ha concesso all'associazione un'autorizzazione limitata: i corsi possono prevedere solo lettura di poesie e di testi antichi in lingua kurda ma non si può insegnare la grammatica! inoltre è fatto divieto ai minori di 18 anni di frequentare i corsi! L'associazione disobbedisce e tiene corsi base della durata di 3 mesi, con l'ausilio di libri stampati a Istanbul. Gli insegnanti sono volontari e i corsi sono gratuiti. i membri dell'associazione si autofinanziano versando una quota mensile di circa 2 euro; inoltre ricevono donazioni dai commercianti della città.

I membri dell'associazione denunciano la poltica di assimilazione del governo turco, attuata con la negazione della lingua e della cultura kurda. Considerano tutto questo una vergogna per la democrazia. Si dichiarano delusi dall'atteggiamento ipocrita dell'U.E. in quanto non prende in considerazione le continue violazioni dei diritti umani, politici e culturali del popolo kurdo.

L'U.E., nonostante si dichiari paladina dei diritti umani, a oggi lascia irrisolti i diritti di due popoli, quello palestinese e quello kurdo. Il popolo kurdo chiede da sempre il riconoscimento della propria identità. il Presidente Ocalan, nella proposta di Confederalismo democratico, prevede non la separazione del Kurdistan dalla Turchia ma una regione autonoma dove siano rispettati i diritti universali del popolo kurdo.


19 marzo, SITUAZIONE ALLA VIGILIA DEL NEWROZ AD HAKKARI

Hakkari, 35 km dal confine con l'Iraq, 230.000 abitanti, 200.000 soldati, 7.000 guardiani del villaggio (collaborazionisti). Il 15 febbraio 2008, anniversario della cattura di Ocalan, una imponente manifestazione di 30.000 persone è stata duramente repressa: 34 persone arrestate, di cui 17 minori, tutti reclusi nel carcere di Van, carcere di tipo F, in celle di isolamento.

            Nel corso della manifestazione la polizia oltre a picchiare brutalmente i manifestanti, contemporaneamente ha preso d'assalto la sede del Comune, retto da una giunta del DTP (partito filo kurdo), ed una scuola superiore affollata di studenti, sparando numerosi colpi di arma da fuoco e lacrimogeni ad altezza d'uomo. La testimonianza ci è stata data dai dirigenti del IHD (ufficio dei diritti umani) che ci hanno fornito foto e video dell'accaduto. Il clima di tensione fa da sfondo ai preparativi del Newroz.

L'8 marzo i dirigenti del DTP hanno presentato alla prefettura della città la richiesta per lo svolgimento del Newroz, da tenersi il 22 ad Hakkari. La prefettura non ha dato nessuna risposta fino a ieri ma i preparativý sono andati avanti. Il 18 marzo è stato arrestato il Presidente del DTP di Cukurca, paese a pochi km di distanza da Hakkari.

Oggi è arrivata la risposta della prefettura: il Newroz si potrà tenere il 21 e non il 22! E' chiara la provocazione! Il DTP ha ribadito alla prefettura che manterrà la data del 22 in quanto oramai tutto è stato predisposto; la prefettura dovrà assumersi la responsabilità di quanto avverrà nel corso della giornata. Alla delegazione italiana è stato chiesto di partecipare al Newroz. Il gruppo ha deciso di dividersi: 4 rimarranno ad Hakkari e 5 parteciperanno al Newroz di Van, dove la situazione è altrattanto tesa e dove, ugualmente è stata richiesta la nostra presenza.

