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La nonviolenza e' in cammino. 808



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 808 del 13 gennaio 2005

Sommario di questo numero:
1. Sergio Paronetto: I volti, la nonviolenza
2. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte terza)
3. Maria G. Di Rienzo: Come gestire i rapporti con i mezzi d'informazione
4. La "Carta" del Movimento Nonviolento
5. Per saperne di piu'

1. RIFLESSIONE. SERGIO PARONETTO: I VOLTI, LA NONVIOLENZA
[Ringraziamo Sergio Paronetto (per contatti: paxchristi_paronetto at yahoo.com)
per averci messo a disposizione alcuni passi tratti dall'introduzione del
suo libro, appena uscito, La nonviolenza dei volti. Forza di liberazione,
Editrice Monti, Saronno 2004. Sergio Paronetto insegna presso l'Istituto
Tecnico "Luigi Einaudi" di Verona dove coordina alcune attivita' di
educazione alla pace e ai diritti umani. Tra il 1971 e il 1973 e' in Ecuador
a svolgere il servizio civile alternativo del militare con un gruppo di
volontari di Cooperazione internazionale (Coopi). L'obiezione di coscienza
al servizio militare gli viene suggerita dalla testimonianza di Primo
Mazzolari, di Lorenzo Milani e di Martin Luther King. In Ecuador opera prima
nella selva amazzonica presso gli indigeni shuar e poi sulla Cordigliera
assieme al vescovo degli idios (quechua) Leonidas Proano con cui collabora
in programmi di alfabetizzazione secondo il metodo del pedagogista Paulo
Freire. Negli anni '80 e' consigliere comunale a Verona, agisce nel Comitato
veronese per la pace e il disarmo e in gruppi promotori delle assemblee in
Arena suscitate dall'Appello dei Beati i costruttori di pace. In esse
incontra o reincontra Alessandro Zanotelli, Tonino Bello, Ernesto Balducci,
David Maria Turoldo, Desmond Tutu, Rigoberta Menchu', Perez Esquivel, Beyers
Naude' e tanti testimoni di pace. Negli anni '90 aderisce a Pax Christi (che
aveva gia' conosciuto negli anni Sessanta) del cui Consiglio nazionale fa
parte. E' membro del Gruppo per il pluralismo e il dialogo e, ultimamente,
del Sinodo diocesano di Verona. Per richiedere il libro (euro 15) alla casa
editrice Monti: tel. 0296703732, e-mail: editrice at padremonti.it, sito:
www.padremonti.it]

Da un vero porto di radici
Bilanciato
Sensibile
Le foglie unificate
Si dipartono
Un uccello in linea retta ali aguzze
Torna  pietra d'istinto
Al seme del volo.
(Paul Eluard, da Gli occhi fertili)

Il mondo e' cosi' debole
- di seta o di cristallo -
che in esso bisogna muoversi
come nelle illusioni,
dove un amore puo'
morire se facciamo rumore.
Solo
una trepida attesa,
un respiro segreto,
una fede senza segni,
potranno forse salvare
oggi
la grande fragilita'
di questo mondo.
E la nostra.
(Pedro Salinas, da Amore, mondo in pericolo)

Il realismo di un sogno
La pace e' comunicazione e rivelazione del volto. I movimenti per la pace
costruiscono, grazie all'impegno di persone concrete, liberta' ed
uguaglianza, fraternita' e amicizia. Lo osservava Giovanni XXIII per il
quale l'operatore di pace opera "versando la luce e la grazia nel cuore
degli uomini su tutta la superficie della terra, facendo loro scoprire, al
di la' di tutte le frontiere, volti di fratelli, volti di amici".
Lo ricordavano e lo ricordano molti testimoni di una pace come "etica del
volto". Per Primo Mazzolari, "il vero senso della pace e' il riconoscimento
che c'e' un prossimo". Analogamente, per Tonino Bello la pace e' "ricerca e
scoperta del volto", anzi "riconciliazione con i volti". Prima di diventare
un insieme di teorie e di metodologie, per me la nonviolenza e' carne e
sangue di persone in azione. Esperienza di vita. Ricerca di identita' e di
dignita'. Disegno del volto dove la luce ideale si fa corpo, dove lo sguardo
(utopico) e il gesto (concreto) vibrano in sintonia.
In quanto etica del volto, per me la nonviolenza e' una grande forza di
liberazione. Vivo la nonviolenza come forza di liberazione. Forza come
energia vitale, mistica e profezia, soffio dello spirito. Liberazione come
movimento storico, pratica di liberta', polvere della storia.
Sento la nonviolenza come polvere della storia e soffio dello spirito.
Polvere della storia. Cioe'travaglio politico, cammino conflittuale,
concretezza quotidiana. Soffio dello spirito. Cioe' slancio contemplativo,
visione del futuro, sogno diurno.
Intendo la nonviolenza come il realismo di un sogno.
Il realismo di un'utopia. Anzi il realismo di un'eutopia, della buona
realta' da costruire ogni giorno e che puo' salvare. Piu' umanamente reale
della realta' visibile. Seme vivo che abita nel profondo e che, morendo,
porta con se' il grano dell'aurora.
Penso anch'io che per salvare il mondo in pericolo - perche' il mondo e' in
pericolo! - occorra coltivare "occhi fertili", fecondi di bene e creatori di
storia.
Nel mio "porto di radici" la ragione si unisce alla passione, il pensiero
diventa poetante. Costruttore sobrio e solido, radicato nella pietra antica.
*
Cosciente del suo limite ma proteso nello slancio di una "trepida  attesa".
Assieme a Eluard e a Salinas,che leggo intrecciati, vedo la nonviolenza come
"respiro segreto", pazienza ardente,  sussulto etico, apertura di futuro.
Polvere della storia e' la polvere di chi cammina. E' la scia sollevata da
chi, camminando, respira il vento dello spirito creatore ("ruah"). Esso
anima il fango ("adamah") per generare l'essere umano ("adam"), soffia sulla
storia per ricrearla e vibra nella gioiosa fatica di chi annuncia la pace.
Nel Vangelo ci sono centonove richiami alla strada.
Camminare e' restare coi piedi per terra, abitare i problemi, attraversare i
conflitti, cercare percorsi inediti, tentare la tessitura di nuovi rapporti,
praticare la buona relazione, sostenere la difficolta' e la gioia della
comunicazione.
Con la nonviolenza e' possibile rinascere persone. L'essere umano nasce per
rinascere, esclama Pablo Neruda. Con "entusiasmo" (cioe' respirando in Dio).
"Come sono belli i piedi di colui che annuncia la pace sulle montagne",
canta il profeta Isaia (Is 52,7).
Sono belli perche' cerca e diffonde la buona notizia della pace. Anche la
polvere scossa dai calzari di colui che si allontana perche' non accolto
puo' indicare il permanere dell'annuncio, la presenza di un messaggio che,
apparentemente rifiutato, puo' dare frutto.
