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Violenza golpista in Ecuador, intervista esclusiva da Quito per Giornalismo partecipativo



Violenza golpista in Ecuador, intervista esclusiva da Quito per Giornalismo partecipativo

ALeqM5igjSYMCemzSlQdzluW7s0A2kVZwAGiornalismo partecipativo ha raggiunto a Quito Maria Alexandra Benalcazar, giornalista del collettivo “Ruptura de los 25” che intervistiamo sul golpe contro il Presidente Rafael Correa che è attualmente sequestrato in un ospedale della Polizia. Maggiori notizie e aggiornamenti sul sito e sul twitter.

Che succede a Quito?

“La polizia e parte delle forze armate si sono sollevate appoggiate da un contesto di disinformazione e manipolazione sistematica da parte di gruppi che si oppongono al processo politico di cambio rappresentato dal presidente Rafael Correa che tuttora, nonostante tutto, ha l’appoggio di più del 60% della popolazione, come mai nessun governo da decenni”.

Maria Alexandra, come sta evolvendo la situazione?

“Paradossalmente adesso (17.00 ora di Quito) la situazione in città è più tranquilla della mattina. La città di Quito, da dove ti parlo, ma so per certo che anche a Guayaquil è lo stesso, è stata per molte ore completamente sotto il controllo della polizia ammutinata. Ci sono per certo decine di feriti tra i quali, posso testimoniare, due deputati e un cameramen che è stato picchiato, calpestato, e la sua telecamera è stata completamente distrutta”.

Una delle cose della quale si dibatte all’estero è se si tratta di un colpo di stato organizzato oppure di un evento casuale. Sarebbe il terzo golpe contro un paese dell’ALBA, dopo il Venezuela nel 2002, Honduras 2009 e Ecuador 2010, senza contare il golpismo boliviano.

“Il governo da tempo sostiene che si stava preparando l’insubordinazione della Polizia e ci sono evidenze che ci sia un piano cospirativo. Del resto è sicuro che anche elementi dell’esercito, che poi si sono tirati indietro, sono coinvolti. La cosa più probabile è che la scintilla casuale del golpe sia stata lungamente preparata in Ecuador e all’estero”.

Come è esplosa la scintilla?

“Stamattina con molto coraggio il presidente Correa è andato a dialogare con i poliziotti del Reggimento Quito, già ammutinati contro la nuova legge sui servizi pubblici che secondo loro li danneggia. Il clima era violentissimo. Gli anno tirato addosso benzina e gas lacrimogeni e lo hanno picchiato. E’ un miracolo che non sia saltato tutto in aria. Lì c’è stato un problema con la sua sicurezza e il Presidente Correa è rimasto con appena due persone di scorta che, con molta difficoltà, sono riusciti a sottrarlo ad un quasi linciaggio e portarlo nell’ospedale della polizia, dove è ancora sequestrato e difeso dalla sola GOE (la sua scorta)”.

Consideri che la vita del presidente è a rischio?

“Sì, lui stesso lo ha detto quando due ore fa è riuscito a parlare alla radio pubblica, ed è evidente che è così. Voglio dire alla mia famiglia e al paese –ha detto- che i poliziotti ammutinati sono responsabili della mia vita. E’ stato fino ad ora il momento di maggior tensione. In quel momento stesso, infatti, un gruppo di poliziotti stava tentando di entrare nella stanza per portarlo in un altro luogo ma, apparentemente, dopo la proclamazione dello stato d’assedio, hanno rinunciato a portarlo fuori nonostante resti assediato e con i soli GOE a difenderlo”.

Com’è la situazione delle forze armate?

“Stamane c’erano rumori su alcune caserme che si sarebbero sollevate insieme alla polizia. Col passare delle ore questa notizia non è stata confermata. Poco fa ho verificato con una fonte del Ministero degli Interni e non risulta nessun reparto delle forze armate che non appoggi il presidente. E questo è probabilmente il dato chiave, perché dalle 10.30 alle 12 temevamo seriamente che non fosse così e probabilmente ci sono stati molti tentennamenti in quel senso”.

E ora?

“Il fatto che le forze armate non si siano sommate al golpe (ma fino ad ora non siano neanche intervenute per liberare il presidente ndr) non toglie che in questo momento, ed è gravissimo, il nostro presidente è sequestrato in un ospedale di una caserma della polizia. Oltre a lui ci sono altri sequestrati nell’ospedale, alcuni giornalisti della televisione pubblica e almeno uno del quotidiano El Expreso”.

La situazione sembra precipitare. Il popolo di Quito sta già pagando un prezzo alto.

“Infatti. L’altra questione è che sempre più ci sono riscontri di scontri, soprattutto nelle vicinanze di dove è sequestrato il presidente e ci sarebbero feriti con colpi di arma da fuoco. Inoltre c’è stato un tentativo di prendere il parlamento da parte dei poliziotti ammutinati che tengono in pugno di fatto Quito e Guayaquil. In ogni caso non ci sono trasporti pubblici, le scuole e le banche sono chiuse e ci sono moltissime strade con posti di blocco”.

Come si può uscire da questa situazione? Ci sarà un 13 aprile anche per Quito come il giorno che il golpe in Venezuela fu sconfitto?

“La cosa cruciale è salvare il presidente che è realmente in pericolo sperando che non si arrivi al bagno di sangue. Perciò convochiamo ai cittadini della forza pubblica a rientrare immediatamente nell’ambito della Costituzione”.

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it




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Gennaro Carotenuto per Giornalismo partecipativo
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