 

ALL'OMBRA DI UNA STESSA BANDIERA

Reportage dal Kurdistan turco, dove si finisce ancora in carcere se si scrive in curdo. Prima parte scritto per noi da Nicola Sessa  - 14.3.2008

Gli orologi nei corridoi del tribunale di Diyarbakir sono quasi tutti fermi. Nessuno di questi segna l’ora esatta. Il giudice Nhuan Ayaci aspetta nella sua aula al terzo piano; indossa un collare ortopedico e la sua figura assume forme rigide. Il volto, al pari della Sfinge, non rilascia emozioni. Accanto, siede la pubblica accusa che, se non fosse per un impercettibile movimento degli occhi, sembrerebbe di pietra. Alle loro spalle campeggia il motto “La giustizia è fondamento dello Stato”. Gli imputati sono in numero superiore a quanti ne possa contenere il banco e la stessa aula. Ventuno persone accusate di aver attentato alla “turchità” della Repubblica. L’articolo 222 del codice penale lo prevede; il sindaco della municipalità di Sur, Abdullah Demirbas, con tutto il consiglio, lo ha violato nel momento in cui, il sei ottobre del 2006, ha deliberato di produrre una brochure esplicativa dei servizi del comune in quattro lingue. Le quattro lingue che da uno studio risultavano essere le più parlate: il curdo, il siriano, il turco, l’arabo. Scrivere in curdo è reato: l’intera amministrazione di Sur, più il sindaco di Diyarbakir, che ha espresso solidarietà al suo omologo, rischia una condanna a quattro anni di reclusione. Nel frattempo il prefetto ha provveduto a sollevarli dalle loro mansioni.

 

All’interno dei cinque chilometri di mura che abbracciano la città di Diyarbakir vivono ufficialmente 350.000 persone, a grandissima maggioranza curda, ma se si esce fuori dai bastioni la popolazione si quintuplica: un milione di profughi arrivati da tutto il Kurdistan a Diyarbakir, antica Amed, capitale di un paese che non esiste (più) sulle carte ufficiali. Il 74 percento della popolazione parla il curdo, moltissimi non conoscono la lingua turca, solo la lingua madre. Sono più di quattromila i villaggi evacuati o dati alle fiamme dalle forze turche perché ritenuti collegati alla guerriglia combattuta dal Pkk.

 

La questione curda è da anni la grande preoccupazione della Turchia. Risolverla vorrebbe dire risolvere non soltanto intrecci di politica interna, ma anche problemi di affari esteri, soprattutto con l’Unione Europea. Il modo di affrontare la questione non piace a molti intellettuali turchi, non piace ai curdi che pure vorrebbero vederla risolta. I tentativi di soluzione inciampano in una continua violazione dei diritti umani.

Il governo turco intende procedere a una assimilazione della popolazione curda, nonostante le parole pronunciate da Erdogan in Germania per incitare i turchi a integrarsi con i tedeschi ma non ad assimilarsi; i curdi vogliono vedere riconosciuta loro una identità culturale e linguistica.

 

Secondo Ali Akiaci, presidente di Ihd - associazione che si occupa della tutela di diritti umani -, in Turchia c’è una vera e propria emergenza democratica. In seguito all’invasione turca nel Nord Iraq la popolazione del Kurdistan si è messa in moto: in ogni città ci sono state pacifiche marce di protesta; le associazioni civili, le assemblee degli avvocati hanno convocato conferenze stampa per denunciare la violazione del diritto internazionale.

A seguito della manifestazione del 25 febbraio, solo a Diyarbakir sono state arrestate 40 persone. Parte di queste hanno denunciato all’Ihd di aver subito torture: gli ultimi due arrivati erano una donna con il volto livido e un ragazzo di appena sedici anni a cui era stato spezzato un braccio.

 

Reportage dal Kurdistan turco, seconda parte. Le "madri della pace", e l'amarezza della gente per l'offensiva di Ankara  17.3.2008 scritto per noi da Nicola Sessa

 

Alle sette del mattino la fumeria del bazar è già piena di clienti, l’aria irrespirabile, densa; la visibilità molto ridotta. La televisione turca manda in loop i filmati dei soldati turchi che avanzano nella neve, marciano, si appostano, sparano. I funerali dei caduti vengono accompagnati da colonne sonore degne dei war movies di Hollywood. Un’enorme propaganda mediatica che ha l’effetto di alimentare a dismisura il nazionalismo e l’odio nei confronti del popolo curdo.

