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Torturati i sostenitori di Gheddafi. Amnesty International: "Confessati reati mai commessi"



COMUNICATO STAMPA                                          
CS8-2012

LIBIA, AMNESTY INTERNATIONAL DENUNCIA MORTI IN CARCERE E DIFFUSE TORTURE

Amnesty International ha denunciato oggi che negli ultimi mesi, fino alle recenti 
settimane, numerosi detenuti sono morti nelle carceri libiche dopo aver subito torture e 
che il ricorso alla tortura nei confronti di presunti combattenti e lealisti pro-Gheddafi 
e' altamente diffuso.

I delegati attualmente presenti in Libia hanno incontrato detenuti nelle carceri della 
capitale Tripoli e dei suoi dintorni, di Misurata e Gheryan, che recavano visibili segni 
delle torture: ferite ancora aperte sulla testa, sulle braccia, sulla schiena e su altre 
parti del corpo.

Le torture sono inflitte da appartenenti alle forze di sicurezza e militari ufficialmente 
riconosciute, cosi' come dalle moltitudini di milizie armate che operano al di fuori di 
qualsiasi contesto legale.

"Dopo tutte le promesse di porre i centri di detenzione sotto controllo, e' terribile 
constatare che non c'e' stato alcun passo avanti per porre fine all'uso della tortura" – 
ha dichiarato Donatella Rovera di Amnesty International. "Non siamo a conoscenza di 
alcuna indagine adeguata sui casi di tortura ne' di alcuna procedura per cui le vittime 
della tortura o i parenti di chi e' morto sotto tortura abbiano potuto chiedere giustizia 
e risarcimento. Alcuni detenuti ci hanno raccontato le torture, altri si sono rifiutati, 
limitandosi a mostrarci le ferite, nel timore di poter subire un trattamento peggiore".

I detenuti, sia libici che stranieri provenienti dai paesi dell'Africa subsahariana, 
hanno riferito ad Amnesty International di essere stati appesi in posizioni contorte, 
picchiati per ore con fruste, cavi, tubi di plastica, catene, sbarre di metallo e bastoni 
di legno e di aver subito scariche elettriche sia con gli elettrodi che con congegni 
simili alle pistole taser.

Referti medici esaminati da Amnesty International hanno confermato l'uso della tortura su 
parecchi detenuti, alcuni dei quali morti in carcere.

I detenuti sono stati di solito torturati immediatamente dopo l'arresto da parte delle 
milizie armate locali e poi durante gli interrogatori, anche all'interno di luoghi 
ufficialmente riconosciuti come centri di detenzione. Finora i detenuti non sono stati 
autorizzati a incontrare i loro avvocati. Diversi di essi hanno detto ad Amnesty 
International di aver confessato reati mai commessi pur di far cessare le torture.

A Misurata, le torture proseguono nel centro adibito agli interrogatori della Sicurezza 
militare nazionale e nel quartier generale delle milizie armate.

Numerosi detenuti sono morti mentre erano in custodia delle milizie armate a Tripoli, nei 
dintorni della capitale e a Misurata, in circostanze che fanno pensare alla tortura.

Il piu' recente caso di morte in carcere a seguito di tortura di cui Amnesty 
International e' a conoscenza e' quello di Ezzeddine al-Ghool, un colonnello di 43 anni 
padre di sette figli, arrestato dalle milizie armate a Gheryan, 100 chilometri a sud di 
Tripoli, il 14 gennaio. Il suo corpo e' stato riconsegnato ai parenti il giorno dopo, 
pieno di ematomi e ferite. I medici hanno confermato che e' morto di tortura. Diversi 
altri detenuti sono stati torturati nello stesso periodo e otto di loro sono stati 
ricoverati in ospedale per le gravi ferite riportate.

Amnesty International sta investigando su altre denunce analoghe che ha ricevuto di 
recente.

Nonostante le ripetute richieste fatte sin dal maggio scorso, Amnesty International 
rileva che le autorita' di transizione della Libia, sia a livello locale che a livello 
nazionale, non hanno condotto reali indagini sui casi di tortura e sulle morti sospette 
in custodia.

Il funzionamento delle forze di polizia e del sistema giudiziario rimane discontinuo nel 
paese. In alcune zone della Libia i tribunali si occupano dei casi civili ma non di 
quelli "sensibili" relativi ad aspetti politici e di sicurezza. In loro vece, una serie 
di organismi non ufficiali, con nessuno statuto legale, compresi i cosiddetti  "comitati 
giudiziari", svolgono interrogatori nei centri di detenzione al di fuori di ogni 
controllo.

"Finora, chi controlla il potere non ha minimamente preso provvedimenti concreti per 
porre fine alle torture e ai maltrattamenti e chiamare i responsabili a rispondere dei 
loro crimini. Non stiamo sottostimando la complessita' dei problemi che le autorita' 
transitorie libiche devono affrontare per riprendere il controllo sulla moltitudine di 
milizie armate che operano in tutto il paese, ma pretendiamo che assumano iniziative 
ferme contro la tortura. Nell'interesse della costruzione di una nuova Libia basata sul 
rispetto dei diritti umani, questo tema non puo' essere lasciato in fondo all'agenda".

Amnesty International chiede alle autorita' libiche di adottare con urgenza le seguenti 
misure:
- chiudere tutti i centri non ufficiali di detenzione e istituire meccanismi per porre 
tutti i centri di detenzione sotto il controllo delle autorita’, assicurando effettivi 
controlli sulle procedure e sulle prassi adottate al loro interno;
- assicurare immediate indagini su tutti i casi noti o denunciati di torture e 
maltrattamenti, rimuovendo subito i responsabili da incarichi relativi alla detenzione in 
attesa dell’esito delle indagini; dove vi siano sufficienti prove, processare i 
responsabili secondo procedure eque e senza ricorso alla pena di morte;
- assicurare che tutti i detenuti abbiamo accesso agli avvocati;
- assicurare che i detenuti siano sottoposti a regolari esami medici e che i certificati 
medici da cui risultino ferite che potrebbero essere state causate dalla tortura siano 
consegnati ai detenuti e alle autorita' giudiziarie.

FINE DEL COMUNICATO                                                               
Roma, 26 gennaio 2012

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