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Assolti i vertici della polizia per le violenze alla scuola Diaz (Genova 2001)



Sono stati assolti i vertici della polizia per le violenze del 21 luglio
2001, durante il G8 di Genova, all'interno della scuola Diaz. Una sentenza
che per l'opinione pubblica è davvero difficile da accettare. Ecco un
articolo di Giuseppe d'Avanzo su quei tragici giorni.

Si segnala a tutti il libro di Carlo Gubitosa "Genova nome per nome"; qui
c'è una scheda: http://www.peacelink.it/genova2001/i/474.html



Diaz, la notte nera della democrazia: il giorno del giudizio per 29
poliziotti

Di Giuseppe D'avanzo

Fonte: Repubblica, 10 novembre 2008
10 novembre 2008


"UNO STATO che vessa e maltratta le persone private della libertà non è
uno Stato democratico. Una polizia che usa la forza non per impedire
reati, ma per commetterne, non può essere considerata "forza dell'ordine".
Fatti di questo genere distruggono la credibilità delle istituzioni più di
tanti insuccessi dei poteri pubblici". Valerio Onida, giudice emerito
della Corte Costituzionale. Sono parole che bisogna tenere a mente ora che
il processo per le violenze della polizia nella scuola "Diaz", durante i
giorni del G8 di Genova, è prossimo alla sentenza.


* * *


Il 21 luglio del 2001 è il giorno più tragico del G8 di Genova. È morto
Carlo Giuliani in piazza Alimonda in una città distrutta dai black bloc -
che riescono inspiegabilmente a colpire indisturbati e a dileguarsi senza
patemi. Per tutto il giorno, Genova è insanguinata dai pestaggi della
polizia, dei carabinieri, dei "gruppi scelti" della guardia di finanza
contro cittadini inermi, donne, ragazzi, anche anziani, spesso con le
braccia alzate verso il cielo e sulla bocca un sorriso.


Ora, più o meno, è mezzanotte. Mark Covell, 33 anni, inglese, giornalista
di Indymedia.uk, ozia davanti al cancello della scuola Diaz, diventato un
dormitorio dopo che i campeggi sono stati abbandonati per la pioggia.
Covell si accorge che la polizia sta "chiudendo" la strada. Avverte subito
il pericolo. Estrae l'accredito stampa, lo mostra, lo agita. I poliziotti,
che lo raggiungono per primi (sono della Celere, del VII nucleo
antisommossa del Reparto Mobile di Roma), lo colpiscono con i "tonfa" o
"telescopic baton", più che un manganello un'arma tradizionale delle arti
marziali: rigido e non di caucciù, a forma di croce: "può uccidere", se ne
vanta chi lo usa. Colpiscono Mark senza motivo. Come, senza ragione, un
altro poliziotto con lo scudo lo schiaccia - subito dopo - contro il
cancello mentre un altro, come un indemoniato, lo picchia alle costole.
Gli gridano in inglese: "You are black bloc, we kill black bloc" ("Tu sei
un black, noi ti uccidiamo").


Covell cade finalmente a terra. E' semisvenuto, in posizione fetale.
Potrebbe bastare anche se fosse un incubo, ma per Mark il calvario non è
ancora finito. Tutti i "celerini" che corrono verso la scuola lo
colpiscono a terra con calci (il pestaggio di Covell è ripreso da una
videocamera). Covell rimarrà, esanime, circondato dall'indifferenza, in
quell'angolo di via Cesare Battisti, al quartiere di Albaro, per oltre
venti minuti. Ha una grave emorragia interna, un polmone perforato, il
polso spezzato, otto fratture alle costole, dieci denti in meno. Quando si
sveglia in ospedale, viene arrestato per resistenza aggravata a pubblico
ufficiale, concorso in detenzione di arma da guerra e associazione a
delinquere. (E' ancora aperta l'indagine per individuare i poliziotti che
lo hanno quasi ucciso. L'accusa: tentato omicidio).


* * *


Distruggere. Annientare. E' con questo obiettivo che, dopo aver abbattuto
con un blindato Magnum il cancello, le prime tre squadre del Reparto
Mobile di Roma (trenta uomini) invadono, a testuggine, il pianoterra della
scuola. Arnaldo Cestaro, "un vecchietto", è sulla destra dell'ingresso.
Viene travolto. Lo gettano contro il muro. Lo picchiano con i "tonfa". Gli
spezzano un braccio e una gamba. Ora ci sono urla e baccano. Nella
palestra, ai piani superiori ragazzi e ragazze - anche chi si è già
infilato nel sacco al pelo per dormire - comprendono che cosa sta
accadendo.


