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LA PUGLIA PER LA LEGALITA': la nostra esperienza a TARANTO



       LA PUGLIA PER LA LEGALITA': la nostra esperienza a TARANTO

                          di Massimo Ruggieri

Se dovessimo parlare oggi in questo Paese di legalità dovremmo dire che
tutto è legale, perciò non c’è niente che non vada! Dipende da quale
angolo vogliamo leggere le cose…

Se l’angolo è quello di un cittadino che crede ancora nell’etica e nella
moralità, dovremmo parlare piuttosto di legalità distorta, in quanto al
completo servizio dei potentati economici. Il legislatore è chiamato
esclusivamente a produrre quanto è più funzionale al soddisfacimento dei
bisogni delle grandi lobby... ad ogni costo.

In questo contesto la politica si è trasformata da rappresentativa, a
controparte dei cittadini; l’elettorato in protettorato utile a
garantire la rielezione; e la legalità, intesa come garante della vita
civile dei cittadini, in autentica utopia.

A Taranto, per esempio, combattiamo da anni la battaglia che non si
dovrebbe mai condurre: quella per la VITA! e paradossalmente, stando
alle norme italiane, è una battaglia contro la stessa legalità!

Facciamo un passo indietro per comprendere meglio la situazione: nella
nostra città accade che si concentrino ben 9 industrie dichiarate ad
alto grado di crisi ambientale, tali per cui Taranto si ritrova ad
essere, di fatto, strangolata fra di esse: non industrie accanto ad una
città, ma una città all’interno dell’industria.

La più imponente di tutte è addirittura grande 3 volte la città ed è
l’Ilva, il più grande siderurgico d’Europa ed uno dei più grandi del
mondo, insediata negli anni 60 a pochissime centinaia di metri dal
centro abitato.

L’area a caldo, la più inquinante, è proprio quella più a ridosso della
città, per quello che si vuol far passare come un errore di
progettazione e che in realtà è stata una scelta per risparmiare i costi
di realizzazione.

A distanza di più di 40 anni i tarantini fanno oggi i conti con aumenti
esponenziali delle patologie tumorali, cardio-vascolari e respiratorie,
con un forte incremento di malattie immunologiche e malformazioni
riscontrate nei feti e nei nascituri.

Basti pensare che in un bimbo di 13 anni è stata diagnosticata una forma
di tumore tipica di un uomo di 50 anni fumatore incallito (ne hanno
parlato tutti i media nazionali – perlomeno quelli ancora in grado di
poterlo fare…).

Tutte sindromi riconducibili allo spaventoso inquinamento che attanaglia
Taranto.

Cosa accade, a fronte di ciò, sul fronte legislativo? Accade che in
Italia il Testo Unico Ambientale ammette come limite alle emissioni di
diossine per gli impianti siderurgici qualcosa come 10.000 ng/metro
cubo, l’equivalente di 10.000 inceneritori, dunque l’Ilva e le altre
industrie del tarantino che emettono questa sostanza sono perfettamente
in regola: ci vorrebbero 27 Ilva per arrivare a limiti tanto
sconsiderati. Nel resto del mondo i paesi più permissivi non vanno oltre
il nanogrammo, tanto per rendere l’idea. Di stabilimenti di questa
portata ce ne sono pochi nel nostro Paese, uno di questi è a Servola, in
Friuli, ma qui la regione, probabilmente anche per le pressioni della
vicina Austria, vara una legge regionale in grado di imporre limiti più
restrittivi di quella italiana e Taranto resta il solo siderurgico dove
questa viene applicata.

Ora la Regione Puglia segue l’esempio del Friuli e vara anch’essa la sua
legge definita “anti-diossina” e subito scendono in campo il Governo ed
il Ministro per l’Ambiente in difesa dell’industria, manco a dirlo.
Vengono distratti i fondi per le bonifiche dei siti industriali di
Taranto e quelli previsti per realizzare una foresta urbana
anti-inquinamento.

E mentre evidenze riportate da noi ambientalisti e dall’organo
scientifico regionale dell’Arpa dimostrano che i limiti previsti nella
legge possono essere raggiunti e viene spiegato come e in quali tempi,
un accordo istituzionale di livello nazionale confuta queste teorie
senza provare il contrario. Il risultato è che la legge viene annacquata
e, per fare un esempio, il monitoraggio della diossina non sarà più 24h
su 24 come previsto inizialmente, ma solo per 8 ore al giorno. Solo i
tarantini conoscono però le incredibili nuvole rosse che si levano
quando tutti dormono in città. 

