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Campagna F35, resoconto conferenza stampa a Roma



Roma, 12 luglio 2012 – COMUNICATO AI MEDIA
Comunicato della campagna “Taglia le ali alle armi”


Gli italiani non vogliono sacrifici per comprare i cacciabombardieri dello spreco
 
La campagna contro gli F-35, forte del sostegno ricevuto in questi mesi, rinnova l’invito 
a ripensare l’acquisto dei cacciabombardieri F-35: una scelta costosa ed inutile che 
bloccherà diversi miliardi di euro in più anni mentre ai cittadini si chiedono sacrifici 
nel campo del welfare, della scuola, della sanità.
Rilasciati dati aggiornati su costi e sprechi del caccia e sui tagli “leggeri” che il 
comparto militare subisce dalla spending review e dall’ipotizzata “riforma” proposta dal 
Ministro Di Paola.
 
In una conferenza stampa tenuta al Senato della Repubblica (e seguita da un presidio 
della Campagna davanti alla Camera dei Deputati i coordinatori delle tre organizzazioni 
promotrici Giulio Marcon (Campagna Sbilanciamoci!), Flavio Lotti (Tavola della Pace) e 
Francesco Vignarca (Rete Italiana per il Disarmo) hanno illustrando con dati ed analisi 
la situazione relativa alla partecipazione italiana al programma Joint Strike Fighter 
F-35 e il punto della situazione sulle spese militari attuali e future.
Nel corso degli ultimi mesi di mobilitazione (all’interno della seconda fase di “Taglia 
le ali alle armi!”, campagna iniziata nel 2009 e rilanciata a settembre 2011) oltre 
75.000 firme cittadini, 650 associazioni e più di 60 Enti Locali (tra Regioni, Province e 
Comuni) hanno deciso di sostenere la richiesta per una cancellazione del programma. La 
giornata odierna intende concludere un percorso che ha visto una crescita di 
consapevolezza sulla questione da parte dell’opinione pubblica stimolata anche dai dati 
prodotti dalla Campagna “Taglia le ali alle armi”. Dati e considerazioni che smentiscono 
la posizione ufficiale del nostro Ministero della Difesa sia sui costi sia sullo stato di 
avanzamento del programma F-35.
Tutti i paesi partner si stanno attualmente interrogando sull’opportunità della propria 
partecipazione (Stati Uniti compresi dove il presidente del Comitato sui Servizi Armati 
del Senato ha chiesto ufficialmente di mantenere “pressione continua” su Pentagono e 
Lochkeed Martin per ridurre costi e problemi) mentre il nostro Governo continua a 
ribadire, senza confronto, una scelta insostenibile. Fornendo nel contempo al Parlamento 
dati palesemente fuorvianti, soprattutto sulle cifre di costo che non sono compatibili 
con quelle fornite sia dalle aziende produttrici sia dalle stesse Forze Armate 
statunitensi.
“Non sappiamo definire se non incredibile l’ostinazione con cui i funzionari del 
Ministero – anche in audizioni parlamentari – continuano a sostenere che ogni velivolo 
costerà meno di 80 milioni mentre i dati di base del Pentagono già oggi si attestano su 
oltre 130 milioni di euro”, dichiara Francesco Vignarca coordinatore di Rete Italiana per 
il Disarmo.
L’analisi dei dati ufficiali sul programma recentemente resi disponibili dimostra come il 
costo di acquisizione totale per gli Usa (che avranno oltre il 70% degli aerei) si 
attesti su 396 miliardi dollari, con un incremento di 117,2 miliardi dollari (42%) 
rispetto alle ipotesi iniziali. L’inizio della fase di produzione a è indicata per il 
2019, con un ritardo di 6 anni sulle previsioni del programma. 
“Tutti i dati dimostrano come i costi unitari per aereo siano raddoppiati dall’inizio 
della fase di sviluppo nel 2001 e solo il 17% dei test tecnici previsti sia stato 
completato. Come si può far finta di nulla di fronte a questi numeri?” conclude Vignarca. 
Anche con l’ipotizzata riduzione a 90 velivoli per l’Italia il costo complessivo di solo 
acquisto si attesta quindi sui 12 miliardi di euro, senza contare i costi di mantenimento 
ed esercizio successivi.
Non a caso la scorsa settimana, in maniera compatta, il Parlamento Olandese ha votato una 
risoluzione per uscire dal programma dando indicazione in tal senso al governo che uscirà 
dalle elezioni, mentre l’Australia ha deciso a maggio di spostare di ulteriori due anni 
la propria decisione di acquisto. Roventi polemiche sono invece in corso sia in Canada 
che in Norvegia perché le scelte di partecipazione al progetto JSF sono derivate da dati 
fasulli ed incompleti forniti deliberatamente da ufficiali militari favorevoli al caccia 
F-35.
Il Governo italiano invece continua per la sua strada e non intende avere una franca 
discussione né in Parlamento né con un confronto con la società civile rappresentata 
dalla nostra Campagna. Non ci si deve stupire del mantenimento di questa linea da parte 
del Ministero della Difesa, perché è stato l’attuale Ministro-Ammiraglio Di Paola a 
sottoscrivere (poco più di 10 anni fa nel giugno 2002) la partecipazione italiana alla 
