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Appunti per il V-Day sull'informazione



Quando la satira non basta piu': lettera aperta a Beppe Grillo

Le malattie dei media e l'informazione pulita

Per smuovere i piccoli feudi di potere dell'informazione basterebbero
tre piccole leve di cambiamento: liberta' di scelta per l'uso dei
soldi pubblici destinati all'editoria, libero accesso all'Ordine dei
Giornalisti, libere elezioni del Consiglio di Amministrazione della
Rai.

10 aprile 2008 - Carlo Gubitosa

"Tutti a casa!" Pensando ai giornali, alle radio e alle televisioni
italiane, a volte si e' tentati di pensare che la qualita' del nostro
giornalismo si possa facilmente ottenere mandando in pensione alcuni
personaggi che si sono distinti per la loro vocazione di mosche
cocchiere del potere.

Che cosa accadra' il prossimo 25 aprile, quando la rabbia legittima
delle piazze italiane contro i pennivendoli di stato verra'
canalizzata nel V-Day dedicato ai problemi dei media? I finanziamenti
pubblici all'editoria sono in realta' solo la punta dell'iceberg di
una situazione molto piu' complessa. I soldi che escono dalle nostre
tasse per finire nelle tasche di chi fa cattiva informazione sono un
problema sicuramente grave e serio, ma purtroppo non l'unico.

In realta' la questione e' molto piu' complessa, e le malattie
dell'informazione si intrecciano e aggrumano in una metastasi
culturale ormai molto difficile da curare. Proviamo ad elencarne
alcune.

Non c'e' piu' da anni, ad esempio, un contratto di categoria per chi
scrive su giornali e riviste, i professionisti garantiti nelle
redazioni sono una specie in via di estinzione, gradualmente
rimpiazzata da precari che lavorano all'esterno, senza rappresentanti
nelle redazioni, pagati con comodo e a volte non pagati. Il sindacato
unico (ma tutt'altro che unitario) dei giornalisti e' ormai allo
sbando, lontano da un orizzonte ampio di proposta culturale per il
paese, focalizzato sull'orticello delle piccole battaglie di categoria
e al tempo stesso lacerato da conflitti interni che lo rendono
inoffensivo e leggero come una piuma sulla bilancia della trattativa
con gli editori.

Le nuove tecnologie hanno aperto nuove possibilita', ma hanno anche
fatto precipitare sul mercato il valore di fotografi e giornalisti di
mestiere, costretti ad una guerra tra poveri con i ragazzi che usano
le fotocamere digitali anziche' la camera oscura, e ti mandano via
email un pezzo anche gratis o per pochi euro perche' vogliono
affermarsi nel settore e non hanno famiglie da mantenere o mutui da
pagare.

L'ordine dei giornalisti e' ormai un centro di potere che si occupa di
tutto tranne che di deontologia, cieco e muto anche di fronte a casi
conclamati di pubblicita' occulta travestita da informazione o davanti
alla collaborazione tra servizi segreti e giornalisti che rivendicano
un ruolo di "difensori della patria" mentre dovrebbero essere cacciati
via a pedate dall'ordine professionale, come si farebbe in qualunque
paese normale.

Dall'altra parte, di fronte ad un ordine professionale nato all'ombra
del fascismo che fa di tutto per rimanere una casta chiusa l'opinione
pubblica fa fatica a cogliere la necessita' di un organismo che
mantenga il rigore deontologico obbligando i giornalisti a tenere la
schiena dritta, e si chiede l'abolizione dell'ordine dei giornalisti
buttando il bambino con l'acqua sporca, quando molte cose si
potrebbero risolvere sbattendo fuori a calci chi infrange le regole
base della professione e garantendo al tempo stesso l'accesso libero e
incondizionato all'ordine.

Per aprire un bar chiunque puo' iscriversi alla camera di commercio,
assumendo l'obbligo di non avvelenare i clienti e di tenere pulito il
locale. Analogamente, lo status di giornalista andrebbe riconosciuto
automaticamente, indipendentemente dal mezzo utilizzato per fare
giornalismo, a chiunque si assuma pubblicamente l'impegno esplicito di
rispettare i criteri base della professione, senza avvelenare i
lettori con informazioni inquinate, pilotate o non verificate e
accettando le conseguenze previste per chi gioca sporco.

Anche sul tema delle regole da rispettare ci sarebbe da discutere. La
Society of Professional Journalists negli Usa, la BBC in Inghilterra,
Al Jazeera in Qatar, la Canadian Broadcasting Corporation in Canada,
la Japan Newspaper Publishers and Editors Association in Giappone e
molte altre serie organizzazioni di professionisti dell'informazione
hanno messo nero su bianco delle linee guida per distinguere quello
che e' giornalismo da altre forme di scrittura o di esternazione
radiotelevisiva che vanno catalogate diversamente.

In Italia, invece, non esiste un "giuramento di Ippocrate" dei
giornalisti, ma solo una confusa collezione di carte e codici di
autoregolamentazione: la Carta dei Doveri del giornalista, la Carta di
Treviso a tutela dei minori, la Carta Informazione e Pubblicità, la
Carta Informazione e Sondaggi, la Carta dei Doveri dell'Informazione
economica, il Codice Deontologico relativo al trattamento dei dati
personali nell'esercizio dell'attività giornalistica. L'elenco e'
destinato ad allungarsi, perche' ogni convegno a tema
sull'informazione e' potenzialmente in grado di produrre una carta di
principi, che verra' puntualmente ignorata o disattesa da molti
professionisti, per diventare argomento di dotte discussioni nei
circoli chiudi degli addetti ai lavori.

IL LUSSO DI FARE INCHIESTE

Le inchieste serie sono ormai diventate un hobby per ricchi, riservato
a chi puo' permettersi di sostenere per anni pesantissime spese legali
e per chi puo' cambiare computer ogni volta che la magistratura decide
di sequestrarlo per esaminarlo e scoprire se hai diffamato qualcuno,
chi ti ha passato delle intercettazioni o se hai fatto altre
marachelle.

