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Violenza ovunque in America latina



Violenza ovunque in America latina

I media scoprono periodicamente che il peggior vulnus nel Venezuela di Hugo Chávez è non aver saputo affrontare la violenza endemica di una società caotica. E così picchiano duro, soprattutto adesso, in campagna elettorale, facendo intuire perché proprio ora si interessino di violenza a Sabana Grande o perché un morto ammazzato a Chacaito faccia più rumore di dieci o cento cadaveri a San Pedro Sula o a Medellin. L'uso politico dell'informazione sulla violenza contribuisce ad occultare l'uragano che sta mettendo il piombo nelle ali ai molti successi latinoamericani dell'ultimo decennio.

* sul sito la versione con immagini.

di Gennaro Carotenuto

Che il Venezuela, in particolare Caracas, sia assurdamente, tristemente, scandalosamente violento, chi scrive lo dice da una decina d’anni. E’ violento, crescentemente violentissimo, nonostante in 10 anni la disuguaglianza nel paese, come certificano le Nazioni Unite, si sia ridotta in Venezuela più che in ogni altro luogo. Anche se l’eredità della IV Repubblica era pesantissima, un decennio non è più un breve periodo per giudicare. Non è un periodo che ammette indulgenze; testimonia assenteismo o incapacità nel merito a patto di aver ragionevolmente chiara la titanicità della questione.

La triste realtà è allora che non bastano politiche inclusive, non basta la riduzione della povertà, non basta la crescita del welfare, non basta dare più scuola e più salute. Anzi, probabilmente, rispetto a società che anche in questi anni hanno peggiorato la situazione la differenza è minima. La triste realtà è che ci vuole molto di più di un governo popolare per domare questo scontro tra ricchezza e povertà, modernità e sottosviluppo, consumismo sfrenato e disuguaglianza, polvere bianca, alcool e corruttela infinita che colpiscono diversamente ma sconquassano tanto le classi dirigenti come quelle popolari in gran parte della regione. Senza scomodare l’uomo nuovo di Ernesto Guevara ci vorrebbe una società con meno alcool e droga in corpo, meno avidità, meno desideri inevasi, meno frustrazione violenta, meno ingiustizia, più possibilità per tutti.

A leggere i giornali però è tutto semplice. Se aumenta la violenza in Venezuela è senz’altro colpa del socialismo, anzi, di Hugo Chávez. Però, se è endemica in Messico, nessuno si azzarda a supporre che ciò abbia a che vedere col capitalismo. E se Cuba è forse il posto meno violento al mondo a nessuno viene voglia di dire, pena essere trattato come un cappellaio matto, che forse qualche merito è di 50 anni di Rivoluzione.

L’occhio dei media distorce tutto. Alzi la mano chi, soprattutto dopo una certa ora, va in giro fischiettando tranquillo nella Zona 1 (il centro) di Città del Guatemala e in decine di altre città della regione. E solo un mistificatore come Moisés Naím può scrivere su “L’Espresso”[1] che a Ciudad Juárez in Messico, con Felipe Calderón, la gente torni ad uscire in strada. A far cosa, visto che tutto il centro storico, a ridosso con la frontiera con gli Stati Uniti, è una sequenza ininterrotta di negozi chiusi e la tensione, nei pochi “antri” (locali) aperti, si taglia col coltello e solo l’eroica volontà dei cittadini si ostina a rivendicare il diritto ad una vita normale? Di sicuro il signor Naím a Juárez non metterebbe il naso fuori dall’albergo ma si pregia di diffondere un’evidente menzogna sulla stampa internazionale.

La realtà è che l’esplosione di una violenza spesso già endemica, ma rinnovata nelle forme e nei numeri, in questi anni nei quali crisi e crescita si accavallano, è ovunque in America latina. Poche le eccezioni tra le capitali: Santiago del Cile, Montevideo, in termini relativi Managua e San José, paradossalmente Città del Messico e, sicuramente, l’Avana. Vista da paesi come il Guatemala e il Salvador perfino l’infida Caracas sembra una città vivibile. Qualsiasi famiglia della classe dirigente guatemalteca oramai affronta la strada solo con tre SUV in carovana. Due di scorta, avanti e indietro, e il rampollo in mezzo da portare al fast food o in piscina. Ovunque l’affare della sicurezza privata, un tema sul quale si scrive troppo poco, è una delle principali industrie.

