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La nonviolenza e' in cammino. 810



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 810 del 15 gennaio 2005

Sommario di questo numero:
1. Enrico Peyretti: Liberi dall'uccidere
2. Maria G. Di Rienzo: La citta' dei diritti umani
3. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte quinta)
4. La "Carta" del Movimento Nonviolento
5. Per saperne di piu'

1. MEMORIA. ENRICO PEYRETTI: LIBERI DALL'UCCIDERE
[Ringraziamo di cuore Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per
questo dono grande e luminoso. Il testo che segue era stato dapprima scritto
come contributo per il libro Lotte nonviolente nella storia. Questo libro,
di vari autori, non e' mai uscito. Doveva contenere, sotto il titolo qui
sopra indicato, i risultati di un gruppo di lavoro e di ricerca che ha
operato, negli anni '90, nel Centro Studi "Sereno Regis" (per contatti: via
Garibaldi 13, 10122 Torino, tel. 011532824, e-mail: regis at arpnet.it). Il
testo e' stato successivamente rivisto dall'autore il 15 marzo 1998, poi il
30 gennaio 1999, poi il 19 marzo 1999, poi il 5 gennaio 2005. Enrico
Peyretti e' uno dei principali collaboratori di questo foglio, ed uno dei
maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di nonviolenza.
Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate
1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e'
pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino
1999; e' disponibile nella rete telematica la sua fondamentale ricerca
bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte
nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente edizione a stampa e' in
appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza, Plus,
Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha curato la traduzione italiana), e
una recentissima edizione aggiornata e' nei nn. 791-792 di questo
notiziario; vari suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org,
www.ilfoglio.org. Una piu' ampia bibliografia dei principali scritti di
Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15 novembre 2003 di questo notiziario]

Liberi dall'uccidere. Memorie di liberazione dalla mimesi omicida
Questo scritto e' un rifacimento e ampliamento della seconda parte ("Storie
di resistenza alla guerra", pp. 64-67) del mio intervento "Memorie di
liberazione dall'uccidere" (pp. 53-67) nel convegno romano "La Resistenza
nonarmata", del 24-25 novembre 1994, i cui atti sono pubblicati, con lo
stesso titolo, da Sinnos editore, Roma 1995.
*
I.
Nel capitolo "Quelli dell'ultima ora" di questo volume, vediamo uomini che
combattevano dalla parte ingiusta compiere, anche a prezzo della vita, atti
di riscatto umano dalla violenza. D'altra parte, ci fu anche chi,
combattendo dalla parte giusta, fu travolto dalla propria violenza
ingiustificabile (diro' piu' avanti come simili episodi non permettono di
infangare la Resistenza). Ma e' spesso possibile rintracciare, accanto a
questi comportamenti, atti umani che restituiscono speranza di
umanizzazione. E' quello che vorrei leggere in un episodio di guerra vissuto
personalmente.
Come altri della mia eta', io ho visto uccidere prima che morire di morte
naturale. L'unico episodio di sangue a cui mi trovai presente da bambino,
durante la guerra, cresce di significato nella mia memoria.
Erano tre nemici, soldati dell'esercito tedesco che aveva occupato anche il
nostro paese, aveva compiuto violenze sui civili e omicidi gratuiti, aveva
deportato cittadini inermi, fatto stragi di cui gia' si sapeva (Vinca,
Sant'Anna di Stazzema non erano lontane). Quei tre uomini avevano perso il
contatto coi loro reparti sconfitti e fuggitivi, erano ormai disarmati e
inoffensivi. Catturati, passavano ora sotto le nostre finestre, circondati
da uomini armati, col capo chino di chi sa che va a morire. Ero un bambino
di nove anni, ma capivo i loro sentimenti. Li vedo ancora, dopo
sessant'anni, con la morte sul capo, camminare i loro ultimi passi, verso la
piazza del paese e verso la morte. Sono tornato recentemente su quella
piazza e tutta la presenza di quel ricordo e' venuta per l'ennesima volta,
con la forza profonda di un giusto appello, che chiede di essere
ritrasmesso.
Avevamo tutti festeggiato il 25 aprile - quello originale, il primo - per le
strade, dove bandiere rosse e cavalli nel sole splendente eccitavano la
nostra fantasia di bambini. Ero passato per tutte le osterie del paese, dove
tanta gente mescolata brindava alla fine della lunga guerra. Ero piccolo,
vedevo i grandi dal basso in alto. Ricordo il contatto freddo col calcio
tutto metallico di un fucile chiamato "sten". Forse e' stata, grazie a Dio,
l'unica arma che ho toccato nella mia vita.
Era finita la guerra! La presenza di un ospedale militare tedesco aveva
protetto dalle bombe il paese in cui eravamo, Bagnone, in Lunigiana, paese
nativo di mia madre Luisa (1904-1990). C'erano state alcune scaramucce nei
dintorni, non grossi fatti di guerra. Gli anglo-americani non erano ancora
arrivati. In paese non c'era alcuna autorita' costituita. Sulla piazza, il
parroco don Aurelio Filippi, riusci' a far sospendere l'esecuzione dei tre
soldati tedeschi e fece appello al popolo presente, unica autorita',
chiedendo che alzasse la mano chi approvava la loro fucilazione.
Il rapporto della popolazione con gli occupanti tedeschi non era certo stato
tranquillo. L'ospedale aveva protetto il paese, si', e anche curato la
popolazione, ma c'erano pure stati rastrellamenti degli uomini: nel luglio
1944 furono presi tutti, dai 14 ai 60 anni, anche i medici e i preti.
C'erano stati episodi atroci: una madre era andata a richiedere il suo
ragazzo quattordicenne, i tedeschi avevano finto di accontentarla, avevano
accompagnato entrambi verso casa, poi, mandata avanti la madre, le avevano
ammazzato il ragazzo sulla strada. In alcuni casi avevano sparato a donne al
lavoro nei campi. Un giovane studente, di nome Botero, che veniva in casa
nostra a dare lezioni di matematica ad una mia cugina liceale, accusato di
contatti coi partigiani, era stato torturato dai tedeschi, sballottato in
motocarrozzetta da una frazione all'altra, infine fucilato davanti alla
gente nella frazione di Lusana.
In quei giorni, a guerra appena finita, molti uomini deportati erano ancora
in Germania, molti soldati erano dispersi in Russia, perduti nel gorgo della
guerra nazista, non si sapeva se erano ancora vivi. Aldino, l'autista del
paese, non sarebbe mai piu' tornato. Eppure nessuno, in piazza, dopo la
festa per la pace, eccetto (forse, secondo una testimonianza recente, di cui
allora non ebbi notizia) una sola voce isolata e nessun altro, si dichiaro'
per la morte, per approvare che si compisse ancora un triplice omicidio, a
guerra finita (1).
