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Per rilanciare l'opposizione alla guerra



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From: Gigi Bettoli <g.bettoli at itaca.coopsoc.it>
Sender: associazioneperlapace at yahoogroups.com
Date: Thu, 22 Sep 2011 14:55:32 +0200
To: associazioneperlapace at yahoogroups.com<associazioneperlapace at yahoogroups.com>
ReplyTo: associazioneperlapace at yahoogroups.com
Subject: [associazione per la pace] Lettera aperta dal paradiso: una proposta per rilanciare l'opposizione alla guerra.




Vi giro questa riflessione-proposta di Gregorio Piccin, assessore a Tramonti di Sopra.
Proposta che per altro - pur non potendo dare attualmente un contributo concreto a causa dei molti altri impegni personali - condivido. E che ha il pregio di dire parole chiare sui tanti equivoci con i quali conviviamo: una "sinistra" che fa la "destra", un pacifismo pronto a sciogliersi nel "senso di responsabilità" quando ci sono governi "amici", ecc. ecc.
Buona lettura.
Gian Luigi Bettoli

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Lettera aperta dal paradiso:

una proposta per rilanciare l'opposizione alla guerra.

 

Viviamo, la mia compagna ed io, in un'ampia valle montana del Friuli ricchissima di torrenti, rii, cascate, pozze cristalline e con una vegetazione incredibilmente lussureggiante. Dalle finestre del nostro soggiorno le montagne coperte di alberi fin sulle cime arrotondate, il frastuono degli uccelli, lo scroscio lieve ma incessante del ru' Mual ci fanno immaginare il Centroamerica.

Nella nostra borgata siamo gli unici 2 residenti, nel nostro villaggio siamo una trentina, nel nostro comune siamo poche centinaia sparsi su un territorio vastissimo.

Questo territorio è economicamente e socialmente depresso come lo sono gran parte delle zone montane rimaste vagamente antropizzate in tutto il Paese. L'isolamento, l'emigrazione, 2 guerre mondiali, il terremoto del '76 ne hanno brutalmente falciato l’identità e la demografia in poco meno di 70 anni e declinato la cultura in un fatalismo apparentemente insormontabile.   

Non abbiamo radici qui. Siamo pionieri di una controtendenza: ci siamo venuti a vivere per scelta nove anni fa in fuga dalla crisi che già si delineava con evidenza all’orizzonte. La nostra casa, autocostruita in molte sue parti determinanti, è autonoma dal punto di vista energetico: legna e sole il mix rinnovabile che abbiamo scelto. Tutto ciò per scaricarci di dosso una quota di responsabilità per l'imperialismo energetico che esprimiamo in quanto cittadini italiani e per metterci al riparo dalle speculazioni del mercato.

Qui abbiamo ricalibrato l’intervento politico sulla mutualità che si può creare in piccole comunità isolate costruendo giorno dopo giorno, inverno dopo inverno, l’integrazione in quanto “stranieri” arrivati da “fuori”, con l’umiltà di imparare e ascoltare prima che suggerire e dire.

 

Dal 2009 sono assessore all'ambiente, alle attività produttive e politiche sociali della giunta che amministra il Comune; il nostro sindaco -credo sia un caso rarissimo- è un metalmeccanico la cui unica tessera è quella Fiom.

Il programma della lista civica con cui abbiamo stravinto due anni fa è improntato sull'ecologismo e l'uso armonioso del territorio.

Fotovoltaico sulla scuola, introduzione dei led nell'illuminazione pubblica, riqualificazione energetica degli edifici, promozione di produzioni di qualità legate a paralleli processi di inclusione sociale, trasparenza amministrativa attraverso incontri pubblici, assemblee e bollettino autoprodotto senza sponsor: queste le azioni più significative che stiamo mettendo concretamente in atto.

Credo non si possa fare di più in un minuscolo comune con pochissimi trasferimenti e rarefatte entrate come il nostro ma con un territorio vastissimo da gestire.