Cio' nonostante nel nostro paese c'e' ancora chi ha provato e prova a
fare giornalismo onesto anche senza avere le spalle coperte e le
tasche piene rischiando in prima persona lontano dai riflettori e
dalla solidarieta' popolare. Possibile - dovremmo chiederci - che in
Italia ci siano solo tre o quattro persone di cui potersi fidare
quando scrivono articoli o confezionano programmi?

Il problema e' proprio questo: se alcuni giornalisti ci sembrano piu'
virtuosi di altri, mosche bianche in mezzo a un deserto di venduti,
non e' solo perche' loro sono piu' bravi, ma anche perche' altri come
loro non hanno gli stessi soldi e le stesse capacita' di autodifesa
davanti ai potenti, sempre pronti a querelarti anche e soprattutto
quando hanno torto. La querela civile e' una brutta bestia: se perdi
in primo grado intanto paghi, poi si vedra' in appello se i soldi ti
vanno restituiti o meno. E intanto, volente o nolente, scatta
l'autocensura che ti invita alla prudenza e al basso profilo per
evitare di inanellare troppe denunce una dietro l'altra.

Se i comunicatori bravi e famosi che hanno conservato un minimo di
onesta' intellettuale si contano sulla punta delle dita di una mano,
e' anche perche' il sottobosco dei censurati di serie B, l'esercito
dei militi ignoti della libera informazione, i caduti sotto la scure
delle querele in fondo in fondo ci interessano di meno, e per noi non
valgono nemmeno i 30 euro di un abbonamento annuale ad una rivista
sconosciuta ma coraggiosa.

Un caso concreto di "censura giudiziaria" e' quello che ha coinvolto
il giornalista freelance Paolo Barnard e la sua ex-direttrice Milena
Gabanelli. L'oggetto del contendere e' un servizio di Barnard
realizzato per "Report" sulle aziende farmaceutiche che corrompono i
medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere
maggiori prescrizioni dei loro prodotti. Senza scomodare gli studi
legali delle Big Pharma, per mettere in difficolta' Barnard e' bastata
la denuncia di un semplice informatore scientifico. La Rai si chiama
fuori dalla vicenda, scarica ogni responsabilita' legale su Barnard e
dimentica che i suoi avvocati hanno visionato il programma prima della
messa in onda e della successiva replica, senza avere nulla da ridire.
E mentre Petruccioli gongola soddisfatto dietro le quinte, la
Gabanelli e Barnard fanno una guerra tra poveri sui forum della Rai
perche' la prima e' convinta che sul piano giudiziario le battaglie in
tribunale (anche da soli e senza il sostegno dell'azienda che ti ha
contrattato) facciano parte del mestiere, mentre il secondo considera
gravissimo sul piano etico che la direttrice di un programma
coraggioso non abbia il coraggio di denunciare pubblicamente la faccia
oscura dell'informazione di stato.

Il grande assente dalla polemica e' la Rai, che spende milioni per gli
spettacoli di varieta' ma non ha soldi per difendere in tribunale le
inchieste di Report, mostrate come fiore all'occhiello (o foglia di
fico) quando vengono messe in onda, ma subito rinnegate come figlie
bastarde quando ottengono il loro scopo, che e' quello di mettere un
dito impietoso nelle piaghe aperte del potere. Quello di Barnard
sembra un caso isolato, ma in realta' la censura delle carte bollate
e' all'ordine del giorno in Italia, un cancro silenzioso che fa morire
le cellule vive dell'informazione libera.

Ci meritiamo qualcosa di meglio dalla Rai? Se si potesse chiedere ai
cittadini quali sono le voci di spesa prioritarie per l'informazione
pubblica, in cima alla classifica troveremmo gli addobbi floreali di
Sanremo? Piu' probabilmente una Rai amministrata dai cittadini e non
da pedine dei partiti darebbe priorita' alla difesa legale dei
giornalisti di Report (anche e soprattutto in quanto precari,
freelance e non assunti ufficialmente come dipendenti Rai) per tutte
le conseguenze dei servizi approvati e messi in onda con il marchio
dell'azienda.

GIORNALISTI INVISIBILI E BERLUSCHINI

Gli invisibili dei media, i giornalisti con la schiena dritta, le
formiche che lottano contro il potere che plasma l'informazione
asservita sono uomini e donne che non conosciamo (e quindi non
possiamo sostenere), magari solo perche' la loro azione non avviene su
scala nazionale sbugiardando i grandi Berlusconi, ma si e' focalizzata
con coraggio su una dimensione locale o regionale, per scavare nel
torbido dei piccoli Berluschini e dei loro feudi, esplorando zone
oscure e sconosciute del giornalismo.

Un esempio per tutti: Catania, dove Mario Ciancio Sanfilippo fa il
bello e il cattivo tempo. Tutti sanno chi e' Berlusconi, ma pochi
conoscono "Zio Mario", come e' affettuosamente soprannominato nelle
redazioni siciliane. Testimone di nozze di Pippo Baudo, vicepresidente
dell'Ansa, quote di proprieta' in Mtv, La7, Telecom, Tiscali e il
gruppo L'Espresso/Repubblica, padrone di un variegato arcipelago di
emittenti locali siciliane, ex presidente della Fieg fino a quando
Montezemolo non ha deciso di prendere in mano anche le redini
dell'editoria, ma soprattutto editore de "La Sicilia", unico
quotidiano locale di Catania.

Da buon imprenditore, Ciancio riesce a tutelare gli interessi delle
sue aziende anche quando sono in contrasto con l'interesse collettivo
di una informazione pluralista. Ad esempio le aziende collegate a
Ciancio stampano l'edizione di Palermo de "La Repubblica", ma lo fanno
a Catania, e per ricambiare il favore il quotidiano fondato da
Scalfari ha finora evitato di pubblicare a Catania delle pagine di
cronaca locale, che avrebbero inutilmente confuso i lettori con un
atroce dilemma: per sapere qualcosa sulla citta' in cui vivo e' meglio
comprare "La Sicilia" o "La Repubblica"? Molto piu' facile e comodo
vivere in un regime di "quotidiano unico".