*
Se le guerre sono la "legge" che uccide perche' sempre giustificate secondo
le prudenze o le intemperanze della "carne", la nonviolenza contiene "lo
spirito" che vivifica e che attraversa la storia per renderla umana dopo la
preistoria delle guerre. La nonviolenza puo' animare la realta' conflittuale
orientandola verso il fondamento originale e originante che e' anche canto
ultimo e  principio speranza.
La spiritualita' della pace e' una spiritualita' della strada (...). E' la
spiritualita' tipica di numerosi testimoni di pace sparsi nel mondo.
E' la spiritualita' che ho sperimentato nello scoutismo, durante il servizio
civile in Ecuador (nella selva amazzonica e sulla cordigliera andina) o
immerso nelle manifestazioni contro gli euromissili prima e nella marcia da
Perugia ad Assisi poi, e lungo tanti itinerari piccoli o grandi, visibili o
nascosti.
E' la spiritualita' del popolo della pace o del "movimento dei movimenti"
attivo nel cantiere di Porto Alegre, del Forum Sociale Europeo, dei Forum
continentali, dell'"Onu dei popoli", della Tavola della pace, della Rete
Lilliput. Visibile nella sua gioiosa maesta' il 15 febbraio 2003 in molte
citta' del pianeta mobilitate contro la "guerra preventiva" all'Iraq e a
sostegno del diritto internazionale.
*
E' la spiritualita' del popolo di Dio in cammino, dei cristiani che
intendono essere fedeli al loro unico totale annuncio (...).
E', sicuramente, la spiritualita' di Tonino Bello e di Primo Mazzolari.
Anche per Tonino Bello la pace e' polvere e spirito. E' cammino, "e per
giunta, cammino in salita" interno alla dinamica dell'annuncio pasquale.
Essa "non tollera atteggiamenti sedentari. Non annulla la conflittualita'.
Non ha molto da spartire con la banale 'vita pacifica'. Non elide i
contrasti. Espone al rischio di ingenerosi ostracismi. Postula  la radicale
disponibilita' a 'perdere la pace' per poterla raggiungere (...). Se e'
cosi', occorrono attese pazienti. E sara' beato, perche' operatore di pace,
non chi pretende di trovarsi all'arrivo senza essere mai partito. Ma chi
parte". Tonino Bello ci invita a stare in piedi davanti al Risorto. I
costruttori di pace stanno sempre in piedi pronti a camminare. Sono "beati"
perche' intendono camminare. La parola ebraica tradotta con "beato" viene da
una radice che significa "camminare, muoversi, avanzare". Beatitudine indica
moto libero, scelta consapevole. Si richiama all'invito di Cristo: "alzati e
cammina!". E' un programma di vita accostabile all'"esultate e rallegratevi"
rivolto ai "poveri" perche' loro e' "il regno" (Matteo 5 e Luca 6). Un
traduttore della Bibbia in francese, Andrea Chouraqui, rende la parola beati
con "En marche les humilies", cioe' In marcia gli umiliati!, Avanti i
poveri! E' per questo che Tonino Bello in Arena  a Verona, nel 1989,
invitava gli operatori di pace a vivere la beatitudine della pace in modo
attivo, a scattare in piedi per una lunga marcia.
Tra i tanti, ne era consapevole Paolo VI. Secondo lui, per salvare il mondo
occorre aprire una nuova storia, andare verso un nuovo orizzonte.
Richiamandosi alla lezione della Pacem in terris, davanti all'Assemblea
dell'Onu, il 4 ottobre 1965 egli affermava: "alla nuova storia, quella
pacifica, quella veramente e pienamente umana, quella che Dio ha promesso
agli uomini di buona volonta', bisogna risolutamente incamminarsi; e le vie
sono gia' segnate davanti a voi; la prima e' quella del disarmo".
*
Da parte mia, ritengo necessario recuperare alcune radici dell'albero della
pace, essenziali per generare una nuova etica umana e una nuova teologia
della pace nella nonviolenza.
E' tempo di abbandonare definitivamente le teorie della "guerra giusta"
presenti in differenti contesti politici e culturali, in contrapposti
schieramenti comunque ispirati. La teoria della guerra giusta e'
tenacissima, in emigrazione permanente tra le varie discipline e ambienti,
patrimonio o di religioni disperate e impazzite o di laicismi arroganti, a
volte suadenti, uguali e contrari ai fondamentalismi religiosi o,
semplicemente, del pigro buon senso dei "benpensanti" la cui indifferenza
Martin Luther King riteneva piu' pericolosa del male diretto prodotto dai
violenti.
Per un amico della nonviolenza, la novita' della pace sta all'inizio,
durante e alla fine del percorso. Ha un cuore antico. Lo ricordava Primo
Mazzolari per il quale "la nonviolenza e' la cosa piu' nuova e la piu'
antica; la piu' tradizionale e la piu' sovversiva; la piu' santa e la piu'
umile; la piu' sottile e difficile e la piu' semplice; la piu' dolce e la
piu' esigente; la piu' audace e la piu' saggia; la piu' profonda e la piu'
ingenua"...

2. MEMORIA. BRUNO SEGRE: PER NON DIMENTICARE LA SHOAH (PARTE TERZA)
[Ringraziamo di cuore Bruno Segre (per contatti: bsegre at yahoo.it) per averci
permesso di riprodurre sul nostro foglio ampi stralci dal suo utilissimo
libro Shoah, Il Saggiatore, Milano 2003, la cui lettura vivamente
raccomandiamo. Riportando alcuni passi di esso abbiamo omesso tutte le note,
ricchissime di informazioni e preziose di riflessioni, per le quali
ovviamente rinviamo chi legge al testo integrale edito a stampa. Bruno
Segre, storico e saggista, e' nato a Lucerna nel 1930, si e' occupato di
sociologia della cooperazione e di educazione delgi adulti nell'ambito del
Movimento Comunita' fondato da Adriano Olivetti; ha fatto parte del
Consiglio del "Centro di documentazione ebraica contemporanea" di Milano;
dal 1991 presiede l'Associazione italiana "Amici di Neve' Shalom / Wahat
al-Salam"; dirige la prestigiosa rivista di vita e cultura ebraica "Keshet"
(e-mail: segreteria at keshet.it, sito: www.keshet.it). Tra le opere di Bruno
Segre: Gli Ebrei in Italia, Giuntina, Firenze 2001; Shoah, Il Saggiatore,
Milano 1998, 2003]

Berlino 1933: Hitler va al potere con un programma pantedesco e antisemita
"Provvidenziale e fortunata mi appare oggi la circostanza che il destino mi
abbia assegnato come luogo di nascita [il 20 aprile 1889] precisamente
Braunau sull'Inn", scrive Hitler in Mein Kampf ricordando la propria
localita' natale. E prosegue: "Giace infatti questa cittadina sulla
frontiera dei due Stati tedeschi la cui riunione sembra, se non altro a noi
giovani, un compito fondamentale che va realizzato a tutti i costi (...).
