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Guerra di Libia. Così non si difendono i diritti umani



Guerra di Libia

Così non si difendono i diritti umani


10 tesi sull'intervento militare

di Flavio Lotti, Coordinatore nazionale della Tavola della pace
(www.perlapace.it)


1. Una cosa è la Risoluzione dell'Onu, un'altra è la sua applicazione. Una
cosa è difendere i diritti umani. Un'altra è scatenare una guerra.

2. La Carta dell'Onu autorizza missioni militari (art. 42), non qualsiasi
missione militare.

3. L'iniziativa militare contro Gheddafi è stata assunta in fretta da un
gruppo di paesi che hanno fatto addirittura a gara per stabilire chi
bombardava per primo, che non ha nemmeno una strategia comune, che non ha
un chiaro comando unificato ma solo una forma di coordinamento, con una
coalizione internazionale che si incrina ai primi colpi e che deve già
rispondere alla pesante accusa di essere andata oltre il mandato ricevuto.
Si poteva iniziare in modo peggiore?

4. Da tempo si doveva intervenire in difesa dei diritti umani. Lo abbiamo
chiesto ripetutamente mentre l'atteggiamento del governo italiano e della
comunità internazionale e, diciamolo, di tanta parte dei responsabili
della politica oscillava tra l'inerzia e le complicità con Gheddafi. Se si
interveniva prima, non saremmo giunti a questo punto.

5. E ancora oggi, mentre si interviene in Libia non si dice e non si fa
nulla per fermare la sanguinosa repressione delle manifestazioni in
Baharein, nello Yemen e negli altri paesi del Golfo. L'Italia e l'Europa,
prima di ogni altro paese e istituzione, devono mobilitare ogni risorsa
disponibile a sostegno di chi si batte per la libertà e la democrazia.

6. Ricordiamo che la risoluzione dell'Onu 1973 indica due obiettivi
principali: l'immediato cessate il fuoco e la fine delle violenze contro i
civili. Qualunque iniziativa intrapresa in attuazione di questa
risoluzione deve essere coerente con questi obiettivi. Ovvero deve
spegnere l'incendio e non alimentarlo ulteriormente, deve proteggere i
civili e non esporli a una nuova spirale della violenza. Gli stati che si
sono assunti la responsabilità di intervenire militarmente non possono
permettersi di perseguire obiettivi diversi e devono agire con mezzi e
azioni coerenti sotto il "coordinamento politico" dell'Onu previsto dalla
Risoluzione 1973.

7. Ad attuare quelle decisioni ci doveva essere un dispositivo politico,
diplomatico, civile e militare sotto il completo controllo dell'Onu. Quel
dispositivo non esiste perché le grandi potenze hanno sempre impedito
all'Onu di attuare quanto previsto dall'art. 43 della sua Carta e di
adempiere al suo mandato. La costruzione di un vero e proprio sistema di
sicurezza comune globale non è più rinviabile.

8. Non è questione di pacifismo. La storia e il realismo politico ci
insegnano che la guerra non è mai stata una soluzione. La guerra non è uno
strumento utilizzabile per difendere i diritti umani. La guerra non è in
grado di risolvere i problemi ma finisce per moltiplicarli e aggravarli.

9. L'Italia ha un solo grande interesse e una sola grande missione da
compiere: fermare l'escalation della violenza, togliere rapidamente la
parola alle armi e ridare la parola alla politica, promuovere il negoziato
politico a tutti i livelli per trovare una soluzione pacifica e
sostenibile. L'Italia deve diventare il crocevia dell'impegno europeo e
internazionale per la pace e la sicurezza umana nel Mediterraneo. Per
questo l'Italia non doveva e non deve bombardare. Per questo deve cambiare
strada. Subito.

10. Ricordiamo nuovamente quello che sta scritto nella Costituzione
italiana. Art. 11: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa
alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle
controversie internazionali."


Flavio Lotti, Coordinatore nazionale della Tavola della pace

Perugia, 21 marzo 2011