Credo proprio che, in quel popolo in piazza, nessuno conoscesse il concetto
di nonviolenza, ne' avesse letto Gandhi, che era gia' edito in italiano.
Probabilmente nemmeno il parroco. Molti avranno pensato al perdono
cristiano. Altri al fatto che la fine della guerra faceva finire l'orrenda
necessita' o spinta ad uccidere. Col passare del tempo, mi cresce nella
memoria, tra i personaggi del triste episodio, quella gente di paese, che,
in tutta semplicita', non alzando la mano, alza tutta se stessa al di sopra
della vendetta, del sangue per sangue. Amo registrare questo fatto, ad onore
del paese di mia madre e di tanti simili comportamenti dimenticati.
Il capo impreco', definendo "pecoroni" i bagnonesi e ordino' il fuoco. Una
donna della banda diede ai tre il colpo di grazia. Da casa nostra, a breve
distanza, sentimmo le raffiche. In questa casa, qualche mese prima, i miei
avevano aiutato un bersagliere repubblichino (milanese, di nome Vismara) a
disertare e passare ai partigiani. Le donne in casa piangevano. Noi bambini,
ammutoliti, mettevamo in cuore queste cose, senza ancora sapere che le
avremmo ricordate per sempre.
*
Vidi tornare i tre uccisi, dopo pochi minuti, ammucchiati come sacchi su un
carretto tirato da un asino, rossi di sangue, che colava ancora sulle lastre
di pietra della strada centrale del paese. Li ho sempre davanti agli occhi.
Ho impresso nel ricordo il contrasto impensabile tra quell'asino in cammino,
vivo, la poca gente attorno, e quei tre poveri uccisi. Venivano portati nel
cimitero di guerra tedesco, sotto i castagni, accanto a quello civile, a
monte del paese. Ho una fotografia di quel cimitero, grigio come le divise
tedesche, scattata nel 1953, prima che tutte le salme, una dopo l'altra,
fossero riportate in Germania. Dopo oltre cinquant'anni ho saputo, tramite
amici tedeschi che si sono informati presso le apposite organizzazioni
statali, che i tre uccisi di quel giorno sono ora sepolti, senza nome, nel
cimitero militare tedesco di Costermano, presso il lago di Garda. Avrei
voluto, se fosse stato possibile, comunicare alle loro famiglie i miei
sentimenti di bambino per i loro morti. Un giorno vorro' visitare la loro
tomba.
Mi pare di vederli ora, su quel carretto, i tre uccisi. In essi vedo tutta
l'infinita moltitudine degli uccisi di tutte le guerre. Continuano a
sanguinare su tutta la terra. Su tutte le strade del mondo c'e' un asino
paziente, piu' buono degli uomini, che accompagna al riposo nella terra i
poveri uccisi, piangenti lacrime esauste di sangue. E c'e' anche,
dappertutto, un popolo che non condanna a morte neppure i nemici, ma che non
sa come fermare la catena della violenza.
Quei tre nemici uccisi, di cui non ho mai saputo il nome, sono i miei primi
maestri della necessita' della pace.
C'era un quarto militare tedesco, che assistette alla fucilazione dei tre
dal palazzo del Municipio, dove era trattenuto, col terrore di venire poi
ucciso anche lui. L'ho conosciuto esattamente cinquant'anni dopo, nel marzo
1995, stringendo poi con lui una calda amicizia: e' il signor Josef
Schiffer, oggi novantenne, di cui ho scritto piu' volte (per esempio, Piu'
uomo che soldato, in "Rocca", 15 aprile 1995). Non conosceva i tre fucilati,
che erano di un altro reparto, dislocato altrove. Fu salvato dalle
testimonianze spontanee di molti che sapevano in quanti modi, a suo rischio,
aveva protetto la popolazione civile, gia' durante l'occupazione.
Ne' allora, ne' da testimonianze successive, mi e' mai risultato che i tre
tedeschi uccisi fossero personalmente accusati di crimini. Furono uccisi in
quanto nemici, per vendetta impersonale, oggettiva. Ma se anche fossero
stati molto colpevoli, era ormai l'ora di smettere. Furono uccisi, quando la
furia doveva finire. Anche se fossero stati Caino, che Dio protegge anche
piu' di Abele (cfr. Genesi 4, 15), il loro sangue sparso a terra grida,
grida, da quella piazza e da quella via di paese lastricata di antiche
pietre, e da ogni angolo della terra.
La guerra e' questo, per me. Ho conosciuto anche la paura del bombardamento,
ma per me la guerra e' soprattutto quella fucilazione, l'animo che la
produsse. Nessuna causa al mondo puo' giustificare queste cose.
So bene che la guerra partigiana aveva grandi ragioni, e se racconto questo
episodio non e' certo per disconoscerle ne' per fare uguali tutte le parti e
tutte le violenze, come oggi qualcuno fa insensatamente. Sappiamo che allora
non c'era una cultura della nonviolenza, anche se molta parte della
Resistenza fu condotta nello spirito e coi mezzi della nonviolenza. So bene
che, se mai ci fu una guerra giustificabile, questa e' stata la resistenza
al nazifascismo. So anche, pero', che la causa piu' giusta, difesa con la
violenza omicida, ne viene facilmente snaturata e rischia di diventare
irriconoscibile e irraggiungibile. Proprio una guerra "giusta" dimostra
l'ingiustificabilita' della guerra: l'arma trascina l'uomo alla brutalita'
gratuita, rende ingiusto e piu' difficile il cammino verso lo scopo giusto.
Giuliano Pontara ha esaminato nel dettaglio il processo corruttore degli
uomini e anche dei loro scopi giusti che la violenza opera quasi fatalmente
(cfr. Se il fine giustifichi i mezzi, Il Mulino, Bologna 1974). I sapienti
ce lo dicono. Pascal: "E' necessario uccidere per impedire che ci siano
malvagi? Ma cio' e' farne due invece di uno" (Pensieri, edizione
Brunschvigc, n. 911). Kant: "La guerra e' un male perche' fa piu' malvagi di
quanti ne toglie di mezzo" (Per la pace perpetua, 1795). Primo Mazzolari
scriveva gia' nel 1952: "Se facessimo la resistenza come l'abbiamo fatta
ieri con l'animo di oggi, saremmo in peccato" (Tu non uccidere, La Locusta,
Vicenza, varie edizioni dal 1955, p. 86 dell'edizione 1965, p. 81
dell'edizione San Paolo 2002). Giovanni XXIII: "E' fuor di ragione pensare
che la guerra possa essere strumento di giustizia" (Pacem in terris, 1963).