Tutti raccolgono le loro cose, il bagaglio leggero che si portano dietro
da giorni. Si sistemano con le spalle al muro; chi in ginocchio; chi in
piedi; tutti con le braccia alzate in segno di resa; chi ha voglia di
un'ultima "provocazione" mostra al più indice e medio a V. Daniel Mc
Quillan, quando vede le divise, si alza in piedi e dice: "Noi siamo
pacifici, niente violenza". "Come se fossero un branco di cani impazziti,
sono su di lui in un istante e lo colpiscono, lo colpiscono, lo
colpiscono", dicono i testimoni. La furia dei celerini si scatena contro
chiunque e dovunque, irragionevolmente, con furore (si vede uno che mena
colpi con una specie di mazza da baseball).


Melanie Jonach racconterà di essere svenuta subito al primo colpo che la
raggiunge alla testa. Gli altri, che vedono la bastonatura inflittale,
ricordano i suoi occhi aperti ma incrociati, le contrazioni spastiche del
corpo. Anche in queste condizioni, continuano a picchiarla e a prenderla a
calci. Un ultimo calcio sbatte la sua testa contro un armadio: ora è
"aperta" come un melone. Il comandante del VII nucleo, a quel punto, grida
"Basta!". Raggiunge la ragazza. "La tocca con la punta dello stivale.
Melanie non dà segni di vita e quello ordina che venga chiamata
un'autoambulanza". (Melanie Jonach ci arriverà in codice rosso con una
frattura cranica nella regione temporale sinistra).


Nicola Doherty ancora piange in aula mentre racconta: "Hanno cominciato a
picchiarci immediatamente. C'era gente che piangeva e implorava i
poliziotti di fermarsi. Anch'io piangevo e chiedevo che la smettessero.
Uno mi è venuto vicino e con fare dolce mi ha detto "Poverina!" e mi ha
colpito ancora. Sembrava che ci odiassero. Ho visto un poliziotto con un
coltello in mano, bloccava le ragazze, i ragazzi e tagliava una ciocca di
capelli con il coltello". Voleva il suo personale trofeo di guerra. Altri
continuano a gridare, dopo aver picchiato duro: "Dì, che sei una merda".
Mentre colpiscono gridano: "Frocio!", "Comunista!", "Volevate scherzare
con la polizia?", "Nessuno sa che siamo qui e ora vi ammazziamo tutti!".


Lena Zulkhe, colpita alle spalle e alla testa, cade subito. Le danno calci
alla schiena, alle gambe, tra le gambe. "Mentre picchiavano, ho avuto la
sensazione che si divertissero". La trascinano per le scale afferrandola
per i capelli e tenendola a faccia in giù. Continuano a picchiarla mentre
cade. La rovesciano quasi di peso verso il pianoterra. "Non vedevo niente,
soltanto macchie nere. Credo di essere per un attimo svenuta. Ricordo
soltanto - ma quanto tempo era passato? - che sono stata gettata su altre
due persone, non si sono mossi e io gli ho chiesto se erano vivi. Non
hanno risposto, sono stata sdraiata sopra di loro e non riuscivo a
muovermi e mi sono accorta che avevo sangue sulla faccia, il braccio
destro era inclinato e non riuscivo a muoverlo mentre il sinistro si
muoveva ma non ero più in grado di controllarlo. Avevo tantissima paura e
pensavo che sicuramente mi avrebbero ammazzata".


Dei 93 ospiti della "Diaz" arrestati, 82 sono feriti, 63 ricoverati
ospedale (tre, le prognosi riservate), 20 subiscono fratture ossee (alle
mani e alle costole soprattutto, e poi alla mandibola, agli zigomi, al
setto nasale, al cranio).


* * *


Che cosa ha provocato questa violenza rabbiosa e omicida? Come è stata
possibile pensarla, organizzarla, realizzarla. Il 22 luglio, il portavoce
del capo della polizia convoca una conferenza stampa e distribuisce un
breve comunicato che vale la pena di ricordare per intero: "Anche a
seguito di violenze commesse contro pattuglie della Polizia di Stato nella
serata di ieri in via Cesare Battisti, si è deciso, previa informazione
all'autorità giudiziaria, di procedere a perquisizione della scuola Diaz
che ospitava numerosi giovani tra i quali quelli che avevano bersagliato
le pattuglie con lancio di bottiglie e pietre. Nella scuola Diaz sono
stati trovati 92 giovani, in gran parte di nazionalità straniera, dei
quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. In vari locali
dello stabile sono stati sequestrati armi, oggetti da offesa ed altro
materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini
e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21.
Tutti i 92 giovani sono stati tratti in arresto per associazione a
delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di
bottiglie molotov. All'atto dell'irruzione uno degli occupanti ha colpito
con un coltello un agente di Polizia che non ha riportato lesioni perché
protetto da un corpetto. Tutti i feriti sono stati condotti per le cure in
ospedali cittadini". Il portavoce mostra anche le due molotov che
sarebbero state trovate nell'ingresso della scuola, "nella disponibilità
degli occupanti".


