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Monti, Giannino, Berlusconi, lo scacco dei superuomini e la fine dell’egemonia del neoliberismo

Il caso penoso di Oscar Giannino, che ha avuto bisogno di inventarsi titoli accademici per sentirsi all’altezza dei suoi interlocutori, titolari di cattedre bocconiane o in prestigiosi atenei statunitensi, è stato l’ultimo passaggio della rivelazione di tutta la fallacia dell’ideologia neoliberale e della pretesa del predominio dell’economia sulla politica e della creazione artificiale di un superomismo economico nella nostra era. E anche il superuomo Berlusconi e il superuomo Monti rappresentano lo stesso scacco.

di Gennaro Carotenuto

L’ideologia del merito, misurabile sul successo economico o nel “publish or perish” (pubblica o crepa, anche se non hai niente da dire) in campo accademico, e che si spinge alla perversione della pretesa di penalizzare le scuole frequentate da studenti in difficoltà (quindi meno meritevoli), si scontra con la realtà del “vanitas vanitatum” e della debolezza umana. Non è solo il re nudo Giannino, che sotto i vestiti lussuosi e stravaganti non aveva nulla. Berlusconi e Monti appaiono altre facce della stessa medaglia. Silvio ha ripetuto se stesso all’infinito, convinto di rappresentare ancora biopoliticamente un successo che lo renderebbe diverso dai suoi coetanei ottuagenari che fa mettere in coda per restituirgli l’IMU. La necessità di nascondere la fidanzatina di mezzo secolo più giovane, ben più dell’esposizione del declino fisico, ha già rappresentato la sconfitta del superuomo che per la prima volta si specchia col ridicolo e deve prenderne atto.
Anche Mario Monti ha lottato disperatamente con se stesso, tra la presunta necessità di popolarizzarsi imposta dagli spin doctor americani e la dignità professorale, l’unico vestito che conosce e che lo fa sentire demiurgo dell’oggettività mercatista. Proprio il mancato volo della sua candidatura ne marca il fallimento. Non importa il perché del rifiuto, dalla costatazione del conservatorismo di questo da parte di elettori progressisti che pure lo avevano accolto con sollievo, al rifugio in demagogie di varia natura da parte di altri. Importa il rifiuto del migliore, dell’ottimate capace di restituirci credibilità internazionale sia pure con costi sociali altissimi. È un rifiuto che giunge forse da parte di una società di mediocri. Ma è una società che ha ancora il potere di non sentirsi rappresentata dal demiurgo e che vuole provare a sbagliare da sola.

Non voglio in questa sede rifare la storia dei costi sociali o della fallacia teorica del neoliberismo reale, imposto in punta di baionetta nel Cile di Pinochet, dal quale si vorrebbe importare la riforma delle pensioni, o di Zingales, che si stracciava le vesti spacciandosi per deluso dal PD che non si piegava alla privatizzazione della sanità modello Tea Party, o alla dissoluzione del sistema educativo pubblico, voluta da Giavazzi come riforma “progressista” “per favorire i poveri”.

La presunta oggettività delle leggi dell’economia, che sola sfuggirebbe alla dialettica delle altre scienze umane per definizione perfettibili, empiriche nel metodo e nella morfologia, una volta di più si manifesta in tutta la sua faziosità: dalla parte di pochi contro i più, facendo morti e feriti nel suo stesso campo. Per un creso come Berlusconi, per un supertitolato come Monti, mille Giannino si affannano ad apparire rinunciando ad essere.

La potenza del messaggio del successo, dei soldi, del potere, dell’eterna gioventù e della bellezza, spesso comprate dal chirurgo estetico, per poter legittimare sé stessa nel lasciare alle sue spalle le macerie delle grandi maggioranze di esclusi, non poteva non appoggiarsi al dogma, alla religione neoliberale, al fondamentalismo protestante, per reggersi. Ha potuto imporsi sulle macerie del socialismo reale, ma non perché fosse il destino ultimo dell’uomo e nemmeno, e questa è la novità di questo inizio secolo, il migliore dei mondi possibili.

Chi scrive viveva a Londra quando terminò (per continuare con Major e Blair) il regime thatcheriano nel novembre del 1990. Il muro era caduto da un anno esatto. In Italia c’era il CAF e il PCI discuteva della Cosa. Conservai a lungo la copia dell’Economist che faceva il bilancio degli undici anni che avevano marcato la nostra era. Per ogni nuovo ricco (che allora era quantificato dal superamento dell’asticella delle 50.000 sterline di guadagno annuo), dieci persone avevano passato verso il basso la linea delle 5.000. Era una proporzione accettabile per quel settimanale: lasciare così tante persone indietro per favorire il benessere senza limiti di una minoranza, che nella nostra realtà si traducono nello smantellamento dello stato sociale e nella precarietà generalizzata.

Da allora è andato sempre tutto peggio. La finitezza, la meschinità sociale, i costi umani ormai insopportabili causati dell’egemonia culturale del neoliberismo, che oramai data più di trent’anni e che in Italia è stata incarnata dalla televisione commerciale e dal berlusconismo, e rappresentata in questa campagna elettorale dalla difficoltà del superuomo, riapre spazi alla politica. Ancora cinque anni fa il superuomo Berlusconi rappresentava l’italianità meglio di Alberto Sordi. Ancora un anno fa Mario Monti appariva il ministro di un culto superiore e l’unico in grado di salvare il paese. Oggi, nonostante l’occupazione continua del medium per eccellenza del nostro tempo, la televisione, entrambi arrancano e rappresenteranno un terzo o poco più di chi andrà a votare.

È improbabile che il voto di domenica e lunedì in Italia rappresenti una vera svolta. Ma per la prima volta il fronte della critica al modello, pur diviso, variegato, banalizzato nella critica a corruzione e privilegi (che sono insopportabili, ma sono il dito rispetto alla luna), appare tornare ad avanzare. Siamo ancora lontani da un ritorno all’egemonia culturale della sinistra, quale quello vissuto nel trentennio postbellico, ma nel rifiuto dei superuomini sempre più spezzoni di questa società appaiono dire: “no, cara Margaret Thatcher (Giannino, Zingales, Giavazzi, Berlusconi, Monti), non esistono solo gli individui, la società esiste e nessuno deve restare indietro”.


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Gennaro Carotenuto
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Gennaro Carotenuto per Giornalismo partecipativo
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