Quella gente in piazza entrava in questi pensieri, anche senza saperli dire.
Era la liberazione. C'era chi intendeva che la liberazione dai tedeschi
consistesse nell'ucciderli, nel vendicarsi, anche ora su quei tre, ridotti
inoffensivi. Ma c'era chi intuiva che ci si poteva liberare dall'uccidere.
Lo intuiva debolmente, senza la consapevolezza e la preparazione sufficienti
a sostenere questa ragione e renderla efficace nei fatti. In Italia in quel
momento Aldo Capitini, da solo, diceva questa idea di liberazione.
*
Torno a guardare i protagonisti di quel fatto emblematico. I tre uccisi; la
gente del paese, che fu per i fucilati l'ultima scena di questo mondo,
nell'atto umano di non condannarli, di guardarli con pieta' sia pure
impotente, atto che forse richiamo' nei condannati tutta l'umanita'
dimenticata e fu forse redenzione dai loro eventuali delitti; gli uomini e
la donna che spararono, armati per una causa giusta e resi ingiusti dal
contagio del potere mortale delle armi, che non sentirono ne' leggi di
limite alla guerra ne' pieta' del nemico disarmato, e forse sono invecchiati
pensando come me a quel giorno di aprile, o forse l'hanno dimenticato tra le
altre durezze della guerra. Ecco i protagonisti di quel fatto emblematico,
simile a mille e mille altri, ma unico per chi vi muore e per chi ne e'
toccato. Vorrei che tutte queste persone passassero un poco nella
testimonianza di questa pagina, come vivono nella mia coscienza, a ripetere
non un messaggio morale o ideologico, ma la parola che, prima, sopra e
contro tutte le teorizzazioni, da ogni volto umano, dice con la semplice
forza della presenza: tu non uccidere, non uccidere piu', non uccidere mai.
Tu, anche tu solo, non uccidere. Chi accoglie questa parola e la vive, entra
in una liberta', conduce il mondo verso la liberta' dalla morte. La vita
senza morte comincia dalla vita senza uccidere.
*
II.
Ho un altro ricordo successivo: due racconti dalla campagna dell'Armir in
Russia, ascoltati negli anni '60, il primo di un anarchico carrarese (di cui
conservo un grande dono, le Ultime lettere da Stalingrado), il secondo di un
prete, un monsignore di qualche notorieta', che era stato cappellano
militare. I due non si sono mai conosciuti. Raccontavano due episodi di
guerra identici. Entrambi, nella ritirata, si erano trovati di fronte ad un
partigiano russo armato: se non sparavano venivano uccisi. Entrambi
spararono ed uccisero.
L'anarchico mi confido' il fatto con grande vergogna, mi disse che non aveva
mai osato confessarlo a sua moglie (che pure non trattava con molta
delicatezza) e che di notte quel rimorso lo svegliava: vedeva davanti a se'
gli occhi dell'uomo da lui ucciso. Il monsignore mi racconto' un fatto
identico per dire che in guerra e' cosi', non puo' essere diverso, e per
ridimensionare le mie giovanili idee pacifiste: "Io ho ucciso. In quella
situazione o si muore o si uccide. Cosa ci vuoi fare?". Grazie a Dio, in
quelle idee pacifiste sono cresciuto e invecchiato. Non so cosa farei in un
caso simile, che Dio me lo eviti. Ma spero che almeno sentirei il tormento
inconsolabile di quell'anarchico, per poter essere perdonato.
Il prete si sentiva giustificato dalla morale: in quella situazione, la
legittima difesa mi autorizza ad uccidere. E' brutto, ma non ne ho colpa.
Cosi', il monsignore era tranquillo. L'anarchico invece continuava, dopo
molti anni, ad essere tormentato dal rimorso e nascondeva anche alla moglie
quel pesante segreto. Il primo era tutelato dalla morale, posta di mezzo tra
lui e la realta' dell'uomo ucciso; compiangeva la propria vittima, ma era a
posto con la legge; la sua coscienza non "sentiva" piu' quel fatto. Il
secondo, uomo senza Dio ne' morale, era nudo, scoperto di fronte alla
propria azione, di fronte al morto ucciso da lui, che tornava nel sonno ad
interrogarlo; tra lui e l'altro uomo, cui l'aveva opposto in uno scontro
mortale l'istinto di sopravvivenza, non c'era alcun riparo.
Una cosa straordinaria era avvenuta, lo capisco adesso: la guerra, che
oppone mortalmente uomini che non hanno motivo di odiarsi, che percio' e'
opera sommamente dia-bolica (dia-bolos, diavolo, e' colui che divide
calunniando), aveva opposto in una orrenda gara ad uccidersi quattro uomini
(ed infiniti altri alle spalle di quelle due scene arrivate a me); due
furono uccisi, due uccisori; di questi due, uno aveva trovato il modo per
non essere piu' turbato dal volto giudicante del suo morto, mettendo tra se'
e lui, tra il proprio cuore e i suoi occhi, un argomento, una regola, uno
schermo; l'altro uccisore non aveva a disposizione nessuna di queste belle e
sottili armi della mente e dello spirito, e percio' continuava ad incontrare
il suo morto. Nel primo la guerra diabolica, che divide gli uomini,
continuava la sua opera. Nel secondo la guerra, dopo averlo usato, aveva
perso il potere su di lui, perche' i suoi strumenti di divisione erano
caduti, vinti da cio' che un volto sa dire ad un volto, spezzati dal raggio
unico che unisce due sguardi umani, anche se si incontrano una sola volta
nell'istante estremo di uno che uccide per paura e dell'altro che non riesce
ad uccidere e muore nella stessa paura. Nel tormento notturno del mio amico
anarchico, affratellato per sempre al suo povero nemico, vedo i dolori del
parto che genera la liberazione dalla guerra, le slogature lasciate dalle
convulsioni del demonio bellico che una forza buona ha cacciato via da un
cuore umano.
*
Mi verrebbe, a questo punto, una domanda come quella che conclude una
parabola evangelica: "Dei due, chi pensate che sia giustificato?". In quale
di quei due sopravvissuti il diavolo della guerra e' stato vinto e legato?
