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Sulle scuse di Manning



Da: / From:  Alessandro Marescotti (Thu, 15 Aug 2013 07:43:37 +0000):
> Stanno cercando di estrorcergli un'abiura.

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A tale messaggio ha risposto Patrick Boylan (patrick at boylan.it) scrivendo queste 
parole.

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Sai, Alessandro, nella tradizione anglosassone, è segno di forza, non di debolezza, di 
chiedere scusa per il fastidio e per i danni che un nostro comportamento possa aver 
causato ad altri, anche se reputiamo che era giusto compiere quel gesto e anche se 
possiamo avere nessuna simpatia e molta giusta rabbia verso quegli "altri" -- nel caso di 
Manning, i generali che si sono sentiti traditi, i conservatori furiosi che la Macchina 
Militare venga intaccata, i diplomatici del Dipartimento di Stato che hanno fatto una 
figura di merda, e, soprattutto, i poteri forti che vogliono far eseguire i loro crimini 
da una cittadinanza supina.

Nella tradizione anglosassone, dicevo, si chiede sinceramente scusa anche ai nemici ai 
quali le proprie (giuste) azioni causano sofferenze, nonostante il fatto che quei nemici 
non dovrebbero soffrire e se soffrono è solo per colpa loro (e delle loro menti storte).

E le scuse, ripeto, non sminuiscono la convinzione di aver agito per il bene.  Poi, 
possiamo anche -- alla luce di una riflessione più ponderata -- decidere che sarebbe 
stato meglio agire in modo più oculato e forse anche, in un primo tempo, cercando di 
ottenere giustizia all'interno del sistema, prima di destabilizzarlo.  Ed è ciò che 
Manning ha detto.  Il tutto fermo restando che, nelle circostanze in cui Manning si 
trovava, con le poche risorse che aveva, l'unica azione realmente possibile per lui era 
di agire impulsivamente e di divulgare tutto subito.   

Per me Manning è innocente proprio perché non aveva altre possibilità reali, la Macchina 
Militare non ha previsto mezzi di ricorso interni praticabile per una persona nelle 
condizioni di Manning.  Quindi per me egli dovrebbe essere assolto e, anzi, ringraziato 
per il suo coraggio.

Semmai bisognerebbe aprire procedimenti disciplinari contro tutti quei dipendenti del 
governo americano, militari e non militari, i quali, venendo a conoscenza di misfatti, 
NON facciano ricorsi interni e, trovando le vie bloccate, NON divulgano i misfatti 
all'opinione pubblica.  Perché il loro silenzio costituisce complicità e, sul piano 
legale, costituisce omissione di un atto dovuto.

Fin quando non si punisce chi sta zitto zitto facendo finta di niente, trovo oltremodo 
ingiusto perseguitare chi ha avuto il coraggio di rompere gli schemi e divulgare tutto 
all'opinione pubblica.   Fin quando non si mette in pratica mezzi idonei per fare denunce 
all'interno di un'amministrazione e, anzi, si lascia intatto il meccanismo di complicità 
reciproca e di omertà, è innocente (anzi, è eroico) chiunque faccia denunce pubbliche.  
In galera semmai chi crea e perpetua il sistema di omertà.

In conclusione, le scuse di Manning non mi turbano affatto.  Serviranno per alleggerire 
la sua sentenza, ma indipendentemente da questi calcoli puramente pragmatici, sono, nella 
cultura anglosassone, dovute.  E non sono un'abiura.  Sono convinto che Manning crede 
ancora in quello che ha fatto -- seppure ora, col senno di poi, capisce che andava fatto 
diversamente se le circostanze l'avessero consentito.  Cioè, pur chiedendo scuse per i 
danni collaterali causati, crede ancora che ha fatto la cosa giusta in quanto era l'unica 
cosa che poteva in coscienza fare.

ciao,

patrick



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