Gli anziani di Diyarbakir sorseggiano çai, un ottimo the, e sono scettici. Non credono alle intenzioni dichiarate da Ankara: “E' da pazzi fare la guerra a febbraio con due metri di neve in un territorio dove i guerriglieri, i nostri ragazzi del Pkk, si muovono come gatti” osserva Mustafa. Secondo gli avventori si tratta di un messaggio lanciato ai ‘fratelli’ del Nord-Iraq: la Turchia entra quando vuole e dalla sua posizione di forza può trattare con Talabani e Barzani sulla re-distribuzione dell’energia dei pozzi.

 

L’incontro di Erdogan con Bush dello scorso 5 novembre ha dato maggiore vigore alle aspettative turche. La sensazione di tutti è quella che la Turchia si sia mossa con il placet degli Usa, così come Ankara ha richiamato l’esercito di terra nel momento in cui, il 29 febbraio, è arrivato il monito della Casa Bianca.

 

L’opinione pubblica internazionale non ha piena coscienza della situazione: la questione curda viene venduta dai turchi come una emergenza di matrice terroristica. Mazlun, un vecchio abitante del quartiere della moschea, invita a diffidare delle notizie diffuse dagli organi di stampa turchi: “L’esercito turco ha perso questa battaglia. Un elicottero abbattuto e più di duecentocinquanta caduti rappresentano un bilancio più che eloquente; noi abbiamo perso solo cinquanta uomini”.

 

“Le madri della Pace” hanno figli e figlie in guerriglia, qualcuna più di uno. Ogni volta che arriva la comunicazione del governo di riconoscere i caduti della guerriglia le madri percorrono molti chilometri. L’ultima volta ai primi di febbraio, a Bingol. Un percorso che in macchina richiede non più di due ore è stato coperto in sette: per ben cinque volte le donne sono state fermate dall’esercito per controlli che hanno leso la loro dignità. Sono state insultate senza ritegno. Il capo di Stato Maggiore turco aveva annunciato l’uccisione di cinque terroristi e la cattura di altri cinque. Arrivati all’obitorio i cadaveri, però, erano dieci: inconfutabile la prova, secondo le madri, che gli altri cinque fossero stati torturati e uccisi. Lo stato delle salme era pietoso: i corpi erano neri, bruciati. Fatti a pezzi. Gli occhi fuori dalle orbite: c’è chi giura che l’esercito ha usato armi chimiche, armi non convenzionali. Una di loro è andata via con la convinzione e con il sollievo che suo figlio non fosse lì. Eppure quando ha letto la lista diramata dal Pkk è rimasta di ghiaccio: non era stata in grado di riconoscere la carne della sua carne.

 

Poschkile ha tredici figli: cinque femmine e otto maschi. Due erano guerriglieri. Uno è stato fermato e condannato a 36 anni di carcere. Dell’altro figlio, che è nelle montagne, non ha notizie da 10 anni: non sa se è vivo o morto. Quando i soldati arrivarono nel loro villaggio, Goksq, neanche i bambini riuscirono a sottrarsi a torture fisiche e psichiche: venivano afferrati per i piedi e, a testa in giù, minacciati di lasciarli precipitare nel pozzo. Una sorta di raffinato waterboarding. Volevano sapere da loro se i guerilla scendevano nel villaggio per rifocillarsi. Quando seppero, con questi metodi, che i ‘terroristi ribelli’ usavano Goksq come base, i soldati intimarono agli abitanti di evacuare le loro abitazioni nel giro di 24 ore.

 

Il governo turco, sotto le pressioni dell’Unione Europea, ha deciso di pagare le indennità ai contadini che avevano visto bruciare i propri villaggi e le proprie case e che avevano dovuto sopportare “piantagioni di mine” nei loro terreni. Una condizione di procedibilità era il rilascio di una dichiarazione in cui si diceva che erano stati i guerriglieri curdi a dare fuoco ai villaggi.

I pochissimi che hanno accettato questo compromesso si sono visti riconoscere 3.000 euro per le abitazioni bruciate e 7.000 euro per l’uccisione di famigliari vittime di “reati senza autori”.

