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La domenica della nonviolenza. 4



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 4 del 16 gennaio 2005

In questo numero:
1. Enrico Peyretti: Pensare la nonviolenza
2. Roberto Mancini: La nonviolenza, respiro e risveglio della vita umana
3. Gianni Vattimo: Ironie nonviolente
4. Antonio Vigilante: Forzare la verita'
5. Una bibliografia minima di riferimento

1. EDITORIALE. ENRICO PEYRETTI: PENSARE LA NONVIOLENZA
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento.
Enrico Peyretti e' uno dei principali collaboratori di questo foglio, ed uno
dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non uccidere",
Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il Monte 1998;
La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la guerra, Beppe
Grande, Torino 1999; e' disponibile nella rete telematica la sua
fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia storica
delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente edizione a
stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il principio
nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha curato la
traduzione italiana), e una recentissima edizione aggiornata e' nei nn.
791-792 di questo notiziario; vari suoi interventi sono anche nei siti:
www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org. Una piu' ampia bibliografia dei
principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15 novembre 2003 di
questo notiziario.
Jean-Marie Muller, filosofo francese, nato nel 1939 a Vesoul, docente,
ricercatore, e' tra i più importanti studiosi del pacifismo e delle
alternative nonviolente, oltre che attivo militante nonviolento. E'
direttore degli studi presso l'Institut de Recherche sur la Resolution
non-violente des Conflits (Irnc). In gioventu' ufficiale della riserva, fece
obiezione di coscienza dopo avere studiato Gandhi. Ha condotto azioni
nonviolente contro il commercio delle armi e gli esperimenti nucleari
francesi. Nel 1971 fondo' il Man (Mouvement pour une Alternative
Non-violente). Nel 1987 convinse i principali leader dell'opposizione
democratica polacca che un potere totalitario, perfettamente armato per
schiacciare ogni rivolta violenta, si trova largamente spiazzato nel far
fronte alla resistenza nonviolenta di tutto un popolo che si sia liberato
dalla paura. Tra le opere di Jean-Marie Muller: Strategia della nonviolenza,
Marsilio, Venezia 1975; Il vangelo della nonviolenza, Lanterna, Genova 1977;
Significato della nonviolenza, Movimento Nonviolento, Torino 1980; Momenti e
metodi dell'azione nonviolenta, Movimento Nonviolento, Perugia 1981; Lessico
della nonviolenza, Satyagraha, Torino 1992; Simone Weil. L'esigenza della
nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1994; Vincere la guerra, Edizioni
Gruppo Abele, Torino 1999; Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004.
Per acquistare il libro (Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza. Una
filosofia della pace, Edizioni Plus - Pisa University Press, Pisa 2004
[edizione originale: Le principe de non-violence. Parcours philosophique,
Desclee de Brouwer, Paris 1995], pp. 336, euro 15, rivolgersi alla casa
editrice: tel. 0502212056, fax: 0502212945, e-mail:
info-plus at edizioniplus.it, sito: www.edizioniplus.it]

Chi ha interessi e seria attenzione per i maggiori problemi del nostro
tempo, quindi per il pensiero e la costruzione della pace nonviolenta e
positiva (non la sola sospensione della guerra), sapra' valutare, anche
criticamente, questo lavoro (Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza.
Una filosofia della pace, Plus, Pisa 2004) che entra tra i classici della
cultura nonviolenta; e vorra' farlo conoscere negli ambienti di studio e di
impegno con cui e' in contatto.
Come nota Roberto Mancini, dell'Universita' di Macerata, nella ricca
prefazione, Muller non ha sviluppato del tutto, su violenza e nonviolenza,
quella "implicazione metafisica di fondo", sulla quale Mancini utilmente
impegna il suo contributo individuando nella "razionalita' vittimaria" delle
culture dominanti l'oggetto della sua analisi critica.
