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La nonviolenza e' in cammino. 809



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 809 del 14 gennaio 2005

Sommario di questo numero:
1. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte quarta)
2. Una conversazione con Agnese Ginocchio
3. Francesca Lazzarato ricorda Pinin Carpi
4. Gianni Vattimo ricorda Eugenio Garin
5. Letture: Pat Carra, Orizzonti di boria
6. Letture: Vilma Costetti (a cura di), Comunicazione & potere
7. Letture: Nicoletta Crocella, Attraverso il silenzio
8. Letture: Annamaria Vitale (a cura di), Per una storia orizzontale della
globalizzazione
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. MEMORIA. BRUNO SEGRE: PER NON DIMENTICARE LA SHOAH (PARTE QUARTA)
[Ringraziamo di cuore Bruno Segre (per contatti: bsegre at yahoo.it) per averci
permesso di riprodurre sul nostro foglio ampi stralci dal suo utilissimo
libro Shoah, Il Saggiatore, Milano 2003, la cui lettura vivamente
raccomandiamo. Riportando alcuni passi di esso abbiamo omesso tutte le note,
ricchissime di informazioni e preziose di riflessioni, per le quali
ovviamente rinviamo chi legge al testo integrale edito a stampa. Bruno
Segre, storico e saggista, e' nato a Lucerna nel 1930, si e' occupato di
sociologia della cooperazione e di educazione degli adulti nell'ambito del
Movimento Comunita' fondato da Adriano Olivetti; ha fatto parte del
Consiglio del "Centro di documentazione ebraica contemporanea" di Milano;
dal 1991 presiede l'Associazione italiana "Amici di Neve' Shalom / Wahat
al-Salam"; dirige la prestigiosa rivista di vita e cultura ebraica "Keshet"
(e-mail: segreteria at keshet.it, sito: www.keshet.it). Tra le opere di Bruno
Segre: Gli Ebrei in Italia, Giuntina, Firenze 2001; Shoah, Il Saggiatore,
Milano 1998, 2003]