 

“La sola soluzione perseguibile è una strada pacifica”, afferma Vetha, salvo poi continuare: “Se potessi rivedere mio figlio lo riabbraccerei… e poi gli direi di continuare la lotta per il popolo. Se i nostri figli dovessero morire tutti, noi madri prenderemmo il loro posto. A cosa serve il ritorno a casa dei nostri guerriglieri se in questo Paese i bambini di tre anni sono stati uccisi ed Erdogan ha detto ai soldati di uccidere anche donne e bambini qualora siano coinvolti nella guerriglia. Noi vogliamo una nostra identità, una nostra cultura. Senza la risoluzione della questione curda noi non vogliamo che i nostri figli ritornino a casa. Chi è terrorista? Chi sgancia le bombe sui guerriglieri o chi lotta per la libertà del proprio popolo?”.

 

TURCHIA-PKK: ARMI CHIMICHE USATE IN NORD IRAQ?

Osservatorio Iraq, 12 marzo 2008

Nel corso della sua massiccia operazione in territorio iracheno diretta a colpire le basi della guerriglia del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) l’esercito turco avrebbe fatto uso anche di armi chimiche.        

La denuncia - che finora non ha avuto alcun riscontro - arriva da Safiya al-Suhayl, parlamentare irachena e capo della Commissione d'inchiesta del Parlamento di Baghdad sulle operazioni militari turche. (Segue)

La Suhayl ha spiegato che, “durante i sopralluoghi effettuati nelle aree bombardate, nella regione dei monti Qindil”, sono state “trovate tracce di gas tossici”, e ha invitato pertanto le organizzazioni internazionali competenti ad “inviare esperti per determinare il tipo di sostanze biologiche impiegate dai soldati turchi contro i villaggi kurdi”.

A detta della deputata, “dopo 24 ore dal bombardamento” turco la popolazione della regione kurda del nord Iraq ha cominciato ad accusare “allergie, bruciori agli occhi, difficoltà respiratorie e tosse insistente” e ha denunciato “la morte di un gran numero di animali”.

Nel comunicato pubblicato da Baghdad si afferma anche che “la Commissione ha registrato l'entità dei danni provocati ai villaggi e la situazione sanitaria della popolazione” e ha espresso “interrogativi riguardo al tipo di armi impiegate dall'esercito turco durante gli ultimi attacchi”.  [c.m.m.] (fonte: Adnkronos International)

 

 

REPORT DELEGAZIONE PROCESSO AI SINDACI DI DIYARBAKIR

Rapporto sull’udienza del 29/2/08 del processo nei confronti del sindaco di Sur, Abdullah Demirbas e del consiglio comunale della municipalità e nei confronti del sindaco di Diyarbakir, Osman Baydemir.

Sur è una delle sei municipalità di Diyarbakir. Il suo sindaco, Abdullah Demirbas, nel febbraio 2006 fece diffondere un questionario per chiedere agli abitanti della sua municipalità quali fossero i bisogni più urgenti. Dalle risposte raccolte emerse che uno dei problemi principali era la non cono­scenza della lingua turca, l’unica che può essere utilizzata per iscritto, per cui – oltre a non compren­dere il contenuto dei certificati – gran parte della popolazione non era nemmeno a conoscenza dei ser­vizi offerti dalla municipalità.

A Sur il 72% della popolazione parla solo il curdo, ma vi sono anche altre minoranze lingui­stiche che parlano armeno, assiro-aramaico ed arabo. Il 22% parla anche il turco.

A seguito di tali risultati, il consiglio comunale di Sur deliberò di stampare una brochure rela­tiva ai servizi offerti alla popolazione in sei lingue (turco, curdo, inglese, armeno, assiro-aramaico ed arabo) precisando che il turco era la lingua ufficiale. Tale delibera fu controfirmata dal sindaco di Di­yarbakir, Osman Baydemir, e venne convocata una conferenza stampa per presentare l’iniziativa.

Il Ministero dell’Interno inviò immediatamente due ispettori, i quali produssero un rapporto in cui veniva affermato che il consiglio comunale di Sur aveva approvato una delibera che avrebbe auto­rizzato l’utilizzo solo delle lingue non ufficiali (e non anche del turco), in palese contrasto con il con­tenuto della delibera stessa.