Questa minuscola citta' di frontiera mi sembra il simbolo di una grande
missione".
Figlio di un piccolo funzionario delle dogane asburgiche, Hitler va a vivere
giovanissimo a Vienna per tentare l'avventura sognata: diventare pittore.
Cerca nel 1907 d'entrare all'Accademia di Belle arti, ma all'esame
d'ammissione viene respinto per due volte. Disoccupato, trascorre le
giornate nelle biblioteche pubbliche a leggere libri d'ogni genere, scelti a
caso, quasi con furore, come e' tipico degli autodidatti. E' affascinato dal
mondo della magia, dell'occulto, del paranormale, dell'iniziatico; e seppure
confuso nelle motivazioni e proclive al fanatismo, manifesta precocemente un
vivo interesse per la politica. Dotato di una memoria ferrea, ordinata,
catalogatrice, divora la stampa socialdemocratica, gli opuscoli antisemiti e
pubblicazioni di storia ed economia. A quest'epoca il suo ideale e'
rappresentato dal pangermanesimo fumoso di Georg Ritter von Schoenerer
(1842-1921), un ideologo austriaco che - ossessionato dal timore di un
accerchiamento delle popolazioni tedesche da parte degli slavi, considerati
culturalmente inferiori e barbari - fonda la sua dottrina sul nazionalismo,
sull'antisemitismo, sull'antisocialismo, sull'Anschluss (unione dell'Austria
alla Germania), sull'opposizione agli Asburgo e al Vaticano. Esposto a
simili influenze e animato da sentimenti di avversione per il mondo, tipici
di un individuo socialmente isolato, Hitler non tarda a precisare alcuni
degli orientamenti che caratterizzeranno la sua visione politica negli anni
della maturita': supremazia della razza tedesca, pangermanesimo, condanna
senza appello della democrazia e, sopra ogni cosa, avversione per gli ebrei.
In questi, Hitler ravvisa il principio stesso del male e della distruzione,
l'"elemento spurio" che cerca di assicurarsi l'egemonia mondiale attraverso
la corruzione sistematica, il delitto intenzionale contro la razza germanica
e l'intossicazione metodica della vita pubblica. "Quella fu per me l'epoca
di maggiore elevazione spirituale che abbia mai vissuto", annotera'
alludendo agli anni della sua formazione giovanile. "Cessai di essere un
incerto cosmopolita e divenni un antisemita".
Nel 1913 si trasferisce a Monaco di Baviera poiche' gli Asburgo, secondo
lui, impediscono lo sviluppo dei "veri" tedeschi e favoriscono le altre
nazionalita'. In Mein Kampf egli ricorda l'entusiasmo con cui accolse
nell'agosto 1914 lo scoppio della Grande guerra, offrendosi volontario per
combattere sotto le bandiere di re Luigi III di Baviera.
Profondissima sara' quattro anni piu' tardi, nel novembre 1918, la collera
che lo animera' al momento della capitolazione.  La sconfitta gli appare
come il prodotto di un tradimento delle retrovie. Si tratta di un'esperienza
traumatica, che in tutto il corso della sua carriera continuera' a evocare
con un'intensa carica emotiva. E' significativo che nel passo di Mein Kampf
in cui riferisce la sua reazione agli eventi del novembre 1918, egli
utilizzi la parola "odio". Fu allora che "crebbe in me l'odio per i
responsabili dell'avvenimento!". Il passo e' seguito da questa conclusione:
"Con l'ebreo non si puo' scendere a patti, ma solo decidere: o tutto o
niente! Quanto a me, decisi di entrare in politica".
*
Cosi', l'anno seguente aderisce alla Deutsche Arbeiterpartei (Partito dei
lavoratori tedeschi), fondato nel gennaio 1919 dal giornalista sportivo Karl
Harrer (1890-1926) e dal fabbro ferraio Anton Drexler (1884-1942): una delle
tante formazioni partitiche che pullulano nella Baviera conservatrice,
nazionalista e separatista del primo dopoguerra. Deciso a impadronirsi di
questo partitello, il futuro Fuehrer non tarda a farne lo strumento per la
conquista del potere: un fine che egli persegue con un accanimento non
temperato da alcuno scrupolo, da alcun impegno sociale. All'inizio del 1920,
le tessere distribuite dalla Deutsche Arbeiterpartei sono circa cento. Fra i
nuovi iscritti figurano il generale Erich Ludendorff (1864-1937), gia' capo
di Stato maggiore e "cervello" del feldmaresciallo Paul von Hindenburg
(1847-1934) nella battaglia dei laghi Masuri (1914); Hermann Goering
(1893-1946), l'ex asso dell'aviazione militare tedesca; i fratelli
socialisti Otto e Gregor Strasser; l'architetto Alfred Rosenberg
(1893-1946), un tedesco del Baltico; l'ex universitario Rudolf Hess
(1894-1987); il fanatico antisemita Julius Streicher (1885-1946). Nel
dicembre 1921, grazie a un prestito accordatogli dalla russa Gertrude von
Seidlitz, Hitler puo' acquistare il bisettimanale Voelkischer Beobachter
("Osservatore popolare") e dargli la veste di un quotidiano antisemita. Poi
cambia nome al partito e lo trasforma in "Partito nazionalsocialista dei
lavoratori tedeschi" con la sigla Nsdap; raduna attorno a se' ex ufficiali,
soldati disoccupati e piccoli borghesi inaspriti dagli stenti del dopoguerra
per creare, con la connivenza di importanti settori della Reichswehr
(l'esercito regolare), un reparto paramilitare, le SA, destinate a
proteggere i suoi comizi e a sciogliere con la forza quelli dei suoi
oppositori, e disegna personalmente l'emblema del partito ponendo una
svastica - l'antica croce runica o ruota del Sole, un tempo usata in tutta
l'Asia - in mezzo a un disco bianco su una bandiera a sfondo rosso.  Oratore
prolisso e infaticabile, dalla voce dura e aspra ma capace di trascinare
l'uditorio, Hitler si rivela abilissimo nel cogliere e far confluire a
proprio vantaggio le piu' svariate fonti di potere e nel conseguire un
risultato superiore alla somma delle parti. In tal modo gli riesce
l'operazione d'unire un gruppuscolo di pseudo-socialisti a un manipolo di
violenti ex militari, d'imporre al tutto una piattaforma antisemita e
trasformarlo in un partito di massa, dotato di uno straordinario dinamismo
politico.
