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Bengasi, nonostante l’ONU, è sola



Bengasi, nonostante l’ONU, è sola

Chi avrebbe la legittimità di bombardare Tripoli? Nicolas Sarkozy, cha appena poche settimane fa offriva truppe francesi al dittatore tunisino Ben Alì per soffocare (nel sangue) la protesta? Silvio “baciamo le mani” Berlusconi, che fino a ieri proclamava il massacratore di migranti Muammar Gheddafi “campione della libertà”? Non è l'unica domanda da porsi sui fatti libici ma non è una domanda pleonastica. L’Occidente continua ad autolegittimarsi come gendarme del mondo senza averne la dignità, né per il passato né per il presente. Quelle astensioni pesanti, Brasile, India, la stessa Germania, che è di gran lunga il paese occidentale più avanti nel pensare se stesso in un mondo multipolare, oltre a quelle di Cina e Russia, testimoniano il disagio persistente verso paesi che pretendono di essere arbitri in partite dove sono innanzitutto giocatori.

di Gennaro Carotenuto

L’argomento principale di quanti difendono i bombardamenti che stanno per piovere su Tripoli è l’urgenza. L’urgenza di salvare vite umane. Chi può negarsi? Peccato che era urgente salvare vite umane anche 15 giorni fa ma chissà perché all’epoca le condizioni non erano date. Peccato che la cosa più ovvia da fare per salvare i militanti di una ribellione armata sconfitta sarebbe negoziarne l’uscita con un enorme ponte aereo e dare a tutti lo status di rifugiati politici (orrore!). Improvvisamente invece è urgente bombardare e son già tutti lì schierati nei tg i generaloni della lobby della guerra: ci riammanniscono per l’ennesima volta il piattino di bombardamenti chirurgici, missili intelligenti e di interventi umanitari col calunnioso corollario che i grilli parlanti che criticano l’intervento sarebbero amici di Gheddafi come ieri erano amici di Saddam Hussein o di Slobodan Milosevic o del Mullah Omar o Osama Bin Laden.

La realtà (giova sempre ricordarlo) è che non sono i “pacifisti” ad essere amici di Gheddafi. Sono i Berlusconi e i David Cameron a far affari con il dittatore e ad avergli appaltato per anni il massacro dei migranti. E’ Sarkozy che voleva massacrare i manifestanti a Tunisi e che oggi gioca la sua partita a Bengasi. Era Donald Rumsfeld a stringere la mano a Saddam Hussein. Erano i servizi statunitensi e pakistani a foraggiare i talebani in Afghanistan prima che il gioco sfuggisse loro di mano.

La realtà è che caschiamo sempre negli stessi errori nel considerare autorevoli questi signori, generali con le mostrine piene di stelle, analisti, pseudo-esperti di temi strategici, urlatori politici, in genere prezzolati (per il caso statunitense Cfr. D. Barstow, Behind TV Analysts, Pentagon’s Hidden Hand, “The New York Times”, 20 aprile 2008, per l’Italia, O. Bergamini, La democrazia della stampa. Storia del giornalismo, Roma-Bari, Laterza, 2006, pp. 281-285 o il mio Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet, pp. 62-71). Non sono autorevoli ma infestano qualunque dibattito reso impari dalla censura o dalla marginalizzazione delle voci di chi sull’uso della forza è critico. Perché il TG1 non invita Alex Zanotelli o Angelo del Boca, sicuramente il massimo esperto di Libia in Italia?

La disparità del dibattito non priva di senso la domanda: perché sarebbe urgente bombardare oggi mentre 15 giorni fa non lo era? Ma la risposta è: per l’insipienza, l’ignoranza e il razzismo di chi oggi vuol bombardare. Sono gli stessi che fin dall’inizio hanno temuto più le rivolte popolari mediorientali che i regimi che quelle rivolte avevano provocato. Era a loro che stavano bene i Gheddafi, i Mubarak, i Ben Alì e gli altri regimi repressivi nel golfo persico. “Speriamo che Mubarak continui a governare per molti anni ancora con lungimiranza e saggezza come ha sempre fatto” scrisse Franco Frattini sulla sua pagina Facebook, una dichiarazione così inopportuna che avrebbe dovuto decretarne la sua fine politica su due piedi. Intanto Gheddafi nell’ultimo decennio, senza muoversi di un centimetro, era passato dall’essere un terrorista e una canaglia all’essere un “campione della libertà” “da non disturbare” (Silvio dixit) mentre reprimeva duramente quella stessa rivolta che oggi vogliamo salvare.