Ma la diossina è sì cancerogena e dunque pericolosissima per la salute
dell’uomo, ma non è che l’inquinante più famoso a causa di quanto
avvenne a Seveso e per la storia dei rifiuti napoletani. In sua
compagnia ci sono elementi quali gli IPA (idrocarburi policiclici
aromatici), il mercurio, l’arsenico, il cadmio, le polveri sottili, i
metalli pesanti e ogni cosa sia più deleteria per l’essere umano.

Sono solo 2 anni che, grazie all’Arpa Puglia del prof. Assennato, si
misurano le diossine: il risultato è che a Taranto ne vengono emesse il
92% dell’intero ammontare prodotto in Italia, l’8% di tutta la diossina
europea. E parliamo solo di diossine. Per gli altri inquinanti non
abbiamo che le stime fatte dalla stessa industria, dalle quali emerge
una situazione drammatica. Figurarsi a condurre delle misurazioni
effettive anche per questi.

Allevatori, mitilicoltori e agricoltori, che sono i veri custodi del
territorio sono ridotti al lastrico, ma la legge impone l’abbattimento
di capi contaminati, senza prevedere sanzioni a danno di chi ne ha
prodotto le cause. Intere categorie di imprenditori locali che perdono
il posto di lavoro, ma ci si preoccupa di sbandierare il ricatto
occupazionale solo per la grande fabbrica.

Ci sono migliaia di occupati nella grande industria, è vero, ma perché
renderla umanamente sostenibile deve comportare necessariamente
licenziamenti? In quale paese civile del mondo si dice che è necessario
morire pur di lavorare? Politici a tutti i livelli alimentano questa
guerra tra poveri per tutelare gli esclusivi interessi dei profittatori.
Ma anche i propri: ci sono aziende e parenti di politici locali che
hanno interessi diretti all’interno dell’Ilva, saranno mica questi i
posti di lavoro che stanno più a cuore a certi “rappresentanti”?

Gli investimenti che Taranto chiede alimenterebbero la creazione di un
indotto per la progettazione, la realizzazione e la gestione di
tecnologie per l’abbattimento dell’inquinamento che, piuttosto, i posti
di lavoro li creerebbe! Sono investimenti irrisori difronte ai
spaventosi fatturati delle grosse industrie, introiti che sono stati
realizzati anche grazie alla possibilità di poter produrre senza alcun
limite, cosa che accade solo in Italia e in Pakistan. 

Viviamo in una città molto bella e dalle mille potenzialità, ma creare
alternative di sviluppo fa temere la perdita di una serie di privilegi
difficili da immaginare. 

Tornando allo specifico delle emissioni nocive, non solo, dunque, i
tetti previsti per queste ultime sono a dir poco disumani, ma c’è anche
l’impossibilità di stabilire il nesso di causalità fra le emissioni ed i
suoi effetti. 

In realtà il nesso c’è, ed è comprovato da studi medico-scientifici, ma
basterebbe anche solo l’osservazione empirica della nostra realtà a
dimostrarlo: malattie e morti si registrano con maggiore intensità in
prossimità delle industrie, già solo questo giustificherebbe
l’applicazione del sacrosanto principio della precauzione. Ma nemmeno
questo.

Intanto, solo pochi anni, viene fatta chiusa l’area a caldo dello
stabilimento Ilva di Genova a causa delle proteste della cittadinanza
locale e si pensa bene di trasferirla integralmente all’interno di
quello tarantino.

Ed ancora succede che a Taranto non esista un registro tumori, succede
che la magistratura ha le mani legate da leggi inauditamente permissive,
succede che le condanne per chi inquina sono più esigue di quelle
comminate a chi duplica un cd. Accade che il proprietario dell’Ilva
abbia sul suo capo diverse condanne a carico che non sconta e accade che
le istituzioni locali ritirino la propria costituzione di parte civile
poco prima della sentenza di condanna per inquinamento ai danni
dell’Ilva. Inutile dunque parlare di quel pur minimo risarcimento dovuto
alla città e che resterebbe tuttavia un nulla dinanzi a quanto nemmeno
più i soldi possono ridare.

L’immoralità legalizzata si nutre di rassegnazione e poca voglia di
partecipare attivamente alle decisioni che contano.

Per fortuna a Taranto c’è ancora tanta gente che ha voglia di ricordarsi
cosa significhi legalità.