Noi infatti non siamo chiamati a ragionare, esprimerci e decidere sulle grandi questioni che i governi ci rovesciano comunque addosso direttamente od indirettamente: il nostro recinto è questo ed ogni anno si riduce progressivamente.

Di sicuro, dentro al recinto, stiamo praticando il futuro; l'unico futuro che riteniamo possibile ed immaginabile per la nostra valle e nel farlo tentiamo di restituirci una rinnovata identità basata sulla stretta reciprocità uomo-territorio e sulla promozione della inclusività sociale a tutti i livelli.

Ma questo, evidentemente, non basta.

 

Scrivo da un angolo piuttosto sperduto di questo paese, un angolo di paradiso. Nonostante la natura defilata di questa valle il mondo fuori entra comunque, spesso anche di prepotenza.

Dalle montagne che ci circondano spesso appaiono i Mangusta che vengono ad addestrarsi anche da queste parti prima di partire per scenari lontani. I nostri elicotteri decollano dalla base di Casarsa mentre gli f-16 statunitensi partono dalla vicina Aviano e sorvolano da qualche anno anche i nostri cieli. Mentre li guardo penso alle svariate migliaia di euro che stanno bruciando in quel solo preciso istante e alla loro natura di perfette macchine produttrici di profitto, simboli sacri, intoccabili, inafferrabili della creazione-distruzione capitalista. Mentre li seguo con lo sguardo penso che il mio futuro, il nostro futuro è ancora gravemente ipotecato.

Parto quindi dalla questione delle forze armate e del loro uso ma riavvolgo il nastro per focalizzare meglio il problema.

 

A seguito delle orrende imprese coloniali perpetrate ai danni di spagnoli repubblicani, libici, etiopi, somali, jugoslavi, greci e albanesi dal regio e fascistissimo esercito italiano, chi scrisse la nostra Costituzione pensò bene di chiudere definitivamente con la nefasta tradizione che vedeva le forze armate come un prolungamento della politica estera e commerciale dello stato.  Dissero chiaramente: "...L'Italia ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali...".

L'idea, validissima, lungimirante, attualissima, era quella di ridimensionare l'uso dell’esercito alla sola difesa dell'integrità territoriale dello Stato e della Costituzione repubblicana.

 

Da allora, le forze armate italiane sono state per decenni l’improbabile fanteria d'arresto degli Stati Uniti contro l'improbabile invasore bolscevico sino al 1989, l'anno del famoso e osannato crollo del muro di Berlino (che di muri e confini ne ha generati a centinaia).

Fu l'anno in cui cessò l'equilibrio nucleare tra capitale e lavoro che aveva permesso alle classi lavoratrici occidentali di costruire, non senza durissime lotte, quello stato sociale e una struttura di diritti che già oggi sono solo confusi ricordi.

Allora l’occidente era ancora piuttosto cicciottello, gli Skorpions cantavano ingenuamente “winds of change” e moltissime persone hanno pensato che sarebbero finite le corse agli armamenti, le guerre, che sarebbero scoppiate la pace e la fratellanza, che si sarebbe aperta una nuova epoca di prosperità globale. Sbocciarono negli anni novanta bislacche teorie sulla fine delle ideologie, sulla fine dell’imperialismo nonostante tutte le paradigmatiche guerre imperialiste degli anni ’90, sulla fine della divisione in classi della società nonostante i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, sulla “società immateriale” nonostante la cavalcante industrializzazione mondiale e la guerreggiata rincorsa alle materie prime.  Oggi credo non ci sia più nessuno che, in buona fede, ancora crede a queste clamorose balle post ’89.

Le uniche tre cose che seguirono effettivamente quell’evento, intendo dire la caduta del muro, furono il furibondo e mortifero gorgogliare del turbo-capitalismo russo-sino-indiano, una altrettanto furibonda spallata all’idea stessa di una società alternativa più umana e giusta ed il rilancio dell’assalto statunitense al mondo intero con annessa corsa agli armamenti e alla militarizzazione dello spazio.