L'escalation della persecuzione
"Pensate: non piu' di venti anni fa, e nel cuore di questa civile Europa, e'
stato sognato un sogno demenziale, quello di edificare un impero millenario
su milioni di cadaveri e di schiavi. Il verbo e' stato bandito per le
piazze: pochissimi hanno rifiutato, e sono stati stroncati; tutti gli altri
hanno acconsentito, parte con ribrezzo, parte con indifferenza, parte con
entusiasmo. Non e' stato solo un sogno: l'impero, un effimero impero, e'
stato edificato; i cadaveri e gli schiavi ci sono stati".
Cosi' annota Primo Levi (1919-1987) in una testimonianza del febbraio 1961.
La conquista del potere, in Germania, da parte di un regime dichiaratamente
antisemita non presenta, come s'e' visto, i caratteri dell'inevitabilita'.
Ma dopo avere consolidato la sua dittatura personale e di partito - e per
fare cio' Hitler impiega esattamente diciotto mesi, durante i quali si
sbarazza di tutti gli avversari, fuori e dentro il partito - il tiranno
incomincia a dare forma al suo attacco sistematico contro gli ebrei.
Dichiarata la Nsdap partito unico, sciolte tutte le altre organizzazioni
politiche e sindacali, abolita la liberta' di parola e di stampa, cancellato
l'"habeas corpus" dal diritto penale, Hitler inizia a gettare la sua rete
sulla popolazione, per controllarla e inculcarle il nuovo vangelo della
nazione e della razza superiore.
Nel diffondere un clima d'esaltazione patriottico-nazionalista e razzistica,
il dittatore puo' avvalersi anche dell'adesione di ampi settori del clero e
del milieu cattolico. Nel luglio1933, infatti, la Santa Sede e il Reich
concludono il Concordato, che rappresenta il primo importante riconoscimento
conseguito da Hitler sul terreno internazionale. Ma gia' qualche mese prima,
in una dichiarazione del 2 aprile 1933, il movimento operaio cattolico offre
la sua partecipazione alla creazione di "un ordinamento popolare conforme
alla natura cristiana e tedesca" con forti accenti di condanna delle "forze
distruttrici del materialismo, del liberalismo, del marxismo e del
bolscevismo".
La morte di Hindenburg, nell'agosto 1934, offrira' a Hitler la possibilita'
di fregiarsi anche del titolo e dei poteri di presidente del Reich,
consentendogli di mettersi legalmente alla testa delle forze armate. Come
ogni regime assoluto, il potere nazista ha bisogno di un anti-potere, di un
anti-Stato su cui scaricare le colpe di tutti i guai, presenti e passati,
veri e presunti, di cui i tedeschi soffrono. Hitler e' convinto che tutte le
rivoluzioni, come la sua, abbiano bisogno di un punto focale di ostilita'
per dare espressione "ai sentimenti di odio delle masse". Gli ebrei sono
l'anti-Stato ideale.  La scelta del dittatore cade su di loro non solo per
convincimento personale, ma anche per un calcolo politico razionale. Verso
gli ebrei, indifesi e sentiti come "altri" da molti, e' infatti possibile
indirizzare l'aggressivita' del regime (e delle masse che esso controlla)
incanalandola, contemporaneamente o alternativamente, su due piste distinte:
quella della violenza spontanea, altamente emotiva e "non programmata" del
pogrom, e quella fredda, legale e disciplinata dallo Stato, governata dalla
legge e dal potere poliziesco. Da un lato ci sono i bravacci del partito, e
in particolare le camicie brune (SA), forti di piu' di mezzo milione di
adepti ancor prima della fine del 1932, che seminano il terrore nelle strade
lanciandosi sui passanti ebrei, picchiandoli selvaggiamente, rapinandoli
spesso del loro denaro, e talvolta assassinandoli (45 ebrei vengono uccisi
in questo modo nel corso del 1933 e centinaia di altri sono feriti in
maniera piu' o meno grave). Dall'altro ci sono le SS, per amministrare la
complicata struttura della violenza di Stato e gettare addosso agli ebrei,
agli oppositori politici e a ogni altra sorta di "indesiderabili" (zingari,
omosessuali, malati di mente e altri infermi) il peso dell'oppressione
poliziesca, chiudendo fin d'allora molti sventurati nei recinti dei campi di
concentramento.
*
Due mesi dopo l'ascesa di Hitler al cancellierato, gia' esiste Dachau
(nell'alta Baviera), il Lager primogenito, a cui molti altri faranno
seguito. Oltre a recuperare e a rilanciare i temi antigiudaici tradizionali
di matrice cristiana, cioe' l'"insegnamento del disprezzo" e le
superstizioni demonologiche ereditate dal medioevo, la propaganda nazista
contro gli ebrei fa proprie ed enfatizza le fantasiose teorie
pseudobiologiche della "superiore razza ariana".
Ma cio' che contaddistingue i nazisti da altri gruppi politici che in
Germania si colorano di antisemitismo, e che pure attribuiscono all'impegno
antiebraico una certa importanza, e' il fatto che soltanto i nazisti
considerano l'antisemitismo una Weltanschauung, una concezione esauriente
del mondo, facendone il centro e lo scopo del loro programma. Hitler vi
edifica sopra un'intera "filosofia della storia", un'interpretazione
dell'esistenza umana dalle origini in poi, che rivela una certa truce
originalita'. Secondo lui, la storia umana fa parte della natura e segue le
stesse leggi del resto della natura. Lotta, sottomissione, distruzione sono
realta' naturali immutabili. Ma mentre la natura, che non e immorale,
richiede disuguaglianza, gerarchia, subordinazione dell'inferiore al
superiore, la storia umana ha partorito una serie perniciosa di rivolte
contro questo ordine naturale, ispirate a un egualitarismo politico che
Hitler assimila a una malattia, alla disastrosa intossicazione provocata da
un bacillo. La forza che sta dietro questa degenerazione letale e' lo
spirito ebraico, "che e' stato presente fin dall'inizio". Gia' nell'antico