Il Ministero dell’Interno aprì un procedimento amministrativo nei confronti del sindaco e del consiglio comunale di Sur e l’ottava Sezione del Tribunale Amministrativo decise di procedere al suo scioglimento. Tale decisione è stata poi confermata dal Consiglio di Stato.

Successivamente, è stato aperto un procedimento penale nei confronti del sindaco di Sur, del sindaco di Diyarbakir e di tutti i consiglieri comunali di Sur – anche di quelli che non hanno parteci­pato, perché assenti, alla delibera incriminata – per violazione delle seguenti norme del codice penale:

-art. 257, che punisce l’abuso di potere;

-art. 222, che punisce chiunque violi la legge n° 1353 del 1928 sulla protezione dell’alfabeto turco. Questa legge non prevedeva in origine alcuna sanzione penale; venne approvata quando, all’indomani dello scioglimento dell’Impero Ottomano, il governo turco decise di adottare per la lingua turca l’alfabeto di tipo latino e non più quello di tipo arabo. In altre parole, la lingua rimase la stessa, ma la scrittura – in precedenza basata sui caratteri arabi – diventava a caratteri latini e per dar forza a tale in­novazione fu emanata la suddetta legge. Solo con la riforma del codice penale del 2005 è stato, però, introdotto il reato di “violazione dell’alfabeto turco”, che punisce tutti coloro che utilizzano caratteri e lettere non previste nell’alfabeto turco, quali la X, la W e la Q, molto utilizzate nella lingua curda. Se­condo questa interpretazione ed applicazione dell’art. 222 chiunque utilizzi o stampi un indirizzo in­ternet (dove è obbligato a scrivere “www”) commette un reato! Dunque, anche il Ministero di Grazia e Giustizia turco, anche il governo turco, che diffondono anche con materiale scritto il proprio sito. Que­sta applicazione della legge 1353/28 e, conseguentemente, dell’art. 222 del codice penale è incostitu­zionale per due motivi: sia perché viola l’art. 26 della Costituzione (che accoglie il principio che tutti i cittadini possono esprimersi e fare pubblicazioni nelle loro lingue madri), sia perché viola l’art. 90 della Costituzione (che prevede, in caso di contrasto tra norme interne e norme di diritto internazio­nale, la prevalenza di queste ultime. La Turchia è parte di una serie di convenzioni che impongono il rispetto delle minoranze linguistiche ed il divieto di discriminazione su base linguistica, tra cui la Convenzione di Losanna e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Si tenga conto che quella curda è una “minoranza” relativa, visto che in Turchia ne vivono circa 20milioni);

-art. 301, il famigerato art. 301, che prevede il reato di vilipendio all’identità turca, concetto così ge­nerico da poter ricomprendere qualunque comportamento non desiderato dal governo.

Gli imputati rischiano sino a quattro anni e mezzo di carcere. E’ un processo molto impor­tante; esistono molti altri processi contro cittadini curdi per la violazione dell’art. 222 (violazione dell’alfabeto turco), ma è la prima volta che alcuni amministratori locali dichiarino in una delibera di voler utilizzare la lingua curda per iscritto.

Il sindaco di Diyarbakir, Osman Baydemir, ha diversi processi sia per la violazione di questo articolo, che dell’art. 301 (vilipendio all’identità turca); sommando le richieste di condanna avanzate dai diversi pubblici ministeri, rischia fino a 280 anni di carcere, come egli stesso ironicamente ci dice nell’incontro successivo alla udienza.

Tornando a questa, il Giudice competente è una donna: si chiama Nurhan Aynaci. L’aula dove si tiene il processo è minuscola; al centro, vi campeggia la scritta “La giustizia è il fondamento dello Stato”. La qual cosa fa una certa impressione: non vi sarebbe stato nulla da dire se al posto di “Stato” vi fosse stato scritto “Popolo”. Ma così non è...