In quale dei due e' ancora in agguato pronto a ripetere l'omicidio
giustificabile? Il confronto tra i due e' analogo a quello tra il fariseo e
il pubblicano nel capitolo 18 del vangelo di Luca. Chi e' "persuaso di
essere giusto" non e' giustificato, mentre lo e' chi si sente peccatore. Il
monsignore crede di avere staccato la morte dalla sua mano, ma,
giustificando quell'atto mortale, non rinnegandolo, se la tiene attaccata.
L'anarchico sente e soffre quell'atto di morte, ma non lo accetta, e
giudicando se stesso, ne e' libero. E' lui che la compassione per il suo
ucciso rende libero dall'uccidere. Il primo, all'occasione, potrebbe anche
uccidere di nuovo. Il secondo e' preparato a resistere al potere della
guerra.
Devo aggiungere un particolare. Diversi anni dopo il racconto che ho
riferito, quel monsignore malato e vicino a morire mi scrisse chiedendomi di
vederci e parlarci. Non seppi trovare il modo e il momento, e ne ho rimorso.
Voglio immaginare, senza alcun indizio reale, che volesse scusarsi per lo
scandalo dato ad un giovane che condannava la guerra. Vorrei
tranquillizzarlo: le vicende umane si completano una con l'altra.
L'anarchico ha ben rimediato allo scandalo del monsignore.
Del resto, i miei due personaggi, come i due partigiani russi loro vittime,
sono, tutti insieme, vittime di chi architetta le guerre, vero demonio umano
che condanna gli uni a morire, gli altri ad uccidere, uno a giustificare
questo uccidere, uno a patirne la pena in cuore per tutta la vita. Se
qualcosa puo' insegnare questa storia vera, e' che alla guerra si deve
disobbedire per tempo, ripudiarla dal principio, prima che ti afferri nella
sua trappola mortale, che ti condanni come un gladiatore ad un gioco di
schiavi, tutti perdenti, per il piacere e il potere di qualche padrone.
La testimonianza del mio vecchio amico anarchico mi dice che in ogni uomo
c'e' un cuore sensibile all'altro uomo e a tutto cio' che vale. Certamente,
il costume e la cultura dominanti migliorano o peggiorano, con la loro
pressione, quella sensibilita', e di cio' dobbiamo molto curarci.
Certamente, la ricerca morale umana ha bisogno anche di formularsi in
principi di valore e in regole di esperienza, senza cessare di essere
ricerca. Ma non sono i moralisti che danno il cuore, ne' gli immoralisti che
lo tolgono. E' il volto dell'altro, l'alto abisso del suo sguardo, il tu
incontrato apertamente, che sveglia e chiama il cuore. Se non si pone alcuno
schermo tra noi e l'altro, questo appello puo' liberare le persone dalla
violenza e la storia dalla guerra.
Puo'. Quanto tardera' a farlo? Ma - gente di poca fede che noi siamo! - non
ci sta gia' liberando? Non ho forse qui raccontato di segni ed annunci che,
in mezzo alla zizzania delle contraddizioni, sono cresciuti nei pochi anni
di una memoria attenta?
*
Nota
1. Dopo la stesura di questi vivi ricordi, avvalorati da quelli di una
testimone piu' diretta di me, allora giovane ragazza presente nella piazza
stessa, la signora Anna Agnetti Belforti, che ricorda con precisione (e mi
riferisce intorno al 1990) le parole del parroco e la risposta della gente,
vedo un vecchio articolo In memoria di don Aurelio Filippi, su "Il Corriere
Apuano" (settimanale della diocesi di Pontremoli, in cui rientra Bagnone)
del 23 marzo 1974. Tra i meriti di don Filippi e' ricordato l'episodio di
cui parlo, ma con particolari che mi hanno sorpreso. L'articolo parla di
"folla inferocita" e calca molto le tinte, probabilmente per esaltare un po'
retoricamente l'azione del parroco. Ho sentito di nuovo la testimone
suddetta ed ho appurato: non e' esatto e non corrisponde al vero il
particolare della "folla inferocita"; la gente era non inferocita ma
spaventata e disapprovava l'azione; e' esatto e corrisponde al vero che
quella del parroco fu l'"unica voce" levatasi, ma ebbe subito l'appoggio
manifesto della popolazione presente; nessuno dei civili infieri' sui corpi
degli uccisi. Secondo il mio ricordo di allora, si diceva che una donna
partigiana diede il colpo di grazia ai condannati.
Versioni simili a quella citata e similmente romanzate appaiono alle pp. 26,
28, 43 dell'opuscolo Josef Schiffer, il Tedesco Buono, l'uomo che salvo'
Pallerone, pubblicato dall'Amministrazione Comunale di Aulla, a cura di
Giulivo Ricci, Tipografia Artigianelli, Pontremoli 1999. Tali versioni
citano in modo assai impreciso ricordi miei, che qui esprimo nel modo piu'
accurato che mi sia possibile. Su Josef Schiffer si veda il capitolo a lui
dedicato in questo stesso libro. L'opuscolo citato di Giulivo Ricci e' stato
tradotto in tedesco a Duesseldorf.

2. ESPERIENZE. MARIA G. DI RIENZO: LA CITTA' DEI DIRITTI UMANI
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo intervento. Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici
di questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista,
giornalista, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto
rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento
di Storia Economica dell'Universita' di Sidney (Australia); e' impegnata nel
movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta'
e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza; e' coautrice
dell'importante libro: Monica Lanfranco, Maria G. Di Rienzo (a cura di),
Donne disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003]

Thies, in Senegal, con una popolazione 250.000 persone, grazie a un
programma facilitato da "Tostan" e "The People's Movement for Human Rights
Education", e' divenuta "la citta' dei diritti umani".
All'inizio, negli anni '80, Tostan era un programma per l'istruzione di base
nei linguaggi locali, che usava la tradizione orale africana servendosi di
canzoni, poesie, teatro e musica. Nel 1994 furono aggiunti moduli basati
sulla cornice dei diritti umani: il successo che essi incontrarono fini' per
trasformare Thies ne "la citta' dei diritti umani". Il processo era
cominciato nel 1998, quando dieci villaggi si dichiararono "villaggi dei
diritti umani": anni di intervento basati sulla filosofia ed i principi del
diritto umano, in questi villaggi, hanno condotto alla trasformazione dei
conflitti fra le persone, all'abbandono della pratica delle mutilazioni
genitali femminili ed alla ormai famosa "Dichiarazione di Malicounda" (una
dichiarazione che appunto spiega perche' e come fermare le mutilazioni
genitali femminili). Dal 1998, piu' di 280 villaggi hanno aderito alla
dichiarazione.