Il merito e valore del libro di Muller, che parla con un linguaggio chiaro
ad ogni lettore attento e non ai soli filosofi specialisti, sta nei seguenti
maggiori nodi interessanti:
- la chiarificazione concettuale dei termini (forza, violenza, conflitto,
aggressivita', costrizione, lotta), necessaria per togliere l'equivoco di
una nonviolenza passiva e rassegnata;
- l'individuare la sorgente della ricerca filosofica - come dice gia' il
titolo - nello scandalo insopportabile e impegnativo della violenza;
- l'indicazione che non si puo' superare la violenza eterodossa,
estremistica (oggi il terrorismo) se non si riduce progressivamente la
violenza ortodossa, legalizzata, istituzionale (guerra, economia violenta,
sistema penale);
- la discussione stringente, sul piano logico e su quello fattuale, con i
filosofi di ieri e di oggi sostenitori della "ideologia della violenza";
- l'indicazione di vie positive alternative per un pensiero e un'azione in
grado di costruire pace.

2. RIFLESSIONE. ROBERTO MANCINI: LA NONVIOLENZA, RESPIRO E RISVEGLIO DELLA
VITA UMANA
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero:it) per averci
messo a disposizione questo testo di Roberto Mancini, dell'Universita' di
Macerata, apparso come prefazione al libro di Jean-Marie Muller, Il
principio nonviolenza. Una filosofia della pace, Plus, Pisa 2004. Roberto
Mancini, nato nel 1958, e' docente di ermeneutica filosofica presso la
facolta' di Lettere e filosofia dellí Universita' di Macerata. Tra le sue
pubblicazioni ricordiamo: Comunicazione come ecumene. Il significato
antropologico e teologico dell'etica comunicativa, Queriniana, Brescia 1991;
L'ascolto come radice. Teoria dialogica della verita', Edizioni Scientifiche
Italiane, Napoli 1995; Esistenza e gratuita'. Antropologia della
condivisione, Cittadella Editrice, Assisi 1996; Etiche della mondialita'. La
nascita di una coscienza planetaria, Cittadella Editrice, Assisi1997 (in
collaborazione con altri); Il dono del senso. Filosofia come ermeneutica,
Cittadella Editrice, Assisi 1999; Il silenzio, via verso la vita. (Il codice
nascosto. Silenzio e verita'), Edizioni Qiqaion, Magnago 2002; Senso e
futuro della politica. Dalla globalizzazione a un mondo comune, Cittadella
Editrice, Assisi 2002]

Questo libro di Jean-Marie Muller giunge ora al pubblico italiano grazie
alla traduzione competente e amorevole di Enrico Peyretti, il quale ha
saputo riconoscere per primo il valore e l'utilita' della riflessione
mulleriana per la cultura del nostro paese.
Un paese in cui le grandi tradizioni popolari, compresa la loro espressione
politica, sono rimaste sino a oggi in gran parte estranee alla filosofia
della nonviolenza. La cultura cattolica, quella comunista, quella socialista
e quella laica, per richiamare le fonti della stessa Costituzione della
Repubblica, non si sono spinte quasi mai, soprattutto nelle loro versioni
canoniche e piu' diffuse, a pensare la nonviolenza come principio della vita
personale e sociale e come metodo dell'agire politico. Cosi' una figura come
quella di Aldo Capitini, nel suo tentativo di seguire fino in fondo la via
della teoria e della prassi della nonviolenza in Italia, e' rimasta apolide,
unica, quasi incomprensibile secondo i parametri abituali della cultura del
nostro paese.
Chiunque abbia cercato o cerchi attualmente di far maturare una svolta
nonviolenta all'interno della propria tradizione ha dovuto e deve fare i
conti con resistenze fortissime, come accade oggi, ad esempio, nel Partito
della Rifondazione Comunista o come accade di norma a quanti hanno percorso
questa strada nella Chiesa cattolica. E chi facesse qualcosa di analogo nel
contesto delle altre forze politiche, in tutto l'arco del loro schieramento,
sarebbe guardato come un ingenuo, un irresponsabile, oppure un furbo che
punta in realta' a qualcosa d'altro.
L'aspetto ironico della cosa sta nel fatto che proprio le tradizioni che,
nella loro elaborazione concettuale, sono rimaste impermeabili al principio
nonviolenza poi, nel modo di agire e talora anche di cooperare, l'hanno in
certo misura praticato, consentendo all'Italia del secondo dopoguerra di
vivere, nonostante molti limiti e contraddizioni, una sua forma di
democrazia.
