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Caso Breivik-Borghezio. È tempo di difendere la democrazia



Caso Breivik-Borghezio. È tempo di difendere la democrazia


SAN CRISTÓBAL DE LAS CASAS (CHIAPAS, MESSICO) Tutto quello che ci è stato promesso dal "pensiero unico" dal 1989 in avanti è risultato essere sistematicamente falso. E ancora una volta nella Storia è l’ultradestra e non la sinistra a beneficiare del crollo di un modello economico e in prospettiva di un sistema stesso di società, quella democratica, costruita come destino progressivo dell’umanità nell’ultimo quarto di millennio.

di Gennaro Carotenuto

Mi torna in mente la brillante definizione di Ignacio Ramonet mentre cavalco tra villaggi tzotziles in quello che non troppi anni fa fu territorio zapatista. Non posso levarmi dalla testa quello che è successo ad Utoya e l’addentellato italiano della solidarietà espressa dall’europarlamentare Mario Borghezio alle idee del terrorista. Scrivo questi appunti a penna su un quadernino in una breve pausa. Il cavallo che pascola placido a pochi metri da me, la natura rigogliosa della selva di questo frammento della Nostra America, non mi permettono di dimenticare i fatti norvegesi e le conseguenze per l’Europa e per l’Italia di un’estrema destra antisistema la pericolosità della quale è stata troppe volte e troppo a lungo sottovalutata.

Era una fandonia quella fine della storia alla caduta del muro di Berlino che ha reso milionario Francis Fukuyama. Erano evidentemente falsi i miti del neoliberismo che hanno già distrutto la vita a più persone di quanto non abbia fatto la seconda guerra mondiale. In un pianeta finito era criminale il sostenere l’infinitezza delle risorse naturali e addirittura la brevettabilità di queste (qui a San Cristóbal ho ricevuto un’illuminante lezione sulla biopirateria) e negare le conseguenze dello sviluppo industriale sulla vita, come è stato fatto a lungo da scienziati pagati, per esempio, per negare il cambio climatico. Furono costruiti quei miti con frottole con le quali decine di economisti hanno vinto premi Nobel o guadagnato milioni facendo finta di credere che perdere il lavoro fosse un’opportunità per stimolare le persone a trovarne uno migliore, o che salute o educazione non fossero diritti ma merci esattamente come una bibita gassosa. Chiedete ai 14 milioni di contadini messicani espulsi dalle loro terre perché il loro paese decise di rinunciare all’agricoltura, cosa ha significato il Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti del 1994. Chiedetelo agli imprenditori e agli operai del tessile pratese raccontato in prima persona da Edoardo Nesi nel romanzo-pamphlet che ha vinto l’ultimo Strega quanta distruzione di ricchezza, di esperienza, di sicurezze e quanta disperazione ha provocato il dare ascolto alle menzogne interessate dei Giavazzi di turno.

Era criminale il concetto di scontro di civiltà buono a giustificare le crociate del fondamentalismo protestante del XXI secolo additando un quinto della popolazione mondiale -quella di religione musulmana- come nemica dell’umanità. Non dimentichiamo i deliri del destino manifesto che nel XIX secolo giustificò l’appropriazione di mezzo Messico e nel XXI secolo era corollario a quel nuovo secolo americano tramontato prima di cominciare per l’inadeguatezza dell’onnipotenza militare e dei parafernali del sogno americano a mettere sotto controllo i demoni, la corruzione, le mafie, il narcotraffico da un lato, le migrazioni, l’abbattimento dei diritti, le catastrofi ambientali, da questi stessi apprendisti stregoni evocate o negate. Era una balla che solo opinionisti prezzolati potevano fingere di credere quella di George Bush dell’esportazione della democrazia manu militari. Era falso, ovviamente, il mondo delle televisioni commerciali che rendevano sexy la violenta promessa dell’individualismo thatcheriano e che in Italia ha preso le forme dell’estremismo berlusconiano e leghista ma ha anche sedotto spezzoni rilevanti del mondo moderato e progressista.

Dalla caduta del socialismo reale in avanti il liberalismo trionfatore della guerra fredda non solo non ha mantenuto la promessa di ampliare gli spazi democratici ma, aumentando il disagio sociale e la paura del futuro anche nel cosiddetto primo mondo, ha lasciato spazio per una critica alla globalizzazione coincidente, per ora, con la terza posizioneneofascista degli anni ’70. Dalla Norvegia all’Italia, dalla Polonia al Belgio i fenomeni migratori hanno fornito al neofascismo (riproposto tatticamente sotto bandiere federaliste come lo stesso Mario Borghezio ha affermato) lo strumento della "paura del diverso" tra noi che rende il razzismo un virus dalla rapidissima velocità di propagazione. Razzismo che finisce per essere l’unica spiegazione comprensibile, in società dove la cultura conta sempre meno, per le promesse mancate di un modello economico che giurava agli occidentali il dominio sul pianeta e invece si è trasformato in un incubo di disoccupazione e insicurezza. È già successo, nel ‘19, nel ‘29.