Uno dei primi effetti del diventare "villaggi dei diritti umani" e' stata la
presa di posizione delle donne riguardo alla terra: "La terra e' un diritto
umano", hanno proclamato, ed hanno ottenuto appezzamenti in cui coltivare
cio' che desiderano.
*
La prima fase dello sviluppo di Thies in "citta' dei diritti umani" inizio'
nel 1999, e coinvolse 11 dei 56 quartieri della citta'.
Ognuno dei quartieri seleziono' un facilitatore/facilitatrice che avrebbe
partecipato al programma seminariale su diritti umani e organizzazione della
comunita'.
L'effetto immediato fu che numerose azioni furono intraprese, in ogni
quartiere, per venire incontro ai bisogni dei suoi membri.
Alcune di esse meritano particolarmente di essere ricordate:
1) i bambini e ragazzi fra i 9 e i 18 anni, dopo aver appreso che
l'istruzione e' un diritto umano, e constatato che moltissimi loro amici ed
amiche non andavano a scuola perche' la loro nascita non era stata
registrata, hanno creato piccole squadre che sono andate casa per casa,
hanno raccolto le informazioni necessarie e registrato 2.745 bambini e
bambine; dopo di che, i giovani attivisti si sono recati dal sindaco della
citta' affinche' venissero predisposte piu' aule scolastiche per i nuovi
alunni;
2) membri dei vicinati, agendo sulla convinzione che il lavoro e' un diritto
umano, hanno identificato l'estrema poverta' delle vedove come un problema
che andava risolto, hanno raccolto fondi per acquistare macchine per cucire
e macine per il miglio che sono state consegnate a queste donne, oltre ad
aver offerto loro training e piccoli prestiti affinche' avviassero
un'attivita' economica. Quattro centri di formazione professionale furono
aperti per le centinaia di donne giovani che non erano mai andate a scuola:
ogni centro ha un piccolo negozio dove sono in vendita gli abiti, gli
oggetti e il cibo preparati dalle giovani;
3) donne ed uomini in numerosi quartieri, in nome del diritto umano alla
salute, hanno cominciato a ripulire dai rifiuti le discariche abusive, fatto
informazione al proposito in citta', e chiesto all'ufficio del sindaco la
predisposizione di un piano rifiuti.
*
Il programma sui diritti umani include ora altri 26 quartieri, per un totale
di 37. Due terzi della seconda piu' grande citta' del Senegal sta in questo
momento impegnandosi per trasformare la vita di donne, uomini e piccoli. I
facilitatori/le facilitatrici convocano periodicamente i vicinati per
discutere ed identificare le violazioni dei diritti umani nelle rispettive
comunita'. Questo ha condotto gruppi di uomini e donne ad interrogarsi ed
intervenire sulle istanze di successione e sulla violenza contro le donne.
In ogni quartiere cittadino coinvolto, si e' chiesto ai partecipanti agli
incontri di sviluppare una visione collettiva per la comunita', e di
identificare il ruolo dell'istruzione ai diritti umani come strumento per
realizzare tale visione. I quartieri hanno discusso della responsabilita'
personale, del bisogno di rispetto per la dignita' umana, della necessita'
di uno sviluppo sostenibile che vada a beneficio di tutti; hanno appreso
tecniche di dialogo e mediazione. I leader religiosi locali, compresi
sacerdoti e imam, partecipano attivamente agli incontri ed hanno dichiarato
i diritti umani del tutto coerenti con le loro religioni.
Il 9 dicembre scorso i 26 quartieri hanno festeggiato, con una
partecipazione di oltre mille persone, il cinquantaduesimo anniversario
della Dichiarazione universale dei diritti umani.

3. MEMORIA. BRUNO SEGRE: PER NON DIMENTICARE LA SHOAH (PARTE QUINTA)
[Ringraziamo di cuore Bruno Segre (per contatti: bsegre at yahoo.it) per averci
permesso di riprodurre sul nostro foglio ampi stralci dal suo utilissimo
libro Shoah, Il Saggiatore, Milano 2003, la cui lettura vivamente
raccomandiamo. Riportando alcuni passi di esso abbiamo omesso tutte le note,
ricchissime di informazioni e preziose di riflessioni, per le quali
ovviamente rinviamo chi legge al testo integrale edito a stampa. Bruno
Segre, storico e saggista, e' nato a Lucerna nel 1930, si e' occupato di
sociologia della cooperazione e di educazione degli adulti nell'ambito del
Movimento Comunita' fondato da Adriano Olivetti; ha fatto parte del
Consiglio del "Centro di documentazione ebraica contemporanea" di Milano;
dal 1991 presiede l'Associazione italiana "Amici di Neve' Shalom / Wahat
al-Salam"; dirige la prestigiosa rivista di vita e cultura ebraica "Keshet"
(e-mail: segreteria at keshet.it, sito: www.keshet.it). Tra le opere di Bruno
Segre: Gli Ebrei in Italia, Giuntina, Firenze 2001; Shoah, Il Saggiatore,
Milano 1998, 2003]

La trappola mortale
Cresciuta in misura significativa nell'atmosfera di panico seguita alla
"Notte dei cristalli", l'emigrazione degli ebrei tedeschi costituisce,
almeno per il momento, l'obiettivo dichiarato dei nazisti, e per gestirla
viene creato nel gennaio 1939 un ufficio centrale ad hoc.
Lo scoppio della guerra (primo settembre 1939) non sembra modificare
quest'obiettivo, ma modifica radicalmente le possibilita' della sua
realizzazione. La conquista fulminea, a opera della Wehrmacht, della maggior
parte della Polonia (le regioni  rimanenti del territorio polacco, in virtu'
del patto Ribbentrop-Molotov, 23 agosto 1939, passano sotto il controllo
dell'esercito sovietico le cui truppe si attestano lungo il corso del fiume
Bug, che diventa cosi' la provvisoria linea di frontiera tra le due zone
d'occupazione) conferisce alla "questione ebraica" connotazioni e
proporzioni assolutamente inedite. L'emigrazione forzata degli ebrei
comincia a presentarsi come un'opzione problematica, mentre diventano
difficilmente praticabili, per esempio, i piani di quei gerarchi nazisti che
pensano di "vendere" gli ebrei tedeschi in cambio di valuta estera.
Dopo avere accarezzato l'idea di rendere il territorio germanico "Judenrein"
("immune da ebrei"), i nazisti si trovano ora a fare i conti con circa due
dei tre milioni e mezzo di ebrei complessivamente stanziati, prima della
guerra, in Polonia (dove costituivano attorno al 10 per cento dell'intera
popolazione). D'altro canto, non essendovi piu' a questo punto seri motivi
per preoccuparsi delle reazioni straniere, il trattamento che i nazisti
riservano agli ebrei polacchi raggiunge livelli di barbarie molto superiori
a tutto cio' che si e' visto sin qui in Germania o in Austria.