 

Da quasi 20 anni, grazie al nuovo modello di difesa trasversalmente realizzato dal centrodestrasinistra, le nostre forze armate si sono adeguate alle esigenze post '89 di espansione militare e mantenimento delle linee energetiche in seno ad una delle più truffaldine e letali organizzazioni al mondo: la Nato.

 

Bisogna chiarire immediatamente che tenersi costantemente aggiornati agli standard Nato significa in concreto assorbire le esigenze produttive del comparto militare-industriale privato occidentale, sostenere la corsa agli armamenti e partecipare “responsabilmente” ad illegittime ed arbitrarie aggressioni militari e ad operazioni di destabilizzazione internazionale.

Nel 1999, per fare un esempio emblematico in questo senso, abbiamo partecipato al bombardamento indiscriminato ed illegale della Jugoslavia: vennero utilizzate bombe a grappolo, munizionamento all' “uranio impoverito” mentre la stessa Nato cambiava rocambolescamente i suoi statuti per adeguarli al caso.

Ricordate? Colpimmo scuole, fabbriche, quartieri popolati, impianti petrolchimici, ponti con treni, ambasciate… con un quintuplice esaltante risultato:

a – avere ammazzato o gravemente ferito migliaia di civili innocenti;

b - avere contaminato con “uranio impoverito” parti consistenti di quei territori;

c - avere di fatto sostenuto una vera (nel senso di definitiva) pulizia etnica ai danni della popolazione serba e rom scacciata dalle proprie terre;

d - avere consegnato la gestione di un insulso microstato, il Kosovo, alla mafia albanese. Per intenderci, sarebbe la stessa cosa se oggi qualcuno andasse dai Messina Denaro e gli garantisse, previo bombardamento dell’Italia, il controllo di una Sicilia indipendente (schema nella sostanza già praticato dagli Stati Uniti per il loro sbarco nel 1943, operazione Husky);

e – avere consentito agli Stati Uniti di installare in Kosovo l'imponente base di Bondsteel (oltre 9000 effettivi).

Nessuno degli uomini di governo che vollero e guidarono quell'aggressione (l'ulivo modiale: Clinton, Blair, D'Alema) è stato chiamato da un qualche tribunale internazionale a rendere conto delle innumerevoli violazioni del diritto internazionale e della Convenzione di Ginevra di cui si resero colpevoli in quanto mandanti politici.

Non dimenticherò mai quante furono le risorse organizzative dispiegate per sostenere quel crimine internazionale: i DS mobilitarono le sezioni più attive in grotteschi volantinaggi sulle 10 buone ragioni per bombardare; pezzi di Anpi accostarono una supposta bontà dei bombardamenti alleati durante la guerra di liberazione e quelli in corso in Jugoslavia; i sindacati confederali nel migliore dei casi si misero silenziosamente sull’attenti (con la solita, eroica, eccezione della Fiom).

 

Il nuovo esercito professionale è stato realizzato col preciso scopo di fornire il contesto giuridico adeguato all’esigenza di muovere direttamente la nostra forza militare per difendere linee di rifornimento energetiche e materie prime, acquisire mercati e quindi acquisire nuove basi militari per garantire e proteggere lo schema.

L'esercito di leva era un esercito inservibile agli attuali scopi ed impieghi -decisamente incostituzionali- ed è stato perciò trasversalmente e rapidamente sostituito nei primi anni '90 (unici contrari a tale operazione, allora, furono Rifondazione Comunista e Verdi).

Il rilancio della corsa agli armamenti promosso con grande fervore democratico e umanitario dopo l'89 ci inchioda ad una spesa militare in costante crescita. Ogni anno i capi di stato maggiore presentano i conti delle missioni, dei programmi di sviluppo e ricerca, delle acquisizioni. Ogni anno, qualsiasi governo “responsabile” viene chiamato a confermare un impegno di medio-lungo-infinito termine. Ogni anno siamo ritualmente chiamati a professare un'incrollabile fede verso la filosofia del bombardamento e la guerra permanente.