La distribuzione dei posti all’interno dell’aula la dice lunga sulla equità del processo: sopra un’altissima pedana siedono, uno affianco all’altro, il Giudice ed il pubblico ministero. Ciascuno ha un computer sulla scrivania. Ai loro piedi, su una pedana più bassa, siede il Cancelliere, che redige sotto dettatura del giudice il verbale di udienza utilizzando direttamente il computer. Accanto a lui, in piedi, l’usciere. Il collegio dei difensori siede dietro una piccola scrivania, lontana dalle due pedane; anche loro hanno un computer sul quale si visualizza in tempo reale ciò che il Cancelliere o il Giudice scri­vono.

Nessuno degli imputati è comparso, fatta eccezione per un consigliere comunale. Questi fa una dichiarazione spontanea (riportandosi alle difese svolte dai propri avvocati ed alle dichiarazioni già rese a suo tempo al pubblico ministero). L’Avv. Muharran Erbey prende la parola e chiede di deposi­tare due sentenze relative a processi contro il sindaco di Diyarbakir, Osman Baydemir, per violazione dell’art. 222 conclusisi con l’assoluzione.

Dopo di lui, prende la parola l’Avv. Mustafà Aysit. Parla a lungo, focalizza l’attenzione sulla manipolazione della delibera approvata dal consiglio comunale di Sur fatta dagli ispettori ministeriali, che hanno eliminato la parte relativa al riconoscimento della lingua turca come lingua ufficiale. Esibi­sce una copia autentica della delibera in questione. Si infervora, ritiene scandalosa la condotta degli ispettori e chiede un rinvio per depositare nuovi mezzi di prova. Il Giudice rinvia al 13/6/08.

INCONTRO CON IL PRESIDENTE DELL’ORDINE DEGLI AVVOCATI (BARO), AVV. SEZGIN TANRIKULU

Subito dopo veniamo ricevuti dall’Avv. Sezgin Tanrikulu, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Diyarbakir. Ci viene spiegato meglio il processo in questione e ci viene illustrata la condizione degli avvocati di Diyarbakir, capoluogo del Kurdistan turco.

In una regione abitata prevalentemente da curdi, nel bel mezzo della guerra tra governo turco e PKK, nel cuore della repressione contro ogni manifestazione anche pacifica di appartenenza alla co­munità curda, la professione di avvocato comporta la consapevolezza di dover fare una scelta di campo.

L’Avv. Sezgin Tanrikulu ci informa che tutti i giudici del Tribunale di Diyarbakir sono turchi, così come turchi sono i poliziotti ed i funzionari ministeriali. Difendere i curdi, importanti (come nel caso dei sindaci) o sconosciuti (come nel caso di contadini, manifestanti semplici cittadini), significa sapere di poter essere arrestati, sottoposti a procedimenti penali, finanche torturati ed uccisi. E’ quanto è già successo a tanti suoi colleghi, soprattutto a quelli – e ne sono tanti – che hanno scelto di denun­ciare le gravi violazioni dei diritti umani. L’Avv. Sezgin Tanrikulu lo dice con tono dimesso e con sguardo triste. Sa che potrebbe capi­tare anche a lui.

INCONTRO CON IL SINDACO DI DIYARBAKIR, OSMAN BAYDEMIR

29.02.2008 –L’arrivo della vostra delegazione, in questo momento, è molto importante, ci dice, ricevendoci nel suo ufficio del palazzo municipale.

La situazione è per niente buona. In questi ultimi due anni, le scelte di politica estera della Turchia hanno avuto riflessi negativi sulla stabilità del Medioriente; l’operazione militare ancora in corso, di invasione di un altro Paese come l’Iraq, è arrivata al punto di minacciare seriamente la pace su tutta l’area.
Appare fin troppo chiaro che quest’ultima operazione militare non dipende solo dalle scelte del governo Erdogan, ma c’è una volontà internazionale che ha lavorato per questo.

Anche il comportamento dell’Unione Europea non è stato quello di sostenere la pace; l’Europa si è pronunciata contro l’intervento militare a parole, ma non nei fatti. Il governo turco motiva le scelte tutte in funzione anti Pkk, questa è la 25° operazione militare di sfondamento in Nord Iraq.

