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Puglia in buona salute? Nichi Vendola, ovvero l'ottimista al potere



I primati della Regione Puglia in campo epidemiologico...

(Stefano Palmisano - Alessandro Marescotti - Tonino D’Angelo - Giuseppe
Serravezza)



Il 5 aprile scorso in una nota per la stampa diffusa dal Presidente della
Regione Puglia Nichi Vendola
(http://www.regione.puglia.it/index.php?page=pressregione&id=12704&opz=display),
si poneva l’accento su alcuni dati regionali che esprimerebbero una buona
condizione di salute della popolazione pugliese. Fra questi dati si
riportava una mortalità tra le più basse in Italia e un “tasso di persone
che ha riportato di avere un tumore nel periodo 2004-2005 inferiore al
dato italiano”.

La notizia conferma un dato già noto: l’esistenza di un gradiente, di una
differenza, tra il Nord e il Sud del paese rispetto alla mortalità
generale e alla mortalità per tumore. Una differenza che è a vantaggio del
Sud-Italia, dove si osserva un numero di casi di tumori inferiore a quello
registrato nel Nord del paese (fonte: banca dati dell’Istituto Nazionale
Tumori).

Diverse sono le possibili spiegazioni del divario. Fra queste molto
verosimilmente un processo di industrializzazione che nel Nord del paese è
avvenuto prima che al Sud.
Un processo di industrializzazione che si è spesso tradotto in fabbriche
insalubri e, dunque, in esposizioni a sostanze nocive sia dei lavoratori
sia della popolazione in generale.
Un processo di industrializzazione che si è anche tradotto in un
miglioramento delle condizioni materiali di vita a cui, tuttavia, si sono
anche associati comportamenti non necessariamente salutari (vita
sedentaria, consumo massiccio di carni rosse e fumo di tabacco).

Alla predetta nota, molto attenta a cogliere il dato positivo, sfuggono
alcuni dati scientifici a nostro parere importanti per comprendere appieno
il fenomeno descritto.

Il primo dato è che purtroppo il gradiente Nord-Sud, questo storico
vantaggio in termini di salute di noi meridionali rispetto alla gente del
Nord, negli anni si va assottigliando e le previsione non sono delle più
rosee anche a causa della presenza sui territori meridionali di aree
industriali riconosciute per legge come pesantemente inquinate.
Nel caso specifico dei tumori, uno studio recente (Biggeri e colleghi.:
Evoluzione del profilo di mortalità 30-74 anni per le coorti di nascita
dal 1989 al 1968 nelle regioni italiane. Epidemiologia&Prevenzione 2011)
ha evidenziato che: “si rileva una tendenza importante
all’omogeneizzazione tra le regioni […]. Per gli uomini, le coorti dei
nati ai primi del Novecento mostrano tre Paesi: eccessi superiori al 30%
sulla media nazionale per Lombardia, Friuli-Venezia Giulia e Veneto e
deficit superiore al 40% per le otto regioni del meridione. I nati dopo la
Seconda guerra mondiale mostrano invece per la Campania, la Sardegna e la
Puglia eccessi del tra il 17 e il 29% contro un deficit intorno al 15% per
Trentino Alto Adige, Veneto, Umbria e Marche.”

Un secondo dato è rappresentato da una ricerca resa pubblica qualche mese
addietro: lo studio Sentieri (Pirastu e colleghi: Studio Epidemiologico
Nazionale nei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da
Inquinamento – Risultati. Epidemiologia&Prevenzione 2011). Si tratta di
una ricerca che mette sotto la lente di ingrandimento la salute delle
popolazioni che vivono in 44 siti compresi nel “Programma nazionale di
bonifica”. Il quadro che emerge per i 4 siti pugliesi è il seguente.

Brindisi. Gli autori dello studio riportano alcuni eccessi di mortalità
rispetto alla media regionale per tumore alla pleura tra gli uomini; per
tumore alla laringe tra le donne - a cui, a parere degli autori, “è
plausibile che abbiano contribuito fumo e alcol, ma non è da escludere una
componente occupazionale del rischio, in particolare esposizioni ad
amianto e contaminanti presenti nell’area perimetrale del petrolchimico”-
e un eccesso di mortalità per malformazioni congenite per le quali gli
autori, pur evidenziando l’imprecisione della stima, considerano
“plausibile un ruolo delle esposizioni ambientali presenti nel SIN (Sito
di Interesse Nazionale ndr) in particolare è ipotizzabile un ruolo
eziologico delle esposizioni a inquinanti prodotti sia dal petrolchimico
sia dai siti di discarica”.

Bari-Fibronit. Gli autori rilevano eccessi di mortalità in uomini e donne
per tutte le cause, per tutti i tumori e per malattie dell’apparato
respiratorio.