Guardo alle statistiche sui morti ammazzati nel pollicino Salvador, e scopro che si passa dai 3.100 morti ammazzati del 2008 ai 4.300 del 2009 ai più di 5.000 di quest’anno. Respingo la voglia di metterli in proporzione con i morti venezuelani e questa scalata non è certo colpa di Mauricio Funes. Ma sono numeri che si avvicinano a quelli della guerra civile (70.000 morti dall’80 al ‘92). Ed è un quasi raddoppio in due anni senza un vero motivo che non sia il piano inclinato di una società dove la vita dei ragazzi delle maras non vale nulla, come ha documentato in “La vida loca” Christian Poveda, rimettendoci la propria.

Vite a perdere sono anche quelle dei migranti, quelli massacrati nel Tamaulipas e quelli che attraversano il Continente cercando un lavoro negli Stati Uniti per essere sistematicamente rapinati, sequestrati, stuprati, come abbiamo documentato in un’inchiesta pluricitata dalla stampa latinoamericana (perfino in un articolo di fondo de La Jornada), ma ovviamente ignorata da quella italiana.

Così non vale niente neanche la vita dei ragazzi di Juárez. Con Chiara Calzolaio abbiamo titolato il nostro reportage dalla capitale del Chihuahua, forse la città più violenta al mondo: “Viaggio al termine del neoliberismo”. Come ci ha detto Ignacio Alvarado, giornalista di “El Universal”: “il 65% dei morti sono minori di 25 anni e sono figli o nipoti delle operaie delle maquiladoras”. Come ci ha spiegato Elizabeth Ávalos, sindacalista, ex-operaia: “oggi vivono a Juárez mezzo milione di giovani ai quali il modello neoliberale non ha mai offerto nulla, né istruzione, né salute, né lavoro e vedono nel narco l’unica possibilità di guadagno e riconoscimento sociale”. Se è vero che per spacciare o fare il sicario guadagni almeno 1.000 dollari, non c’è partita con “le maquiladoras dove pagano salari di 500 pesos settimanali [30 Euro] con contratti che possono durare appena 15 giorni”.

Tornando a Caracas, Aram Aharonian, armeno-uruguayo da 30 anni in Venezuela, dove ha fondato niente di meno che Telesur, mi accoglie mettendo le cose in prospettiva: “Da 40 anni c’è violenza in Venezuela. Prima i detonatori erano la povertà e l’esclusione. Adesso i motivi principali sono la droga e il consumismo. E’ vero che muore più gente che in Iraq, ma dai dati che ho io non c’è più violenza qui che in Brasile, Colombia, Stati Uniti”. Hai ragione fratello Aram, uno dei più grandi sognatori e costruttori della Patria grande e analista brillantissimo, ma non possiamo considerarlo mezzo gaudio. Soprattutto, e in questo c'è un limite chiaro nei meriti del governo bolivariano, quel 72% di giovani tra i morti ammazzati dovrebbero trovare fonti di lavoro diversificate in un contesto dove il socialismo non può essere solo una più equa distribuzione della rendita petrolifera. Chi scrive lo sostiene dal 2004 quando lo affermai in presenza del presidente Chávez. A sei anni di distanza, non vedo sostanziali cambiamenti.

E’ tuttavia ragionevole la difesa di Aram rispetto all’incredibile capacità deformante di media che scelgono di vedere solo quello che a loro conviene. Nella storia colombiana “la violencia” è il periodo successivo all’assassinio di Jorge Eliécer Gaitán nel 1948, una violenza che dura tutt’ora tra paracos, narcos, sicari e violenza urbana e rurale. Eppure, a leggere grandi media internazionali come “El País” di Madrid, sembra che in Colombia Álvaro Uribe abbia risolto tutti i problemi, e gli unici narcos superstiti sarebbero i terroristi delle FARC. Il Messico è violento, ma è un carattere tipico di quelle genti fumantine e per fortuna che c’è un meraviglioso governo che vive e lotta insieme a noi è l'interpretazione. Invece, se il Venezuela è un disastro, è sicuramente e solo per colpa di Chávez. Le immagini orribili dell’obitorio di Caracas (vedi foto più in alto), che evidentemente il governo bolivariano avrebbe preferito (sbagliando) non circolassero, sono quelle che troveremmo entrando negli obitori di mezzo continente.