Per risolvere la questione kurda, la soluzione militare non è la strada giusta. Al contrario, questa operazione semina morte e distruzione, fa saltare ogni , seppur minimo, tentativo di dialogo.
In tutte le città dove vivono i kurdi ci sono state reazioni violente, manifestazioni e scontri; solo a Diyarbakir, sono scese in piazza 40 mila persone.

Questa operazione si rivolge anche contro i kurdi del Nord Iraq e mira a far sentire tutto il peso della Turchia sulla vicenda di Kirkuk: la Turchia è preoccupata perché un’entità, uno stato kurdo sta nascendo ai suoi confini.

Molti giovani kurdi iracheni hanno chiesto di diventare peshmerga. C’è una divisione tra Barzani e Talabani: i kurdi si aspettavano dai loro leader una posizione più decisa.


Il problema, poi, non può essere circoscritto alla sola operazione militare; vediamo che l’approccio alla questione kurda non muta.

L’opinione pubblica internazionale non sa quasi nulla, non si parla del conflitto in corso, né della questione kurda che viene presentata come una pura operazione terroristica.
Il primo ministro Erdogan era in Germania alcuni giorni fa: ha detto alla signora Merkel che possono integrare i turchi, ma non assimilarli, perché sarebbe un crimine contro l’umanità! Ma il processo a cui voi avete partecipato che cos’è se non un processo di assimilazione? La repressione oggi è molto forte, c’è un ritorno agli anni bui del ’90.

Se tutti i processi contro di me andassero in porto, io dovrei restare in carcere per 280 anni!
Attualmente ho 18 processi a carico e la stragrande maggioranza di essi è per la questione della lingua kurda.

I programmi televisivi di questi giorni, pieni di immagini forti sulla guerra in corso, provocano ondate di nazionalismo e di razzismo nei confronti della minoranza kurda; di conseguenza, da un po’ di tempo, i kurdi che vivono all’Ovest subiscono minacce ed attentati. Per cui cresce forte l’odio e la volontà separatista.


Abbiamo considerato un grande successo l’entrata dei deputati del DTP in Parlamento.
All’inizio avevamo problemi tecnici, poi li abbiamo superati, ma nel Parlamento siamo rimasti isolati. I media e la stampa indicano i deputati del DTP come dei terroristi.


Qui a Diyarbakir, c’è un ampio consenso sulle nostre posizioni; in otto anni, la città è completamente cambiata.

Credo che, alle prossime elezioni, vinceremo con il 60% dei consensi, sotto dovremo fare autocritica.
Ci sono 6 sottomunicipalità: il governo ne vuole chiudere due e unirle a Sur. Sperano di vincere a Sur e, per questo, usano la religione.


Io non credo che con la violenza ci sia la possibilità di risolvere la questione kurda.
Dobbiamo avviare il dialogo.

L’identità kurda, la lingua e la cultura kurda debbono essere praticate. Da questo punto di vista, possiamo prendere come modello la Spagna e altri Paesi in Europa che hanno riconosciuto le minoranze e concesso ampia autonomia alle loro regioni.

 

INCONTRO CON IL PRESIDENTE DELL’IHD (DIRITTI UMANI) DI DIYARBAKIR, ALI AKINKI

01/03/2008 – Il giorno successivo ci rechiamo all’ufficio dell’IHD, associazione per i diritti umani fondata nel 1986 da intellettuali curdi e della sinistra turca all’indomani del colpo di Stato. Hanno 15.000 membri in tutta la Turchia, 800 a Diyarbakir; è composta prevalentemente da avvocati. Il Presidente dell’ufficio di Diyarbakir è l’Avv. Ali Akinci.

Ci dice che nel 1997 l’IHD ha pubblicamente affermato che “il popolo curdo esiste”; il governo turco di tutta risposta ha chiuso per tre anni i vari uffici e da quel momento diversi membri dell’associazione sono stati misteriosamente assassinati. In nessun caso è stato preso l’assassino. Molti avvocati membri dell’IHD stanno subendo diversi processi a causa delle posizioni assunte sul rispetto dei diritti umani.