Al degrado di una democrazia non più uguale per tutti non hanno mai saputo rispondere le sinistre post-comuniste, post-socialiste, cristiane, liberal-progressiste. Per i post-comunisti (il caso italiano è emblematico) il proprio peccato originale obbligava ad un’abiura completa e a un’adesione incondizionale al modello economico e sociale che con miopia presumevano vincente ancora per molte generazioni e del quale si ostinavano a vedere solo i casi di successo e non le legioni di sconfitti. Ma se il nuovo secolo americano si è rivelato, nella migliore delle ipotesi, un wishful thinking propagandato a piene mani, sostituito da un’instabilità al momento cronica, una crisi economica strutturale ed un multipolarismo ineluttabile ma ancora in fieri, i frutti del farci credere di vivere nel migliore dei mondi possibili (anche dopo l’11 settembre) vendendoci invece la società della precarietà strutturale sono restati a perpetuare i loro danni.

Per le sinistre a cavallo tra XX e XXI secolo l’ottimistica, illusoria utopia che la democrazia, la società aperta, un’idea di progresso nel frattempo stravolta e battuta dal neoconservatorismo (a sua volta sconfitto dal proprio delirio di onnipotenza), fossero stati conquistati per sempre e quindi più forti di qualunque nemico è stata in questi anni cattiva consigliera. Pensare che il prezzo da pagare per il peccato originale di cui sopra fosse rinunciare a molte ragioni di 150 anni di storia del movimento operaio, regalando così parte dell’elettorato che si rinunciava a rappresentare alle destre, e l’accettare senza controllare anche presunte bolognine di altro segno politico si è rivelata una follia che oggi mina la nostra stessa convivenza civile.

Quale Bolognina, quale Fiuggi ha fatto in questi anni il neonazista mai redento Mario Borghezio che oggi plaude dal suo scranno di parlamentare europeo al terrorista norvegese Anders Behring Breivik? Non averlo fermato, non avergli impedito, con qualunque mezzo, di corrompere in questi anni spezzoni di società italiana, avergli permesso di incassare ricchissime prebende come membro di quella stessa casta la rappresentatività democratica della quale vuole distruggere, avergli permesso addirittura di passare come vittima (lui già picchiatore fascista) è stato un errore fatale.

Chi ha considerato parte del gioco democratico che in una città importante come Treviso potesse candidarsi ed essere ripetutamente eletto un seminatore d’odio, condannato per razzismo, come Giancarlo Gentilini, è colpevole di unappeasement che ricorda da vicino quello di Chamberlain a Monaco nel 1938. La democrazia deve difendersi prima che Gentilini o Borghezio ne distruggano la consustanziale idea di uguaglianza facendola pagare agli insegnanti meridionali piuttosto che ai tornitori senegalesi. Eppure, in questi anni nella Lega Nord, per un mero calcolo politico di breve termine, è stata addirittura ravvisata –quando ne è invece la negazione totale- una costola della sinistra. Non è bastato: di fronte alla crisi finale della parabola politica di Silvio Berlusconi c’è chi è tornato a vedere nella Lega una possibile sponda per metter fine al caimano. È stato zittito, perfino criminalizzato chi indicava nel linguaggio sanguigno di Umberto Bossi, nelle battute omicide di Calderoli, o nelle recenti goliardate deliranti dell’allenatore del Verona calcio Mandorlini non delle folkloristiche anomalie, ma dei pericoli per la democrazia verso i quali era necessario agire con la massima decisione. È stato zittito da chi pensa che si debba dialogare con i ragazzi di Casa Pound come ieri sdoganò iragazzi di Salò in Italia come in Europa.

La maggior parte degli italiani, compresa buona parte degli elettori di centro-sinistra, vive nell’illusione brechtiana che il problema non lo tocchi. Cosa vuoi che sia se Maroni, per compiacere il sadismo del proprio elettorato rinchiude per mesi un ragazzino tunisino colpevole di nulla in un CIE o se dei bravi ragazzi con la testa rasata e vuota escono per menarenegri o froci. In fondo, non sono né negro né frocio e i negri mi fanno paura e i froci mi danno fastidio. Finché non verranno a prendere me non mi interessa se prendono il migrante, il nero, l’arabo, l’ebreo, lo zingaro, l’omosessuale, il comunista.