Vivendo con i medici di Barrio Adentro (il programma che ha costruito il sistema pubblico di salute in Venezuela), nei quartieri popolari di Barcelona, nello Stato Anzoátegui ho verificato come nei fine settimana, quando TUTTI gli uomini erano ubriachi, vigeva un vero coprifuoco. Oggi i dati macroeconomici, quelli sull’inclusione, sulla diminuzione della povertà, premiano l’America latina (lo riconosce oramai perfino l’Economist) in Anzoátegui, in Venezuela, nel Continente. Ma quanti uomini avranno lasciato il “trago”? Quante risse mortali tra ubriachi in meno? Quante rapine sotto l’effetto di stupefacenti?

Tutto ci riporta ad una dimensione continentale. Di fronte all’infinita capacità corruttiva del narco, di fronte all’abdicare della classe dirigente, di fronte alla violenza, alle armi da fuoco senza controllo, all’alcool come piovesse, all’ignoranza atavica dei cinque secoli di colonialismo e a quella indotta dalla notte neoliberale, quanti passi indietro si fanno per ogni passo avanti?

Scaricate, andate a vedere, se potete, o almeno visitate il sito di “El infierno, el México de hoy”, il film di Luís Estrada che Felipe Calderón voleva censurare. E' uscito questa settimana ed è già considerato il film simbolo sul Messico nell’anno del bicentenario. Per qualcuno è perfino il possibile film simbolo di questa era come “Il viaggio” di Pino Solanas lo è stato per la notte neoliberale. E’ la storia di Benjamín García che, dopo vent’anni di lavoro, viene espulso dagli Stati Uniti e al suo paese, ribattezzato “San Gabriel Narcángel” (San Gabriele Narcangelo), non trova altro che unirsi al narco.

A qualcuno tocca ricordare che sono i trattati di libero commercio, le imposizioni delle regole dell’FMI all’epoca delle ripetute crisi del debito incubate per decenni, tutte scandalosamente favorevoli all’agroindustria, negli Stati Uniti o delle multinazionali, ad aver messo in movimento decine di milioni di contadini (12 nel solo Messico) liberi di scegliere solo tra emigrazione e narco. La crescita della violenza è colpa del modello economico, non certo quello socialista che esiste solo a Cuba, dove pure proprio l’infima rendita agraria è il punto algido della crisi, ma al quale anche i nemici dovrebbero sul piano della violenza e della gestione del territorio rendere l’onore delle armi. E’ colpa del modello soprattutto in quella versione estrema dell’imprenditorialità neoliberale che è il narcotraffico. Lo testimonia proprio il fatto che di sicuro i cambiamenti, pur evidenti, di 12 anni di Repubblica Bolivariana, non sono sufficienti a far dire che il socialismo (o l’esercizio retorico di Chávez di definirlo così) riduca la violenza.

E comunque, anche se la malafede dei media dà i brividi, Chávez, nel fallire nell’affrontare l’orrore di quelle decine di migliaia di vite, quasi sempre giovani, buttate via, è in ottima compagnia: dalla Colombia fino a ieri di Álvaro Uribe alla destra Yunque di Felipe Calderón in Messico. Dalla sinistra post Teologia della Liberazione di Lula, a quella “light, light, light” come si definisce Álvaro Colom, in un Guatemala dove per il pizzo le mafie sparano sistematicamente alla nuca agli autisti d’autobus. Da quella di Mauricio Funes in Salvador con i 5.000 morti nel pollicino del Continente fino agli Stati Uniti di Barack Obama.

Armi da fuoco, proibizionismo per le droghe e troppa libertà per l’alcool, corruzione, classi dirigenti ignobili e persistente disuguaglianza sono i mali principali che stanno mettendo piombo nelle ali della rinascita latinoamericana. Educazione, uguaglianza e probabilmente una lunga battaglia antiproibizionista da combattere qui e negli Stati Uniti i rimedi. In questo il referendum californiano sulla liberalizzazione della mariuhana è un test importante. Ma ci vorranno decenni per uscire da “la violencia”.

[1] Cfr. M. Naím, Miracolo messicano, “L’Espresso”, 13 maggio 2010, al quale replicò G. Minà, Ecco chi paga Moisés Naím, Freedom House, Reporter sans Frontiéres e la loro informazione al guinzaglio, in “Latinoamerica e tutti i Sud del mondo”, 2010, n. 110/111, pp. 12-21.

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it




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Gennaro Carotenuto per Giornalismo partecipativo
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