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Libia. Comunicato del Movimento Nonviolento



LIBIA

La prima fondamentale direttrice d'azione del Movimento Nonviolento è
l'opposizione integrale alla guerra


“Noi dobbiamo dire no alla guerra ed essere duri come pietre”
(Aldo Capitini)

“Meglio un anno di negoziati che un giorno di guerra”
(Alexander Langer)



Sul perché condanniamo l'intervento, non firmiamo appelli, cerchiamo di
capire e lavoriamo per fare della Marcia Perugia-Assisi un'occasione di
crescita nonviolenta per tutto il movimento pacifista.

Difendere le vittime inermi è doveroso. Quando qualcuno interviene per
tutelare i diritti umani e salvare una vita, è una buona notizia. Da
quando il samaritano ha soccorso il poveretto incappato nei briganti sulla
strada di Gerico, è sempre stato così.
Era dovere della comunità internazionale mobilitarsi per impedire che a
Bengasi potesse avvenire un massacro (nel 1996 l'Europa si macchiò di 
“omissione di soccorso” quando non fece nulla per impedire il genocidio a
Srebrenica).
L'obiettivo delle due risoluzioni dell'Onu (n. 1970 e 1973) sulla crisi
libica  è quello di proteggere i civili, gli insediamenti urbani e
garantire assistenza umanitaria. L'uso della forza viene invocato per
limitare i danni che già sono in corso sul campo, affermando il chiaro
rifiuto dell'opzione di occupazione militare straniera, la priorità del
cessate il fuoco e della soluzione politica, il rafforzamento dell'embargo
militare e commerciale, il riconoscimento del ruolo prioritario della
Unione Africana, della Lega Araba, della Conferenza Islamica.
Ci sono però due cattive notizie. La prima è il ritardo spaventoso (e
l'ambiguità) con cui si è mossa la diplomazia degli stati, e la seconda è
che l'Onu non dispone di una forza di polizia internazionale permanente ma
deve affidarsi, di volta in volta, agli eserciti degli stati membri
(articoli 43-49 della Carta della Nazioni Unite, in questo caso Francia,
Inghilterra, Stati Uniti).
Quando la parola passa dalla diplomazia alle armi, succede che le
operazioni militari si trasformano subito in guerra. E' quello che sta
accadendo in Libia. Gli strumenti utilizzati (bombardieri, caccia,
tornado, missili, incrociatori, portaerei, sommergibili, ecc.) sono quelli
tradizionali della guerra, gli unici disponibili, pronti, efficienti. Come
nei Balcani, come in Iraq, come in Afganistan, viene messa in campo solo
l'opzione militare, l'unica che è stata adeguatamente preparata e
finanziata. Una cosa è certa: non sarà con un'altra guerra che la
democrazia  potrà affermarsi nel mondo arabo.

Appelli che cadono nel vuoto

Subito dopo l'annuncio del primo raid aereo, hanno iniziato a circolare in
“rete” gli appelli pacifisti. Ci sono quelli “senza se e senza ma” che
dicono: “non ci può essere guerra in nome dei diritti umani”; e quelli
“realisti” che dicono: “l’uso della forza serve ad impedire ulteriori
massacri”.
Noi non firmiamo appelli che non contemplino una precedente opzione per la
nonviolenza costruttiva, né convochiamo mobilitazioni che si limitino a
proteste e condanne di ciò che è già avvenuto. Non basta mettere a verbale
il nostro “no” alla guerra. Certo, meglio che niente, ma bisogna
aggiungere una parola in più: quando la guerra inizia nessuno riesce a
fermarla; bisogna prevenirla una guerra, affinché non avvenga. Lo si può
fare solo non collaborando in nessun modo alla sua preparazione.
Quando la prima bomba è stata sganciata, ormai lo sappiamo bene, a nulla
serve dire “basta”, essa cadrà e molte altre ne seguiranno. La guerra, una
volta accettata, conduce a tali delitti e tali stragi che è assurdo
pensare di farla e contenerla. Come in un terremoto, l'unica possibilità –
se non si sono adottate serie misure antisismiche – è il “si salvi chi
può”. Poi, i sopravvissuti dovranno pensare alla prevenzione per rendere
innocuo il terremoto successivo. Ma troppo spesso capita che, passata la
prima paura, se ne dimenticano e anche il prossimo terremoto li coglierà
impreparati.
Il limite di molti appelli è quello di rivolgersi ai governi e alle
istituzioni per chiedere a loro di fare la pace. C’è un’inscindibile
correlazione fra mezzi e fini: come possiamo aspettarci scelte di pace da
governi (compreso quello italiano) che mantengono gli eserciti e le loro
strutture, che finanziano missioni militari, che aumentano le spese
belliche, che accettano il traffico legale e illegale di armi? Chiediamo
ai governi di ridurre le spese militari, e regolarmente, finanziaria dopo
finanziaria, queste spese aumentano esponenzialmente. Insistere in
quest’errore di ingenuità diventa una colpa. La pace non verrà dai governi
che utilizzano lo strumento militare, ma potrà venire solo dai popoli che
rifiuteranno di collaborare con essi.
E’ a noi stessi, dunque, che dobbiamo rivolgere gli appelli per la pace.