Egitto i figli di Israele inquinarono una societa' sana e "naturale"; lo
fecero introducendo il capitalismo (Giuseppe fu il primo capitalista) e
soprattutto spingendo le plebi alla sedizione, fino al momento in cui gruppi
di egiziani animati da spirito nazionalista insorsero, e gonfi d'ira
cacciarono dal Paese quei fomentatori di disordini.
Se questo e' - nel morboso immaginario del dittatore tedesco - il
significato autentico dell'Esodo biblico, non e' errato vedere in Mose' il
primo bolscevico e il vero precursore di Lenin, che secondo Hitler sarebbe
stato un ebreo (mentre non lo era per nulla).
In epoca moderna gli ebrei, spasmodicamente protesi al dominio mondiale,
hanno ripetuto la stessa manovra piu' e piu' volte, precisa Hitler, e i
risultati sono stati la rivoluzione francese, il liberalismo, la democrazia
e, alla fine, il bolscevismo. Insomma, e' giusto individuare nel giudeo il
nemico universale, il colpevole assoluto: se non ci fosse l'ebreo, afferma
Hitler, "dovremmo inventarlo. Occorre un avversario visibile, non basta un
nemico invisibile".
Nella sua ossessiva descrizione di una presunta strategia ebraica volta alla
conquista del mondo, uno dei suoi modelli e' certamente costituito dai
famigerati Protocolli dei Savi Anziani di Sion: una storica contraffazione,
un falso notorio ma molto duro a morire, che piu' d'ogni altro, nel XX
secolo, ha fatto male agli ebrei a partire dalla sua redazione avvenuta
intorno al 1897 a Parigi per mano di uno sconosciuto agente dell'Ochrana, la
polizia segreta zarista. In nome di tutte queste allucinate fandonie,
camuffate da verita' scientifiche, nella Germania che ormai si e' consegnata
nelle loro mani i nazisti adottano contro gli ebrei gli stessi metodi
collaudati nella Spagna del XIV e XV secolo: singoli atti di violenza
vengono promossi e incoraggiati onde poi servirsene quali pretesti per
introdurre misure legali antiebraiche.
*
Sotto la spinta della demagogia oratoria e dei media controllati da Joseph
Goebbels - il ministro della Propaganda che si fa carico di aizzare le
masse -, gli attacchi contro gli ebrei da parte delle camicie brune e dei
membri del partito, i boicottaggi e le azioni terroristiche contro le
imprese ebraiche si sviluppano e raggiungono il loro acme nell'estate del
1935. Hitler fa sapere che disapprova queste "azioni individuali", ma le
lascia impunite. E in tale contesto fa emanare il 15 settembre 1935, in
occasione di un congresso nazionale della Nsdap, la "Legge per la tutela del
sangue e dell'onore tedesco" e le "Leggi di Norimberga": un insieme di norme
che sanciscono per la prima volta il concetto di "arianita'" e definiscono
con minuzia maniacale chi si debba considerare "ebreo completo" (Volljude),
chi "ebreo-per-meta'", chi "ebreo-per-un-quarto". Esse privano gli ebrei dei
diritti essenziali, li escludono da ogni settore della funzione pubblica e
danno cosi' inizio al processo della loro netta separazione dal resto della
popolazione, mettendo efficacemente in pratica il programma nazista
originario (del 1920). Vengono anche messi al bando i matrimoni e le
relazioni sessuali tra ebrei e tedeschi. Si stabilisce cosi' un'equazione
rigida e meccanica: tedesco uguale "ariano". Non hanno rilevanza il passato,
la lingua, la cultura, la nascita, la guerra fatta in uniforme tedesca.
Tutto cio' che non e' ariano e' contro la nuova legge tedesca, che peraltro
ha un unico interprete, il Fuehrer.
In un discorso importantissimo nel quale giustifica l'introduzione delle
nuove normative, Hitler ammonisce che se quelle disposizioni volte a
favorire "una soluzione laica separata" non dovessero reggere (ossia, se i
burocrati dell'amministrazione statale non procedessero con zelo
sufficiente), allora sarebbe necessario promulgare una legge che "passasse
il problema nelle mani del Partito nazionalsocialista per la soluzione
finale".
A carico degli ebrei tedeschi segue, nei due o tre anni successivi, una
pioggia di soperchierie legali, alcune crudeli, altre di carattere
apertamente derisorio, atte a convalidare una delle tesi di fondo del
nazismo: gli ebrei sono bensi' una tenebrosa potenza universale,
l'incarnazione di Satana, ma qui in Germania, nelle nostre mani, sono
ridicoli e impotenti. Possono sedere solo sulle panchine pubbliche con su
scritto 'nur fuer Juden' (solo per ebrei); le vacche degli ebrei non sono
ammesse alla monta presso il toro comunale; un regolamento del 17 agosto
1938 stabilisce che dal primo gennaio 1939 gli ebrei possano assumere solo i
nomi propri riportati in un apposito elenco predisposto dal ministero degli
Interni del Reich: chi possiede un nome proprio non contenuto nella lista
deve aggiungere a esso il nome ebraico di Sara (se e' donna) o di Israel (se
e' uomo). Nell'aprile 1938 vengono censiti i beni patrimoniali degli ebrei,
nel giugno le imprese commerciali di loro appartenenza; nel luglio e nel
settembre, sull'onda di una politica che nel gergo nazista si chiama di
"arianizzazione", sono tolte agli ebrei le abilitazioni all'esercizio della
professione medica e le autorizzazioni a svolgere l'attivita' di avvocato e
di procuratore legale. Nell'autunno del 1938 gli ebrei vedono gravemente
compromessa ogni possibilita' di sopravvivere decorosamente nel mondo
tedesco.
Sui 500.000 "ebrei completi" censiti nel Reich nel 1933, oltre 200.000 hanno
lasciato ormai la Germania, ma l'annessione dell'Austria (marzo 1938)
aggiunge al totale altrettanti ebrei austriaci, lasciando in tal modo
irrisolta la "questione ebraica".
A quel punto Hitler affronta con decisione lo stadio successivo: la gestione
della "questione" a livello internazionale. Se il potere ebraico in Germania