*
Nel quinto anniversario della proclamazione della Repubblica tedesca
(novembre 1923), forte degli appoggi dei circoli conservatori preoccupati
della spinta a sinistra delle masse lavoratrici, Hitler da' inizio in una
birreria di Monaco a un colpo di Stato teso ad abbattere il governo di
Weimar. Monaco e' la citta' che nel 1918-19 ha visto represso nel sangue un
tentativo di instaurare un regime modellato su quello dei soviet in Russia,
e nella quale un governo regionale socialdemocratico e' stato fatto cadere
nel 1920, sostituito dalla compagine di destra capeggiata da Gustav von
Kahr. In seguito a cio', la capitale bavarese diventa il polo d'attrazione
di tutti coloro che, nella Germania umiliata dalla sconfitta, rifiutano la
democrazia di Weimar cui attribuiscono la responsabilita' di tutti i
cedimenti.
Molti di questi uomini, guardando nel 1923 alla vicina Italia - dove l'anno
precedente ha trionfato il fascismo -, sognano di servirsi del governo
bavarese di von Kahr per dare scacco matto al regime della giovane
repubblica.
Il Putsch della birreria, l'ultimo di una serie di conati sovversivi dello
stesso tipo, fallisce; ma proprio grazie al clamoroso processo e alla
condanna di Hitler al carcere, che ne segue, il nome della Nsdap e quello
del suo oscuro capo travalicano per la prima volta i confini della Baviera,
e grazie ai fratelli Strasser e a un abile propagandista, l'ex studente di
teologia Joseph Goebbels (1897-1945), conquistano un'immagine nella potente
Prussia, cioe' in quello che nella Germania guglielmina aveva funzionato da
Stato-guida.
L'indulgenza dei giudici consente a Hitler di scontare appena un quinto
della pena comminatagli. Ottenuta la liberta' condizionata alla vigilia del
Natale 1924, egli riceve nuovo danaro da coloro che, poi, lo finanzieranno
sempre (i Krupp, i von Thyssen e gli altri esponenti di spicco del mondo
degli affari e della grande industria tedesca).
Intimamente convinto di dover compiere "una missione", pronto a condurre
tutta la Germania sulla via della dittatura, Hitler ricostituisce le
strutture del partito creando speciali organizzazioni per i giovani, le
donne, gli studenti, gli intellettuali. E poiche' le SA si dimostrano
turbolente, attraversate da ideologie socialistoidi e fondamentalmente
infide, da' vita  nel novembre 1925 a una milizia personale, le SS,  che
indossano l'uniforme nera come i fascisti di Mussolini e che, comandate a
partire dal 1929 dall'ex allevatore di polli Heinrich Himmler (1900-1945),
costituiscono la sua guardia del corpo.
All'interno del partito, e piu' tardi del regime nazista, l'azione di Hitler
si caratterizza per la sua costante volonta' di essere il Fuehrer, cioe' il
capo unico, di esercitare un'autorita' piena e indivisa, di giocare sulle
rivalita' fra i dirigenti, di imporsi quale arbitro di ogni situazione. La
sua filosofia politica - che esalta l'individuo, il capo indicato dal
destino - e' il riflesso di questa volonta' tesa all'affermazione di se'. In
tale prospettiva, le idee e i programmi hanno un valore relativo: sono
soltanto mezzi che si possono abbandonare secondo le circostanze. Hitler e',
insieme, un dottrinario e un opportunista. La dottrina comporta alcuni
elementi costanti: bisogna conquistare il potere, assicurare la vittoria
della Germania, dimostrare la superiorita' della "razza ariana". Ma piu' che
momenti di una teoria, questi elementi sono obiettivi politici e militari
che lasciano la piu' ampia liberta' di manovra. "Ogni idea", scrive Hitler
nel Mein Kampf, "anche la migliore, diventa un pericolo se diventa essa
stessa un fine".
La Nsdap conta nel 1926 quarantanovemila iscritti, pero' nel 1928 le tessere
distribuite sono gia' piu' del doppio (centodiecimila). Alle elezioni del
maggio di quell'anno i nazisti raccolgono 810.000 suffragi e ottengono 12
seggi al Reichstag. Sono pochi, ma di li' a cinque anni Hitler sara'
Cancelliere.
*
Nella sua ascesa al potere, il fattore che lo aiuta in modo decisivo e'
senza dubbio la crisi economica del 1929, una recessione rovinosa che nel
giro di tre anni riduce a meta' la produzione industriale tedesca,
costringendo alla chiusura migliaia di imprese e gettando sul lastrico
milioni di lavoratori. In quel triennio - attraverso un processo che ancora
oggi, a oltre settant'anni di distanza, riesce difficile spiegare - un
popolo ricco di cultura e di tradizioni civili, e con una relativa
esperienza di democrazia, accetta di sottomettersi a un regime totalitario e
criminale. E' vero che, a partire dal "mercoledi' nero" di Wall Street, il
grosso della borghesia capitalistica germanica si schiera senza remore con
l'estrema destra favorendo l'ascesa di Hitler e mettendo in atto, entro una
situazione che pare disperata, un rischiosissimo giuoco d'azzardo. Ma sul
terreno dei numeri, e' incontestabile che Hitler e il suo partito trovino il
loro sostegno piu' ampio in una sorta di "terra di nessuno" sociale,
rappresentata in particolare dalla piccola borghesia impoverita, ma piu' in
generale dalle masse dei malcontenti, degli affamati, dei disoccupati, nelle
citta' e nelle campagne: masse cui gli altri partiti politici e le gerarchie
delle Chiese cristiane non sembrano allora capaci di proporre ne' vie
d'uscita percorribili ne' programmi di riscatto credibili.
A rendere piu' facile la vittoria di Hitler - dovuta comunque
all'incosciente aberrazione dei responsabili delle forze armate e delle
supreme istanze dello Stato, che al momento giusto gli apriranno le porte -,
contribuiscono in modo notevolissimo le ambivalenze nella valutazione del
movimento nazista da parte dell'episcopato cattolico e del clero luterano,
ma soprattutto le gravi insufficienze degli altri partiti. Invece di unirsi
per fare fronte al pericolo comune, essi coltivano con miopia le reciproche
inimicizie: i tedesco-popolari contro i socialdemocratici, i
socialdemocratici contro i comunisti, i comunisti contro i
socialdemocratici, il Zentrum cattolico contro i marxisti in generale, che
siano comunisti o socialdemocratici.
A partire dai primi mesi del 1929, quando la crisi economica investe la
Germania, gli agricoltori, che costituiscono ancora quasi il 30 per cento
della popolazione attiva, danno chiari segni di un profondo malcontento.