L’attuale forma di esercito andrebbe quindi abbandonata. E’ tra l’altro un corpo sociale pericolosamente separato dal resto della società che pesca la sua forza lavoro nelle situazioni di disoccupazione e difficoltà sociale (nel nostro caso, prevalentemente nel mezzogiorno).

La mia personale opinione è che bisognerebbe studiare e promuovere la formazione di un nuovo esercito costituzionale, di leva, aperto a donne e uomini (indifferentemente omosessuali o eterosessuali) e disabili. Un esercito che preveda l’integrazione degli obiettori di coscienza in una forza di protezione civile che sappia affrontare le vere minacce alla nostra sicurezza: dissesto idro-geologico, alluvioni, terremoti. Un esercito oggettivamente inservibile alla Nato ed alle aggressioni e rapine presso altri popoli e nazioni.

 

Tutti oggi sono “per la pace” a tal punto che da almeno un ventennio, finalmente, la pace è guerra.

Bisogna assolutamente uscire dall'approccio meramente etico della contrapposizione tra pace e guerra.

Andare in piazza per dire “no alla guerra” è importante e liberatorio ma non sortisce risultato alcuno se poi non si mantiene attivo un contrasto politico continuativo, propositivo e conseguente. L'esempio definitivo vi fu il 15 febbraio 2003: in seicento città del mondo milioni di persone marciarono contro la guerra d’aggressione che gli anglo-americani stavano lanciando contro l’Iraq con fraudolenti e ridicoli pretesti.

Quella manifestazione, anzi quelle manifestazioni con tutte quelle persone che più o meno contemporaneamente scesero per le strade delle città in tutti i continenti del pianeta fu senza dubbio un evento. Un messaggio telegrafico, facile e chiaro venne gridato in faccia ai governi interessati dall’impresa bellica: no a questo arbitrario atto di guerra d’aggressione.

Fu un grandioso sussulto internazionalista, di superamento dei confini e di fratellanza difficilmente ripetibile.

Se consideriamo il fuso orario fu una vittoria durata due giorni, un giorno per emisfero.

Il vero dato che si raccolse in seguito fu purtroppo questo: nessuna manifestazione, neanche la più imponente e internazionale della storia, poteva fermare quella orda di interessi colossali, di big-businness che come una massa di vapore crescente premeva contro le pareti della ritualità ufficiale e mediatica. Perchè dietro a quella mobilitazione c'era “soltanto” un grandioso movimento etico e non una serie di organizzazioni che sapessero e potessero dare forma all'atto di protesta, inserire il “no” in una piattaforma politica concreta, organica, conseguente, convincente, davvero responsabile cioè in grado di proporre delle riforme strutturali articolate (una su tutte, appunto, abbandonare l’esercito professionale).

La nuova guerra di Libia e la conseguente fiacca opposizione di piazza ci dovrebbero avvisare che la stanchezza, il senso d'inadeguatezza, la frustrazione stanno definitivamente prendendo il sopravvento sull'iniziativa pacifista e antimilitarista. 

 

La guerra, evidentemente, ha molto più a che fare con la materialità della nostra vita, del nostro modo di produrre e consumare, che con il nostro animo più o meno bellicoso, più o meno mite.

La guerra, così come la povertà e la miseria, è una componente strutturale in espansione del sistema in cui viviamo e questo sistema si sviluppa e riproduce intorno ad un'unica incrollabile legge: massimizzazione del profitto.

La legge che governa il ciclo di produzione e consumo ha prodotto inevitabilmente, nel corso di un secolo e mezzo, una concentrazione abnorme di capitali cioè la situazione nella quale ci troviamo (ancora) in questo momento storico.