e' ormai azzerato, il potere degli ebrei all'estero diviene uno dei temi
centrali dei discorsi e delle cure del Fuehrer.
*
Nell'ottobre 1938, pochi giorni dopo che Gran Bretagna e Francia hanno
firmato gli accordi di Monaco con cui accettano che parte della
Cecoslovacchia sia annessa al Terzo Reich, la Gestapo arresta ed espelle
brutalmente dalla Germania circa 17.000 ebrei di nazionalita' polacca: una
mossa propiziata dalla decisione del governo di Varsavia di bloccare il loro
rientro in Polonia. Il figlio di uno dei profughi, Herschel Grynszpan, ha
trovato rifugio da tempo a Parigi. Ha solo 17 anni, e' un mistico e un
esaltato: ritenendosi chiamato a fare vendetta, il 7 novembre uccide un
diplomatico tedesco a Parigi. E' il gesto che i nazisti attendono. E' la
conferma della tesi del "complotto internazionale giudaico" ai danni della
Germania. La risposta e' immediata: "Ora il popolo agira'", annota Goebbels
nel suo diario. La pubblicazione nel 1992 delle pagine dei Tagebuecher di
Goebbels relative alla "Notte dei cristalli" (come gli stessi nazisti
denominano pudicamente quell'evento, nell'intento di sdrammatizzarlo)
aggiungono importanti elementi interpretativi sull'interazione esistente tra
Hitler, i suoi piu' stretti collaboratori, le organizzazioni di partito e i
piu' ampi settori della societa' in rapporto all'inizio e alle modalita' di
espletamento della violenza antiebraica.
Nella notte tra il  9 e il 10 novembre si scatena il pogrom in tutta la
Germania.
Vengono devastati e saccheggiati 7.500 botteghe e magazzini appartenenti a
ebrei, si distruggono migliaia di case, 167 sinagoghe subiscono la stessa
sorte, 91 ebrei sono uccisi, la polizia arresta e invia in campo di
concentramento piu' di 26.000 persone, scelte fra gli ebrei piu' facoltosi;
verranno rilasciati nelle settimane successive in cambio della promessa
scritta di emigrare al piu' presto. Tra il 10 e il 13 novembre il solo campo
di Buchenwald, vicino a Weimar, ne riceve 10.454, che vengono trattati con
estrema brutalita', mentre un altoparlante ripete: "Ogni ebreo che intenda
impiccarsi e' cortesemente pregato di introdursi in bocca un pezzo di carta
recante il proprio nome al fine di consentire l'identificazione".
Nelle prime ore del pogrom gli aggressori sono in divisa, ma poi vengono
frettolosamente mandati a casa a indossare panni civili: hanno capito male
le istruzioni, l'indignazione deve scaturire dal popolo, deve essere
"spontanea". La polizia, dappertutto, sta a guardare; i vigili del fuoco
intervengono solo la' dove le fiamme minacciano edifici o proprieta'
"ariane". Singoli funzionari locali imbastiscono variazioni sul tema. A
Krumbach presso Augsburg, donne ebree vengono trascinate alla sinagoga e
costrette a estrarre dall'arca i rotoli della Legge e a calpestarli: devono
commettere il sacrilegio cantando, quelle che si rifiutano sono uccise. A
Saarbruecken gli ebrei vengono obbligati a portare paglia nel tempio, a
cospargerla di benzina e ad accenderla. Qualche "indignato" va oltre il
programma e si da' al saccheggio privato, e allora la polizia interviene, ma
la magistratura mandera' tutti a casa con pene irrisorie. Non cosi' per gli
zelanti che stuprano donne ebree. Questi vengono esclusi dal partito e
puniti duramente, non gia' per la violenza commessa sulle loro vittime,
bensi' per essersi essi stessi contaminati contravvenendo alla sacra legge
del sangue.
All'indomani della "Notte dei cristalli" la soluzione del "problema ebraico"
non puo' piu' essere differita. Il 12 novembre ha luogo una riunione
interministeriale finalizzata a concludere il processo di emarginazione
degli ebrei tedeschi. Sotto la presidenza di Goering - incaricato del Piano
quadriennale e supremo controllore dell'economia tedesca - viene elaborata
una serie di provvedimenti oltremodo gravosi e umilianti. Un primo decreto
impone agli ebrei un'ammenda collettiva di un miliardo di marchi a titolo di
espiazione per "l'atteggiamento ostile dell'ebraismo nei confronti del
popolo e del Reich tedesco, che non arretra neppure davanti all'omicidio
vigliaccamente perpetrato".
Un secondo decreto esige che gli ebrei facciano fronte personalmente ai
danni causati dal pogrom e restituiscano al Reich gli indennizzi corrisposti
dalle compagnie d'assicurazione. Un terzo decreto elimina definitivamente
gli ebrei dalla vita economica della Germania, disponendo l'arianizzazione
coatta di tutte le imprese, di tutte le attivita' commerciali e le aziende
artigiane di proprieta' ebraica, ossia la loro vendita (o svendita a prezzo
irrisorio) ad "ariani". Infine, a carico degli ebrei viene imposta una serie
di ulteriori limitazioni: il deposito coatto di titoli, valori mobiliari e
azioni; la vendita coatta di gioielli, monili e opere d'arte; il divieto di
partecipare a tutte le "manifestazioni della cultura tedesca"; il divieto di
frequentare cinema, teatri, mostre d'arte, conferenze, concerti, e cosi'
via; l'espulsione degli ebrei da tutte le scuole tedesche; il ritiro delle
patenti di guida e il divieto di possedere autoveicoli a motore;
l'imposizione di aliquote fiscali piu' gravose; il divieto di esercitare le
professioni di farmacista, dentista e veterinario.
Con il pogrom del novembre 1938 la vita pubblica della collettivita' ebraica
tedesca viene di fatto stroncata.  Le organizzazioni ebraiche sono messe
fuori legge, i loro funzionari vengono arrestati, qualsiasi pubblicazione da
parte di ebrei e' bloccata.  Cessano persino quelle forme di collaborazione
timide e larvate tra gli uffici ebraici e le autorita' dello Stato, che sin
li' avevano continuato ad avere luogo, quanto meno nel settore
dell'emigrazione.