Di Ciancio Wikipedia scrive che "negli anni ha costruito un gruppo
editoriale di dimensioni notevoli, che comprende i più importanti mass
media della Sicilia e una parte di quelli presenti in altre regioni
dell'Italia meridionale".

Nel libro "La mafia comanda a Catania", Claudio Fava ha descritto il
ruolo del giornale di Ciancio nel disegnare il panorama culturale
siciliano. Il quotidiano "La Sicilia", racconta Fava, "al di là di
ogni pudore, riuscì per molti anni a sopprimere dai propri scritti la
parola mafia: usata raramente, e solo per riferirla a cronache di
altre città, mai a Catania. Nell'ottobre del 1982, quando tutti i
quotidiani italiani dedicheranno i loro titoli di testa all'emissione
dei primi mandati di cattura per la strage di via Carini, l'unico
giornale a non pubblicare il nome degli incriminati sarà La Sicilia.
Un noto boss, scriverà il quotidiano di Ciancio: Nitto Santapaola,
spiegheranno tutti gli altri giornali della nazione. Il nome del
capomafia catanese resterà assente dalle cronache della sua città per
molti anni ancora: e se vi comparirà, sarà solo per dare con dovuto
risalto la notizia di una sua assoluzione. O per ricordarne, con
compunto trafiletto, la morte del padre".

In Sicilia nessuno puo' fare il "cane da guardia" di Ciancio cosi'
come Marco Travaglio ha fatto con Berlusconi potendo contare sulla
rete di attenzione e solidarieta' che lo circonda. Ma la stessa
societa' civile che solidarizza con Travaglio purtroppo ignora chi sia
Ciancio, ne' e' interessata alle sue manovre.

E' impossibile per i giornalisti siciliani conquistare credito
professionale e un rapporto diretto col pubblico scegliendo con
coraggio un attivita' di giornalismo e saggistica che sveli le magagne
di Ciancio, non perche' quest'ultimo sia piu' potente di Berlusconi,
ma perche' a noi interessa di meno.

Se qualcuno iniziasse a denunciare apertamente la connivenza de "La
Repubblica" con il regime mediatico catanese, non ci sarebbe sostegno
da parte del pubblico, non ci sarebbe risonanza mediatica, non si
venderebbero abbastanza libri. Un libro su Ciancio sarebbe impossibile
da presentare in televisione: la gente, anche quella perbene, non lo
comprerebbe perche' e' molto piu' interessata alle malefatte dei pezzi
grossi.

E allora di chi e' la colpa se a Catania c'e' un regime di quotidiano
unico per l'informazione locale? Di chi compra "Repubblica" pur
sapendo che e' intenzionalmente monca di informazioni su Catania? Di
chi compra "La Sicilia" conoscendo gli interessi molteplici e
diversificati del suo proprietario? Di chi non compra niente pensando
che tanto fannno tutti schifo uguale? Dei giornalisti seri di
"Repubblica" che ogni tanto scendono a Catania per protestare
sull'autocensura del loro quotidiano, ma poi ritornano a Roma senza
che si sia mossa una foglia?

L'unico sistema per smuovere questi equilibri di potere sarebbe
l'incontro tra un editore "puro", che voglia offrire alle edicole un
prodotto alternativo in grado di creare lavoro e profitti, e un
pubblico informato che vuole premiare il giornalismo estraneo ai
giochi di potere. Non bastano le piazze, gli appelli, le sollevazioni
popolari, le indignazioni estemporanee e il mal di fegato che ci
prende ogni volta che accendiamo la TV. Solo con un'editoria sana, e
un pubblico critico che la fa fiorire, gli invisibili
dell'informazione potrebbero rialzare la testa e tornare a fare il
loro mestiere, diventando i cani da guardia del potere in mille feudi
come Catania e tenendo a bada mille "Berluschini" come Ciancio.

L'ABOLIZIONE DELL'ORDINE DEI GIORNALISTI

A chi farebbe comodo la scomparsa di un ordine professionale che
(almeno in teoria) dovrebbe difendere l'autonomia dei giornalisti e
imporre loro il rispetto delle regole di fronte alle pressioni dei
politici, dei pubblicitari e dei poteri forti?

I baroni del giornalismo italiano, pedine disposte con cura dai
partiti, da Confindustria, dalla Mafia, dalla Massoneria e dai poteri
clericali sullo scacchiere dei media, saranno ben contenti
dell'assenza di un organismo di controllo. Finora questo organismo e'
stato di fatto sordo, cieco e muto di fronte a qualsiasi violazione,
ma qualcuno vorrebbe che diventasse addirittura inesistente per avere
mano libera e cancellare ogni residuo di professione e
professionalita' all'interno delle redazioni, archiviando come vezzi
obsoleti principi deontologici come l'incompatibilita' tra il ruolo
civile di giornalista e l'attivita' militare nei servizi segreti.
L'assenza di un ordine professionale non cambiera' la faccia del
giornalismo italiano ne' la piaggeria delle testate giornalistiche e
televisive, semplicemente lascera' briglia sciolta a chi sapra'
vendersi meglio, senza nemmeno lo spauracchio di una sanzione o
dell'espulsione da una categoria professionale.

I pennivendoli asserviti saranno solamente contenti della scomparsa
dell'Ordine dei Giornalisti, un controllo inesistente che non emana
sanzioni e' sicuramente meglio del controllo leggero e bonaccione che
comunque c'e' stato finora, e l'assenza totale di questo controllo
permettera' a chi di dovere di continuare a fare gli interessi dei
suoi padroni senza muovere nemmeno di un centimetro la sua poltrona.