Schiacciati dal peso di debiti che, in un periodo di prezzi bassi, appaiono
insopportabili, essi rappresentano una base sociale gia' predisposta ad
accogliere con favore la propaganda degli avversari politici della
Repubblica di Weimar. Cio' spiega come mai il movimento di Hitler consegua i
suoi primi importanti successi proprio nelle regioni prevalentemente rurali,
attraverso la rapida sottomissione delle associazioni agrarie
all'organizzazione nazionalsocialista.  Lo strumento di integrazione e' qui
soprattutto l'"apparato di politica agraria" della Nsdap, sotto la direzione
di Richard Walther Darre' (1895-1953), ideologo della razza e della classe
contadina.  Questa deve divenire il "motore vitale" del dominio nazista e la
"fonte biologica di rinnovamento del sangue del corpo sociale", e infine e'
destinata a colonizzare lo "spazio orientale" da strapparsi agli slavi, come
Darre' propone a Hitler gia' nel 1930.
*
Alle elezioni parlamentari del 14 settembre 1930 il partito nazista realizza
un risultato strabiliante, passando a 6.490.000 voti con 107 seggi al
Reichstag e divenendo il secondo partito del Reich, superato soltanto dalla
socialdemocrazia. Dopo questo successo Hitler, ottenuta con un giochetto
formale la cittadinanza tedesca, si pone in gara (siamo nella primavera del
1932) come candidato alla presidenza della Repubblica tenuta da Hindenburg.
Alle folle che va arringando da un capo all'altro della Germania, e che lo
acclamano, l'agitatore ex austriaco ripete instancabile i punti fondamentali
del suo programma: un futuro potere gestito dai nazisti non paghera' le
riparazioni di guerra, straccera' il trattato di Versailles, ripristinera' i
vecchi confini del Secondo Reich, dara' lavoro agli operai, fissera' prezzi
alti per i prodotti dei contadini ("una solida stirpe di contadini piccoli e
medi ha costituito in tutti i tempi la migliore difesa contro i mali sociali
di cui ora soffriamo", si legge nel Mein Kampf), creera' un esercito forte
per soddisfare l'orgoglio dei militari, sconfiggera' i comunisti all'interno
e si occupera' anche delle donne: "Nel nostro Reich", promette parlando al
Lustgarten di Berlino, "ogni ragazza tedesca trovera' marito".
Pur non riuscendo a sconfiggere Hindenburg, Hitler vede aumentare di ben
cinque milioni i consensi al proprio partito. Nelle elezioni politiche del
luglio 1932 i nazisti ottengono addirittura 13.700.000 voti, pari al 37,2
per cento del suffragio espresso, e 230 dei 608 seggi del Reichstag: un
risultato che fa della Nsdap il maggiore partito della Germania. Hermann
Goering viene nominato presidente del Reichstag, ma il vecchio
feldmaresciallo von Hindenburg rifiuta per ora fermamente di chiamare Hitler
al cancellierato. La profonda confusione che pervade la scena politica
tedesca esige una nuova prova elettorale. Si va a votare il 6 novembre, e la
Nsdap registra un netto arretramento perdendo due milioni di elettori e
attestandosi sulla percentuale del 33,1. Segue una situazione di stallo che
Hindenburg risolve affidando a Hitler, il 30 gennaio 1933, la carica di
Cancelliere, con il compito di formare un esecutivo di "coalizione
nazionale". Nella compagine governativa Hitler e' fiancheggiato da una
maggioranza di rappresentanti della destra conservatrice, che certo
intendono tenergli la briglia ben stretta. Ma si illudono. Quantunque il
vicecancelliere Franz von Papen - un "uomo di mondo" cattolico e
nazionalista, senza esperienza politica ma ben introdotto negli ambienti
industriali e bancari - rassicuri gli amici dicendo: "Abbiamo legato l'Adolf
al nostro carro", comincia proprio allora la dittatura di Hitler: un potere
che sa demagogicmente scaricare su comodi capri espiatori - gli stranieri e
gli ebrei -  l'animosita' popolare per la recente depressione economica; un
potere che, ricorrendo a qualsiasi mezzo pur di consolidarsi, non tardera' a
rivelare la sua vocazione tirannica e sanguinaria, e riuscira', nell'arco di
soli dodici anni, a devastare la Germania e a sconvolgere il mondo.

3. FORMAZIONE. MARIA G. DI RIENZO: COME GESTIRE I RAPPORTI CON I MEZZI
D'INFORMAZIONE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo intervento. Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici
di questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista,
giornalista, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto
rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento
di Storia Economica dell'Universita' di Sidney (Australia); e' impegnata nel
movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta'
e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza; e' coautrice
dell'importante libro: Monica Lanfranco, Maria G. Di Rienzo (a cura di),
Donne disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003]

Ogni lotta nonviolenta che conduciamo, qualunque sia il suo scopo, e'
principalmente una lotta per raggiungere i cuori e le menti di altre
persone. La chiave di questa faccenda si chiama "informazione". Ma non
abbiamo le tv, i giornali e le stazioni radio che i nostri oppositori hanno.
Possiamo essere i piu' onesti e sinceri attivisti del mondo, e la nostra
causa essere sacrosanta: e' quasi certo che i media saranno usati contro di
noi per demolirci e deumanizzarci. Non per niente nel nostro anomalo paese
il 90% dei mezzi d'informazione e' sotto il controllo diretto o indiretto di
una sola persona. E allora, vediamo di dare ai media uno sguardo piu' in
profondita' e di misurare e pianificare le nostre azioni a seconda di quello
che scopriamo.
*
1. Gli svantaggi
Banalita'
Ogni tv, giornale, radio, ecc. condivide lo stesso scopo principale:
espandere la propria fetta di mercato. Per fare questo e' necessario
catturare e mantenere l'attenzione delle persone, percio' i media si
concentrano moltissimo sugli eventi, anziche' sulle istanze, e specialmente
su eventi frivoli, visivi, veloci, che "fanno colore". La maggior parte dei
giornalisti sembra convinta che le persone non possano concentrarsi per piu'
di pochi secondi (mi domando se lo credono perche' soffrono essi stessi di
questa difficolta'). Questo appare come l'aspetto piu' svantaggioso per noi,
giacche' spesso il nostro proposito e' di parlare alla gente di istanze
profonde e importanti.
Pregiudizio
Molti media condividono anche uno scopo secondario: la diffusione dei
pregiudizi della proprieta'. In pratica questo significa che alcuni di essi
sono da evitare a priori, perche' si tratta di trombe da propaganda da cui
il vostro appello non verra' mai suonato (sono certa che non occorre ve li
nomini), ma vi e' anche un sorprendente numero di opportunita' nel tentare
approcci con alcuni media "tradizionalisti", o addirittura diretti da coloro
che avete identificato fra gli oppositori della campagna di cui vi state
occupando. Gli editori e i direttori saranno certamente sordi, quando non
ostili, ma molti dei giornalisti no, e se vedono la possibilita' di fare
l'articolo, o il servizio, senza far arrabbiare i loro capi, e' probabile
che lo faranno.