2. MUSICA E PACE. UNA CONVERSAZIONE CON AGNESE GINOCCHIO
[Ringraziamo Agnese Ginocchio, cantautrice per la pace (per contatti:
e-mail: agnese.musica at katamail.com, sito: www.agneseginocchio.it) per aver
risposto ad alcune nostre domande. Agnese Ginocchio, giovane cantautrice, e'
impegnata in molte iniziative di pace, di solidarieta', per i diritti umani
e la nonviolenza]

Domanda: Musica e pace: un binomio sovente evocato; quali motivazioni e
quali esempi per te hanno contato di piu' nel deciderti a valorizzare la tua
attivita' di cantautrice al servizio dell'impegno di pace?
Risposta: Musica e pace sono due poli che si attraggono; ma puo' avvenire
anche il contrario, che si respingano. C'e' musica e musica in giro, quanti
i messaggi, quanti gli slogan... talvolta essi possono indurre a scegliere
strade ambigue, strade errate, strade perse, strade senza ritorno.
Una musica per essere musica di e a servizio della pace deve avere
innanzitutto una motivazione valida, deve scaturire da una persuasione
autentica. Nascere dall'impegno e dall'esperienza in prima persona che si
vive dentro e che poi si esprime fuori, nel quotidiano, attraverso gesti
concreti. E' una scelta di vita innanzitutto.
*
Domanda: Della tua propria esperienza di musicista per la pace, quali
vicende ricordi con maggiore intensita'?
Risposta: Sono diverse le situazioni che mi vengono in mente. Quelle che per
me acquistano piu' risalto e valore sono le esperienze di strada, in cammino
con la chitarra in spalla, incontrando mille volti, timidi, curiosi, a volte
anche indifferenti, ma con cui e' sempre nato uno scambio.
Le esperienze piu' belle sono le marce per la pace. Quando il tempo mi
consente di camminare e di marciare (perche' molte volte sono costretta a
tagliare il percorso proprio per le prove di musica per cui devo trovarmi
nella piazza d'arrivo molto tempo prima che arrivi il corteo) lo faccio con
molta gioia, anche perche' durante la marcia si parla, si fa amicizia, si fa
comunita'. Dopo l'ultima Perugia-Assisi (che percorsi solo in parte, sempre
per lo stesso motivo) l'anno scorso ho partecipato alla marcia
Benevento-Pietrelcina organizzata dalle Acli: percorsi senza volerlo ben 14
chilometri, non avrei mai immaginato di essere potuta arrivare a tanto,
considerando anche il mio fisico esile e che prima di partire avevo gia'
cominciato a cantare nella piazza di ritrovo del corteo e mi aspettava
all'arrivo sulla montagna di Pietrelcina il concerto finale.
Altre esperienze molto belle con i missionari comboniani di Castelvolturno e
di Casavatore, che io chiamo "gli incatenati" per una serie di azioni
dirette nonviolente, fra cui quella di essersi incatenati notte e giorno per
alcune settimane davanti alla prefettura di Caserta per protestare contro la
legge Bossi-Fini e i veri e propri rastrellamenti da essa previsti, che
durante le settimane precedenti le forze dell'ordine avevano messo in atto
proprio sul litorale Domizio di Castelvolturno, ove i missionari comboniani
vivono, operano e si battono ogni giorno per la difesa dei diritti degli
immigrati. Con loro e con gli stessi immigrati ho condiviso molte
esperienze, comprese le catene che ho portato sulle spalle, ma soprattutto e
anche in relazione alla musica.
Molte volte ho cantato per la pace con la mia chitarra davanti ai volti di
centinaia di immigrati e dei comboniani di Castelvolturno: ricordo in
particolare il sit-in davanti a Montecitorio cui parteciparono anche padre
Alex Zanotelli e diverse altre personalita'; un'altra volta a Napoli davanti
alla prefettura, ove da diversi giorni un altro gruppo di immigrati stava
facendo uno sciopero della fame e della sete per chiedere al prefetto il
diritto del permesso di soggiorno. E' incredibile la loro spontaneita', nel
vedermi arrivare con la chitarra si animarono e mi sorrisero subito, non
sembravano affatto stanchi e affamati, cominciarono a cantare, a battere le
mani, solo perche' avevo voluto dedicare  loro un po' del mio tempo, un
gesto di solidarieta'.
Sono rari nel nostro paese i gesti solidali nei loro riguardi, anzi
subiscono sfruttamento e discriminazione, vengono gettati senza alcuna
pieta' nelle gabbie dei Cpt e trattati come malfattori. Ma io dico che
queste persone sono migliori di tanti ambigui occidentali che dentro hanno
il cancro del potere e della corruzione.
Altre esperienze sono state anche a Roma lungo i cortei per la pace, e
ritornando sempre a Napoli (che e' la mia terra) quando cantai durante lo
svolgersi di una marcia anticamorra nel quartiere Forcella, martoriato da
agguati e stragi che continuano a susseguirsi come una maledizione senza
fine. In quella circostanza chiesi ad alta voce alla gente, partendo proprio
dalle parole della canzone, di unirsi, di  mettersi insieme, di uscire dalla
paura, reagire, e vincere la violenza attraverso azioni nonviolente, forme
di solidarieta' e percorsi educativi alla pace, perche' ogni essere umano ha
il diritto di vivere, di realizzare un proprio sogno, di sperare in un
futuro di pace e non di guerra e devastazione. Subito a quelle mie brevi
parole segui' la risposta della gente che mi fece un forte applauso
spontaneo e sincero; avvertii in quella risposta il desiderio profondo del
cambiamento.
*
Domanda: La tradizione dei e delle folk-singer, da Woody Guthrie a Wolf
Biermann, da Joan Baez a Violeta Parra, si e' frequentemente fortemente
intrecciata con le lotte popolari per i diritti e la pace, contro
l'ingiustizia e per la solidarieta', per la rivendicazione della dignita'
umana di tutti gli esseri umani. Cosa significa per te collocarti in questa
tradizione?
Risposta: Collocarmi in questa tradizione significa aver fatto la scelta di
cantare per la pace, la pace che richiama la giustizia, giustizia che
richiama la liberta', liberta' che richiama la speranza, speranza che
richiama l'amore, amore che richiama la solidarieta', e cosi' via; la scelta
di cantare contro tutte le guerre, le bombe, le armi, le ingiustizie, il
razzismo, le discriminazioni, l'odio, l'indifferenza.
Fa tremendamente male assistere allo spettacolo dell'ingiustizia. E allora
che fare? Allora forza con le lotte nonviolente, le azioni dirette popolari.
Ce ne vogliono, e tante. Boicottiamo questo sistema di morte, facciamo
sentire la nostra voce, attiviamoci con i nostri mezzi, le nostre risorse
interiori: per me uno dei modi e' quello di cantare per la pace, la
giustizia e la legalita', per un altro sara' lo scrivere, per un altro
ancora sara' un modo ancora diverso, e cosi' via. Risvegliamo le coscienze,
c'e' bisogno di cambiamento per liberare la pace e costruire la giustizia.
Ogni giorno sono consapevole di questa scelta, cammino per la mia strada ove
incontro tanta gente, porto sempre con me addosso e ben visibile agli occhi
di tutti il mio segno esteriore, come una vera e propria disciplina che mi
fa camminare con austerita' ma anche con molta spontaneita': la sciarpa o lo
straccio arcobaleno.
*
Domanda: La scelta della nonviolenza, una scelta esigente, una scelta a
nostro comune avviso necessaria. Cosa significa per te? Quali sono stati i
punti di riferimento, le vicende storiche e le occasioni esistenziali che ti
hanno portata ad accostarti alla nonviolenza, a diventare, per usare la
bella formula di Aldo Capitini, una persona "amica della nonviolenza"?
Risposta: C'e' un'alternativa allo "scontro di civilta'", quest'alternativa
consiste proprio nello scegliere la strada del dialogo e della nonviolenza
come unica via di pace e di soluzione ai problemi del mondo.
Il primo ad avercela trasmessa e' stato Gesu', profeta e principe della pace
e della nonviolenza, attraverso il comandamento dell'amore: "Ama il prossimo
tuo come te stesso", e ancora: "Non fare ad altri cio' che non vuoi sia
fatto a te". Proseguendo nel corso dei secoli tante persone hanno adottato a
loro volta questo metodo segnando la storia: Francesco d'Assisi, Mohandas
Gandhi, don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani, don Peppino Diana, don
Tonino Bello, e il grande maestro laico dell'Italia: Aldo Capitini... ma ce
ne sono ancora tante e tanti altri.
La nonviolenza e' la strada che si dovrebbe adottare in ogni ambito, come
unico mezzo per la soluzione ai problemi. Si dovrebbe adottare nelle
istituzioni e nella politica soprattutto, che mai come in questo momento e'
cosi' ambigua, sterile, contraddittoria e vuota; la politica che dovrebbe
essere un servizio disinteressato svolto per il bene comune. La nonviolenza
e' la strada amichevole e giusta, equa, sobria e solidale; e' il metodo che
ci ha lasciato in eredita' Aldo Capitini, ove si riscopre il vero volto non
solo della politica, ma anche dalla societa' civile. La nonviolenza ci
insegna ad amare ed avere rispetto per l'essere umano e per la natura,
induce alla riscoperta di se stessi e dei propri talenti naturali come
valori fondamentali che messi al servizio del bene comune portano un gran
beneficio e una rinascita generale. La nonviolenza e' una disciplina che
arricchisce e nobilita la persona, la induce alla sensibilita',
all'equilibrio.
Rivolgo l'invito a scegliere questa strada come alternativa al male sociale
soprattutto ai miei compagni di viaggio, i giovani del Duemila: un altro
mondo e' possibile, ma dipende dalla rete che si tesse con pazienza
tramutare il nostro sogno in realta'.
La mia scelta della nonviolenza e' anche la lotta interiore, la capacita' di
saper vincere il male con il bene attraverso prove, azioni, resistenze che
ci mettono in continua discussione, trasformando le vecchie abitudini in
nuove idee e forme di solidarieta', di apertura verso il mondo, le persone e
la natura che ci circonda.
La mia scelta di essere amica della nonviolenza e' nata anche dall'aver
scelto la pace come compagna dei miei giorni. E' emersa in seguito a
percorsi e cammini che ho approfondito dentro di me, attraverso esperienze
anche in campo musicale, attraverso la conoscenza e l'incontro di tanta
gente, tante testimonianze. Una molto vicina e' stata quella di Rachel
Corrie, giovane pacifista americana schiacciata da un bulldozer militare
israeliano mentre si interponeva con una azione diretta nonviolenta per
impedire l'ennesimo abbattimento delle case dei palestinesi. La storia di
Rachel mi colpi' e mi segno' profondamente. Ho conosciuto i suoi genitori
qui in Italia all'inaugurazione del Centro per la pace e la nonviolenza
dedicato proprio a Rachel, a Ovada, vicino Alessandria. Alla giovane Rachel,
martire di pace e nonviolenza, ho dedicato una canzone che porto in giro.
Abbiamo cominciato questa conversazione parlando del binomio musica e pace.
Vorrei concludere con un elemento in piu' passando da un binomio a un
trinomio: musica, pace, nonviolenza, tre elementi che sono perfettamente
collegati fra loro. La musica e' la mia vita, la pace il mio ideale, la
nonviolenza la mia disciplina, l'equilibrio e il percorso sulle strade della
vita...