* * *


Il processo di Genova ha dimostrato ragionevolmente (e spesso con la
qualità della certezza) che nessuna delle circostanze descritte dal
portavoce del capo della polizia (capo della polizia era all'epoca Gianni
De Gennaro) corrisponde al vero. Quelle accuse sono false, quelle ragioni
sono inventate di sana pianta. Si dice che l'assalto (la "perquisizione")
fu organizzato dopo che un corteo di auto e blindati della polizia era
stato, poco prima della mezzanotte, assalito in via Cesare Battisti con
pietre, bottiglie e bastoni. Il processo ha dimostrato che non c'è stata
nessuna pattuglia aggredita. Si dice che gli ospiti della Diaz fossero già
feriti, quindi coinvolti negli scontri in città.


Nessuno dei 93 arrestati era ferito prima di essere bastonato dai
"celerini". Poliziotti, comandanti, dirigenti hanno riferito che, mentre
entravano nella scuola, c'è stata contro di loro una sassaiola e
addirittura il lancio di un maglio spaccapietre. I filmati hanno
dimostrato che non fu lanciata alcun sasso e nessun maglio. Il comandante
del Reparto Mobile di Roma ha scritto in un verbale che ci fu una vigorosa
resistenza da parte di "alcuni degli occupanti, armati di spranghe,
bastoni e quant'altro". Assicura che nella scuola (entra tra i primi) sono
stati "abbandonati a terra, numerosi e vari attrezzi atti ad offendere,
tipo bastoni, catene e anche un grosso maglio".


Nella scuola non c'è stata alcuna colluttazione, nessuna resistenza,
soltanto un pestaggio. Nessuno degli occupanti ha tentato di uccidere con
una coltellata il poliziotto Massimo Nucera. Due perizie dei carabinieri
del Ris hanno smentito che lo sbrego nel suo corpetto possa essere il
frutto di una coltellata. Nella scuola non c'erano molotov. Come ha
testimoniato il vicequestore che le ha sequestrate, quelle due molotov
furono ritrovate da lui non nella scuola la notte del 22 luglio, ma sul
lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente. La prova
falsa, manipolata, è stata inspiegabilmente distrutta, durante il
processo, nella questura di Genova.


* * *


In settimana il tribunale deciderà delle responsabilità personali dei 29
imputati (poliziotti, dirigenti, comandanti, alti funzionari della polizia
di Stato) accusati di falso ideologico, abuso di ufficio, arresto illegale
e calunnia. Quel che qui conta dire è che la responsabilità non penale, ma
tecnico-politica di chi, impotente a fronteggiare i black bloc, si è
abbandonato (per vendetta? per frustrazione? con quali ordini e di chi?) a
pestaggi ingiustificati e indiscriminati, non può e non deve essere
liquidata da questa sentenza. Centinaia di agenti, sottufficiali,
ufficiali, dirigenti di polizia, funzionari del Dipartimento di pubblica
sicurezza hanno mentito durante le indagini e al processo.


E chi non ha mentito, ha negato, taciuto o dissimulato quel che ha visto e
saputo. Dell'assalto alla "Diaz" non inquieta soltanto il massacro di 93
cittadini inermi diventati in una notte "criminali" a cui non si riconosce
alcuna garanzia e diritto. Quel che angoscia è anche questo silenzio
arrogante, l'omertà indecorosa che manipola prove; costruisce a tavolino
colpevoli; nasconde le responsabilità; sfida, senza alcuna lealtà
istituzionale, il potere destinato ad accertare i fatti. Le apprensioni di
sette anni raddoppiano ora che, decreto dopo decreto, si fa avanti un
"diritto di polizia". Il Paese ha bisogno di sapere se il giuramento alla
Costituzione delle forze dell'ordine non sia una impudente finzione.
Perché quel che è accaduto a Mark Covell e ai suoi 92 occasionali compagni
di sventura rende chiaro, più di qualsiasi riflessione, come uno Stato che
si presenta nelle vesti di sbirro e carnefice fa assai presto a diventare
uno Stato criminale quando il dissidente, il non conforme, l'altro diventa
un "nemico" da annientare.