E' l'esempio di come sia possibile anche in positivo - non solo in negativo,
quando si commette un crimine in "buona fede" - non sapere veramente che
cosa si fa, in questo caso senza rendersi conto in modo sistematico e
definitivo di quanto la tessitura di una convivenza pacifica abbia il valore
inestimabile di autentico principio del modo umano di stare al mondo.
Proprio in tal senso Peyretti, nel tradurre il titolo originale del libro Le
principe de non-violence, l'ha giustamente reso con Il principio
nonviolenza: per sottolineare che qui non si tratta del principio di una
realta' particolare chiamata nonviolenza, dunque di uno tra molti principi
possibili, poiche' invece e' in gioco l'unico vero principio legittimo,
umano, creativo e ragionevole della vita comune.
*
Il testo di Muller ha molto poco del trattato metafisico in senso
tradizionale o comunque dell'opera di filosofia in quanto disciplina
altamente specialistica. E' anzi un testo piuttosto diretto, pratico, di
accessibile livello argomentativo e quindi opportunamente rivolto a un
pubblico molto ampio.
Proprio per questo esso non ha bisogno di un'introduzione che faciliti
l'approccio alla sua comprensione. Per parte mia, nell'introdurne la
lettura, desidero semmai metterne in luce l'implicazione metafisica di
fondo, che rischia di rimanere in ombra poiche' l'autore, intento a seguire
il filo della "ragionevolezza media" per il suo argomentare, non ne
scandaglia specificamente lo strato piu' profondo. Questo fatto, che
soprattutto a chi studia filosofia potra' sembrare un limite del testo, non
comporta pero' lo scadere nella superficialit' sia perche' la riflessione
mulleriana mantiene sempre la sua consistenza critica, sia perche' essa si
muove su un piano intermedio tra approccio politico immediato e alta
elaborazione teoretica senza mai rompere il filo delle implicazioni piu'
metafisiche sottese al suo discorso.
E' anche vero, d'altra parte, che piu' una riflessione si fa apertamente e
intenzionalmente metafisica e piu' allontana da se' molti interlocutori con
i quali invece puo' trovare effettivo consenso. Un consenso che consegue
piu' facilmente se cerca una convergenza antropologica, etica e politica,
preservando la legittimita' di un ventaglio di ipotesi diverse dal punto di
vista delle visioni del mondo piu' generali.
Percio' il lavoro di Muller puo' raggiungere meglio un vasto pubblico senza
rinunciare a fare una proposta nitida e impegnativa, nella quale sono
comunque indicate anche alcune coordinate teoretiche essenziali.
*
Prima di accennare alla fisionomia del percorso lungo il quale egli conduce
lettrici e lettori, mi pare di poter riassumere il suo messaggio in un
semplice invito. Se infatti il libro potesse parlare, come una persona viva,
a chi si accinge a leggerlo, forse si udrebbe questo suggerimento pacato e
fondamentale: "respira". Un invito a respirare. Infatti la logica e lo
schema comportamentale che, come fosse ovvio, stringono alleanza con la
violenza ci tolgono respiro, soffocano le energie migliori, la dignita', la
liberta', il futuro delle persone e dell'umanita' intera.
Adattarsi a vivere entro la tetra legge della violenza, facendo attenzione a
chiamarla con nomi meno sgradevoli (difesa, sicurezza, giustizia, guerra
legittima e umanitaria, lotta al terrorismo, competizione economica, mercato
globale e cosi' via), significa sopravvivere senza respirare veramente.
Nella sua portata esistenziale, "respirare" vuol dire poter essere se stessi
nell'essere insieme agli altri, poter assumere la propria dignita'
scoprendola nel contempo come legame originario con tutti e con il mondo,
poter vivere senza ricorso a mezzi distruttivi.
Forse e' in questo senso specifico che si puo' riprendere l'indicazione di
Albert Camus, per il quale respirare e' gia' un giudizio di valore, e'
scegliere la vita. Agostino ha parlato del tempo come "distensio animi". Ma
il tempo, per noi, e' la condizione, la durata, il rinnovarsi appunto della
vita. Il respiro cui alludo e' allora la "distensio vitae" di chi non e'
piu' costretto ne' a dominare, ne' a essere dominato. E' il respiro della
liberta', oggi completamente misconosciuta e rovesciata nella "liberta'" di
rapinare, di abbandonare, di ignorare gli altri. La vita umana e quella del
mondo stesso hanno bisogno della nonviolenza come i polmoni dell'aria.