3. MEMORIA. FRANCESCA LAZZARATO RICORDA PININ CARPI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 5 gennaio 2005.
Francesca Lazzarato dirige collane editoriali ed e' autrice, curatrice e
traduttrice di molti libri soprattutto per giovani e bambini.
Pinin Carpi, recentemente scomparso, e' stato un grande amico del bambini,
un artista generoso, e un rigoroso antifascista dalla Resistenza per tutta
la vita]

"Una volta c'era in Cina un cinese vestito di blu e d'arancione che si
chiamava Cion Cion Blu. Aveva i pantaloni blu e le calze arancione; e in
tasca aveva un fazzoletto arancione e una pipa blu". Quanti bambini ed ex
bambini ricordano un libro che comincia cosi'? Sicuramente moltissimi,
perche' la storia del contadino cinese che veste solo di blu e di arancione,
coltiva arance, ha un gatto blu che si chiama A Ran Cion e un cane arancione
di nome Blu, negli ultimi trentasei anni ha accompagnato la crescita di
innumerevoli lettori.
Cion Cion Blu parla di un uomo gentile e pronto all'avventura, che, in una
Cina immaginaria quanto quella della Turandot e della brechtiana Anima buona
di Sezuan, compie un lungo viaggio in compagnia di un imperatore triste,
incontrando via via briganti, streghe, fanciulle imbruttite per magia e
generali guerrafondai: una fiaba, ma anche un'utopia (quasi) realizzata, in
cui non ci si ferma all'apparenza e le ragazze brutte si sposano con uomini
innamorati, gli imperatori imparano dai contadini, i contadini considerano
gli imperatori uomini come tutti gli altri, i generali vengono licenziati e
la guerra non si fa piu'. E non e' certo un caso che la storia di Cion Cion
Blu sia stata pubblicata per la prima volta nel 1968 (l'editore era
Garzanti, l'illustratrice la brava Iris de Paoli), quasi a sottolineare la
necessita' di un nuovo modo di entrare in relazione con l'infanzia, secondo
modalita' di ascolto, rispetto e attenzione per un'eta' tradizionalmente
subordinata e "senza potere".
Autore di un libro tanto gioioso e antipedagogico era un architetto
mancato-giornalista-illustratore che fino ad allora non aveva mai scritto
per i bambini: Pinin Carpi, che se ne e' andato, a 84 anni, il 31 di
dicembre e il cui nome, nel labile panorama della letteratura infantile
italiana, e' tra i pochi destinati a non passare di moda, come dimostra il
grande successo dalla recente riproposta di Cion Cion Blu, ma anche di Le
avventure di Lupo Uragano, Susanna e il soldato, Il papa' mangione, Il paese
dei maghi, da parte delle edizioni Piemme.
*
Pieno di fascino, gentile come Cion Cion Blu e all'occorrenza
affettuosamente brusco e senza peli sulla lingua, Pinin e' stato, prima che
un grande scrittore, un personaggio straordinario che per tutta la vita ha
inseguito cose nuove, sperimentato tanti mestieri, attraversato tempeste di
ogni genere (il padre Aldo, pittore antifascista e autore del Diario di
Gusen - edito da Einaudi e curato dallo stesso Pinin - fu deportato a
Mauthausen, e il fratello Paolo venne ucciso dai tedeschi a 17 anni),
restando sempre un anticonformista incapace di compromessi e rigorosamente
coerente con le proprie idee.
"Io il soldato non l'ho fatto, ho fatto il partigiano", rispondeva ai
bambini che, dopo aver letto i suoi libri, gli chiedevano se fosse mai stato
in guerra. Per la sua partecipazione alla Resistenza nel '45 era stato
rinchiuso a San Vittore, e un'altra avventura quasi guerresca l'aveva
vissuta nel 1970, quando, durante la manifestazione milanese del 12 dicembre
in cui la polizia uccise lo studente Saverio Saltarelli, si era preso un
proiettile nella gamba.
Eppure niente gli piaceva meno della guerra, come sanno tutti i bambini che
hanno letto Susanna e il soldato (uscito per la prima volta per Vallardi nel
'77), storia di una orfana che incontra un soldato disertore, in fuga da
battaglie che non vuol piu' combattere. Allo stesso tempo, pero', per Carpi
la pace non era soltanto "assenza di guerra" perche', come sottolineo' in
un'intervista: "Pace significa anche la fine di tutte le ingiustizie, gli
sfruttamenti, le poverta' e le malattie".
*
A scrivere per l'infanzia ci era arrivato un po' per caso e per un'ottima
ragione: i bambini gli piacevano, gli piaceva il loro appartenere al mondo
del desiderio e delle infinite possibilita', il loro modo di essere
intrepidi e curiosi nonostante l'oggettiva subalternita' e il controllo
esercitato dagli adulti. Li aveva scelti come interlocutori quando aveva
cominciato a inventare storie per i suoi figli, e si era reso conto di
quanto si divertiva a raccontare fiabe sorprendenti, simili a un fuoco
artificiale che non smette mai di esplodere in nuove girandole colorate.
Le sue erano storie sensatamente assurde, piene di esagerazioni e
meraviglie, di tesori ed enormi mangiate, di avventure per mare e per terra,
di spaventi e risate pronte a dissolverli, il tutto legato da un linguaggio
immaginoso, privo di enfasi e di birignao, capace di esprimere in modo
semplice concetti difficili e di riprodurre il ritmo di una voce che
racconta. E' appunto questo intenzionale rifarsi all'oralita' che da' vita a
una scrittura inconfondibile e a testi che si prestano in modo speciale alla
lettura ad alta voce, cuciti come sono su misura per i piu' piccoli da un
fabulatore che si affida all'umorismo, ma non e' consolatorio ne'
conciliante.
Le fiabe, diceva del resto Pinin, "nascono sempre da una tragedia e si
raccontano per alleviare la sofferenza che essa provoca. Ecco perche' e'
giusto e necessario che abbiano il lieto fine. Lieto fine non significa che
tutto va a finire bene, anzi, spesso e' piu' vero il contrario; significa
invece che la vita vale la pena di essere vissuta".
*
A questa felicita' del raccontare Carpi aveva aggiunto il suo particolare
tocco di grande illustratore, che costruiva tavole acquerellate fitte di
personaggi e di dettagli.
Nato in una famiglia di artisti (pittori il padre e il fratello Cioni,
musicista il fratello Fiorenzo) e appassionato di pittura, aveva fatto molto
per avvicinare l'infanzia al mondo dell'arte. Da una sua idea, infatti, era
nata una collana che resta unica nel panorama editoriale italiano e che
purtroppo e' ormai scomparsa dalle librerie, ossia "L'arte per i bambini",
edita da Vallardi e composta da incantevoli fiabe moderne ispirate a quadri
famosi: un viaggio per nulla didattico all'interno di un dipinto, e
un'efficace educazione alla necessita' della bellezza.
A questi libri preziosi e ai molti romanzi e racconti che Pinin Carpi ci ha
lasciato, si aggiunge poi una singolare enciclopedia, Il mondo dei bambini,
realizzata dalla Emme Edizioni per la Utet nel 1973. Un'impresa impegnativa
cui Carpi si dedico' con grande entusiasmo, producendo un'opera del tutto
anti-enciclopedica che, invece di fornire nozioni, cercava di organizzare e
proporre una visione del mondo.
Ed e' proprio un brano dell'introduzione scritta da Pinin per i bambini a
ricordarci, oggi, uno scrittore molto amato e soprattutto un uomo libero e
un compagno di strada: "... vorremmo fare un patto con voi: come tutti,
grandi e piccoli, avete il diritto di giudicare ogni cosa, di dire se la
trovate giusta o sbagliata. Quindi considerate sempre che quello che vi
diciamo e' cio' che pensiamo noi, ma che voi potete pensarla in un modo
completamente diverso".