Il capitalismo oggi, per come lo possiamo osservare (i più fortunati) o subire (la stragrande maggioranza degli umani) è una mostruosità antropologica e sociale oramai secolare che rappresenta il naturale sviluppo della massimizzazione del profitto.

Questo grande capitale (che non è un ectoplasma ma è fatto di nomi, cognomi e società) a partire dagli anni trenta del secolo scorso e grazie all’impulso di Germania prima e USA immediatamente dopo si è definitivamente fuso in modo micidiale e più organico con la ricerca scientifica e la proiezione della forza militare seguendo un semplice ed efficace schema: stretta integrazione tra interessi dei cartelli industriali (produzione, mercati, afflusso di materie prime) > ricerca tecno-scientifica ed Università > Forze Armate.

Da allora ad oggi questo sembra essere il modello vincente mentre oligopoli, cartelli, corporations illuminano i vari parlamenti e governi nazionali quando non li occupano direttamente con propri esponenti o comunque li assediano con minacce di ridislocazioni, licenziamenti di massa, default finanziari.

Il potere reale che questi consessi esclusivi e consigli di amministrazione possono illegittimamente esercitare deriva dalla semplice evidenza che essi controllano di fatto tutti i settori strategici per la sopravvivenza del genere umano: estrazione minerale, agroalimentare, industria pesante, chimica-farmaceutica, biogenetica, concessione del credito...

E' oggettiva la completa assenza di autonomia (anche teorica) delle classi politiche dirigenti rispetto a questi centri di potere totalmente sganciati da qualsiasi meccanismo democratico, per quanto anche solo formale: il ceto politico o è diretta emanazione del grande capitale, o dipende da esso per il finanziamento delle sempre più costose e spettacolari campagne elettorali e il mantenimento del consenso sui media, o si autocensura ed adegua opportunisticamente ai paradigmi dominanti a causa del modernismo-nuovismo e della responsabilità di governo...

 

Tornando alla provincia italiana vediamo, se ancora abbiamo un briciolo di memoria, che il primo governo di centro-sinistra (fu il primo e anche l'ultimo che votai) fece il lavoro sporco che il centro-destra non poteva (ancora) fare. Per dimostrare la propria rigorosa responsabilità fece passare tutto, ma proprio tutto il peggio: nuovo modello di difesa ed esercito professionale; contro-riforma universitaria; lavoro interinale e conseguente precarizzazione; privatizzazioni e svendita di patrimoni nazionali; soft lager o centri di permanenza temporanea che dir si voglia; guerra d'aggressione alla Jugoslavia; finanziamento alla scuola privata; treni ad alta velocità ed ecomostri connessi; nonché la sottoscrizione dell'Europa di Maastricht (cioè l'Europa dei banchieri completata dal recente accordo di Lisbona).

Considerato che su tutte queste questioni dirimenti e fondamentali ci fu quasi sempre un accordo  sostanziale sia alla Camera che al Senato con il centro-destra, siamo autorizzati a pensare che in realtà, da qualche anno a questa parte, ci troviamo di fronte ad un moderno, maggioritario, blindato governo di centro-destra-sinistra: una sorta di litigioso super-partito del P.i.l, delle banche, degli industriali (e dei bombardieri).

In poche parole un colossale muro di gomma; per di più aggravato dall'anomalia berlusconiana che ha sempre permesso di giustificare un malinteso voto utile (utile a chi?) e opportunamente oscurato ragionamenti di più ampio respiro. 

 

La “sinistra radicale” o “di alternativa” che da quel contesto torbido ebbe il coraggio di uscire per opporsi ad un governo di fatto liberista ricadde irragionevolmente, pochi anni dopo, nella schizofrenia di lotta e di governo (anche quest'ultimo responsabilmente liberista e Nato-friendly): il sabato in piazza contro la guerra “senza se e senza ma”, il lunedì in parlamento a votare il rifinanziamento del dispositivo militare tal quale (compreso acquisto di f-35 e aumento senza precedenti delle spese militari), espellendo a calci gli unici due “irresponsabili” che non se la sentirono. Nel mentre veniva avvallato l'ampliamento della base di Vicenza.