Quando Maroni con i suoi respingimenti affoga un migrante nel Canale di Sicilia, non mi tocca. Quando un datore di lavoro si fa scudo delle leggi approvate dal nostro Parlamento per ricattare un lavoratore immigrato sotto la minaccia dell’espulsione, non mi interessa. Quando ad un ragazzo nato in Italia, figlio di migranti, non viene concessa la cittadinanza e rischia di essere espulso dal paese dove ha sempre vissuto al compimento dei 18 anni, non mi riguarda.Forse pensavano cose simili anche alcuni dei genitori dei ragazzini di Utoya, prima che Breivik ne facesse strage.

E’ necessario, urgente, indispensabile, cambiare di passo. E’ necessario che la società civile europea ed italiana, la sinistra politica se ancora ciò vuol dire qualcosa, passino -dopo anni di oggettiva insipienza- ad un’intransigenza assoluta verso ogni crimine d’odio. È falso che la libertà d’espressione sia il bene supremo. La libertà d’espressione termina quando collide con il bene supremo della convivenza civile e della pace, quando collide con il diritto del diverso e del discriminato a vivere e girare tranquillamente per strada. Non esiste la libertà d’espressione del razzismo. Non esiste la libertà d’espressione dell’omofobia. Non esiste la libertà d’espressione del sessismo.

È necessario uno sforzo della società civile tutta per isolare nella scuola, nelle università, nei luoghi di lavoro, nelle piazze dove fanno propaganda, nei media (non invitando più razzisti in tivù, per esempio, caro Gad Lerner, questi non debbono più essere interlocutori ammissibili). Quelli che pensavano che la democrazia fosse un fatto acquisito e non dovesse essere più difesa da nemici in grado di abbatterla devono ricredersi. Tutti siamo chiamati a ricrederci e a difendere la democrazia.

Così "Radio Padania" va chiusa perché da anni (si guardi l’ottimo lavoro di Daniele Sensi) commette quotidianamente il reato di istigazione all’odio razziale che è cosa ben più grave della presunta libertà d’espressione razzista che si conculcherebbe ai sedicenti padani. Con la scusa di non farne delle vittime ci siamo cullati nell’inazione lasciando per anni diffondere propaganda anti-democratica e anti-nazionale. Se non ci pensa la politica ci deve pensare la società civile con centinaia di denunce al giorno alla magistratura. Mario Borghezio, Giancarlo Gentilini e mille altri seminatori d’odio come loro vanno perseguiti, condannati e interdetti in perpetuo dai pubblici uffici perché non sono un avversario politico ma un nemico della democrazia. Non è possibile che la difesa di Breivik da parte di Borghezio non porti all’interdizione perpetua dai pubblici uffici di quest’ultimo. Se non ci sono ancora gli strumenti legali vanno creati esattamente come la civile Norvegia, di fronte ad un attacco così grave pensa di inasprire le pene. Come per altri grandi temi anche in questo caso o sarà la politica ad espellere i partiti e i politici razzisti o sarà la società civile a doversi organizzare per difenderci. Utoya segna un punto di non ritorno e non accorgersi del senso di quei fatti sarebbe non più stupido ma complice.

Utoya è l’Oklahoma City europea e Breivik è il nostro Timothy McVeigh. Gli Stati Uniti hanno perso, e non poteva essere altrimenti, quell’occasione per fare piazza pulita e molte “ottime idee” di Timothy McVeigh vivono nel movimento dei Tea party che potrebbe esprimere il prossimo presidente di quel paese. Noi, in Italia come in tutta l’Unione Europea non possiamo perdere questa battaglia. Loro, i Borghezio, i Gentilini, i Roberto Castelli del “per ora non possiamo sparare agli immigrati” hanno dimostrato di essere disposti a tutto e che se fino ad ora le loro milizie non hanno ucciso se non in maniera sporadica (ma comunque in vent’anni hanno reso impossibile, calpestandone la dignità, la vita di milioni di persone) è perché credono che le istituzioni democratiche siano così fragili da potersene appropriare per distruggerle senza colpo ferire. Come un cavallo di Troia abbiamo permesso loro di diventare ministri della Repubblica. Ho la stessa paura di Igiaba Scego: e se il 1933, la presa del potere di Hitler potesse ripetersi? È tempo di rimettersi a cavallo, in Norvegia, in Italia. Baloccarsi con lo scongiuro che ciò non possa succedere ancora potrebbe essere un errore fatale.

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it




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Gennaro Carotenuto per Giornalismo partecipativo
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