*
Naturalmente, proprio per il retaggio delle nostre culture di violenza, per
l'abitudine a oscurare anche le rivelazioni piu' luminose di quella
vocazione, destinazione e verita' radicale che per noi e' la pace, un simile
invito rimane impercettibile alla cultura corrente sia nelle sue
elaborazioni piu' raffinate, sia al livello delle rappresentazioni ordinarie
della quotidianita'. Gli "intellettuali" e la "gente", per usare due
categorie sgradevoli ma ben conosciute nel linguaggio piu' diffuso, sono
spesso accomunati dalla stessa estraneita' al messaggio della nonviolenza.
Perche' la logica violenta che ha non solo inquinato, ma spesso strutturato
le tradizioni dei popoli e le diverse visioni del mondo - secondo quello che
Rene' Girard ha chiamato uno schema transculturale capace di superare i
confini delle opposizioni religioso-non religioso, occidentale-orientale,
antico-moderno - rinserra il nostro orizzonte percettivo e riflessivo entro
un quadrilatero di barriere difficili da abbattere.
Ecco i quattro sbarramenti in forma di proposizioni fondamentali che segnano
i confini del senso della questione per il pensiero comune: 1. e' ovvio che
la nonviolenza sia desiderabile in teoria; 2. e' ovvio che pero' non sia
praticabile; 3. e' ovvio che in teoria la violenza sia da condannare; 4. e'
ovvio che pero' la violenza sia da praticare nella realta'.
Consegnandosi a questa sequenza "in teoria - pero'", il pensiero crede di
essere vigile, attento alla concretezza del reale, giacche' sente di poter
distinguere al tempo stesso bene e male, realta' e irrealta'. In verita',
cosi' facendo, il pensiero si lascia accecare, annegando nell'apparente
ovvieta'. Adattarsi a pensare e a organizzare la propria sopravvivenza entro
questo quadrilatero di illusorie ovvieta' significa tentare, in modo
inconscio o parzialmente consapevole, di venire a patti con la morte e con
il male, di cui la morte stessa e' il paradigma essenziale.
La violenza, per lo piu' creduta frutto di passioni irrazionali o di una
natura malvagia che ci destina sin dall'inizio alla ferocia agita e subita,
esprime e alimenta una Weltanschauung profondamente radicata nell'animo
umano, in strati piu' viscerali e originari di quelli delle filosofie di
vita (religiose, atee, variamente metafisiche) che assumiamo
consapevolmente. Tale Weltanschauung e' data da un sentire-e-pensare secondo
la morte, dove questa e' identificata come la destinazione e la verita'
ultima della vita. La tesi di Girard secondo cui la violenza e' il sacro
nelle societa' umane, ossia la potenza suprema che definisce, sconvolge e
ricrea l'ordine sociale, e' vera sul piano sociologico, ma va poi integrata
e chiarita, sul piano metafisico, dalla tesi per cui la morte e' il sacro.
Per questo gli uomini credono di poter vivere solo se la esorcizzano, la
allontanano da se stessi trasferendola sugli altri, la addomesticano al
volere di una divinita' che dispensa come vuole la vita e la morte stessa.
Per la medesima ragione anche le religioni, una volta messa a tacere la loro
componente creativa e profetica, affermano un nesso strettissimo tra il dio
e la morte. La morte come pena, come sacrificio espiatorio, come
destinazione eterna dei dannati, come espressione della volonta' divina,
come danno da infliggere agli infedeli. Percio', anche nelle religioni in
cui l'uomo e' presentato come figlio di Dio, i fedeli, in maniera
sorprendentemente incongruente, si comportano per lo piu' come schiavi che
supplicano il Padre di avere un occhio di riguardo e di non distruggerli.
Come schiavi, oppure come mercanti furbi che, grazie ai loro lungimiranti
sacrifici, puntano a meritare la vita come premio per i buoni servigi resi.