Dai giornali, e dai lettori dei giornali, ci si aspetta che siano di parte,
e fin qui niente da dire. Ma la tv statale, sulla carta e solo sulla carta,
e' obbligata al bilanciamento ed all'equita' (servizio pubblico, pari
condizioni di accesso). Chiunque abbia guardato per cinque minuti di seguito
una delle tre reti Rai sa benissimo il significato di "solo sulla carta" e
non mi dilunghero'; inoltre, il concetto di equita' all'opera e' veramente
ristretto: se governo e opposizione sono stati entrambi intervistati, il
bilanciamento e' raggiunto e tanti saluti a tutti quei soggetti che stanno
da qualsiasi altra parte sullo spettro socio-politico.
Infine, molti programmi televisivi sono assai attenti (piu' della carta
stampata) a non urtare gli sponsor e i committenti delle pubblicita'. Il
risultato di tutto questo e' la cosiddetta "tv spazzatura" e un clima in cui
i giornalisti televisivi sembrano terrorizzati all'idea di dire agli
spettatori qualcosa che essi non sappiano gia'.
Le regole del gioco
Osservando dall'esterno, a volte gli atteggiamenti di giornalisti e
politici, le domande poste dagli intervistatori, la presentazione dei fatti,
sembrano incongrui, assurdi, illogici. Non lo sono. Intervistatori ed
intervistati si stanno comportando secondo le "regole del gioco", regole di
solito a noi oscure (a meno che non si abbia una grande esperienza nel
settore dei media). Poiche' non discerniamo al primo sguardo quest'etichetta
dai folli risultati, spesso non riusciamo ad avere accesso e spazio: secondo
i giornalisti che abbiamo tentato di contattare noi non stiamo alle regole,
e percio' veniamo cacciati dal tavolo di gioco. Sarebbe qui troppo lungo
esaminare tutti gli aspetti della questione, e i suggerimenti che vi daro'
in seguito dovrebbero essere sufficienti a risolvere questo problema: vi
basti, per il momento, tenere presente ad esempio che mentre voi vedete la
vostra campagna come qualcosa di concreto, che ha a che fare con le
esistenze reali delle persone, il vostro intervistatore puo' considerare il
prodotto finale del contatto con voi come quasi "immateriale", un
incasellamento di parole/immagini che deve risultare esteticamente efficace,
stare nei due minuti o nelle 15 righe a disposizione, ecc.
*
I vantaggi
Integrita'
Noi siamo persone genuine, non siamo al servizio di poteri forti, il nostro
impegno nonviolento e' pubblico e congruente con le nostre azioni: se
riusciamo a mostrare questo tramite i media, il nostro appello diretto al
buonsenso puo' attraversare le barriere degli interessi di parte e le dotte
disquisizioni degli "esperti". Se il nostro messaggio e' chiaro e sta sul
merito, puo' essere meravigliosamente efficace.
Dar voce ai sentimenti
Le persone che volete raggiungere (la cosiddetta "opinione pubblica"), sono
sempre piu' pronte ad ascoltare quel che avete da dire. Sempre di piu',
sentono e sanno che le cose non vanno affatto bene, e che potrebbero andare
meglio. Gli attivisti/le attiviste sono spesso capaci di raggiungere il
cuore delle persone a cui parlano, dando voce a sentimenti che anch'esse
provano, ma che non sanno ancora mettere in parole. Se questo accade, la
fiducia in voi come portavoce, nel vostro gruppo, nella causa che state
sostenendo, crescera' sensibilmente. Inoltre, i contatti che avete nei media
sono essi stessi persone: e' possibile che provino i medesimi sentimenti che
voi avete espresso e che, magari non esplicitandolo, siano favorevoli alla
campagna.
Appetibilita'
Noi incarniamo l'alternativa di condivisione per cui stiamo lottando e la
mostriamo: siamo colorati, creativi, sorprendenti. La maggior parte degli
executive nei media potranno anche disprezzarci, ma e' certo che gli
operatori alle telecamere ci amano.
*
Candidi come colombe, astuti come serpenti
(grazie a Lidia Menapace per aver cosi' disegnato il modo ottimale di agire
degli attivisti nonviolenti)
Altrove, abbiamo gia' discusso insieme sul come fare un comunicato stampa,
come interessare i media alla vostra azione, come creare e mantenere i
contatti con i giornalisti, come organizzare il vostro gruppo attorno
all'informazione prima, durante e dopo l'azione. Qui di seguito mi limitero'
ad esaminare qualche "trucco" che potrebbe farvi superare gli svantaggi
menzionati prima.
Tecnica n. 1: Piu' appetitosa e' l'esca, piu' facilmente i media abboccano.
Mettiamo che stiate protestando contro la costruzione dell'ennesima e
inutile autostrada, superstrada, tangenziale, direttrice Barcellona/Kiev,
grande opera di regime, che abbattera' centinaia di alberi nella vostra
zona. Se il titolo del vostro comunicato stampa e' qualcosa del tipo: "No
all'abbattimento di platani e boschetti", e' assai probabile che il
comunicato finira' nel cestino della carta straccia (hanno letto e sentito
approcci simili sino alla nausea) e il massimo che potete aspettarvi e' di
essere menzionati in una riga se (e sottolineo se) il giornale ha intenzione
di fare un servizio sulla faccenda. Il titolo "Dimostranti abbracciano gli
alberi (o salgono sugli alberi, o si legano agli alberi) per impedirne
l'abbattimento" ha qualche chance in piu' di attirare l'attenzione, oppure,
se il mezzo d'informazione a cui vi state rivolgendo e' orientato
all'analisi economica, puo' funzionare un "La nuova strada potrebbe
distruggere l'economia della regione" (naturalmente, nel comunicato stampa
dovete essere in grado di spiegare perche', cosa comportera' il taglio dei
platani e dei boschetti, che aziende produttive saranno costrette a
spostarsi, eccetera).
Meglio ancora se, come accadde a Birmingham in Gran Bretagna, avete qualcosa
di originale e creativo da mostrare; la', in una situazione analoga, il
titolo del comunicato stampa fu: "Il sermone piu' lungo del mondo per
bloccare la nuova strada". Si dava il caso che fra gli attivisti vi fosse un
sacerdote, il quale aveva appena scoperto che la legge inglese impedisce di
interrompere un prete durante un sermone. Cosi', il sacerdote comincio' a
predicare ininterrottamente davanti agli alberi minacciati, agli attoniti
operai fermi sui loro bulldozer, a poliziotti impossibilitati ad
intervenire, a dozzine di giornalisti e al crescente folto pubblico di
sostenitori e curiosi. (Si', tutti i media riportarono la notizia,
l'opinione pubblica volto' in massa dalla parte degli attivisti, e il
progetto della nuova strada venne abbandonato).