Gli editori saranno molto piu' contenti della scomparsa di questa
categoria professionale, perche' di fronte ad un gruppo di
professionisti che non si aggrega, non ha regole e non si riconosce in
nessuna deontologia sara' molto piu' facile sbarazzarsi dei
giornalisti contrattualizzati che lavorano in redazione e rimpiazzarli
con precari che lavorano da casa e mandano i pezzi via internet, per i
quali non ci sara' bisogno di pagare l'affitto dei locali, la
connessione Adsl e la bolletta della luce. Le ferie diventeranno
licenziamenti temporanei (gia' ora lo sono per molti) e scomparira'
del tutto la rappresentanza della categoria nei confronti delle
aziende (gia' adesso i sindacati tutelano solo i giornalisti
contrattualizzati, con iniziative per i freelance tanto sporadiche
quanto velleitarie e prive di risultati concreti).

Questo "cognitariato", la nuova "classe operaia" dell'informazione che
viene sfruttata intellettualmente anziche' nella sua forza lavoro come
accadeva per il proletariato, sara' piu' debole e fragile in assenza
di un ordine professionale, e dovra' scordarsi anche i contributi
previdenziali: se e quando verranno versati, saranno quelli minimi a
norma di legge, giusto per accontentare i sindacati e rimpolpare le
casse degli istituti di previdenza che si limitano a battere cassa
ogni anno minacciando chi non paga, senza pero' garantire a chi versa
i contributi una concreta prospettiva di tranquillita' economica per
il futuro.

E io? Cosa accadra' a me quando l'ordine dei giornalisti sara'
scomparso? Non saro' piu' costretto per legge a rispettare la
deontologia professionale.

Continuero' a farlo anche senza essere obbligato, solo perche' mi
piace scrivere e mi piace farlo bene, ma non posso garantire anche per
gli altri, ne' potro' invocare il rispetto delle regole se accanto a
me ci sara' un collega che prende bustarelle dai partiti o e' pagato
per fare il depistatore.

Non potro' piu' essere sanzionato se faccio marchette infilando
pubblicita' occulta nei miei pezzi, ne' potro' essere rimproverato se
i servizi segreti mi metteranno sul libro paga come hanno fatto con
Renato Farina. Non avro' problemi nemmeno se usero' il giornalismo
come arma politica per favorire qualcuno come ha fatto Bruno Vespa,
intercettato mentre progettava di "confezionare addosso" a Gianfranco
Fini una puntata del suo show.

Finora l'ordine dei Giornalisti ha sempre avuto la mano leggera verso
questi episodi, limitandosi ad ammonimenti verbali o sospensioni
temporanee, ma ora oltre a non esserci le sanzioni qualcuno vuole che
non ci siano piu' nemmeno le regole. Un po' come abolire la
magistratura perche' alcuni giudici "confezionano sentenze" addosso
agli imputati.

Senza l'appartenenza ad un ordine professionale, oltre al dovere di
rigore deontologico perdero' il diritto di cronaca che mi consente di
fare il giornalista anche quando qualcuno vorrebbe impedirmelo, un
diritto che ho dovuto rivendicare in piu' occasioni facendo valere la
mia condizione professionale di fronte a chi voleva negarla.

Questo mi e' accaduto, ad esempio, quando ho incontrato Carabinieri
che non volevano farmi fotografare una base USA dall'esterno e in una
strada pubblica, quando un controllore voleva impedirmi di scattare
una foto ad un adesivo razzista nella metropolitana di Milano, quando
ho chiesto di accedere ad atti parlamentari che sarebbero stati negati
al "normale" cittadino e che io ho potuto utilizzare come materiale di
inchiesta garantendo alle mie fonti la tutela dell'anonimato.

Anche il problema della tutela delle fonti sfugge ai non addetti ai
lavori: le stesse persone che infiammano le platee nei dibattiti sulla
libera informazione sono pronte all'autocensura e a tirarsi indietro
quando si tratta di assumersi responsabilita' in prima persona,
giocandosi la faccia o il posto di lavoro per denunciare un abuso, una
violazione o una illegalita'.

Per questa ragione e' importante che chi raccoglie per mestiere
brandelli sparsi di verita' contraddittorie possa garantire sicurezza
e protezione a chi gli da' fiducia affidandogli notizie e
dichiarazioni che potrebbero danneggiarlo o esporlo al rischio di
ritorsioni.

In maniera analoga anche altri professionisti hanno il diritto di
tutelare chi gli racconta qualcosa, come fanno ad esempio i medici e
gli avvocati, ed essere riconosciuto dalla legge come giornalista mi
permette di difendere chi trova il coraggio di dirmi cio' che non
potrei sapere da nessun altro.

Mi e' successo pochi giorni fa: una dipendente di una struttura
pubblica voleva raccontare che nel suo ufficio stava accadendo
qualcosa di storto, ma senza rischiare ritorsioni da parte dei suoi
superiori o peggio ancora la perdita del posto.

Sono riuscito a pubblicare l'articolo perche' ho potuto difendere,
tutelare e rassicurare la mia fonte offrendo la garanzia
dell'anonimato. Chi pretende l'esercizio eroico delle virtu' di
denuncia da parte dei giornalisti dovrebbe chiedersi se nella
situazione opposta sarebbe disposto a dire a un giornalista quello che
sa, rischiando tutto pur di denunciare qualche magagna.

Detto questo, io non mi sento un eroe, non credo che il giornalismo
sia un mestiere riservato agli eroi e so che non posso pretendere di
incontrare sempre degli eroi quando faccio una intervista. E' per
questo che ho fatto piu' volte ricorso alle prerogative che derivano
dalla mia appartenenza ad un ordine professionale, riuscendo ad
ottenere informazioni di interesse generale per le quali ho svolto un
ruolo di doppia garanzia: ai lettori ho garantito che quelle
informazioni, anche se anonime, erano vere e non me le ero inventate
io, mentre alle mie fonti ho garantito che non avrei fatto i loro nomi
nemmeno davanti a un tribunale, non perche' sono un eroe ma perche' mi
era legalmente possibile in quanto membro di una determinata categoria
di professionisti. E' lo stesso principio per cui il prete puo'
difendere anche di fronte a un tribunale i segreti che gli vengono
affidati nel confessionale: altrimenti nessuno andrebbe piu' a
confessarsi se ha fatto qualcosa che oltre ad essere peccaminoso e'
anche illegale.