L'assurdità di quella esperienza e la sonora punizione elettorale che ne è seguita con annessa espulsione dal parlamento hanno avuto come unico risultato l'ennesima esplosione a grappolo della “sinistra radicale”.

 

Oggi i rapporti di forza in parlamento sono anche peggio di allora e la nuova guerra di Libia testimonia inconfutabilmente l'ingombrante persistenza del partito trasversale dei bombardieri, con tanto di sigillo del Presidente della Repubblica (che in effetti ha sempre amato i carri armati e l'ordine).

Mentre si ripresentano preoccupanti tentazioni governiste basate su alleanze/fusioni (senza sostanziali e chiari accordi programmatici) con forze politiche recidivamente ed orgogliosamente interventiste, tutti i movimenti e comitati contro la guerra, contro i poligoni e le basi militari non hanno più una seria e coerente rappresentanza in parlamento.

In questa fase storica il parlamento può ancora essere uno spazio utile e praticabile da quelle forze politiche che sappiano tornare ad essere un riferimento per tutte le istanze pacifiste ed antimilitariste (più in generale per un altro mondo possibile) ma mi pare evidente il fatto che al momento, considerati gli attuali rapporti di forza alla Camera e al Senato e più in generale nella società, questa rappresentatività non può conciliarsi con quelle responsabilità di governo che ogni anno si traducono nel sostenere la corsa agli armamenti ed ai bombardamenti.

Tenere i piedi in due staffe non è più possibile, è un’offesa alla nostra intelligenza, una pratica fallimentare ed autolesionista e, non meno importante, uno schiaffone (reiterato) alla base militante.

 

Parecchi anni fa l'Associazione per la Pace lanciava la campagna “Democrazia è partecipazione” con cui chiedeva di sottoscrivere impegni precisi alla politica istituzionale. Quella sana pratica di controllo della delega fracassò contro la nascita dei primi “governi amici” e del nuovo contesto di guerra permanente.

Sono passati 10 anni da quando Intermarx e Giano pubblicavano un mio studio sui bilanci del Pentagono (“il Pentagono contro tutti, verso lo spazio e la supremazia”): tutti i programmi di acquisizione e sviluppo che allora prendevo in considerazione, caso per caso (guerra urbana e f-35 compresi), stanno avendo il loro inesorabile e trasversale corso, di riflesso anche da noi.

Credo sia ora di ricominciare a pretendere impegni precisi da chi si vuole mandare in parlamento e dalle rispettive organizzazioni sui temi della spesa militare, dell’adesione alla Nato, delle basi ed installazioni militari la cui persistenza continua ad essere sommersa dal segreto di stato…

Credo che per fare questo sia necessario uscire dall’approccio etico-generico del “no” alla guerra per affrontare e definire in maniera sistematica, argomentata, non ideologica la questione della corsa agli armamenti, della militarizzazione dello spazio, della guerra permanente e delle conseguenti riforme e atti politici necessari per uscirne. Questo approccio ci consentirebbe di immaginare e definire “a cascata” la necessaria e conseguente riconversione energetica, produttiva, sociale e di rappresentanza.

La cosa più utile da fare in questo senso potrebbe essere l’organizzazione di un convegno, autorevole e non declamatorio, a cui partecipino gli scienziati contro la guerra, i giornalisti che hanno realizzato le inchieste più coraggiose, gli studiosi che in questi anni hanno seguito l’evolversi del riarmo mondiale; un convegno dove chiamare a raccolta tutti i comitati popolari contro le basi ed i poligoni per ricostruire una salda ossatura teorica e d’intervento di tutto il movimento contro la guerra e da cui possa uscire anche un pacchetto di indicazioni di riforma da sottoporre alla politica che ci vorrebbe rappresentare.