Tecnica n. 2: Vieni anche tu nei Ringo Boys
Identificate un/una giornalista che abitualmente si occupa dell'istanza che
state maneggiando (ovvero che scrive o parla in tv frequentemente di essa in
modo corretto o almeno accettabile) e invitatelo/a ai vostri incontri
preparatori all'azione. Create, nell'invito, un'atmosfera di eccitazione e
di aspettativa, con un pizzico di intrigante segretezza: "Le prime fasi
della campagna sono andate molto bene, ora stiamo preparando un'azione che
potrebbe essere decisiva per la risoluzione... Naturalmente, le chiediamo di
non divulgare subito alcuni particolari che sentira' all'incontro".
Aggiungete a questo cocktail la necessaria decorazione di privilegio detta
"tu sei unico al mondo": "Lo chiediamo a lei perche' il modo in cui ha
lavorato sino ad ora ci da' fiducia: nessun altro giornalista in citta e'
stato invitato all'incontro". Se lui/lei accetta, accoglietelo festosamente
e fatelo/a sentire parte del gruppo. Ci sono ottime possibilita' che la
copertura mediatica di cio' che avete organizzato sara' almeno
soddisfacente. E chissa', in futuro potreste persino guadagnare un nuovo
attivista, o un amico.
Tecnica n. 3: Se li conosci, non li eviti
Alcuni giornalisti che incontrerete saranno disposti all'ascolto e
professionali, altri apertamente amichevoli, altri ancora superficiali,
scostanti, ostili. L'unica difesa che avete contro la manipolazione
deliberata o la confusione accidentale del vostro messaggio e' conoscerli.
Dato che siete attivisti/e intelligenti, vi siete di certo gia' premurati di
stilare una lista di quanti hanno scritto/parlato del problema a livello
locale e nazionale e di quelli che potrebbero essere gli inviati sul luogo
della vostra azione, e avete sommarizzato accanto ai nomi le opinioni
espresse o altri dati rilevanti: ad esempio, se un'intervista ad uno dei
vostri oppositori sull'istanza contiene frasi del tipo: "Signor presidente,
questa campagna sembra proprio una persecuzione nei suoi confronti", oppure
"Qual e' secondo lei il vero scopo di questi dimostranti?", o ancora:
"Perche' questa gente la odia?", potete tranquillamente aggiungere accanto
al nome dell'intervistatore la dicitura "sdraiato a tappetino" o "in
malafede".
Percio': quando si presentano sulla scena dell'azione, o chiedono
un'intervista telefonica, domandate loro chi sono e per chi lavorano prima
di dire qualsiasi cosa. Se il nome corrisponde a un "tappetino" sapete che
dovrete essere molto prudenti nelle vostre affermazioni, e che esse saranno
brevi, precise, semplici, il meno possibile suscettibili di fraintendimenti.
Importante: siate gentili e disponibili, sempre. Anche se l'inviato a
documentare la vostra azione in favore dei migranti e' il sig. Feroce
Scannatore, cronista dell'ameno quotidiano "Fuori i negri dalla Padania",
mordetevi la lingua, non dite nulla di stupido o di rischioso.
Vedremo nel paragrafo finale cosa fare se il sig. Scannatore vi ha dipinto
nel suo articolo in modo scorretto.
*
Essere intervistati in tv
Da anni, le interviste e le discussioni negli studi televisivi vengono
preparate, vissute e percepite, da chi le organizza e da chi vi partecipa,
come combattimenti, meglio se all'ultimo sangue. L'attenzione verte sulla
maggior capacita' di urlare, denigrare o insultare dei contendenti e poco
importa quale sia l'istanza dibattuta. I programmisti e i conduttori
televisivi, nonche' i politici e gli esperti e gli opinionisti, condividono
in questo un grande disprezzo per l'uditorio: in poche parole, ai loro occhi
gli spettatori sono un branco di imbecilli sadici.
Se vi fanno l'offerta di entrare in questo scenario, soprattutto se il
programma e' in diretta, io vi suggerirei pero' di non rifiutare: a patto
che vi siate precedentemente impegnati a sviluppare quelle abilita' che
rendono inutile e controproducente la forza bruta. Eccole:
1. Siate informati: questa e' la regola díoro. Non andate a farvi
intervistare o a partecipare al dibattito televisivo se non siete del tutto
a vostro agio con l'istanza che dovete maneggiare, se non la conoscete
davvero bene, se le informazioni di cui siete in possesso non sono
verificabili. Lasciate a casa gli appunti: se quello che volete dire non
l'avete in testa, non dovreste essere li'.
2. Siate calmi. Al contrario di quel che credono nei media, il piu' sereno
dei partecipanti e' quello che viene visto come piu' affidabile e credibile.
Questo non significa che non dobbiate essere appassionati ed entusiasti, ma
passione ed entusiasmo non devono mai, ripeto mai, diventare rabbia,
aggressione, urlo belluino. Se vi state arrabbiando, respirate profondamente
prima di rispondere, pensate all'importanza della vostra causa e alla vostra
decisione di parlarne nel modo gentile e fermo che e' necessario.
3. Siate concisi. Vi sara' dato sempre meno tempo di quello che vorreste,
percio' dovete sapere esattamente cosa volete dire, e dovete dirlo in poche,
chiare e determinate parole. Non tentate di affrontare troppi aspetti della
questione: due/tre argomenti chiave sono sufficienti. Se vi perdete nella
disamina di ogni luce ed ombra, perdete l'attenzione degli spettatori.
4. Siate semplici. Usate frasi brevi in un linguaggio comprensibile: via le
sigle a meno che non siano molto note o non vi sia il tempo per spiegarle,
via il gergo, via i discorsi tortuosi con derivate e conseguenti.
5. E' la risposta che conta, non la domanda. Quando entrate nello studio,
dovete gia' sapere cosa volete dire e come. Non siate troppo scrupolosi
nell'attenervi alle domande: rispondete brevemente al particolare chiesto, e
andate subito al punto importante che avete in mente, perche' potreste non
avere un'altra occasione di spiegarlo.
6. Finite sempre le frasi che avete cominciato. Se l'intervistatore o
qualcun altro dei presenti vi interrompe, non abbiate paura di continuare a
parlare. Direte: "Solo un secondo, non ho finito", oppure "Se mi permette di
finire la frase...". Siate fermi senza essere offensivi.
7. Trasformate l'ostilita' a vostro vantaggio. Ci sono parecchi modi per
farlo. Il piu' semplice e' descritto al punto 5: vi liberate in fretta, con
una frase, dell'aggressione e approfittate dell'avere la parola per dire
quello che vi interessa.
Un buon sistema e' convenire su un punto della domanda "carogna" e
proseguire mostrando che quella non e' l'intera storia: "Si', naturalmente
il benessere degli esseri umani e' di grande importanza, ma questo non
significa che dovremmo contrapporlo al benessere degli altri animali. Un
latte contaminato, perche' i mangimi dati ai bovini non vengono controllati,
per esempio..."; oppure "Si', distruggere le patate transgeniche causerebbe
un danno economico ai contadini, ma il danno che esse portano con se' e'
assai piu' grande. Se fosse permesso a queste piante di raggiungere la
maturita'..."; e concludete: "Facendo del male agli altri animali e alle
piante finiamo sempre per farlo a noi stessi".