I PANNI SPORCHI DELL'ORDINE DEI GIORNALISTI

Dopo aver elencato i potenziali vantaggi legati al ruolo di un ordine
professionale che dovrebbe tutelare giornalisti e cittadini contro
interferenze esterne, e' importante fare nomi e cognomi per cercare di
capire quali sono le persone e le azioni che contribuiscono a spingere
la categoria professionale dei giornalisti verso un disprezzo sempre
piu' intenso e generalizzato, ma purtroppo in molti casi legittimo.

Continuo a non capire come mai Franco Abruzzo, ex presidente
dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia e tuttora consigliere
regionale, nei giorni pari attacca la commistione tra informazione e
pubblicita' con nobili dichiarazioni di indipendenza, mentre in quelli
dispari si arrampica sugli specchi per salvare i colleghi beccati con
le mani nella marmellata. Come Renato Farina, nome in codice
"Betulla", indagato per favoreggiamento di inquinamento probatorio
dopo aver intascato dal Sismi oltre trentamila euro in due anni: una
megamarchetta finalizzata all'inquinamento delle prove di
responsabilita' dei servizi italiani nel sequestro dell'Imam egiziano
Abu Omar ad opera della Cia.

In un paese normale Farina sarebbe stato dichiarato incompatibile con
la professione di giornalista, ma in Italia l'Ordine dei Giornalisti
della Lombardia ha deciso che un operatore dell'informazione pubblica
puo' fare anche disinformazione segreta, e Franco Abruzzo ha salvato
Farina da una meritata radiazione, convertita in una sospensione per
12 mesi. Senza piu' nessun pudore, Farina si e' fatto beffe della
sospensione continuando a scrivere articoli spacciati per "Lettere al
direttore"

Ma non tutti sono cosi' fortunati da sguazzare nell'oro fornito dal
Sismi: Maria Chiara, aspirante giornalista conosciuta a Modena, scrive
da anni per la stampa locale, ma la pagano solamente quattro euro a
pezzo, e di conseguenza anche con dozzine di articoli al suo attivo
non ha raggiunto quei 2000 euro in due anni che l'ordine dei
giornalisti dell'Emilia Romagna considera il guadagno minimo
necessario per fregiarsi del titolo di giornalista e poter conquistare
un meritato riconoscimento professionale che le permettera' di
garantire meglio, se lo vorra', le sue fonti e i suoi lettori.

E qui nasce la domanda: dopo la sensazione piu' o meno legittima di
sfogo liberatorio che attraversera' l'opinione pubblica per
l'eliminazione di una casta, abolire l'ordine dei giornalisti fara
piu' comodo a Renato Farina o ai giornalisti precari e onesti come
Maria Chiara?

PUBBLICITA', MARCHETTE E DEONTOLOGIA

Non credevo alle mie orecchie quando ho sentito parlare Vittorio
Roidi, durante l'edizione 2002 del seminario "Redattore Sociale"
promosso dalla comunita' di Capodarco.

Roidi, all'epoca segretario nazionale dell'Ordine, ha trasmesso ad un
pubblico di giornalisti molto giovani, ancora pieni di ideali e di
energie, il pericoloso e cinico dogma delle aziende editoriali: "non
ci puo' essere giornalismo senza pubblicita'", arrivando a sostenere
che la free press, cioe' la totale dipendenza dei giornali dalla
pubblicita', rappresenta una naturale evoluzione del settore.

Io non mi rassegno a tutto questo, e sono ancora convinto che sia
possibile fare buon giornalismo senza dipendere dagli inserzionisti e
che sia meglio pagare i giornali direttamente in edicola anziche'
pagarli quando facciamo la spesa. La free press non e' un benemerito
servizio pubblico, ma uno strumento di marketing per aziende che
finanziano con i nostri soldi un finto giornalismo fatto del copia e
incolla di notizie di agenzia, dove non hanno diritto di cittadinanza
le inchieste e la cultura, inevitabilmente troppo "politiche" e
apprezzate da un pubblico che non fa gola ai pubblicitari.

Ma di tutto questo nessuno parla, e l'Ordine dei Giornalisti, che
dovrebbe sanzionare imbrogli e scorrettezze tutelando i cittadini e i
giornalisti per bene, si e' trasformato in una corporazione che mette
i bastoni tra le ruote a chi fa giornalismo serio, rende la vita piu'
difficile a chi e' senza tessera, e fa il gioco delle scimmiette mute,
cieche e sorde di fronte al degrado della professione anche e
soprattutto per i condizionamenti sempre piu' pesanti della
pubblicita'.

Per non generalizzare, parliamo di un caso concreto e facciamo altri
nomi: la sera del 28 agosto, il Tg2 e il Tg5 decidono di celebrare
l'uscita della nuova Fiat Punto in diretta nazionale e a mezz'ora di
distanza l'uno dall'altro, con due servizi di Lamberto Sposini e Maria
Concetta Mattei, caratterizzati dalle medesime immagini e dallo stesso
tono trionfalistico e acritico. Credendo che un telegiornale fosse
diverso da una cassa di risonanza di comunicati aziendali, e che un
giornalista avesse compiti diversi da quelli di un concessionario di
automobili, provo ad inoltrare un esposto all'Ordine dei Giornalisti
per segnalare quella che sembrava una palese violazione della
deontologia professionale. Il seguito della vicenda ricorda da vicino
la barzelletta del pazzo che andava contromano credendo che fossero
gli altri a sbagliare direzione: il pazzo ero io, che da solo cercavo
di andare contro la corrente del giornalismo asservito, e non chi ha
"normalmente" aperto gli spazi dell'informazione e del servizio
pubblico televisivo alla pubblicità (neanche tanto occulta) della
Fiat.