fase di sviluppo del Joint Strike Fighter. Ma continuare a negare l’evidenza dei problemi 
tecnici (ribaditi anche in un recente rapporto del Government Accountability Office 
statunitense) e a ribadire i miraggi di mirabolanti ritorni occupazionali, industriali e 
tecnologici (messi implicitamente in dubbio dalla stessa Finmeccanica in una 
comunicazione ufficiale al Parlamento) costituisce solo una presa in giro verso gli 
italiani. Che invece devono affrontare i tagli e i sacrifici imposti da questo Governo al 
fine di salvaguardare scelte di bilancio che, in alcuni casi come quello dell’F-35, sono 
davvero incomprensibili.
Il tema del caccia F-35 si inserisce però nella più ampia discussione sulla spesa 
militare del nostro paese, anche alla luce della revisione dello strumento militare (il 
cosiddetto DDL Di Paola) in corso di discussione in Parlamento e della “spending review” 
varata dal Governo.
“Con la spesa complessiva prevista nel corso degli anni per gli F-35 si sarebbero potute 
evitare le scelte più rovinose confermate nei giorni scorsi – sostiene Giulio Marcon 
coordinatore di Sbilanciamoci! - il taglio agli enti locali, la riduzione dei posti letto 
negli ospedali, le misure di revisione del sistema delle tasse universitarie. Ad esempio 
con il risparmio della mancata acquisizione di 10 caccia bombardieri F-35 avremmo potuto 
salvaguardare i 18mila posti letto che verranno tagliati negli ospedali nei prossimi 
mesi”.
Entrambi i provvedimenti (la riforma dello strumento militare e la parte di riduzione di 
costi nel comparto) devono essere ancora confermati dal Parlamento ma le prime stime che 
si possono effettuare indicano come i tagli per il comparto militare saranno più leggeri 
e privilegiati rispetto a quanto previsto per le altre aree di spesa pubblica. Non ci 
sarà alcun vero risparmio ma solo uno spostamento di risorse verso nuovi acquisti di 
sistemi d'arma. Mentre il Governo ha infatti deciso di intervenire ancora una volta in 
maniera drastica sulla spesa sociale e sanitaria, le riduzioni per la Difesa e per 
l'acquisto di armamenti si limitano a poche decine di milioni e definiscono una 
diminuzione degli effettivi delle Forze Armate che si realizzerà solo dopo diversi anni, 
e con una protezione salariale derivante dal trattamento di ausiliaria. Nelle bozze 
definitive del provvedimento di “spending review” – nonostante ipotesi iniziali di altra 
natura – non vengono toccati gli investimenti per l'acquisto di armamenti: un'ipotesi di 
taglio di 100 milioni anno sui capitoli di spesa per le armi è stata infatti all'ultimo 
momento rigettata. La norma avrebbe “garantito un risparmio di spesa di importo non 
inferiore a 100 milioni di euro per ciascuno degli anni 2013 e 2014, anche in termini di 
indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni” ma non se ne è fatto nulla e solo 
poche decine di milioni saranno sottratti a programmi come la Mini-naja, il fondo 
riassunzioni e l’Agenzia Industrie difesa.
Viene inserito un taglio di almeno il 10% sugli organici (un primo passo di quanto 
previsto dalla riforma Di Paola) ma anche in questo caso con la messa in aspettativa 
pagata: un ammortizzatore che avviene in maniera privilegiata solo per il personale 
militare e solo in questo comparto. In sostanza, come già esplicitato dalle 
organizzazioni del disarmo e sottolineato nelle analisi di questi ultimi anni (prima fra 
tutte quella contenuta nel libro-inchiesta “Il caro armato” già nel 2009), si scelgono 
tagli ridotti e sulla carta solo per poter aver mano libera nell’acquisto di nuovi 
armamenti: oltre ai caccia F-35 sono centinaia i milioni di euro stanziati negli ultimi 
mesi per missili, blindati, cannoni, sommergibili.
“Opporsi agli F35 e al DDL Di Paola non è affare da pacifisti ma da gente responsabile – 
dichiara Flavio Lotti coordinatore di Tavola della Pace - Parliamo di almeno 230 miliardi 
di euro di denaro pubblico sottratti ad un paese, il nostro, in grandissima difficoltà. 
Se il progetto venisse approvato così com’è entrato a Palazzo Madama ci ritroveremmo con 
un superministro della Difesa, dotato di poteri e autonomia senza pari, capace persino di 
vendere armi nel mondo. E con uno strumento militare ipertrofico, costosissimo, modellato 
sui livelli di ambizione di qualche generale e di un complesso industriale che sembra 
dettare le linee politiche ai politici. Uno strumento vicino più ai campi di battaglia 
che alla Costituzione”. 
  
 


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Tutte le informazioni sulla campagna contro i caccia F-35 si possono trovare sui siti 
delle organizzazioni promotrici:
 
www.perlapace.it  (Tavola della Pace)
 
www.sbilanciamoci.org (Campagna Sbilanciamoci!)

www.disarmo.org (Rete Italiana per il Disarmo)



www.peacelink.it