[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

[gc] Messico: la recita che i media nascondono sul virus



Sul sito: Emilio Eduardo Massera, un altro demente

Messico: la recita che i media nascondono sul virus

In Messico quella che noi chiamiamo “mascherina” si chiama anche “tappabocca”. E i messicani, che in 5.000 anni di rigogliosa storia ne hanno viste di carestie, guerre ed epidemie indotte, fin da quella dei conquistadores, non hanno perso né la capacità di riflettere né la lingua tagliente e non si fanno tappare la bocca neanche dalla presunta nuova pandemia. A Città del Messico, poco dopo la scossa di terremoto dell’altro giorno girava (ovviamente di bocca in bocca) una battuta fulminante: “Cos’ha detto il Messico all’influenza? Uuuhhh, guarda come tremo”.

di Gennaro Carotenuto

Oramai sembra evidente che i numeri delle prime ore, complice l’effetto valanga del sistema mediatico mainstream locale (Azteca e Televisa, un duopolio privato che il nostro a confronto è zucchero) e internazionale, erano stati gonfiati e i morti, che per un breve momento erano saliti per bocca dello stesso presidente Felipe Calderón a 159, sono stranamente precipitati ad appena una ventina.

Una ventina concentrati un una megalopoli di venti milioni di abitanti, dove una dozzina di decessi vengono dai quartieri più poveri e in un contesto dove qualunque influenza che si rispetti fa un numero di vittime ben maggiore. Dopo l’antrace e l’aviaria anche la suina, ribattezzata influenza A o H1N1 per neutralizzarne il nome (si dice su ordine della multinazionale della carne suina Smithfield Food Inc.), sta retrocedendo dalla categoria di “pandemia” a quella di psicosi indotta dai media e dal governo.

Quello che è più preoccupante è che far paura ai cittadini oramai è considerato, non solo in Messico (vedi allarme immigrati e sicurezza in Italia o la guerra al terrorismo di Bush), una normalissima e accettabile pratica di governo. Per muovere l’opinione pubblica, spostare voti, far passare per accettabili politiche vergognose “l’allarme è necessario”. Lo ha ammesso con candore, davanti a centinaia di giornalisti, non un pubblicitario pentito ma il dottor Miguel Ángel Lezama, il massimo responsabile messicano per la vigilanza epidemiologica, quasi un Bertolaso messicano. Diffondere l’allarme mondiale, la vera pandemia è nelle teste, è stato “una manera de actuar” per impedire la diffusione del virus laddove in castigliano “actuar” può voler dire “agire” ma anche “recitare”.

Emerge così la sensazione di avere assistito ad una recita per la quale l’informazione ufficiale utilizza i media (che a seconda del contesto reagiscono in modo pavloviano amplificando ogni informazione allarmante e cancellando quella rassicurante, o viceversa) per diffondere un preciso messaggio. E’ una maniera corretta di agire quella di Lezama e Calderón? Loro lo dicono apertamente: “se non avessimo fatto così i morti non sarebbero 20 ma 3.000”. Non solo, come ricorda Julio Hernández López su “La Jornada”, all’entrata nel ministero della Salute non si trova nessuno che porti una mascherina e lo stesso Lezama non ha difficoltà ad ammettere alla stampa che il tappabocca sia del tutto inutile (poi la stampa dimentica di dirlo) ma che è stata distribuita a milioni di messicani per tranquillizzare (effetto placebo) quella stessa opinione pubblica che il governo ammette di aver voluto terrorizzare. E’ la stessa tecnica di chi in Italia ha inventato un allarme criminalità che nei dati non esiste per poi mandare l’esercito in strada davanti al Colosseo e ai monumenti o permettere le ronde dei cittadini per far credere che il governo agisce (o recita).

