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Perché il finanziamento ai partiti non è di sinistra (e una letterina a Mario Monti)



Perché il finanziamento ai partiti non è di sinistra (e una letterina a Mario Monti)


Nei 18 anni da quando i cittadini italiani decisero con un referendum di abolire il finanziamento pubblico, i partiti (tutti) hanno fatto man bassa di almeno 2.3 miliardi di € di rimborsi elettorali gonfiati. Con il finanziamento alla stampa di partito si superano abbondantemente i 3 miliardi. Per ogni lira che dichiarano (loro, senza controlli) di aver effettivamente speso (580 milioni di €) ne hanno incassate quattro e quindi tre sono finite ad ingrassare le fortune di ristrette cerchie intorno alle tesorerie dei partiti stessi.

di Gennaro Carotenuto

Fino ad ora la giustificazione tipica fornita per difendere tale abbondante finanziamento del sistema dei partiti (una perversione che è almeno appropriazione indebita) è che, lo diceva già Bettino Craxi per giustificare la grandeur all’italiana del PSI, “la politica costa” e comunque la pretesa demagogica d’impedire la bella vita di poche centinaia o poche migliaia di persone sarebbe: 1) una goccia nel mare rispetto al debito pubblico. 2) il garantire condizioni dignitose (che nella pratica sono lussuose) alla politica eviterebbe la corruzione e democratizzerebbe l’accesso alla vita pubblica.

Alla prova dei fatti entrambi gli argomenti risultano del tutto inconsistenti.

1) I rimborsi ai partiti non sono una goccia nel mare. Per esempio superano di gran lunga tutte le borse di studio assegnate agli studenti universitari. Quest’anno in Italia a 45.000 studenti universitari, riconosciuti come capaci e meritevoli di una borsa di studio, è stato negato tale diritto costituzionale per mancanza di fondi. Alla voce “diritto allo studio” del bilancio dello Stato, risultano nel 2012 appena 175 milioni di € (erano 250 nel 2009, comunque insufficienti), che si ridurranno ad un virtuale zero (appena 13 milioni di €) nel 2013. Pertanto, se i partiti si sono autoassegnati in questi anni fondi pari a 177 volte quello che hanno deciso di destinare nel 2013 al diritto allo studio, è evidente che chi sostiene nei media che i privilegi della casta siano una goccia nel mare menta spudoratamente.

2) Il rendere la condizione materiale del politico sideralmente al di sopra rispetto alla condizione materiale di chi vive del proprio lavoro, non solo non è garanzia di decenza ma si è rivelato oggettivamente criminogeno. Per sostenere uno stile di vita da magnati, quale quello dei dirigenti politici odierni, uno stipendio parlamentare da 15.000 euro al mese è infatti del tutto insufficiente. È necessario farsi comprare appartamenti o automobili a propria insaputa, farsi pagare vacanze di sogno, farsi pagare gli studi di figli né capaci né meritevoli come Renzo Bossi ma che non possono abbassarsi a frequentare scuole pubbliche. Quindi è vero esattamente il contrario: più soldi vengono legalmente dati ai politici e alla politica più la nostra classe politica (peraltro di quart’ordine morale e materiale) diventa corruttibile, rapace, indifferente al bene comune.

Se i costumi personali non fossero argomento sufficiente, i recenti scandali dimostrano anche che è falso uno dei luoghi comuni ricorrenti della sinistra:  che il finanziamento pubblico serva a riequilibrare il potere dei soldi, permettendo a chi rappresenta interessi non egemoni di poter far politica. La realtà sotto i nostri occhi testimonia esattamente il contrario. Il finanziamento pubblico slega i partiti dal perseguire un contributo economico dai propri elettori e lascia loro mani libere per relazionarsi direttamente con interessi forti, lobbisti e faccendieri.

Se questi ultimi sono i referenti della politica e non i cittadini è a tali referenti che i partiti devono il loro status. Evidentemente, in un regime democratico, è necessario ribaltare tale logica ed inserire tutti quei correttivi necessari a riportare la politica (non solo i bilanci ma anche le idee, i programmi, le persone) sotto il controllo dei cittadini. Qualcosa di vergognosamente populista…

In realtà, se ai partiti fosse imposto di risalire la china del discredito (appena il 10% degli italiani non li disprezza) nulla impedirebbe loro  di prescindere dal finanziamento pubblico e ricostruire un rapporto diretto di fiducia con gli elettori.