In risposta alla mia lettera di protesta Bruno Tucci, presidente
dell'Ordine dei Giornalisti del Lazio, ha messo nero su bianco che
"quando un'azienda lancia sul mercato una nuova auto tutti
indistintamente, i giornali, oltre la radio e la Tv sono portati a
illustrare le caratteristiche della nuova auto. Non avendo quindi
riscontrato nessuna violazione delle norme deontologiche, il consiglio
ha deciso all'unanimità di archiviare il caso". Preso atto di queste
nuove tendenze nella deontologia professionale, rimangono alcuni
dubbi: perché due Tg nazionali usano le stesse immagini? Chi gliele ha
date? I telegiornali sono una vetrina di prodotti? Un'auto nuova e'
una notizia? Se sì, perché annunciare solo le auto Fiat e non vetture
di altre marche, auto ad aria compressa o biciclette? Ma soprattutto,
perché l'Ordine dei Giornalisti e' arrivato così in basso?

UN RIMEDIO EFFICACE

Cio' nonostante, l'abolizione dell'ordine dei giornalisti non mi
sembra la soluzione piu' efficace. Ci sono dei casi, e la crisi
dell'informazione in Italia e' uno di questi, in cui un rimedio poco
ragionato diventa peggiore del male che si vorrebbe curare.

Osservando chi dovrebbe tutelare la dignita' e il rigore di una
professione mentre tutela la Fiat, Bruno Vespa, i Servizi Segreti e
gli pseudogiornalisti che li appoggiano, la tentazione di dire "ma
allora chiudiamo la baracca" e' davvero forte. Di fronte a questo
scenario pero' puo' farsi strada anche un'altra proposta, meno
istintiva e forse piu' efficace nel perseguire l'obiettivo di un
giornalismo pulito. Visto che l'informazione e' ormai un bene
pubblico, un servizio fondamentale e un tratto caratteristico di una
nazione, perche' non proporre l'elezione diretta dei rappresentanti
dell'Ordine dei Gionalisti a livello locale e nazionale?

Qualcuno potrebbe obiettare che negli altri ordini professionali le
elezioni avvengono su base interna: i medici eleggono i vertici
dell'ordine dei medici, e anche gli avvocati e i notai fanno lo
stesso. Se dovessimo coinvolgere tutti i cittadini nella democrazia
interna degli ordini professionali dovremmo votare un giorno si' e
l'altro pure.

Ma perche' non proporre un meccanismo democratico almeno per
l'elezione del Consiglio di Amministrazione della Rai e delle altre
cariche direttive nella Tv di stato? In questo modo sarebbero i
cittadini a decidere chi dovra' tutelare il loro diritto
all'informazione, esattamente come avviene per l'indicazione dei
rappresentanti nei consigli comunali.

Certo, lavorare e ragionare sull'ipotesi di un controllo diretto dei
cittadini sulla Rai e sull'Ordine dei Giornalisti e' molto piu'
faticoso e meno coinvolgente di una bella festa per abolire un ordine
professionale e abbattere un muro che separa chi e' dentro da chi e'
fuori. Poco importa se le macerie di questo muro cadranno su
professionisti seri e su cittadini che non sapranno di aver perso dei
diritti con la scomparsa di una struttura che, almeno in teoria,
dovrebbe cacciare via a pedate i Brunivespa di turno e tutti quelli
che "confezionano" articoli e trasmissioni addosso ai potenti.

I LIMITI DELLA SATIRA: NESSUNO PUO' CHIAMARSI FUORI

Per rinnovare il nostro panorama culturale e lo scenario italiano dei
media la satira e i "vaffanculo" di massa sono sicuramente utili,
forse necessari, ma decisamente non sufficienti. Non possiamo affidare
ad altri una delega in bianco per disegnare da soli il futuro
dell'informazione mentre noi aspettiamo a braccia conserte il trionfo
della verita'. Al contrario, ora piu' che mai c'e' bisogno di ognuno
di noi, di una piena assunzione di responsabilita' a partire dal
livello individuale, iniziando a boicottare non solo i prodotti
alimentari di aziende che sostengono modelli devastanti di sviluppo
economico, ma anche i prodotti dei grandi gruppi editoriali che
alimentano modelli altrettanto distruttivi di sviluppo culturale.

Affidare ad altre persone, siano esse comici, giornalisti o saggisti,
il compito esclusivo di compilare la "lista dei buoni e dei cattivi"
dell'informazione porta a gravi omissioni nella lista dei "buoni", e
anche qualche "cattivo" l'ha fatta franca per vuoti di memoria e di
attenzione. E' quello che e' accaduto a Gad Lerner, trasformato
nell'alfiere di Prodi durante la campagna elettorale che nel 2006 ha
preceduto il ritorno della sinistra al caviale.

Proprio Lerner, nella sua breve parabola come direttore del Tg1, ha
buttato nel cestino l'ultima intervista di Paolo Borsellino, proprio
quella sdoganata a fatica da Sigfrido Ranucci e Roberto Morrione a
tarda notte su Rai News 24 e successivamente portata in prima serata
da Luttazzi e Travaglio, che hanno scatenato l'"editto bulgaro" non
per aver trasmesso una intervista inedita, ma solo per averla portata
in prima serata fuori dal ristretto circolo dei gia' informati e dei
telenottambuli. E' possibile combattere la mafia che tappa la bocca a
Borsellino da vivo col tritolo con una informazione che ignora
Borsellino anche dopo morto, censurando una intervista che ha segnato
la storia del paese?

Dopo anni di silenzio, il 14 dicembre scorso Gad Lerner ha ricordato
questa vicenda sul suo blog, rivendicando la sua scelta e raccontando
che il coraggio della verita' a volte deve lasciare spazio a
considerazioni piu' personali per tutelare se stessi anche a danno del
pubblico, difendendo la verita' solo dopo aver difeso la poltrona da
direttore.