Non c’è la controprova che con la paura il governo messicano abbia davvero evitato migliaia di morti ma resta il dubbio che se in questi anni avesse investito in un sistema sanitario migliore e in uno educativo capace di produrre cittadini più consapevoli avrebbe ottenuto risultati migliori. Ma soprattutto la domanda è: mentire, allarmare, terrorizzare, Shock and awe, è una maniera democratica di governare? Giovanna Botteri, corrispondente da New York della RAI, inviata in questi giorni in Messico (che fa infotainment registrando i servizi per il TG con la mascherina appena un po’ calata) si preoccupa in ogni singolo servizio di spiegarci che il turismo messicano è fottuto per anni. Non è così, in fondo la gente continua ad andare in Egitto nonostante il rischio attentati e sta già tornando a Napoli nonostante la vergogna dei rifiuti sia stata messa in piazza in tutto il mondo per motivi politici per poi far credere che fosse stata risolta magicamente dal governo Berlusconi. Le Piramidi, gli scavi di Pompei, Tenochtitlán o i murales di Diego Rivera non possono essere incatenati a lungo da una quarantena mediatica.

Di sicuro però il turismo in Messico, fondamentale risorsa di un paese in crisi strutturale da un quarto di secolo con 12 milioni di emigrati e 40 milioni di poveri, subirà un gravissimo contraccolpo. Possibile che il governo Calderón sia così pazzo da giocare col turismo con tre milioni di immigrati che stanno tornando dagli Stati Uniti espulsi dalla crisi prima che da leggi migratorie inumane e ai quali proprio non si sa cosa far fare tanto che il Cardinale primate Norberto Rivera invita a pregare per loro?

Riavvolgiamo il nastro. Il 16 aprile 2009, sembra un secolo ma sono passate appena due settimane, Barack Obama viaggiava per la prima volta in vita sua in Messico e in America latina. Come abbiamo dato conto in Giornalismo partecipativo e Latinoamerica, l’incontro con il neopresidente statunitense per Felipe Calderón andò malissimo. Laddove il presidente messicano si aspettava di poter coinvolgere Obama in un contesto nel quale i problemi principali del Messico, il narcotraffico, la crisi economica, l’emigrazione (che hanno come detonante il trattato di libero commercio in vigore dal 1994) fossero cogestiti come questioni bilaterali, Obama rispondeva assumendosi alcune responsabilità ma rimanendo fermo nel mantenere il pieno controllo su temi che considera fatti interni statunitensi (in primo luogo la gestione dell’immigrazione) disinteressandosi di altri problemi drammatici a Sud della frontiera. Il governo messicano, soprattutto un governo di destra come quello del PAN guidato da Calderón, ha le mani legate. Non può e non vuole modificare il modello economico che sta affondando il paese, non sa combattere il narcotraffico (col suo corollario di corruzione dilagante) se non mostrando una militarizzazione del territorio senza speranza, non riesce a cogestire con gli Stati Uniti la questione migratoria per ottenere condizioni più umane per quei milioni di messicani usa e getta che lavorano oltre frontiera.

A un mese dalle elezioni parlamentari non si sa chi avrà voglia di partecipare, sfilare, assistere a comizi in mascherina. Di sicuro nessuno da giorni parla più del narcotraffico. Le migliaia di morti veri, quella della guerra civile dei narcos, i cadaveri decapitati, i regolamenti di conti, sono completamente oscurati dall’epidemia. E i problemi sociali? La povertà, l’esclusione che si è solo appesantita con il PAN al potere? I soldati in giro a migliaia servono solo a regalare mascherine o sono l’unica maniera per regolare la febbre messicana che non è il virus ma il conflitto sociale sempre sul punto di esplodere? Perfino i problemi migratori possono essere accettati. Chi criticherebbe oggi Obama se chiudesse le frontiere rimandando sine die qualsiasi misura che alleviasse la condizione di milioni di disperati? Perfino quelle imprese chiuse per decreto, quegli imprenditori che non sanno più bene perché non stanno lavorando, quella vita paralizzata, quella mazzata sul turismo servirà a drogare in peggio e mescolare le carte dei dati economici dell’unico paese latinoamericano già in recessione. E alla fine il governo che “actúa” (che agisca o reciti poco importa), che fa (e i media si incaricano di offrire spazi infiniti come per il nostro presidente operaio) contro un’epidemia quasi fantasma tranquillizzando i cittadini con mascherine placebo, dalla presunta pandemia non ha che da guadagnarci.

Giornalismo partecipativo