*
A questo punto e' necessario riprendere il tema del nesso, sopra appena
sfiorato, di morte e male. La prima puo' essere riguardata anzitutto come il
modello esplicativo per capire che cosa sia il secondo, giacche' gli esseri
viventi vedono normalmente nella morte un male assoluto, che puo' divenire
relativo solo in condizioni estreme, come ad esempio nella scelta tra
sopravvivere o dare la vita perche' viva un'altra persona. Inoltre, la morte
e' stata considerata come effetto del male, che infatti la produce nelle
forme peculiari dell'omicidio, del genocidio e della guerra. Piu'
radicalmente, pero', questi significati del rapporto tra morte e male vanno
intesi alla luce della definizione dell'essenza del male stesso.
Lungi dall'essere un mistero insondabile, mistero che riguarda semmai la
liberta' e i suoi dinamismi, l'essenza del male e' conoscibile ed evidente.
Il male e' distruzione: di vite, di relazioni, di valori, di futuro, di
verita'. Dove c'e' il male e' all'opera una distruttivita' ostile alla vita
e al mondo. Il male, detto con una categoria teologico-metafisica, e'
anticreazione, annientamento, nullificazione. La violenza, in quest'ottica,
e' l'espressione conseguente e operativa del male. Essa, appunto, "viola"
nel senso che offende, ferisce, colpisce un fine, come sottolinea Muller;
arreca distruzione a cio' che e' vivo, dotato di valore e di apertura al
futuro.
Se l'alternativa tra morte, male, violenza, da un lato, e nonviolenza,
dall'altro, cosi' e' gia' prefigurata, nondimeno e' opportuno chiedersi
ancora: perche' questa intuizione metafisica della potenza sovrana della
morte e' decisiva per l'alternativa tra violenza e nonviolenza ? Perche'
essa e' alla base di quella razionalita' vittimaria secondo cui e'
necessario, naturale, giusto, efficace, produttivo e persino sacro dare la
morte, fare vittime o comunque metterle in conto come un dato inevitabile.
Le nostre istituzioni, le politiche, le economie, le ideologie, le
religioni, i sistemi educativi, le gerarchie sociali, la stessa grammatica
dei sentimenti e delle relazioni interpersonali sono infatti, in molti casi,
percorse da questa razionalita' vittimaria che porta a diffondere la "morte"
nelle sue molte forme possibili: eliminazione fisica, morte civile,
abbandono, esclusione, discriminazione, persecuzione, giudizio morale,
colonizzazione religiosa, dominio culturale o economico, fame,
sottosviluppo, castrazione della personalita'.
Le molte culture del mondo, pur avendo in misura differenziata nuclei
creativi e vitali, sono tendenzialmente e in buona parte immerse in questa
razionalita' vittimaria. E' su questo crinale che il libro di Muller viene a
portare il suo invito al respiro e al risveglio. In tal senso, sebbene il
testo sia scritto in forma piana, senza asperita' concettuali che scoraggino
quanti per formazione sono distanti dall'indagine teoretica, e benche', come
ho detto, non sia propriamente un libro di filosofia teoretica, le
coordinate di fondo del suo discorso restano in un certo senso metafisiche.
Perche' e' l'esistenza umana a essere metafisica: richiedendo il confronto
con le ragioni della vita e con l'eventualita' inaggirabile della morte;
esigendo un senso e una verita' per cui valga la pena di vivere; aprendo al
futuro e spingendoci a chiedere quale sia la nostra origine e la fonte della
nostra misteriosa dignita'. Muller mostra con grande semplicita' come e
perche' la nonviolenza sia il principio di scoperta e di assunzione di
queste correnti fondamentali del cammino umano.
*
Le coordinate metafisiche cui ho ora accennato sono indicate dall'autore nel
secondo, nel terzo e nel quarto capitolo. Qui egli evidenzia come
l'esistenza personale e quella collettiva siano chiamate a farsi ricerca di
una verita' ultima e di un futuro che non coincidono affatto con la morte.
Percio', afferma l'autore, l'esigenza di nonviolenza e' anteriore e piu'
radicale rispetto alla tendenza che ci spinge verso la violenza. Ma una
ricerca simile puo' nascere e svilupparsi soltanto se usciamo dal tragico
equivoco alimentato dall'illusione di vincere la morte uccidendo altre vite.