Un'altra buona tecnica consiste nel rovesciare a vostro vantaggio la
domanda: "Lei ha completamente ragione, riguardo alla violenza. In effetti,
sarebbe necessario regolamentare piu' efficacemente tutta l'industria
relativa alla sicurezza. Sapeva che molte di queste guardie del corpo hanno
precedenti penali per violenza? In effetti, questo e' sintomatico
dell'atteggiamento ambiguo che, verso la violenza...".
Un ulteriore modo e' la non accettazione dei presupposti: Domanda: "Poiche'
le biotecnologie sono necessarie a sfamare il terzo mondo...". Risposta:
"Purtroppo lei si sbaglia, se pensa che le biotecnologie siano necessarie a
chi ha fame. La concentrazione della produzione di cibo nelle mani delle
corporazioni multinazionali, invece...".
8. Usate il vostro corpo. Le telecamere vi stanno riprendendo: per cui testa
eretta e torso fermo, cosi' da trasmettere solidita' e fiducia; mani
espressive, invece, che sottolineano o aggiungono significato a quello che
dite (non portatele davanti al viso e non fate gesti bruschi od offensivi);
voce un po' piu' enfatica rispetto al vostro modo solito di parlare:
lasciate che l'emozione filtri attraverso di essa e raggiunga chi vi
ascolta.
9. Usate l'umorismo. Se riuscite a farlo senza suonare frivoli o irrilevanti
un po' di umorismo puo' guadagnarvi le simpatie dell'uditorio. Potete ad
esempio fare una battuta satirica sulla posizione di chi vi sta attaccando,
in modo calmo, con il sorriso sulle labbra: "Capisco la sua preoccupazione
per la legalita' e la giustizia: anch'io sarei molto preoccupato/a se
facessi parte di un partito che conta il tot % di inquisiti e condannati per
reati di corruzione. E ancor piu' preoccupato/a del fatto che si trovino
tutti al Parlamento, a garantirci legalita' e giustizia".
10. Non odiate chi vi si oppone. E' l'abilita' piu' importante, quella
assolutamente necessaria e, me ne rendo perfettamente conto, la piu'
difficile da apprendere. Potete pensare il peggio della persona che vi si
oppone, e potete avere un gran numero di ragioni per pensarlo: ma dovete
lasciare ogni sentimento negativo fuori dalla porta dello studio. Se vi
permettete di odiare questo individuo perderete il controllo, perderete di
vista la questione, perderete la simpatia di chi vi osserva, perdete il
cuore della vostra lotta. Guardate a lui/lei come ad una persona che e'
"uscita di strada", ha perso la via, e ha bisogno che qualcuno le dica la
verita' sul percorso che sta facendo. Quel qualcuno siete voi.
*
Proteste
Gli attivisti nonviolenti per il cambiamento sociale sono la categoria
peggio trattata dai media, ad eccezione di nomadi e migranti. La ragione non
e' difficile da capire: l'attivismo nonviolento mette in discussione
interessi, stili di vita, gestione del potere, istituzioni, eccetera. Il
cambiamento che prospetta e' profondo e coraggioso. Per esempio, se siete
abbracciati ai famosi platani di cui sopra, c'e' la possibilita' che
l'articolo su di voi evochi l'ecoterrorismo, si inventi cose che non avete
mai fatto ("I dimostranti hanno scagliato sassi sui bulldozer"), e vi metta
in bocca cose che non avete mai detto ("Prima che riescano a tagliarli, dice
uno dei dimostranti, saremo noi ad abbattere loro a sassate"). Raddrizzare
questi reportage storti e' difficile, prende tempo ed e' spesso frustrante,
ma vale la pena tentare: se non protestiamo, i media si sentiranno liberi di
ripetere il procedimento.
Le opzioni che abbiamo a disposizione:
1. La denuncia per diffamazione. E' un'opzione difficile, per cui ci
vogliono tempo e denaro. Se avete entrambi, fatela solo a patto che siano
stati scritti nomi e cognomi e dopo esservi fatti consigliare da un
avvocato. Non fate nulla in questo campo senza assistenza legale. Inoltre,
difficilmente la vostra denuncia avra' la stessa risonanza dell'articolo o
dell'intervista in cui siete stati maltrattati. Se vincete la causa, sara'
passato molto tempo dai fatti, ma potrete utilizzarla per riportare
l'attenzione sull'istanza. Se la perdete, e anche questo e' possibile,
potrete utilizzarla allo stesso modo, ma avrete sprecato nel processo
energie e risorse e la ricaduta sulla vostra campagna potrebbe essere
negativa, per cui pensateci bene.
2. La lettera di protesta. Scrivete al giornale che vi ha maltrattato e
chiedete telefonicamente alla redazione la pubblicazione della lettera.
Componete un testo breve, che stia sui fatti accaduti e che non insulti
personalmente nessuno, e conditelo con un pizzico di ironia.
3. Il contatto personale. Se pensate di farcela, cercate di parlare
direttamente con il giornalista che ha scritto l'articolo, ovvero il famoso
sig. Feroce Scannatore di cui parlavamo prima, ricordate? Provate ad
ottenere un incontro faccia a faccia, ma anche spiegarsi al telefono andra'
benissimo. Posso persino vedervi: ultraragionevoli, esponete il vostro caso
con calma e suggerite che per equita' e completezza di informazione anche il
vostro punto di vista debba essere riportato, offrendovi di chiarire tutte
le questioni che il sig. Scannatore ritiene nebulose... Non funziona sempre,
ma spesso il sig. Scannatore si convince a comporre un articoletto (piu'
breve, e certamente non in prima pagina) che fornisce la vostra versione dei
fatti.
4. Il volantinaggio. Se la lettera di protesta non e' stata pubblicata, e se
il sig. Scannatore vi ha detto che lui con gli "ecoterroristi" non parla,
potreste rendere pubblica la lettera voi stessi, andando a volantinarla
sotto la sede del giornale. Forse il quotidiano sotto accusa fara' finta di
non vedervi, ma la sua concorrenza (da voi debitamente avvisata) andra' a
nozze e avrete, anche se non proprio da chi desideravate, un bel mucchio di
attenzione.
*
Conclusione
E' la solita, ma lasciate che la ribadisca: organizzarsi per il cambiamento
comporta amore, tenacia, fatica, preparazione, disciplina e una buona dose
di umorismo per restare sani di mente, soprattutto quando si ha a che fare
con i mezzi d'informazione.

4. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

5. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, sudest at iol.it,
paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 808 del 13 gennaio 2005

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