"Non sono per niente coraggioso - ha scritto Gad -. Vivo nella
bambagia e non l'ho mai nascosto. Non ho trasmesso (e neppure con il
senno di poi trasmetterei) un'intervista che mi venne recapitata,
opera di giornalisti francesi, già montata e confezionata, dal
direttore di un altro canale Rai [il serio e onesto Roberto Morrione
di RaiNews24, ndr], pochi giorni dopo il mio insediamento. Celli e
Zaccaria mi avevano nominato all'insaputa del governo e delle forze
politiche abituate a dire la loro sul direttore del Tg1. Intorno a me
c'era già molta diffidenza per questo. Ho avuto l'impressione mi si
chiedesse una sorta di preventivo schieramento interno su una materia
che non ero in grado di controllare. Chiamala prova del fuoco, o
polpetta avvelenata. A più di sette anni di distanza è ormai evidente
che quella intervista non conteneva notizie fondamentali su
Berlusconi. Non modificherei in alcun modo la mia scelta di allora".

Ma anche in uno scenario dove nemmeno i direttori del Tg1 hanno il
tempo di dire la verita', occupati come sono a difendersi dalle
polpette avvelenate del potere, c'e' chi, a differenza di Lerner, ha
avuto il coraggio di dire cose scomode senza vivere nella bambagia,
rischiando molto piu' dell'ex direttore del TG1 e pagando in prima
persona il prezzo delle verita' che hanno sdoganato.

VOCE A CHI NON HA VOCE

Nel nostro paese la lotta alla censura e' un gioco simile al Risiko,
dove vince e ottiene piu' solidarieta' chi e' gia' ben piazzato nel
palcoscenico mediatico. Se sei famoso e conosciuto, basta fare un
piccolo passo indietro dalla tua posizione per ricevere la
solidarieta' nazionale e il titolo onorifico di vittima della censura,
anche se l'espulsione dalla Rai non ti condanna all'oblio ma ti apre
le porte del Parlamento Europeo, o se a dispetto dei bavagli
televisivi continui a scrivere editoriali sui piu' diffusi quotidiani
nazionali, che tutto sommato non sono poi cosi' male per potersi
esprimere liberamente.

Se invece sei un signor nessuno, se parti da zero e ti schiacciano per
mandarti sottozero, la societa' civile ti passera' sopra con
indifferenza qualunque cosa ti accada, e resterai nell'ombra anche se
perdi il posto, se vieni schiacciato dalle querele o decidi di fare un
altro mestiere perche' non hai abbastanza soldi per pagare gli
avvocati. E' quello che succede puntualmente a tanti bravissimi
giornalisti, abbandonati a se stessi perche' il loro pubblico non e'
abbastanza vasto.

Si tratta di persone che prima ancora di essere private del diritto di
parola, o perseguitate per l'esercizio del pensiero libero, hanno
perso il diritto di essere ascoltati, senza il quale la liberta' di
espressione si trasforma in un vuoto gridare al vento.

Per togliere il bavaglio ai piu' deboli e' necessario riflettere sulle
responsabilita' che ci assumiamo ogni volta che paghiamo il canone RAI
senza pretendere il rispetto del contratto di servizio, quando
compriamo libri di finta sinistra gonfiando il portafoglio degli
editori di vera destra, quando sosteniamo con i nostri acquisti i tre
grandi colossi che uccidono la diversita' culturale del paese: il
gruppo Mondadori/Fininvest/Mediaset, il gruppo L'Espresso, il gruppo
RCS, quando ci sentiamo alternativi comprando da Feltrinelli che sta
togliendo l'ossigeno alle piccole librerie indipendenti, quando
abbandoniamo al loro destino persone colpite solo per aver fatto il
loro mestiere di giornalisti.

I problemi dell'informazione che Beppe Grillo vuole portare in cima
all'agenda della "politica dal basso" hanno un lato oscuro, i piccoli
bavagli che hanno tappezzato l'Italia con storie di ordinaria censura
a cui ormai abbiamo fatto il callo.

ESPERIENZE DA VALORIZZARE

E' per questo che durante il V-Day del prossimo 25 aprile sarebbe
magnifico rubare un po' di spazio ai soliti "cattivi", per permettere
alla gente di scoprire che in Italia c'e' molta gente onesta e
dimenticata, che per poter esercitare il proprio gusto per la verita'
e' capace di rischiare in prima persona.

Sono d'accordo nel denunciare un'informazione che fa cultura
neoliberista esaltando la libera impresa e la concorrenza nei mercati
con soldi e sistemi impregnati del piu' squallido assistenzialismo
statalista. Mi piacerebbe che i cittadini venissero in qualche modo
consultati o interpellati per stabilire la destinazione delle enormi
provvidenze destinate all'editoria.

Sarebbe magnifico inserire nella dichiarazione dei redditi un codice
che ci permetta di dire quale casa editrice, quale associazione
culturale, quale testata giornalistica, radiofonica o televisiva,
insomma quale modello di informazione vogliamo finanziare con le
nostre tasse.

Mi dispiacerebbe molto, pero', per discutere di tutto questo durante
il V-Day si continui a voltare le spalle e ad ignorare le situazioni
in cui si trovano persone come Alessandro Marescotti, costretto a
combattere una battaglia solitaria e lontana dai riflettori contro
l'Ilva di Taranto, che lo aveva denunciato con l'accusa di "procurato
allarme" per aver diffuso stime di inquinamento ufficiali pubblicate
su internet in base a dati forniti dall'Ilva stessa.

Vorrei che la gente ritrovasse fiducia nel giornalismo e nella
capacita' di resistenza culturale alla Mafia scoprendo vicende come
quelle di Carlo Ruta e del sito www.accadeinsicilia.net, uno dei piu'
documentati siti antimafia d'italia, totalmente oscurato perche' una
delle pagine ha fatto scattare una denuncia per diffamazione, come se
la denuncia di un singolo articolo bloccasse a tempo indeterminato le
rotative di un giornale.