4. MEMORIA. GIANNI VATTIMO RICORDA EUGENIO GARIN
[Dal sito www.giannivattimo.it riprendiamo questo articolo di Gianni Vattimo
in ricordo di Eugenio Garin apparso su "La Stampa" del 30 dicembre 2004.
Dal medesimo sito www.giannivattimo.it riprendiamo la seguente scheda
biografica di Gianni Vattimo: "Gianni Vattimo e' nato nel 1936, a Torino,
dove ha studiato e si e' laureato in filosofia; ha poi seguito due anni i
corsi di Hans Georg Gadamer e Karl Loewith all'universita' di Heidelberg.
Dal 1964 insegna all'Universita' di Torino, dove e' stato anche preside
della facolta' di Lettere e filosofia. E' stato visiting professor in alcune
universita' americane (Yale, Los Angeles, New York University, State
University of New York) e ha tenuto seminari e conferenze in varie
universita' di tutto il mondo. Negli anni Cinquanta ha lavorato ai programmi
culturali della Rai. E' membro dei comitati scientifici di varie riviste
italiane e straniere; e' socio corrispondente dell'Accademia delle Scienze
di Torino. Laurea honoris causa dell'Universita' di La Plata (Argentina,
1996). Laurea honoris causa dell'Universita' di Palermo (Argentina, 1998).
Laurea honoris causa dell'Universita' di Madrid (2003). Grande ufficiale al
merito della Repubblica italiana (1997). Attualmente e' vicepresidente
dell'Academia de la Latinidade. Nelle sue opere, Vattimo ha proposto una
interpretazione dell'ontologia ermeneutica contemporanea che ne accentua il
legame positivo con il nichilismo, inteso come indebolimento delle categorie
ontologiche tramandate dalla metafisica e criticate da Nietzsche e da
Heidegger. Un tale indebolimento dell'essere e' la nozione guida per capire
i tratti dell'esistenza dell'uomo nel mondo tardo moderno, e (nelle forme
della secolarizzazione, del passaggio a regimi politici democratici, del
pluralismo e della tolleranza) rappresenta per lui anche il filo conduttore
di ogni possibile emancipazione. Rimanendo fedele alla sua originaria
ispirazione religioso-politica, ha sempre coltivato una filosofia attenta ai
problemi della societa'. Il "pensiero debole", che lo ha fatto conoscere in
molti paesi, e' una filosofia che pensa la storia dell'emancipazione umana
come una progressiva riduzione della violenza e dei dogmatismi e che
favorisce il superamento di quelle stratificazioni sociali che da questi
derivano. Con il piu' recente "Credere di credere" (Garzanti, Milano 1996)
ha rivendicato al proprio pensiero anche la qualifica di autentica filosofia
cristiana per la post-modernita'. Una riflessione che continua nelle ultime
pubblicazioni quali Dialogo con Nietzsche. Saggi 1961-2000 (Garzanti, Milano
2001), Vocazione e responsabilita' del filosofo (Il Melangolo, Genova 2000)
e Dopo la cristianita'. Per un cristianesimo non religioso (Garzanti, Milano
2002). Recentemente ha pubblicato Nichilismo ed emancipazione (Garzanti,
Milano 2003). Con la volonta' di battersi contro i dogmatismi che alimentano
violenze, paure e ingiustizie sociali si e' impegnato in politica... [anche
come eurodeputato]. Collabora come editorialista a La Stampa, Il Manifesto,
L'Unita', L'Espresso, El Pais e al Clarin di Buenos Aires".
Eugenio Garin e' stato un maestro per molti di noi, anche chi scrive queste
brevi notizie introduttive e' cresciuto sui suoi libri. Nato a Rieti nel
1909, e' deceduto sul finire del 2004, straordinario storico della
filosofia, fondamentale il suo contributo allo studio dell'Umanesimo e del
Rinascimento. Opere di Eugenio Garin: la sua opera e' immensa; qui
segnaliamo almeno La filosofia come sapere storico, Laterza (nella nuova
edizione del '90 col bel saggio autobiografico Sessanta anni dopo); Storia
della filosofia italiana, 3 voll., Einaudi; il classico Medioevo e
Rinascimento, Laterza; le Cronache di filosofia italiana, Laterza]