Il Partito comunista italiano raggiunse 2.250.000 iscritti nel 1947 e ancora nel 1990 ne aveva 1.264.000. Numeri simili ha sempre avuto anche la Democrazia Cristiana (2.095.000 nel 1948, 1.862.000 nel 1989). Anche il Partito Socialista è sempre rimasto intorno ai 500.000 iscritti. Oggi il Partito Democratico dichiara circa 600.000 iscritti, la metà dell’ultimo PCI, la Lega Nord un po’ più di 100.000, l’UDC 220.000. Dal Popolo della Libertà Berlusconi chiedeva un milione di tesserati, ma nessuno sa quanti siano effettivamente. Ma è il partito di massa ad essere passato di moda o sono i partiti, gli opinion maker, i grandi portatori d’interesse ad aver interrotto, anche usando un lauto finanziamento pubblico, la relazione tra masse e partiti? Se questa non può più essere quella del XX secolo non è scritto che debba essere quella premoderna attuale con una casta di intoccabili da una parte e una società senza rappresentanza dall’altra.

Se i partiti fossero messi di fronte al problema di riconquistare la fiducia degli elettori e dei militanti, e da questi farsi finanziare direttamente, non ci sarebbe alcun bisogno di finanziamento pubblico ai partiti. Infatti se solo il 10% degli iscritti alle liste elettorali (poco meno di 5 milioni di persone) fosse convinto a pagare un’iscrizione annua di 100 € al proprio partito ecco che i partiti sarebbero finanziati volontariamente dai cittadini per quasi 500 milioni di € l’anno. È una cifra enorme che non solo renderebbe superflui i rimborsi elettorali ma che testimonierebbe che non è vero che vince chi ha più soldi. Barack Obama nel 2008 raccolse tre milioni di microcontributi inferiori ai 200 dollari, ma aveva messo in moto un meccanismo di fiducia dal quale i partiti italiani prescindono in un’autoreferenzialità pericolosa. Solo abolendo il finanziamento pubblico, e ovviamente instaurando rigidissimi criteri di trasparenza gestionale e nell’accesso ai media, i partiti tornerebbero a relazionarsi e dipendere dalle masse.

Resta il fatto che i partiti attuali (i Calearo, gli Scajola, gli Speciale, i Lusi, le Mauro) non rinunceranno volontariamente mai ad alcun privilegio, ben supportati da un sistema mediatico che continua ad essere connivente perché lottizzato più del parlamento stesso. La situazione è così disperante che solo uno strappo può salvarci. Chi scrive nutre poca o punto fiducia nel governo tecnico, ma lasciatemi chiudere rivolgendomi al Presidente Monti:

in piena facoltà, egregio presidente,

lei ha la responsabilità di poter sfidare i partiti più screditati della storia repubblicana. Sono i partiti che la sostengono ma sono tigri di carta. Per i motivi che ho esposto qui sopra vari d’urgenza un decreto legge in 7 punti:

1) Abolisca da subito qualunque finanziamento pubblico ai partiti nel rispetto del referendum del 1993.

2) Vari tutte le misure necessarie per combattere la corruzione dei politici e la trasparenza della politica. Per i politici condannati sia sempre prevista l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

3) Visto che la commissione Giovannini non è stata capace di valutare i costi della politica, sciolga il nodo dimezzando tutti gli stipendi e tutti i benefit dei politici. Lasci il pregresso, non è mai bene stravincere.

4) Stabilisca a 200.000 euro lordi il massimo compenso annuo per i grandi funzionari pubblici e riduca in proporzione tutto quello che eccede i 100.000 Euro per gli altri. Per chi vuol cambiare mestiere c’è il libero mercato.

5) Cancelli ogni finanziamento pubblico ai giornali di partito. Parlano tanto di mercato… accettino la sfida. Si accerti solo che in caso di licenziamenti e prepensionamenti i lavoratori dei media non godano di condizioni di privilegio rispetto a quelli dell’industria.

6) Privatizzi senza rimpianto la RAI con l’unica eccezione di Radio3. Anche in questo caso stipendi sontuosi, indennità e contratti da nababbi sia il mercato a darli.

7) Vari una riforma antitrust sui media al livello dei principali partner europei. In particolare nessun privato potrà possedere più di una rete televisiva nazionale. Come sa… “ce lo impone l’Europa”.

Approvi questo pacchetto d’urgenza Presidente e chieda la fiducia in Parlamento. Dichiari di fronte al paese che qualora la fiducia le fosse negata si presenterà alle prossime elezioni con lo stesso programma ed una sua lista formata rigorosamente da non parlamentari. Vedrà che le daranno la fiducia del parlamento presidente. Sono vigliacchi…

Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it




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Gennaro Carotenuto per Giornalismo partecipativo
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