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Francesca Borri, cronache di guerra da Aleppo (Siria)



Il luogo piu' pericoloso, qui, e' l'ospedale. E' la prima cosa che ti
dicono, quando arrivi: se hai voglia di stare tranquilla, stai sul fronte.
Lasciate ogni regola, voi che entrate. Aleppo e' esplosioni, in questi
giorni, nient'altro. Macerie. E quando ti avventuri in cerca di pane,
acqua un medico, solo il tiro dei cecchini. Gli aerei di Assad volano
radente, ti precipitano contro con schiaffi di vento e morte. Eppure sono
cosi' imprecisi che non bombardano mai vicino le linee del fronte:
rischierebbero di colpire non i ribelli, ma i lealisti.
L'unita' dell'Esercito Libero in cui siamo embedded e' composta da tredici
uomini, di cui due in ciabatte - e gli altri non sempre hanno ai piedi due
scarpe uguali. Erano diciassette, in tre sono morti per recuperare il
cadavere di un quarto che e' ancora li', in fondo alla strada. Hanno per
base una scuola, e ognuno addosso una pistola, un kalashnikov e un
coltello. Un bambino, nell'ufficio del preside, lucida su un tappeto i
gioielli di famiglia: due lanciarazzi e un bazooka. A parte il capitano,
un ufficiale che ha lasciato le truppe di Assad sei mesi fa, non sono che
ragazzini di diciassette, diciotto anni. Alaa studia filosofia, e tra un
turno e l'altro legge Habermas. I disertori si riconoscono subito: si sono
rubati dalla caserma la maglietta mimetica. Gli altri hanno quella di
Messi o Che Guevara.
La primavera siriana e' diventata la guerra di Siria. E l'evoluzione si
percepisce tutta nella differenza tra la frontiera con il Libano e la
frontiera con la Turchia. Beirut e' rifugio, clandestino, dei piu' noti
attivisti: quelli da cui tutto e' cominciato, corteo dopo corteo,
assemblea dopo assemblea - e a cui hanno confiscato la rivoluzione.
Aiutavano i giornalisti non solo a attraversare il confine, ma anche,
soprattutto, capire le ragioni e rivendicazioni dell'opposizione al
regime. Adesso la frontiera con il Libano e' inaccessibile. Si e' aperta
in compenso quella con la Turchia: i ribelli controllano l'ufficio
passaporti, entri calpestando il tappetino con il ritratto di Assad. Ma la
nuova Siria di cui si sono autoproclamati portavoce e' un'incognita.
Difficile discutere di politica, con loro. Inutile chiedere di inviati
dell'Onu, Islam. Sunniti e alauiti. Qui l'essenziale e' consegnare 500
dollari al giorno: i giornalisti sono l'affare del momento - e' la tariffa
del giro turistico per la Aleppo sotto attacco.
Perche' le linee del fronte, formalmente, sono quattro. Ma la verita' e'
che il fronte e' uno solo, qui: e' il cielo. E chi non ha che proiettili e
coltelli, da opporre ai caccia, non ha scampo. Senza un intervento
esterno, l'Esercito Libero non puo' vincere. E quindi, per ora, tenta di
non perdere.
Si difendono le posizioni, in questi giorni, ad Aleppo. Non si avanza. La
citta' e' disseminata di cecchini e sangue rappreso, mentre dall'alto si
bombarda senza sosta. La mappa disegnata sul muro, nell'ufficio del
preside, ricorda la settimana enigmistica, quelle linee aggrovigliate e
bisogna scoprire come arrivare da A a B: solo che tra A e B, qui, vivono
decine di famiglie - e quella e' la mappa dei cecchini da stanare. In
mezz'ora, all'ospedale Al Shifa sbarcano tre morti, uno ha otto anni.
Fuori, l'orma lasciata dall'ultimo aereo, ieri sera: profonda due metri.
Per rassicurare la popolazione, i ribelli si aggirano in pick-up bardati
di doshka: e' una mitragliatrice placebo, contro un aereo ha l'effetto
della cerbottana. E per rassicurare il mondo, guadagnarsi sostegno,
trascinano i giornalisti al fronte: e cioe' davanti a invisibili cecchini
lealisti. In tre, quattro, si nascondono al primo incrocio, a cento metri
di distanza. E poi attraversano la strada di corsa, in perpendicolare,
sventagliando alla cieca colpi di kalashnikov. Su e giu'. Ogni tanto,
nella foga da Rambo, dimenticano di ricaricare i proiettili.
Non esistono regole, in Siria. Bombardamenti sui civili, moschee
convertite in postazioni militari. Armi sulle ambulanze, ribelli con le
divise dei lealisti. Lealisti senza divise. E questa base sembra piu' un
liceo occupato che un'unita' di esercito. E' una lite ogni dieci minuti. A
chi tocca cucinare, come conquistare il prossimo isolato. Che tattica
usare. Hai rubato le mie scarpe, no sei tu che ieri hai rubato le mie
coperte. E non e' che il microcosmo di quello che accade tra i vari gruppi
armati, e ancora piu' in generale, tra le varie anime dell'opposizione.
Non si ha un'unica leadership e un'unica strategia, qui. Ne' tra i civili
ne' tra i militari. Ed e' questa, piu' di ogni arsenale, la vera forza di
Assad.
Per la scuola, tra i kalashnikov, si aggirano bambini. Ahmed ha sei anni.
Oggi ti insegno a essere un siriano vero, gli dice il capitano. Un siriano
libero. Gli affida la pistola e gli fa sparare un colpo in aria, in questa
strada stretta di edifici a otto piani con i vetri gia' in frantumi. Se ne
rompe un altro. Una giovane donna corre giu' spaventata, il proiettile e'
entrato nella sua cucina. Mi prende dalle mani penna e taccuino: ma che
Siria puo' venire fuori, scrive, da uomini cosi'? E si rintana nel
sottoscala.

Francesca Borri

Da Il Fatto Quotidiano di giovedì scorso

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