Non e' forse un semplice caso che uno degli ultimi lavori di Eugenio Garin,
uscito nel 1991, sia l'ampia e, in molti sensi, appassionata introduzione
all'edizione Garzanti delle Opere filosofiche di Giovanni Gentile. In molti
sensi, queste pagine sono un fedele autoritratto del professore fiorentino,
della sua formazione nella cultura filosofica italiana dei primi decenni del
Novecento, del suo insegnamento negli anni successivi alla seconda guerra
mondiale e anche della sua presenza politica nelle vicende della sinistra
italiana di quell'epoca. Persino il fatto che proprio Garin si sia assunto
il compito di curare una ampia silloge delle opera maggiori di Gentile in
anni in cui, nonostante lo scarto temporale, il fondatore dell'attualismo
era ancora marcato dalla sua adesione al fascismo e dalla estrema avventura
con la Repubblica Sociale (alla quale aveva aderito per una sorta di
volonta' di coerenza nel momento in cui le cose volgevano decisamente al
peggio), e' denso di significato per la ricostruzione della portata del suo
insegnamento nella cultura italiana.
Garin era stato infatti, negli anni Cinquanta del secolo, una sorta di
mentore del gramscismo italiano, vicino a Togliatti e al suo progetto di
preparare il rinnovamento della societa' italiana attraverso un
riconoscimento della continuita' con la cultura passata del nostro paese.
Ora, un tale proposito, sia pure spinto all'estremo di vedere nel pensiero
italiano dell'Ottocento (Rosmini, Gioberti) una anticipazione dell'idealismo
hegeliano, era stato proprio uno dei punti fondamentali del programma
filosofico di Gentile. In qualche modo, Garin da un lato ereditava tale
programma, naturalmente trasformato in senso radicale ma non del tutto
sfigurato; e occupandosi di ripresentare alla cultura italiana le opere di
Gentile attuava questo stesso programma proprio nei confronti del suo
autore. Cosi' concludeva infatti l'introduzione citata: "Attraverso Gentile,
la cultura italiana sperimento' in forme proprie e originali la crisi
profonda del pensiero europeo tra Ottocento e Novecento... Con i limiti
propri della tradizione nazionale: dalla retorica "eredita' umanistica" a
innegabili chiusure nei confronti delle scienze e del progresso
tecnologico... Cio' non toglie che sul piano del pensiero filosofico
l'Italia si apri' molto presto, e piu' di altri grandi paesi europei, a
Hegel, e proprio con Gentile... a cogliere l'importanza del nesso Hegel-Marx
e della 'filosofia della prassi'".
*
Non e' riduttivo vedere nel lavoro di Eugenio Garin, caratterizzato da un
prevalente interesse per la storiografia di alcuni grandi periodi della
filosofia occidentale, l'attuazione, potremmo dire secolarizzata e spogliata
delle sue implicazioni metafisiche, di questo programma "gentiliano". Che,
negli anni della ricostruzione italiana del dopoguerra, si colorava di
importanti connotazioni politiche, alle quali Garin rimase fedele per tutto
il resto della sua vita, anche con minore interesse per la filosofia
militante e per la politica in senso stretto.
Aveva avuto una parte importante nel grande convegno gramsciano del 1956 a
Firenze e nel dibattito che vi fece seguito (di cui da' conto in modo
analitico e documentatissimo Giovanni Fornero nel volume IV, 2 della Storia
della filosofia di Abbagnano, edizione Utet). Contro alle tendenze che,
anche nella cultura di sinistra, tendevano a cercare un rinnovamento della
filosofia italiana aprendosi soprattutto agli autori e alle scuole
anglosassoni (uno dei principali esponenti di questa tendenza era Giulio
Preti, suo collega a Firenze negli stessi anni), Garin - che pure non
osteggio' mai queste aperture - sottolineava piuttosto la necessita' di
ricollegarsi, del resto sulla linea di Gramsci, alla tradizione del pensiero
italiano, dall'umanesimo a Vico a De Sanctis, Labriola, Croce e allo stesso
Gentile. Non e' difficile vedere in questo proposito, oltre all'influenza di
Gramsci, anche il parallelo del programma togliattiano di realizzare la
trasformazione comunista in Italia come una prosecuzione e compimento del
Risorgimento. Con i suoi studi sul pensiero rinascimentale, in polemica
contro le troppe semplificazione immanentistiche e antireligiose che
vedevano il Rinascimento come il puro e semplice rovesciamento della
religiosita' medievale, Garin aveva gia' insegnato a vedere la continuita'
tra gli inizi del pensiero moderno, e della stessa scienza, e l'eredita' del
tardo Medio Evo.
*
Una continuita' che, da storico "filologo" quale fu sempre, egli riconosceva
al di fuori di ogni presupposto storicistico, come quelli che gravavano
sulle prospettive storiografiche delle scuole crociana e gentiliana, tutte
protese a cercare "cio' che e' vivo e cio' che e' morto" nei pensatori del
passato, o a documentare precorrimenti di posizioni attuali considerate
vere.
Anche sul piano della metodologia storiografica in filosofia, Garin fu,
insieme a Nicola Abbagnano e a pochi altri, un innovatore che segna anche
oggi questa disciplina nelle nostre universita'.
Ma, ancora una volta riprendendo in modo critico e originale la lezione di
Croce e di Gentile, il lavoro storiografico fu sempre, per lui, anche lavoro
"teorico". Ricostruire il pensiero del Rinascimento significava infatti
anche rinnovare l'idea di filosofia, che i grandi autori di quell'epoca
avevano esercitato come riflessione su concrete esperienze individuali e
sociali, per cui filosofare finiva per identificarsi con la costruzione di
una interpretazione coerente della propria esperienza nel concreto momento
storico, con riflessi decisivi sull'etica: ci sono qui, ancora una volta,
elementi significativi dell'eredita' di Croce (la filosofia come metodologia
della storia) e di Gentile (la filosofia come "prassi").
Si osservera' che forse Garin e' troppo pensatore "italiano" per lasciarci
una eredita' spendibile nella cosmopoli postmoderna. Ma in realta' molti
degli sviluppi recenti della cultura filosofica di derivazione anglosassone
stanno scoprendo proprio, magari attraverso la riconsiderazione di Hegel,
l'importanza di questi elementi. Noi ci eravamo gia' "aperti" ad essi, e
anche per merito precipuo di Eugenio Garin.

5. LETTURE. PAT CARRA: ORIZZONTI DI BORIA
Pat Carra, Orizzonti di boria, Quaderni di Via Dogana - Libreria delle
donne, Milano 1999, pp. 60, lire 10.000. Con una introduzione di Luisa
Muraro, una raccolta di vignette di Pat Carra che demistificano con grande
efficacia ermeneutica la guerra della Nato contro la Jugoslavia, i deliri e
gli inganni ideologici che pretendevano giustificare quel massacro, le
diffuse complicita' con gli assassini e i loro mandanti tuttora impuniti.
Per richieste: tel. 0270006265, fax: 0271093653, sito:
www.libreriadelledonne.it

6. LETTURE. VILMA COSTETTI (A CURA DI): COMUNICAZIONE & POTERE
Vilma Costetti (a cura di), Comunicazione & potere, Edizioni Esserci, Reggio
Emilia 2004, pp. 160, con allegata videocassetta di Marshall B. Rosenberg,
euro 16,50. Il volume e' tratto da un seminario interattivo condotto da
Marshall Rosenberg, del cui lavoro e delle cui proposte sulla comunicazione
nonviolenta l'autrice, nota e apprezzata formatrice alla nonviolenza, e' in
Italia la principale promotrice. Per richiedere l'opera, ma anche per
contatti con Vilma Costetti e col Centro Esserci di cui e' animatrice: tel.
0522943053, e-mail: info at centroesserci.it, sito: www.centroesserci.it

7. LETTURE: NICOLETTA CROCELLA: ATTRAVERSO IL SILENZIO
Nicoletta Crocella, Attraverso il silenzio, Edizioni Stelle Cadenti, Bassano
in Teverina (Vt) 2000, pp. 40, s.i.p. L'autrice racconta l'esperienza del
Laboratorio psicopedagogico delle differenze di Brescia, proponendo anche
molti preziosi documenti. Il volumetto e' arricchito da una densa prefazione
di Ileana Montini. E' una lettura appassionante che vivamente raccomandiamo.
Per richieste: Associazione Stelle Cadenti, tel. 0761407403, e-mail:
stellecadenti at stellecadenti.org, sito: www.stellecadenti.org

8. LETTURE: ANNAMARIA VITALE (A CURA DI): PER UNA STORIA ORIZZONTALE DELLA
GLOBALIZZAZIONE
Annamaria Vitale (a cura di), Per una storia orizzontale della
globalizzazione. Sette lezioni di Andre Gunder Frank, Rubbettino, Soveria
Mannelli 2004, pp. 162, euro 8,50. A cura dell'apprezzata docente di
sociologia dello sviluppo, autrice dell'ampia prefazione (pp. 5-26), i testi
delle lezioni tenute da Andre Gunder Frank all'Universita' della Calabria,
con un'intervista di Andrea Meloni al grande studioso, un nostro maestro da
sempre.

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione d
i organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, sudest at iol.it,
paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 809 del 14 gennaio 2005

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