Vorrei che dopo il V-Day qualche persona scoprisse la "Voce della
Campania", una rivista che rischia di chiudere perche' ha pubblicato
inchieste sugli affari poco chiari del Cardinale Giordano, che da
bravo uomo di chiesa, distaccato dalle cose materiali, gli ha chiesto
50 miloni di euro di danni. Mi piacerebbe che la rivista antimafia
"Casablanca", guidata da Riccardo Orioles e da una redazione giovane e
ribelle, potesse aggiungere al sostegno morale e materiale gia'
ricevuto dal fratello di Paolo Borsellino anche quello di tante altre
persone che potrebbero scoprire durante il V-Day questa esperienza
ricchissima di resistenza culturale nel cuore dei poteri mafiosi.

Enea Discepoli potrebbe spiegarci in pochi minuti come e' riuscito a
costruire una Tv di quartiere a Senigallia, vincendo premi di
giornalismo assieme ad un gruppo di redattori disabili che hanno vinto
assieme a lui anche la battaglia legale contro le autorita' che
volevano oscurare l'emittente perche' priva di concessione
(esattamente come Retequattro).

Marco Benanti potrebbe raccontarci quali sono gli articoli di critica
sulla politica Estera Usa che gli sono costati non solo la carriera di
giornalista, ma anche il licenziamento dalla base di Sigonella dove
lavorava come operaio fino a quando i suoi datori di lavoro non lo
hanno considerato persona sgradita. La controversia legale nata
attorno a questa vicenda nel tribunale di Siracusa lo ha messo nero su
bianco: "il ricorrente non e' gradito all'appaltante governo americano
o meglio ci ha messo in imbarazzo con i suoi articoli contro le basi
americane in Italia e in particolare la base di Sigonella". Se parli
troppo, non vai bene nemmeno come manovale.

Ci sarebbe da raccontare anche la storia di Dream Tv, un'altra tv di
quartiere nata a Solopaca (Benevento) e oscurata con l'avvio di un
procedimento penale, per il "crimine spregevole" di aver trasmesso nel
raggio di poche centinaia di metri (e con una potenza pari a quella di
un walkie talkie) programmi a contenuto sovversivo come i Consigli
Comunali, la festa dell'uva della Cantina Sociale, le attivita'
carnevalesche della pro-loco, la processione della Madonna del Roseto.

Marco Milozzi, che lavora a Fermo come operatore sociale precario,
potrebbe spiegarci come mai ha deciso di non pagare il canone Rai alla
luce del sole, versando il corrispettivo a riviste ed associazioni di
informazione alternativa con una azione pubblica di disobbedienza
civile di fatto censurata, ignorata e passata sotto silenzio nel
calderone di urla sguaiate che si levano contro la Rai.

L'elenco potrebbe continuare all'infinito: ci sono tante storie da
raccontare simili a queste, e forse l'atto piu' efficace di ribellione
contro il potere sarebbe proprio quello di eliminarlo completamente
dal nostro orizzonte, anche dall'agenda della protesta, ignorando i
giornalisti al guinzaglio e occupandoci di cose serie, proprio come
Beppe Grillo ha provato a fare durante il G8 del 2001, quando ha
snobbato il vertice dei capi di stato e di governo organizzando in
contemporanea una bella festa in spiaggia come atto supremo di
ribellione.

E' per questa ragione che da queste pagine lancio un appello accorato
e sincero. Caro Beppe, sul palco del V-Day hai il diritto di farti
accompagnare da chi vuoi. Io pero' ti trasmetto la speranza che su
quel palco trovino spazio anche le vittime piu' deboli e sconosciute
della censura made in Italy, che potrebbero degnamente accompagnare i
soliti noti, i censurati "vip" e la rabbia legittima contro le mosche
cocchiere del potere, il finto giornalismo e i soldi pubblici regalati
a Ferrara, Confindustria e Chiesa Cattolica per la loro informazione
faziosa.

E' una rabbia che anch'io ho bisogno di sfogare, ma lo sfogo non mi
basta piu'. Ho bisogno di vedere riconosciuto e valorizzato il lavoro
degli onesti per non farmi consumare dal livore per i disonesti e le
loro ingiustizie. Sono stanco dell'ipocrisia del senno di poi e delle
lacrime di coccodrillo per Pippo Fava, Peppino Impastato, Antonio
Russo ed Enzo Baldoni. Vorrei sapere e far sapere chi e' che oggi, da
vivo, ha raccolto il testimone del loro impegno politico e civile, e
sta rischiando come loro per aver annunciato verita' scomode. Io
alcuni nomi li ho fatti, tu aiutami a farne altri.

Ma fare i nomi non basta: per passare dalle parole ai fatti, e provare
a cambiare il panorama italiano dell'informazione, basterebbe che
1000, 100 o anche solo 10 persone comincino a chiedere tre cose molto
semplici:

1) Chiedo che in Italia i finanziamenti alle imprese editoriali siano
stabiliti dai cittadini in base a indicazioni espresse nella
dichiarazione dei redditi con un meccanismo simile a quello dell'otto
per mille. Voglio decidere io quale quotidiano, associazione
culturale, casa editrice o rivista indipendente saranno sostenuti con
i soldi delle mie tasse.

2) Chiedo che l'accesso all'Ordine professionale dei Giornalisti venga
aperto a tutti coloro ne facciano richiesta praticando a qualunque
titolo e con qualunque mezzo l'attivita' giornalistica. Voglio che la
condizione di giornalista sia un serio e vincolante impegno
professionale che chiunque puo' contrarre liberamente, e non
l'appartenenza ad un gruppo chiuso e privilegiato.

3) Chiedo che le cariche direttive all'interno della Rai vengano
determinate con elezioni pubbliche e aperte a tutti i cittadini, e non
in base alle indicazioni dei partiti. Voglio che le persone
responsabili della produzione e del controllo dell'informazione
pubblica siano espressione di un sistema democratico e non pedine
sulla scacchiera del potere.

Per raccogliere tutte le voci favorevoli a queste richieste, ho
lanciato a titolo personale la campagna "Informazione Pulita", alla
quale si puo' aderire online cliccando sull'indirizzo

http://www.giornalismi.info/ip