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L’esprit du temps che il Partito democratico non sa cogliere



L’esprit du temps che il Partito democratico non sa cogliere

Berlusconi minaccia di ritirarsi a fare il padre nobile (sic) della Repubblica ma il PD non sembra in grado di rappresentare il cambiamento necessario all’Italia e che il paese, pur lontano dall’indignazione di altre sponde del Mediterraneo, comincia a chiedere con crescenti mobilitazioni.

Purtroppo, dalla manovra economica alla TAV alla legge elettorale, dall’abolizione delle province all’incapacità di far pulizia per la propria corruzione interna, il Partito Democratico non sembra solo incapace di dare la spallata al regime berlusconiano. Di più: appare proiettato in una politica di mera sostituzione della dirigenza PdL in disfacimento con la propria alla naturale scadenza elettorale.

di Gennaro Carotenuto

Così sembra destinato a non distinguersi mai da questo nelle questioni di fondo (e tanto meno si distinguerà quando l’anomalia Berlusconi non sarà più la pietra dello scandalo) aprendo un vuoto politico pericoloso. I tempi cambiano e il PD non sa interpretarli. Il vento del Cairo, dall’elezione di De Magistris, Zedda e Pisapia ai referendum, spira forte in un paese che si domanda: il Partito democratico è parte della soluzione o è parte del problema?

Aveva sorpreso molti la duttilità tattica con la quale il Partito democratico era salito sul carro dei referendum sull’acqua, sul nucleare e sul legittimo impedimento che fino a poco prima non condivideva nel merito e non desiderava ma anzi temeva. Non è passato un mese da quelle radiose giornate e anche l’idea di un Partito Democratico in grado almeno di cogliere tatticamente le opportunità concesse dalla crisi del regime sembra tramontata. L’unica idea che il maggior partito dell’opposizione sembra continuare ad avere è quella di aspettare in silenzio o quasi il proprio turno per sostituirsi al berlusconismo decadente senza modificare in nulla le basi di un modello di consenso basato sul clientelismo e verso il quale centrodestra e centrosinistra vanno da sempre d’amore e d’accordo.

Era difficile pensare che il PD modificasse la sua linea rispetto alla TAV. Avrebbe dovuto negare alla radice alcuni dei pochi punti fermi, oltre al liberismo, della propria natura: lo sviluppismo e l’europeismo. D’altra parte i movimenti fanno spesso della decrescita un dogma di fede sul quale il maggior partito dell’opposizione ha diritto di discernere e dissentire. Inoltre, nonostante parecchie buone ragioni del caso specifico della Val di Susa è legittimo per il PD considerare quei movimenti come tuttora minoritari rispetto a porzioni ben più ampie dell’opinione pubblica che continuano a vedere nella locomotiva il simbolo del progresso. Nonostante tutto ciò sarebbe stata necessaria una maggior capacità di manovra. D’accordo la TAV; ma compito dell’opposizione, soprattutto quando l’avversario è in un angolo, è causare scandalo rispetto alle contraddizioni della maggioranza. D’accordo la TAV; ma non era possibile una battaglia –magari tattica- per dire che forse oggi quei denari sarebbero stati meglio spesi nella scuola pubblica massacrata da Gelmini o per le linee dei pendolari o magari per unire in un’ora Palermo e Catania rispetto alle cinque ore attuali? Dal PD non è venuto neanche il beneficio del dubbio e la sua voce era indistinguibile da quella del governo.

In questi giorni c’è stato però di peggio in almeno tre casi. Le polemiche sul referendum elettorale hanno portato ad uno stop probabilmente definitivo alle possibilità di una campagna referendaria vedesse il PD protagonista e additasse il governo all’opinione pubblica come l’unico a voler conservare un’ esistente sgradito. La verità è che nessuno, anche nel PD, vuol mettersi d’accordo per un sistema elettorale –già non importa quale- limpido e senza sotterfugi, senza liste civetta, premi truffa e candidati nominati. Invece di puntare a cancellare la porcata continuano a sfiancarsi da vent’anni tra un’ala maggioritaria e una proporzionale. Queste, che per semplificare fanno rispettivamente –ed eternamente- capo a Veltroni e D’Alema preferiscono la porcata al cedere alla vera controparte che non è Berlusconi ma il rivale interno di partito. Inoltre la tentazione per la segreteria Bersani è quella di provare a vincere le elezioni col porcellum proprio per avere una maggioranza di propri nominati. Una volta di più si testimonia che abbiano ragione Roberto Calderoli da una parte e Arturo Parisi dall’altra a dire che il porcellum vada bene a tutti e in particolare ai massimi dirigenti di tutti i partiti. Voteremo col porcellum, nel 2012 o nel 2013, perché Berlusconi non può rinunciarvi (si è già venduto forse 2000 collegi sicuri) e al PD basta camuffare appena (dando la colpa a Berlusconi) la frattura che crea con le aspettative del proprio stesso elettorato nel non combattere questa battaglia.