Gli ebrei polacchi hanno infatti il torto d'essere "ebrei orientali": donne
e uomini spogliati della dignita' di esseri umani, fatti oggetto di un
disprezzo speciale in quanto ritenuti la piu' bassa forma d'esistenza
all'interno di un paese nemico vinto, gia' di per se' disprezzato.
In Polonia, inoltre, al pari che nelle altre regioni dell'Europa
centro-orientale, gli ebrei vivono concentrati in vaste comunita',
facilmente identificabili per la lingua (lo yiddish), le abitudini, la
foggia del vestire. In piu', la professione religiosa costituisce un dato
dello stato civile.
Rispetto all'Europa occidentale, percio', la persecuzione dei nazisti,
favorita anche dal radicato sentimento antiebraico di ampi strati delle
popolazioni locali, non richiede ne' un lavoro particolarmente gravoso di
censimento delle vittime designate, ne' lunghe operazioni di "cosmesi" volte
ad "anestetizzare" la sensibilita' generale. Con la capitolazione di
Varsavia (27 settembre 1939) i tedeschi riguadagnano la loro frontiera
orientale anteriore al 1914 annettendosi, nel quadro del Reich della Grande
Germania, la Prussia occidentale, Posen, Lodz e parti della Galizia
occidentale: territori che ora i nazisti chiamano Warthegau, e dai quali
intendono espellere entro una precisa scadenza tutta la popolazione non
tedesca, ossia piu' di otto milioni di persone. Quel che resta del
territorio polacco occupato dai tedeschi viene chiamato "Governatorato
generale", con Cracovia come capitale, e affidato all'amministrazione di
Hans Frank (che finira' giustiziato a Norimberga il 16 novembre 1946).
Le zone di confine della Prussia occidentale, il Warthegau e la Slesia
nordorientale devono ospitare una popolazione tedesca pura, e cio'
attraverso l'espulsione di tutti i polacchi, gli ebrei e gli zingari, e
attraverso il reinsediamento di gruppi etnici tedeschi, o Volksdeutsche,
dall'Europa orientale. I polacchi devono essere deportati piu' a oriente, in
quello che diventa il "Governatorato generale", e privati delle loro
potenziali elite politiche per mezzo di esecuzioni sistematiche. Quanto agli
ebrei, essi devono essere deportati nelle aree piu' lontane dell'impero
germanico, nella regione di Lublino, tra i fiumi Bug e Vistola,
predisponendo per alcuni di loro l'espulsione oltre la linea di confine con
l'Unione Sovietica. Il piano nazista prevede dunque - in progressione da
occidente a oriente - tre fasce di popolazione: tedesca, polacca, ebraica.
*
Sin dall'inizio delle operazioni belliche, l'obiettivo dei nazisti e'
l'annullamento dell'identita' politica e culturale dei polacchi, ossia la
progressiva "germanizzazione" anche dei territori nei quali per il momento i
polacchi andranno concentrati. Questi sudditi "alieni" vengono trattati alla
stregua di "Untermensche"n ("sottouomini"), che e' lecito spostare o
eliminare senza remore. Gia' vari mesi prima di scatenare la guerra, Hitler
indica senza mezzi termini gli scopi che intende perseguire: annessione e
germanizzazione di almeno una parte della Polonia, distruzione della nazione
polacca. Nei deliranti disegni del dittatore, i polacchi devono fornire al
Reich le braccia di cui esso ha bisogno, e quindi sono votati al destino di
manodopera non qualificata, in grado appena di leggere e scrivere. Vanno
pertanto privati di una coscienza nazionale che, nella visione hitleriana,
trova sostanza soprattutto nell'influenza delle classi dirigenti.
Diversamente dalla modalita' che adotteranno in altri paesi occupati, i
tedeschi non insediano qui un governo-fantoccio, ma procedono alla
liquidazione brutale di una parte della classe dirigente locale, assumendo
direttamente le redini dell'amministrazione civile. Cosi', ancora prima
della conclusione della campagna di conquista, Hitler inizia a realizzare
nel paese invaso l'apparato esteriore del suo progetto razzista. La missione
viene affidata a Heinrich Himmler, il quale crea nel settembre 1939 l'Rsha
(Reichssicherheitshauptamt, Ufficio centrale del Servizio di sicurezza del
Reich), riunendo sotto la direzione di Reinhard Heydrich (1904-1942) la
Sicherheitspolizei (Polizia di sicurezza), organo dello Stato da cui dipende
la Gestapo, e l'SD (Sicherheitsdienst, Servizio di sicurezza), organo del
partito. Heydrich (lo stesso gerarca che, in veste di "protettore del Reich"
in Boemia e Moravia, cadra' in un agguato dei partigiani boemi a Lidice, il
29 maggio 1942), mette in piedi delle Einsatzgruppen, come ha gia' fatto in
occasione dell'invasione dell'Austria, dei Sudeti e poi delle rimanenti
regioni della Cecoslovacchia. Avanzando al seguito della Wehrmacht, tali
gruppi hanno il compito di catturare le personalita' ostili al Reich e, in
generale, di eliminare fisicamente i nemici ideologici del nazismo.
Muniti di elenchi preparati in precedenza, gli uomini di Heydrich arrestano
e fucilano a migliaia le persone appartenenti alle elite polacche. E sui
circa 16.000 civili polacchi giustiziati nelle sei settimane che seguono
l'attacco tedesco, si stima che almeno 5.000 siano ebrei. Un decreto
amministrativo del 21 settembre 1939, in cui Heydrich fissa le linee
generali della persecuzione antiebraica in Polonia, distingue tra un Endziel
("obiettivo finale") di lungo periodo, non ulteriormente specificato e da
tenersi rigorosamente segreto, e "misure preliminari" di breve periodo. Lo
scopo di tali misure di pronta applicazione e' quello di concentrare gli
ebrei il piu' rapidamente possibile nei centri urbani maggiori, attorno ai
nodi ferroviari, onde poterli agevolmente controllare nell'immediato e
poterli in seguito deportare in vagoni-merce, come le stesse istruzioni di
Heydrich ai capi delle Einsatzgruppen precisano.