Distinguere la violenza dalla forza

Per uscire dall’apparente contraddizione fra chi è sempre, e comunque,
contro la guerra e chi è favorevole, a volte, ad azioni anche armate,
bisogna saper vedere la differenza che c’è tra la violenza e la forza; tra
la polizia internazionale e l'esercito. Gli amici della nonviolenza sono
sempre stati favorevoli al Diritto e alla Polizia, due istituzioni che
servono a garantire i deboli dai soprusi dei violenti. E’ per questo che
da anni sono impegnati, a partire dalle iniziative europee di Alexander
Langer, per lo studio, la ricerca, la sperimentazione e l’istituzione di
Corpi Civili di Pace. Gli amici della nonviolenza chiedono la diminuzione
dei bilanci militari e il sostegno finanziario alla creazione di una
polizia internazionale, anche armata, che intervenga nei conflitti a
tutela della parti lese, per disarmare l’aggressore e ristabilire pace e
diritto. Contemporaneamente al sostegno di questi progetti, gli amici
della nonviolenza sono contro la preparazione della guerra (qualsiasi
guerra: di attacco, di difesa, umanitaria, chirurgica o preventiva),
contro il commercio delle armi, contro gli eserciti nazionali, contro i
bilanci militari e lo fanno anche con le varie forme di obiezione di
coscienza. La proposta politica dei nonviolenti è quella di uno stato che
rinunci al proprio esercito nazionale, e si impegni a fornire mezzi,
finanziamenti e personale per la polizia internazionale di cui si dovrà
dotare l'Onu.
La diplomazia la fanno i governi, ma la nonviolenza la fanno i popoli.

Le responsabilità di Gheddafi e dell'Europa

Dobbiamo perciò perseguire con sempre maggiore decisione la strada della
distanza da qualsiasi regime che violi i diritti umani e democratici,
denunciando con forza le responsabilità dei nostri governi e del loro
servilismo davanti a un personaggio come Gheddafi (e al suo gas e
petrolio) che per oltre 40 anni ha occupato la scena con politiche che
hanno sponsorizzato ogni tipo di violazione di qualsivoglia diritto, ha
nutrito le guerre e le destabilizzazioni che hanno martoriato un buon
numero di paesi africani dal Ciad, al Niger, al Burkina Faso, alle
sanguinarie guerre di Liberia, Sierra Leone e del Darfur, finanziando le
milizie armate. I mercenari al soldo di Gheddafi sono il frutto delle
diaspore di oltre 40 anni di destabilizzazione, sono persone che non hanno
nulla da perdere. Lo sbocco per tanti giovani del continente africano,
ovvero l'emigrazione, è stata messo dall'Europa sotto la custodia
interessata di Gheddafi e della sua polizia che taglieggia, stupra,
ricatta, vende e rivende i poveracci che speravano di trovare una via di
salvezza al di là del Mediterraneo. Sono migliaia e migliaia i profughi
dimenticati del Bangladesh che fuggono dalla Libia verso la Tunisia, nella
speranza di un viaggio della disperazione verso casa.
Per questi disperati i governi europei non si sono mossi. Così come è
passata del tutto inosservata la
feroce repressione da parte delle forze armate saudite del movimento che
chiedeva libertà e democrazia nel Bahrain (arcipelago del Golfo persico
fra l'Arabia Saudita e il Qatar).

Per la pace e la fratellanza fra i popoli

Agitarsi, lamentarsi, angosciarsi, non serve. La prima risposta,
immediata, che possiamo dare è quella di offrire soccorso concreto alle
vittime, e poi di un rafforzato impegno per sostenere la nonviolenza
organizzata. Fra sei mesi si svolgerà la Marcia Perugia-Assisi, nel
cinquantesimo anniversario della prima edizione, quella pensata ed
organizzata da Aldo Capitini. All’indomani della Marcia del 24 settembre
1961 lo stesso Capitini volle dare vita al “Movimento Nonviolento per la
pace”, per avere a disposizione uno strumento utile al proseguimento delle
istanze emerse dalla Marcia stessa e al lavoro “per l'esclusione della
violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, al
livello locale, nazionale e internazionale”. Al primo punto del programma
del Movimento, Capitini indicò “l’opposizione integrale alla guerra”. Dopo
cinquant’anni il cammino deve ripassare da lì. Per questo abbiamo assunto
l'impegno, come Movimento Nonviolento, di promuovere questa Marcia, che
deve essere l’occasione per “mostrare che la nonviolenza è attiva e in
avanti, è critica dei mali esistenti, tende a suscitare larghe solidarietà
e decise noncollaborazioni, è chiara e razionale nel disegnare le linee di
ciò che si deve fare nell'attuale difficile momento”. E poi “pronto, dopo
la Marcia, a lavorare ad un Movimento nonviolento per la pace”. Sono
parole di Capitini di straordinaria attualità, pronunciate nel 1961
(mentre la guerra infiammava il Vietnam e il Congo), valide per il 2011
(mentre la guerra infiamma l'Afganistan e la Libia).
L'appuntamento è per il prossimo 25 settembre alla Marcia Perugia-Assisi
per la pace e la fratellanza fra i popoli. Vogliamo che sia “un'assemblea
itinerante”, il momento conclusivo di una discussione/mobilitazione che
avviamo da subito. Un passo che ciascuno può  fare contro la guerra e per
la nonviolenza.

Movimento Nonviolento
www.nonviolenti.org


Verona, 21 marzo 2011

-- 
Movimento Nonviolento
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