In buona sostanza un evento rifondativo dove affrontare con la massima onestà intellettuale e senza autocensure i nodi della questione: un inquadramento storico che collochi nel giusto contesto il presente; lo stato di fatto e le prospettive di sviluppo dei sistemi d'arma; l'adesione alla Nato e la promozione di una commissione indipendente multidisciplinare che indaghi e dimostri la “presunta” condotta criminale e per certi aspetti mafiosa della stessa Nato e delle varie “coalizioni di volenterosi”, non tralasciando le singole posizioni di tutti i governi che ne fanno parte; gli accordi segreti e le servitù che regolano la persistenza delle installazioni militari sul nostro territorio; la riforma delle forze armate...

Il promotore-garante di una iniziativa di questo genere potrebbe essere Emergency, la più autorevole tra tutte le organizzazioni che intervengono da tempo negli scenari di guerra e forse tra tutte, l'unica a meritarsi nella sostanza l'appellativo di “non governativa”. Con Emergency, tutte le riviste telematiche e cartacee e i media indipendenti che si sono sempre occupati di conflitti e riarmo.

 

Nel mare di ossimori, ipocrisie, fumosi cerchiobottismi, questa iniziativa potrebbe davvero contribuire a riportare nei nostri orizzonti di pensiero (e di militanza) nuovo ossigeno.

Qui non si tratta di immaginare una utopia ma di uscirne; nel senso che trovo più utopico immaginare di potere sopravvivere, in quanto umanità, a questo modello produttivo militarizzato piuttosto che progredire, andare oltre e fare un altro passo avanti nell'evoluzione della specie. 

Dal paradiso, passo e chiudo (e mi metto a disposizione).

 

Gregorio Piccin

Assessore ambiente, attività produttive e politiche sociali

del comune di Tramonti di Sotto (PN)

gregorio.piccin at libero.it
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E mi insegnò che l’emigrato è un lavoratore non uno straniero. In un paese che considera soltanto il profitto e la produttività, tutti i lavoratori sono stranieri (Ezio Canonica, presidente dell’Unione Sindacale Svizzera, parlando del suo maestro di sindacato, il friulano Augusto Vuattolo). 
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Quel cervellone barbuto di Karl Marx l'aveva detto che nessuno può diventare ricco con il proprio lavoro soltanto e che per diventare un Vip ed entrare nell'elite dei più ricchi bisogna far lavorare gli altri. Per perseguire questo sogno, sono state tentate numerose soluzioni ingegnose nel corso della storia, dalla schiavitù e i lavori forzati, la tratta, la servitù debitoria e le colonie penali fino alla precarizzazione, i contratti a zero ore, il lavoro flessibile, la clausola di non-sciopero, lo straordinario obbligatorio, il lavoro autonomo forzato, le agenzie interinali, la subfornitura, l'immigrazione clandestina, l'esternalizzazione e molte altre novità organizzative improntate alla massima flessibilità. Cavalcare quest'onda nel mercato del lavoro, nel corso dei secoli, è sempre stato il ruolo dell'agente di collocamento dinamico e innovativo. Pochi però se ne rendono conto. (Marina Lewycka, Strawberry Fields)
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Ormai non si gioca più a vincere, si gioca a sopravvivere e a continuare a dar fastidio (Paco Ignacio Taibo II).
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In fondo, che è il vero leader? Secondo me, è colui che è capace di far diventare leader gli altri (Ela Bhatt, fondatrice di Sewa - Self-Employed Women’s Association, sindacato di lavoratrici del settore informale, con 800.000 iscritte, di cui 500.000 in Gujarat - e, da ragazza, vicina di casa di Gandhi)
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In questo paese si è arrivati a pagare per poter lavorare (Denis Poletto)
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Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricos

truiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani. (Robert Kennedy)


									


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