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Sia fatta festa fino ai referendum; ma a sinistra il post-berlusconismo è ancora un labirinto



Sia fatta festa fino ai referendum; ma a sinistra il post-berlusconismo è ancora un labirinto

Il dato più importante è la sconfitta del Re di Bunga Bunga. Il regime è colpito in maniera severissima nella sua presunzione che il brand Berlusconi potesse vendere prodotti avariati come il camorrista Lettieri a Napoli, o ammuffiti, come Moratti a Milano, oppure tossici come il leghista Bernardini a Bologna.  Anche se è impossibile fidarsi di una classe politica screditata come mai nella storia della Repubblica, è cominciata la grande fuga dal signor B. Il centro sinistra, anche sul breve, può gestire tale fuga in due modi antitetici. Facendo ponti d’oro a chi viene, come i terzopolisti, o torna (la signora Daniela Melchiorri, effimera sottosegretaria Responsabile, dopo esserlo stata di Prodi), oppure assestandosi non intorno al politichese ma intorno a questioni e linguaggi concreti che ci portano immediatamente alla sfida referendaria del 12 e 13 giugno.

di Gennaro Carotenuto

In queste elezioni amministrative sembra essere caduto un argine per una classe politica che da anni edulcora con le parole qualunque senso politico delle cose. Le destre ma anche la sinistra neoliberale da anni stuprano l’italiano riscrivendo a propri fini il significato di termini come moderatismo, riformismo, estremismo. Sono stupri alla lingua che significano precise criminali disattenzioni rispetto a quelli che sono i bisogni delle persone rispetto a quelle che sono le presunte leggi del modello economico. Così sarebbe stato estremista Pisapia che considera milanesi tutti quelli che vivono e lavorano a Milano (quindi compresi i migranti), è estremista De Magistris che considera la legalità un punto di partenza e non un disturbo, è estremista Zedda quando parla della precarietà.

Il disco rotto di voci come quella di Letizia Moratti o Mariastella Gelmini o dello stesso Silvio Berlusconi, ha passato il segno, e suona finalmente falso com’è sempre stato e reso tali alchimie, fino a ieri funzionali al discorso egemonico neoliberale e berlusconiano, come non più sostenibili. E’ saltato così un linguaggio di travisamento della politica, per il quale un razzista della Lega Nord poteva essere impunemente definito portatore di “senso comune”, la distruttrice della scuola pubblica Mariastella Gelmini, così infame da privare i bambini handicappati di insegnanti di sostegno, una moderata, mentre un sindacalista della CGIL viene bollato come un estremista e un magistrato come terrorista. Tale linguaggio non è da oggi più sostenibile per la maggioranza del paese, ma non è ancora stato sostituito da un altro linguaggio politico meno macchiato dalle tergiversazioni della politica mediatica ed è pertanto necessario contestarlo in ogni circostanza.

La prossima e fondamentale occasione per riappropriarci della nostra lingua è però davanti a noi, ed è ad appena due settimane con i Referendum. Non piacerà, e ce ne faremo una ragione, al compagno nuclearista Pierferdinando Casini ma saranno due settimane di impegno allo spasimo per raggiungere il quorum. E’ la grande occasione per conseguire due risultati l’uno non meno importante dell’altro. Il primo risultato è, dopo la spallata di oggi, dare la mazzata finale al Re di Bunga Bunga che si ritroverebbe nudo senza il suo illegittimo impedimento. Il secondo è che il Referendum è una palestra dove il politichese deve per forza essere sacrificato ad un’agenda e ad un linguaggio concreto permettendoci di parlare di energia, e quindi di progresso, di ambiente, di acqua, di beni comuni. Vincere sull’acqua e sull’energia sarebbe anche una maniera per la sinistra per sciogliere due nodi programmatici sui quali il PD è sempre stato ambiguo. Infine il referendum è per i cittadini un’occasione di restituzione di voce laddove l’unica altra palestra di uscita dal berlusconismo prima del 2013 sarebbe una riforma elettorale nella quale però i giochi sarebbero tutti interni alla classe politica.

Ci riportiamo alla necessità di ripartire da questioni concrete incarnate dalla battaglia referendaria, per esempio sciogliendo definitivamente il nodo nuclearista, proprio perché, al di là dei trionfalismi di queste ore, il risultato di tutto quello che non è centro-destra non è univoco, anzi, è una sorta di risultato “à la carte”. Non ingannino infatti i ballottaggi, Zedda, De Magistris, Pisapia. Il giovane sardo, come il navigato avvocato milanese, ha imposto la logica delle primarie al PD come già aveva saputo fare Nichi Vendola in Puglia. Il magistrato è stato invece capace di interpretare tutta la crisi del PD bassoliniano e l’urgenza di legalità a Napoli.

Tuttavia, se questi trionfi rappresentano una spina nel fianco nella strategia centrista del PD, che difficilmente potrà ora imporre e farsi imporre veti contro Italia dei Valori, Sinistra, Ecologia e Libertà e forse perfino contro la Federazione della Sinistra, allo stesso tempo altri risultati suffragano anche la stessa strategia centrista o almeno non la elidono dalle possibilità tanto che ognuno può trovare un risultato buono per darsi ragione.

A Torino aveva trionfato l’usato sicuro di Piero Fassino, a Bologna il grigio burocratino di partito Virginio Merola, a Salerno il popolare De Luca. Oggi a Macerata l’ “esperimento nazionale”, fortemente voluto da Pierferdinando Casini e Massimo D’Alema trionfa, eleggendo un discusso candidato, Antonio Pettinari, imposto dall’UDC al PD, che le primarie nega alla radice. In Calabria, a Cosenza, lo stesso schema che ha portato al governo De Magistris a Napoli (PD battuto al primo turno) vede invece la sinistra di Enzo Paolini soccombere al ballottaggio col terzo polo che si salda alle destre.

Da domani a chi dirà Pisapia qualcuno potrà rispondere Merola e a chi dirà De Magistris qualcuno potrà rispondere Paolini o Pettinari e così il centrosinistra resta nel suo labirinto e nelle stesse incertezze che ne hanno segnato gli equilibri durante tutto il ventennio tra le sirene centriste e la permanenza della sinistra dove il radicamento territoriale di partiti come Rifondazione non si fa sacrificare con un’alzata di spalle in omaggio a Pierferdinando Casini.

Come si assesterà il centro-sinistra che si presenterà alle prossime elezioni non è pertanto stato deciso da queste amministrative. Guardando i risultati si può tifare per le primarie o contro queste, si può pensare come ineludibile un’alleanza col Terzo Polo o considerare imprescindibile imperniare la coalizione sulla sinistra. Se pure il centro ha perso il diritto di veto che accampava contro la sinistra non tutto si può decidere o capire da oggi, ma i Referendum sono un’occasione straordinaria, dopo il meraviglioso risultato di Zedda, De Magistris, Pisapia, per tenere i fatti e non le alchimie al centro dell’agenda, oltre che per assestare un altro colpo (finale?) al ventennio berlusconiano.

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Gennaro Carotenuto per Giornalismo partecipativo
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