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Lo strano caso del tricolore alle finestre



Lo strano caso del tricolore alle finestre

Passata la festa del 150° anniversario dell’Unità resta innanzitutto un memorabile Giorgio Napolitano (peraltro pessimamente accompagnato) a testimoniare valori repubblicani in un paese che tali valori non ha mai coltivato. C’è da chiedersi cosa sarebbe stato di noi se in questi vent’anni la politica (almeno questo!), non avesse scelto in sequenza tre dei suoi più dignitosi esponenti, il vecchio democristiano Oscar Luigi Scalfaro, il vecchio azionista Carlo Azeglio Ciampi e il vecchio comunista Giorgio Napolitano per dar sostanza di argine ad un Colle dove altrimenti si sarebbero accampate le lanzichenecche di Lele Mora.

di Gennaro Carotenuto

Fuori, soprattutto negli ultimi vent’anni, è restato il paese che conosciamo, nel quale la disuguaglianza cresce, è gramo vivere al di fuori di una ristretta cerchia di garantiti e dove suonano vuoti i pur indiscutibili ragionamenti su quanto meglio stiamo rispetto a 150 anni fa. L’Italia è oggi un paese nel quale non la casta ma un nutrito numero di cittadini, probabilmente addirittura la maggioranza, ogni volta che può coi valori repubblicani si pulisce le scarpe. Lo testimoniano non tanto e non solo il persistente potere berlusconiano o il declino oramai anche etico dell’opposizione post-comunista che un tempo incarnava in Enrico Berlinguer la “questione morale”. Lo testimoniano innanzitutto quei 150 miliardi di evasione fiscale e quei 60 di corruzione ogni anno che fanno apparire briciole i soldi che Giulio Tremonti taglia via via dalla cultura o dalla salute, dalla scuola o finanche dalle cure palliative ai malati terminali.

In Italia non c’è un Brenno straniero da respingere col ferro ma milioni di Brenno interni che sottraggono al paese quell’oro senza il quale nulla è possibile (dal risanamento dei conti pubblici a finanziare scuola, sanità, ricerca…). E non è un paradosso che il partito anti-italiano, che teorizza addirittura l’estraneità e superiorità della propria gente sul paese tutto, la Lega Nord, dal Trota Bossi alle quote latte, si sia dimostrato il più arci-italiano dei partiti nell’applicare un familismo amorale che non ha latitudini e che appare oggi, per certi versi più delle mafie (che almeno sono perseguibili penalmente), il vero cancro del paese.

In tale amoralità diffusa resta da interpretare la novità di quelle bandiere appese alle finestre. Queste fanno apparire una scommessa vinta quella di quanti, Napolitano, ma anche Giuliano Amato tra i politici di primo piano, hanno scelto di celebrare il 17 marzo come festa nazionale sulla scia della rivalorizzazione di simboli patrii inaugurata da Carlo Azeglio Ciampi per contrastare con simboli unificanti l’eversione leghista allegramente cooptata dalla politica romana. Tali bandiere, in alcune regioni soprattutto del centro-Italia, a tratti sono apparse quasi un tripudio tricolore. Cosa ha animato chi il tricolore ha esposto, dai balconi come dalle vetrine? Vuoto conformismo? Neo-nazionalismo? Orgoglio per glorie passate di fronte alle meschinità presenti? Superamento del Novecento nel quale l’esposizione del tricolore (ma perché dimenticano sempre il Guttuso del simbolo del PCI e il Garibaldi delle brigate partigiane prima e del Fronte popolare poi?) era interpretata come revanchismo fascista? Semplice voglia di festa, magari consumista? Aspirazione ad un nuovo Risorgimento nella rivendicazione dei valori repubblicani identificati col simbolo bandiera?

Sarebbe bello sposare in toto tale ultima tesi ma la risposta è probabilmente un po’ in ognuna di tali supposizioni. S’espone il tricolore con più leggerezza, s’espone perché altri lo fanno, s’espone perché viva l’Italia e ciao, s’espone (magari titubando) per lanciare un messaggio contro il regime dei peggiori ch’è riuscito a far ministri impresentabili come Mariastella Gelmini, Roberto Calderoli, Franco Frattini. Di sicuro in quelle bandiere non v’è più l’esasperazione della religione politica novecentesca, non può esserci la riproposizione astratta degli ideali post-romantici dei giovani dell’Ottocento che fecero l’Italia, ma non v’è ancora, se non in embrione, una religione civile del XXI secolo. Tuttavia quel tricolore alle finestre resta un simbolo, che come tale vuol dir tutto e niente ma sul quale dobbiamo interrogarci. I migranti, molti, che ieri hanno esposto la bandiera italiana quasi con ingenuità, magari con figli piccoli che stanno educando a vivere in un paese spesso ostile, ci hanno indicato nella ricerca di valori solidali l’uscita dal feroce individualismo del ventennio neoliberale. Ci hanno detto (ribaltando se si vuole il guerresco Mameli) che è nel rifiuto dell’altro, dell’estraneo e del diverso che il regime della paura sul quale si basa l’individualismo imperante prospera. Ci hanno detto che è solo in un ritrovato senso della cittadinanza che l’Italia può farcela.

In questo senso sarebbe bello e forse necessario estendere il 17 marzo a oggi, 18, a domani 19 e continuare a esporre quel tricolore oltre il 25 aprile fino al 2 giugno. E’ la Costituzione repubblicana il patto collettivo che già c’è e che dobbiamo rinnovare. I simboli, che sono tutto e niente, possono e devono essere interpretati e riempiti di contenuto e significato. Quel tricolore deve incarnare i valori repubblicani e rappresentare gli italiani in un nuovo patto che superi l’esistente in una nuova idea inclusiva di società che punti a farsi religione civile del XXI secolo nella quale riconoscersi, incontrarsi farsi forza e contrastare in un’asperrima battaglia i milioni di Brenno che vivono tra noi e perfino quel Brenno che alligna in ognuno di noi ogni volta che il nostro particulare ci invoglia a violare le regole. Non è facile, ma quando mai lo è stato?

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Gennaro Carotenuto per Giornalismo partecipativo
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