Manfredonia. È rimarcata la necessità di condurre uno studio sui
lavoratori presenti nel 1976 nello stabilimento del petrolchimico al
momento dell’incidente che provocò la fuoriuscita di circa 10 tonnellate
di arsenico, sostanza che l’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro
(IARC) classifica cancerogeno certo di classe 1.

Taranto. Gli autori rilevano: eccessi di mortalità per tutti i tutti i
tumori in entrambi i generi; eccesso per tumore al polmone; eccesso per
tumore alla pleura; eccesso per malattie respiratorie acute; un eccesso di
malformazioni congenite e tra i bambini fino a 12 mesi di età un
significativo eccesso di mortalità per “alcune condizioni morbose di
origine perinatale”.

Per Taranto, vi è un terzo elemento di conoscenza che certamente non può
passare inosservato: le perizie di chimici ed epidemiologi prodotte
nell’incidente probatorio disposto dalla locale Procura della Repubblica e
che vede indagata la dirigenza dell’acciaieria tarantina.
Dai mezzi di informazione è dato sapere che:
- Nel 2010 Ilva ha emesso dai propri camini oltre 4mila tonnellate di
polveri e poi circa 300 chili di benzene, 338 chili di IPA, oltre 50
grammi di benzo(a)pirene; quasi 15 grammi di diossine e furani (PCDD/F).
A queste emissioni di sostanze convogliata nei camini si aggiungono gas e
nubi rossastre, lo slopping, fenomeno documentato dai periti chimici e dai
NOE di Lecce, fenomeno quantificato in 544 tonnellate all’anno di polveri.
- I livelli di diossina e PCB rinvenuti negli animali abbattuti e
accertati nei terreni circostanti l’area industriale di Taranto sono
riconducibili alle emissioni di fumi e polveri dello stabilimento Ilva di
Taranto.
- Si apprende inoltre che i periti avrebbero sostenuto che all’interno
dello stabilimento Ilva di Taranto NON sono osservate tutte le misure
idonee ad evitare la dispersione di fumi e polveri nocive alla salute dei
lavoratori e dei residenti.

La perizia di tipo epidemiologico avrebbe concluso che:
- 386 morti (30 morti per anno) sono attribuibili alle emissioni industriali;
- 937 casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie (74 per anno)
(in gran parte tra i bambini) sono attribuiti alle emissioni industriali;
- 17 casi di tumore maligno con diagnosi da ricovero ospedaliero tra i
bambini sono attribuibili alle emissioni industriali.

Senza queste specificazioni, gli incoraggianti risultati sul noto
vantaggio di salute delle popolazioni meridionali, ancorché in
diminuzione, rischierebbero di occultare un dato di salute pubblica che
meriterebbe, invece, a nostro parere una maggiore attenzione da parte
delle politiche regionali.
I risultati favorevoli di alcuni indicatori di salute sulla totalità della
popolazione regionale possono soffrire di un effetto di diluizione per cui
aree maggiormente protette da minacce ambientali rischiano di mascherare
le cattive condizioni di salute di aree più minacciate.
Tra le popolazioni minacciate ricordiamo i lavoratori; l’approfondimento
del cui stato di salute non solo è raccomandato dall’Istituto Superiore di
Sanità, nella citata ricerca Sentieri, ma anche più volte sollecitato,
invano, dalle nostre associazioni.
A riguardo evidenziamo la necessità di allargare l’indagine anche ai
lavoratori dell’agricoltura e di porre in atto misure di contrasto
all’impiego indiscriminato di pesticidi e fitofarmaci. Misure che, dove
attuate, per esempio in Svezia (Hardell: Pesticides, soft-tissue sarcoma
and non-Hodgkin lymphoma ??historical aspects on the precautionary
principle in cancer prevention. Acta Oncologica 2008), hanno già prodotto
significative riduzioni di gravissime patologie tra i lavoratori e le
popolazioni esposte.

Riteniamo, pertanto, non più rimandabile lo svolgimento di studi
epidemiologici condotti dalla stessa Regione con continuità, per non
arrivare al punto in cui queste attività, come nel caso di Taranto,
scaturiscano solo da esigenze giudiziarie.
Studi che tengano conto dei differenti rischi ambientali a cui sono
esposte le popolazioni nelle differenti aree della Regione. E,
soprattutto, riteniamo improcrastinabili iniziative politiche di vero
rilancio della prevenzione primaria per le popolazioni generali e di
sorveglianza sanitaria dei lavoratori esposti ad agenti cancerogeni e
nocivi.



Stefano Palmisano per Salute Pubblica
Alessandro Marescotti per PeaceLink
Tonino D’Angelo per Medicina Democratica - Puglia
Giuseppe Serravezza per LILT (Lega Italiana Lotta Tumori) - Lecce


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