Tra questi, il presidente dell’IHD di Bingol, l’Avv. Ridvan Kizgin, che è stato condannato ad un anno e due mesi di prigione per aver pubblicamente denunciato le torture che le forze paramili tari turche praticano nei confronti dei contadini. A suo carico pendono venti processi e 97 inchieste. Il Presidente dell’IHD di Bingol in ogni caso è fortunato. Il suo collega di Adana è stato ucciso dopo aver indetto una conferenza stampa nella quale ha accusato la polizia di aver assassinato un turco, militante di un partito di sinistra.

L’Avv. Ali Akinci ci informa che dal 1990 ad oggi più di quattromila villaggi curdi sono stati bruciati, evacuati e minati. Spesso i contadini tornano a visitare ciò che resta dei loro villaggi ed in diversi casi molte persone – frequentemente bambini – sono morti o feriti a causa delle mine. Il governo non ha mai informato la popolazione di aver minato i loro villaggi; l’IHD ha diffuso nelle scuole una brochure informativa, diffondendo le immagini e le caratteristiche delle mine. Anche per questo, alcuni suoi membri sono sotto processo.

Ci dice anche che proprio quella mattina si è recata presso il loro ufficio una donna che ha dichiarato di essere stata arrestata 4 giorni fa. Aveva con sé un rapporto medico che certifica che era stata torturata. Solo negli ultimi dieci giorni, hanno raccolto quaranta denuncie di torture subite da inermi cittadini, capitati nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, vittime di retate casuali. Con l’unica colpa di essere curdi e, in alcuni casi, di aver partecipato ad un funerale di un guerrigliero del PKK.

Gli avvocati dell’IHD assistono legalmente le vittime delle torture, denunciano gli autori, che vengono sistematicamente assolti. La beffa atroce è che spesso i torturatori, una volta assolti, denunciano le loro vittime per diffamazione e queste vengono condannate a risarcire i danni morali. Alcuni di loro vengono puniti per aver osato tanto.

 

CHIESTI 240 ANNI DI DETENZIONE PER BAYDEMIR

ANF 14.03.2008 –

Contro il sindaco di Diyarbakir è stato avviato il 24esimo procedimento penale negli 4 anni del suo mandato. In 5 procedimenti è stato assolto e 19 procedimenti sono ancora in corso. Se nei procedimenti in corso dovessero essere accolte le richieste della pubblica accusa sarà complessivamente condannato a 240 anni di detenzione.

Nel più recente procedimento avviato nei suoi confronti lo si accusa d'abuso d'ufficio, avendo fatto pubblicare l'anno scorso un libro di racconti turchi e kurdi.

 

ARTIGLIERIA IRANIANA BOMBARDA VILLAGGI KURDI

 

Ci sarebbero basi dei ribelli curdi iraniani PJAK Roma, 13 mar. (Apcom) - L'artiglieria iraniana ha bombardato stamane diversi villaggi del Kurdistan iracheno a ridosso del confine con l'Iran. Lo ha denunciato all'agenzia stampa Aswataliraq, Hassan Abdullah, sindaco della cittadina Qalat Dazah (160 chilometri a nord di Sulaimaniyeh). Secondo il sindaco, i bombardamenti iniziati all'alba e "durati per due ore" non avrebbero provocato vittime, ma solo danni materiali. I villagi colpiti si trovano nelle frazioni di Sankasar e Zarawa.    L'Esercito iraniano - ha proseguito - ha bombardato queste zone con il pretesto della presenza di elementi del PJAK". Il PJAK, (in kurdo, Vita Libera nel Kurdistan -ndr) è un organizzazione che faceva parte del PKK, partito dei Lavoratori del Kurdistan turco. Nel 2004, dopo l'arresto del Leader Abdullah Ocelan, il Pjak, composto da kurdi iraniani si è scisso dal PKK. Nello stesso anno, il PJAK, che conta su circa tre mila combattenti ha dichiarato la lotta armata contro Teheran per realizzare una federazione kurda in Iran.

 



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