La questione dell’astensione sull’abolizione delle province è ancor più sistemica. L’unica maniera con la quale il PD –né più né meno che il PdL- pensa di governare il paese domani è continuare a distribuire posti di sottogoverno e prebende ai propri quadri piccoli e medi e ai propri clienti. Senza prebende, senza posti da offrire, senza incarichi, gettoni di presenza, consulenze, indennità – ritengono – il paese è ingovernabile. In questo senso corpi intermedi come le province sono fondamentali per mantenere il consenso delle periferie ma quei costi cozzano sia con le necessità di bilancio sia con il sentimento ormai diffuso nella società civile che considera ormai intollerabili i cosiddetti costi della politica.

Nel momento in cui il parlamento si appresta a votare l’arresto per il deputato del PdL Papa, uno che spaccia come persecutorio il video che lo riprenderebbe mentre comprava orologi rubati da un noto ricettatore, anche sul piano della lotta alla corruzione il PD appare inadeguato. Non fosse per l’odiatissimo Marco Travaglio, si parlerebbe ancor meno dello scandalo Enac per il quale uno dei suoi massimi dirigenti, Massimo D’Alema, risulta circondato di tangentomani. Tra questi ben sette strettissimi collaboratori dell’ex-capo del governo, tra i quali il comproprietario della famosa barca di questo, il responsabile dei trasporti aerei del partito, un presidente di regione e un eurodeputato avrebbero incassato mazzette. La presunzione d’innocenza va bene nei tribunali ma come può il PD evitare almeno di sospendere cautelativamente, se non espellere, i coinvolti? Se siete incapaci di far pulizia al vostro interno come pretendete che i vostri elettori – che non sono di bocca buona come i berlusconiani – vi coprano e non desiderino il “tintinnar di manette” associandovi in una generica casta indifferenziata come le ecoballe?

Così il PD sembra non solo tradire il proprio mandato non facendo tutto quanto in suo potere per facilitare la caduta del governo Berlusconi, ma sembra anche incapace di differenziarsi da questo per evitare che la fine del berlusconismo diventi il crollo di una classe dirigente e di un modello intero di società. Il PD in questi anni, dai girotondi ai social forum ha spesso avuto terrore dei movimenti che ciclicamente criticano la politica ma cercano in questa la rappresentanza. Il PD ne vuole i voti ma rifiuta di rappresentarli arroccandosi nel palazzo.

E’ legittimo che Pierluigi Bersani si appoggi più ai suoi quadri che ai movimenti ma non può non percepire quanto una miriade di burocratini di partito in carriera (a Roma, nelle regioni, nei parlamenti, nei comuni, negli enti pubblici) siano lontani dalla base elettorale del partito. Vincendo le elezioni col porcellum e portando qualche centinaio di yes-men in parlamento si troverebbe davanti ad un bivio: o si fa continuatore di un modello in crisi strutturale o si fa interprete di almeno alcune istanze di cambiamento. Purtroppo i gruppi parlamentari della maggioranza di un eventuale governo Bersani nominati col porcellum temerebbero il cambiamento non meno di Scilipoti.

Eppure non ci sarebbe neanche bisogno di dire cose di sinistra (quantunque…); basterebbe puntare sulle cose sensate di cui sopra che colpiscono al cuore le contraddizioni del berlusconismo e puntando dritto al cuore del problema, mettendosi in testa di rappresentare davvero le angustie della generazione precaria, senza lavoro oggi e senza pensione domani. Questa ha genitori, zii e nonni disposti a fare sacrifici, privati e pubblici, per aiutarli ad uscire –loro e il paese- dal tunnel neoliberale. Lo vorrà capire il Partito democratico?

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it 




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Gennaro Carotenuto per Giornalismo partecipativo
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