Il 23 novembre 1939, in tutto il "Governatorato generale" gli ebrei sono
obbligati a portare il contrassegno distintivo: un bracciale alto 10
centimetri su cui e' montata una stella gialla a sei punte. Si tratta di una
sorta di marchiatura, della quale molte testimonianze parlano (soprattutto
in Germania, ove il distintivo verra' imposto soltanto nel 1941) come del
provvedimento piu' infamante e degradante, per quanto ancora fisicamente
indolore.
La politica di concentramento provvisorio degli ebrei in vista di
un'ulteriore deportazione (forse verso qualche regione-riserva posta ai
margini del costituendo Grande Reich, o addirittura nel Madagascar, come
ipotizzano dalla primavera del 1940 diversi gerarchi del regime) conduce
alla creazione di ghetti, il primo dei quali viene istituito a Piotrkow il
28 ottobre 1939. Gli ebrei che vivono nella citta' sono costretti ad
abbandonare le loro case e a trasferirsi nell'area assegnata, che risulta
subito tragicamente sovraffollata; da parte dei tedeschi, ci si preoccupa di
mantenere i rifornimenti di cibo e medicinali al livello minimo. Un'identica
sorte tocca  agli oltre 200.000 ebrei che abitano a  Lodz, la citta' piu'
industriale della Polonia, dove il ghetto viene istituito l'8 febbraio 1940.
Piu' o meno nello stesso periodo, tutti gli ebrei presenti nel
"Governatorato generale" (compresi quelli trasferiti in territorio polacco
dalla Germania, dalla Cecoslovacchia, dall'Austria) sono assoggettati al
lavoro obbligatorio. I due momenti congiunti, della ghettizzazione e del
lavoro coatto, prefigurano parte della dinamica che contrassegnera' piu'
tardi la "soluzione finale".
*
Nel settembre 1940 il quartiere ebraico di Varsavia, che di li' a poco sara'
trasformato in ghetto, e' posto in quarantena. Ubicato a nord della citta',
nella zona industriale, esso copre un'estensione di circa quattro chilometri
quadrati, pari al 2,4% della superficie urbana complessiva. Vi si trovano
240.000 ebrei e 80-90.000 polacchi cristiani.
A questi ultimi, il 16 ottobre viene intimato di sloggiare entro due
settimane per fare posto ad altri ebrei, costretti ad abbandonare, sotto
pena di morte, le loro abitazioni dislocate in zone diverse della citta' e
della provincia. Il filo spinato e lo steccato che, sin dai primi mesi
dell'occupazione tedesca, delimitano il quartiere vengono progressivamente
sostituiti dalla piu' solida costruzione di un muro; e con il 15 novembre
1940 entro quel perimetro viene ufficialmente istituito il ghetto, in cui
finisce concentrata e rinchiusa tutta la popolazione ebraica del territorio
varsaviano composta per lo piu' di piccoli artigiani, venditori ambulanti,
commercianti, operai e professionisti con le loro famiglie. Nel ghetto si
trovano in tal modo insediate poco meno di 400.000 persone che nel maggio
1941, con i nuovi arrivi, diventeranno oltre 430.000, di cui 50.000 bambini.
All'esterno del recinto il controllo e' esercitato dal comando militare
tedesco, mentre all'interno viene imposta un'"autogestione" ebraica affidata
a uno Judenrat di 24 membri e a un corpo di circa duemila poliziotti ebrei
dotati di soli randelli.
Come altri Consigli ebraici istituiti dai nazisti per amministrare ghetti e
comunita', lo Judenrat di Varsavia persegue a lungo l'illusorio obiettivo di
rendere meno brutale la realta' della progressiva liquidazione. In pratica,
esso funziona soltanto da strumento passivo d'esecuzione delle direttive
tedesche.
Se altri ghetti della Polonia sono dichiarati "aperti", nel senso che da
essi ci si puo' allontanare quotidianamente per ragioni di lavoro con
regolari lasciapassare, il ghetto di Varsavia e' "chiuso", cioe' non offre
alcuna possibilita' di uscire. Gli ebrei che vi sono ammassati, percio',
sono condannati a un assoluto distacco dal mondo esterno, senza alcuna
possibilita' di partecipare alla vita economica della citta' e del paese. In
queste condizioni la maggioranza degli abitanti, gia' costretta a
confrontarsi con tassi di sovraffollamento inverosimili (in alcune fasi,
10-12 persone per locale), cade ben presto sfinita dalla fame e dagli
stenti. Tra il gennaio e il giugno 1941, oltre 13.000 persone soccombono per
fame. La vita in comunita' di coabitazione promiscua, l'insufficiente
alimentazione, la sporcizia e il freddo fanno rapidamente registrare i primi
casi mortali di tifo. Nell'aprile 1941 i decessi superano di sette volte
quelli del novembre 1940. Gli abitanti cominciano ad abituarsi passivamente
alla morte: "Quasi ogni giorno per le strade c'e' gente che sviene o
stramazza morta" annota nei suoi appunti Emmanuel Ringelblum (1900-1944),
l'impavido organizzatore degli "archivi" del ghetto di Varsavia. "La cosa
non fa piu' tanto effetto. Le strade sono sempre piu' affollate di nuovi
profughi. I carri e i camion carichi di materassi degli ebrei poveri
costituiscono una scena impressionante". Il 5 luglio 1942 cosi' riassume la
situazione il giornale clandestino "Sturme": "Siamo stati rinchiusi fra le
mura soffocanti dei ghetti, spesso non sappiamo che cosa accade ai nostri
vicini e i nostri vicini non sanno come noi veniamo assassinati".
Per la gran massa di questi sventurati, lo Judenrat e' un'istituzione
decisamente impopolare che, oltre a non combattere efficacemente il mercato
nero, le speculazioni e la corsa agli accaparramenti, non riesce a risolvere
neppure in parte i vari problemi che affliggono il ghetto, e tanto meno ad
alleviare la disastrosa situazione sanitaria e alimentare. Ma soprattutto il
Consiglio ebraico, il cui presidente Adam Czerniakow morira' suicida nel
luglio 1942, si rende odioso poiche' e' ritenuto colpevole di favorire i
benestanti e discriminare i meno abbienti.
Il danaro diventa infatti l'arbitro sovrano di una lotta sempre piu'
angosciosa per la sopravvivenza. Chi dispone di un po' di danaro o di
situazioni facilmente sfruttabili trova il modo di individuare, tra i
funzionari dello Judenrat, alleati condiscendenti; tutto allora puo'
risolversi con la corruzione, con il patteggiamento: si puo' comprare, per
esempio, l'accesso a una fabbrica, a uno di quei tanto ambiti posti di
lavoro, erroneamente ritenuti la piu' sicura difesa contro qualsiasi
deportazione da cui sono esenti gli addetti alle industrie legate
all'economia di guerra. E, sempre dietro compenso, si evitano la
requisizione della propria casa, i campi di lavoro coatto, la possibilita'
di cadere in uno dei continui rastrellamenti condotti con il sistema "a
pettine" (Durchkammung) "per il trasferimento a Est".