Tuttavia, mentre noi non disturbavamo, per qualche giorno l’effetto sorpresa era stato con i ribelli, troppo facilmente identificati con i cirenaici sollevati per motivi tribali contro i nemici tripolitani. Se non ci mette di mezzo le “etnie”, i “clan”, le “tribù”, nessun problema del sud del mondo è spiegabile per un editorialista italiano e occidentale. Tutto serve pur di non parlare di classi, di élite, di potere, di neoliberismo, di colonialismo, di povertà, di corruzione endogena o indotta, di ingiustizia sociale. “Problemi tribali” è il jolly buono per ogni evenienza dal Kenia alla Birmania, dalla Bolivia alla Bosnia Erzegovina al Waziristan come se la Regina Vittoria fosse viva e imperasse ancora in mezzo a noi. Comunque sia Gheddafi appariva in difficoltà. Così i nostri apprendisti stregoni della politica internazionale, anche per il vizio di credere alla loro stessa disinformazione piuttosto che studiare, avevano umoralmente deciso che la Jamahiriya era fottuta e bisognava cambiare cavallo e cercarlo a Bengasi tra quei rivoltosi sulla repressione dei quali fino a poche ore prima si era disposti a chiudere un occhio. Davvero: nemmeno Gheddafi meritava amici come Berlusconi.

Quanti agenti tiene l’AISE, ex-SISMI, a svernare a Tripoli? Quanti ne tengono gli altri servizi occidentali? Hanno creduto di cogliere la pera matura della caduta di Gheddafi senza muovere un dito e hanno commesso un errore esiziale. Da una parte , almeno militarmente, Gheddafi, incattivito se possibile dal sentirsi tradito, era tutt’altro che sconfitto. Dall’altra i ribelli, che non avevano vinto e non avevano la forza per farlo, passavano ad essere gli alleati dei nemici colonialisti della Libia. L’esempio che viene in mente è quello di sciiti e curdi iracheni spinti a sollevarsi contro Saddam Hussein nel 1991 e poi traditi e abbandonati al loro destino da George Bush padre. Gheddafi ci metteva cinque minuti a risfoderare il repertorio terzomondista e anticolonialista che aveva da tempo abbandonato.

Ritrasformato Gheddafi in nemico, e scoprendo tardi di avere scelto un cavallo alternativo troppo debole, l’intervento appare così l’unica soluzione per riparare sia all’insipienza criminale con la quale avevano appoggiato Gheddafi, sia alla sventatezza con la quale l’avevano poi abbandonato. Per far cosa lo scopriremo. Probabilmente per salvare i cirenaici dai bombardamenti oggi e consegnarli alla repressione domani. Gheddafi vincerà comunque, magari in maniera più felpata e imporrà il suo ordine e l’intervento di oggi sarà servito solo per lavare la coscienza di quegli organismi internazionali, ONU in testa, inerti di fronte al Ruanda o a Srebrenica. Oppure, se così non sarà, ma siamo lungi da ciò, la Cirenaica verrà trasformata in una sorta di nuovo Kossovo, in un mappamondo sempre più punteggiato di entità sospese, né stati, né colonie. In fondo sotto la formula della no-fly-zone entrano tante cose e la “guerra umanitaria” in Yugoslavia fu vinta con i soli bombardamenti senza dover mai far scendere un uomo a terra.

Di sicuro, stretta tra Gheddafi e gli occidentali, la sollevazione popolare libica sarà stata addomesticata per il sollievo di molti, come dimostra l'assenso di quella banda di dittatori della Lega Araba alla risoluzione ONU. Amica dell’Occidente per necessità, ma incapace di vincere, sarà monito per le altre, anch’esse oggi represse nel sangue, dal Bahrein alla Siria allo Yemen (solo ieri 52 morti ammazzati) senza che arrivino i nostri. Come sempre contestualizzando regionalmente, le cose si capiscono meglio. I ragazzi libici in maniera solo apparentemente di segno opposto ai loro coetanei sauditi o egiziani debbono essere tenuti sotto controllo, dalle élite locali o dal mondo che al tempo di Enrico Mattei chiamavamo delle “sette sorelle”.

Oggi la festa di Bengasi e Tobruk per quella no-fly-zone che ne allunga l’agonia stringe il cuore. A cent’anni esatti dall’impresa giolittiana pensare agli italiani liberatori a Tripoli, bel suol d’amore, fa capire che davvero non impariamo mai nulla.

Silvio afono, e nudo

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Gennaro Carotenuto per Giornalismo partecipativo
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