Tuttavia, dopo l'aggressione tedesca all'Unione Sovietica nel giugno 1941,
le retate di giovani da avviare ai lavori di fortificazione sul nuovo fronte
diventano ormai una consuetudine quotidiana. E poco piu' di un anno dopo,
tra il 22 luglio e il 3 ottobre 1942, ossia nel breve spazio di settantuno
giorni, a Varsavia verra' messa in atto la cosiddetta "grande azione", cioe'
la deportazione, mascherata da "trasferimento a scopo di lavoro", di 310.000
ebrei a Treblinka, nelle cui camere a gas saranno eliminati al ritmo di 5-7
mila al giorno.
E' abbastanza straordinario che, pure in questo contesto di disumana
ferocia, per un paio d'anni un pugno d'esseri umani oppressi, cenciosi,
umiliati e votati allo sterminio si riveli ancora capace di iniziative
comunitarie di rilievo: scuole clandestine, primarie e secondarie, o
addirittura corsi universitari, conferenze, assistenza sociale, stampa e
vita politica clandestina. Nel perimetro maledetto del ghetto si riesce ad
allestire un'orchestra sinfonica, si mettono in scena alcune
rappresentazioni teatrali in yiddish e in lingua polacca, vi sono pittori
che continuano a produrre, viene raccolta una documentazione d'archivio di
grande importanza per gli storici di domani. Janusz Korczak, un'eccezionale
figura di educatore, fa in modo che la vita dei giovanissimi ospiti
dell'orfanotrofio da lui diretto continui a svolgersi in un clima il piu'
possibile sano, libero e normale. Tutte queste iniziative devono
considerarsi autentici momenti di autodifesa spirituale e costituiscono, in
embrione, le occasioni di aggregazione attiva e responsabile da cui
trarranno alimento le sparute forze che, all'inizio del 1943, daranno vita
alla rivolta disperata del ghetto di Varsavia contro i tedeschi.
Dopo la "grande azione" dell'estate 1942, rimangono nel ghetto 50-60.000
persone, di cui una parte vive nascosta, nella clandestinita', mentre
l'altra viene impiegata nel "ghetto industriale", cioe' nelle fabbriche
dirette dai tedeschi. E "sinche' le fabbriche hanno ordinazioni" annota
Ringelblum "gli ebrei hanno diritto di vivere". Ma gli operai ebrei sono in
balia degli imprenditori che, facendosi forti di avere loro salvata
(provvisoriamente) la vita, si sentono autorizzati a ogni sopruso,
specialmente in fatto di alimentazione, taglieggiando sulle assegnazioni
annonarie. E non v'e' dubbio che i principali gruppi industriali del Terzo
Reich sono piu' che disposti ad approfittare della concentrazione della
manodopera ebraica nei ghetti polacchi, e ben lieti di avere carta bianca
per un'utilizzazione a costi irrisori di un lavoro servile che il regime
offre loro con straordinaria generosita'.
*
Per quanto concerne, in termini piu' generali, il programma del lavoro
coatto, non v'e' dubbio che esso costituisca una forma di sfruttamento che
sfocia nell'assassinio di massa, e che tale sia considerato dalle gerarchie
naziste. L'espressione "Vernichtung durch Arbeit" ("annientamento tramite il
lavoro") ritorna varie volte durante gli incontri che il dottor Otto
Thierack, il ministro della Giustizia che morira' suicida nel 1946, ha con
Goebbels e Himmler nel settembre 1942. Fritz Sauckel, il plenipotenziario
del Lavoro che sovrintende alla distribuzione della manodopera, ordina che
gli ebrei siano "trattati in modo da sfruttarli al massimo con la minima
spesa". E una volta che questi schiavi potenziali siano stati deportati da
ogni angolo d'Europa e concentrati nei campi di lavoro del "Governatorato
generale" (il territorio che Hitler definisce "un grande campo di lavoro
polacco"), il programma del lavoro forzato puo' essere messo in atto.
Coperti di stracci e alimentati con pane, una sbobba acquosa e patate
condite talvolta con avanzi di carne, gli ebrei vengono fatti lavorare
dall'alba al tramonto per sette giorni la settimana.
La prima grande opera realizzata mediante il lavoro coatto e' la
costruzione, nel febbraio 1940, di un enorme fossato anticarro costeggiante
la nuova frontiera orientale. Da quel momento il sistema si diffonde in ogni
ramo della produzione. Le grandi imprese industriali germaniche, che
partecipano senza riserve allo sforzo bellico del regime, sfruttano nella
maniera piu' selvaggia le risorse sia umane che materiali dei territori
conquistati. Heinrich Himmler, nel corso della sua prima ispezione al campo
di concentramento di Auschwitz, il primo marzo 1941, decide di destinare
all'IG Farben, il colosso dell'industria chimica, 10 mila detenuti per la
costruzione di una zona industriale a Dwory (un sobborgo di Auschwitz) in
cui si produrranno metanolo (carburante surrogato) e caucciu' artificiale.
La stessa IG Farben riesce a farsi spedire su carri-merce, proprio come se
si trattasse di inerti materie prime, 250 ebree olandesi da Ravensbrueck a
Dachau, mentre gli stessi carri-merce riportano 200 polacche da Dachau.
Le vittime del lavoro coatto sono costrette a tenere ritmi doppi rispetto
alla norma, anche quando il compito sia quello, per esempio, di trasportare
sacchi di cemento che pesano cinquanta chili. A Mauthausen, non lontano da
Linz, nell'Alta Austria, dove Himmler fa apprestare un campo di lavoro nei
pressi della cava di pietra municipale, i lavoratori, dotati soltanto di
picconi e asce, devono cavare pesanti blocchi di granito che poi sono tenuti
a sollevare dalla cava al campo su per centottantasei ripidissimi gradoni.
Il tasso di sopravvivenza di questa manodopera servile oscilla tra le sei
settimane e i tre mesi, senza tenere conto dei decessi da imputarsi a
punizioni, incidenti o suicidi.
Il programma del lavoro coatto e' dunque una fase, un primo momento della
"soluzione finale", giacche' l'uccidere tramite il lavoro costituisce il
fondamento stesso del sistema concentrazionario creato dai nazisti.

4. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

5. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, sudest at iol.it,
paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 810 del 15 gennaio 2005

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