In proposito Muller e' giustamente sobrio: nel demistificare l'oscura
alleanza con la morte non imbriglia il suo discorso lungo una risposta
definitiva riguardo all'alternativa che identificherebbe la verita' positiva
della nostra condizione. Non ne formula il nome proprio, non dice e' questo
o quel Dio, oppure l'Essere, la Vita, la Natura o altro. Rispetta il mistero
e lo spazio di quel nome come si fa con un campo di ricerca aperto e con un
dono che eventualmente giungera' in maniera originale a chiunque accetti la
nonviolenza come percorso di guarigione e di risveglio.
La parola che ho usato, mistero, non deve fuorviare; non segna la rinuncia a
pensare, a cercare, a conoscere. Nel terzo capitolo Muller fa vedere come
l'esercizio del pensiero critico e della filosofia cominci con la revoca del
consenso alla violenza e alla razionalita' vittimaria. Perche' il contrario
della violenza, insieme alla nonviolenza, e', in definitiva, la verita'.
Verita' liberatrice, fonte di incontro e di dialogo, fondamento di
convivenza e forza che attrae all'umanizzazione. Chi sinceramente cerca la
verita' deve impegnarsi ogni giorno a disattivare la violenza che scopre in
se' e fuori di se': la nonviolenza e' condizione della relazione tra
l'essere umano e il senso. Ed e' condizione di umanita'. Si potrebbe dire
che qui si delinea il compito, apparentemente paradossale, di aderire a cio'
che ci inerisce. Infatti la dignita' e' si' una realta' originaria di valore
inscritta nel nostro essere, ma potremmo anche ignorarla o sfigurarla. Si
tratta invece di assumerla, confermarla, inverarla lungo un cammino in cui
impariamo a risanare le logiche e gli impulsi distruttivi che possiamo
portare in noi o dai quali possiamo essere contagiati, per giungere invece a
esistere in modo creativo.
*
Dopo aver dato conto nel primo capitolo di quante difficolta' si frappongano
alla riuscita di questo percorso e dopo aver mostrato, nei capitoli
successivi, il valore della nonviolenza come principio, Muller analizza i
suoi principi, ossia le energie specifiche che ne fanno una via, un metodo,
un modo concreto di essere, di agire, di cooperare, di convivere. Tra essi
egli ricorda: la capacita' di instaurare uno spazio vero di convivenza
spezzando la rivalita' mimetica tra gli uomini e interrompendone il
contagio; la proprieta' di mantenere in armonia mezzi e fini dotando
l'azione di autentica efficacia e di fecondita' storica; l'energia
sprigionata dalla noncooperazione a potenze oppressive e regimi dominativi;
la rilevanza e la legittimita' della disobbedienza civile; la
responsabilita' della testimoninanza resa alla verita' prendendo la parola
proprio quando questo e' rischioso e comporta la persecuzione; il potere
pacifico espresso dal dissenso organizzato; la forza dell'umorismo come
fattore di demistificazione critica e anche come elemento di autocoscienza
ironica che aiuta a non cadere nello scoramento quanti vogliono percorrere
la via della nonviolenza; la facolta' di correlare la giustizia con una
forza che non sia violenza.
Nei capitoli dal sesto al decimo, Muller si confronta con le ragioni della
Realpolitik e di tutte le teorie che sono solite fare della violenza una
necessita' ineludibile della storia e della politica. Lo fa con pazienza e
pacatezza pari alla sua capacita' di attrarre la riflessione verso le
possibilita' alternative latenti o anche parzialmente manifeste e gia'
sperimentate. Per quanto autorevoli siano i fautori della tesi secondo cui
la necessita' della violenza e' insuperabile - da Machiavelli a Hegel, da
von Clausewitz a Weber -, Muller riesce a mostrare le aporie del loro
discorso dischiudendo prospettive ben piu' fertili per il pensiero e per la
prassi.
A questa parte del testo seguono due confronti di grande rilievo. Il primo,
sviluppato nei capitoli undicesimo e dodicesimo, e' quello con le istanze
della ragione, presentate nell'ottica proposta da Eric Weil. Il secondo,
affrontato nei due capitoli successivi, e' invece il confronto, ancor piu'
diretto, con la verita' come interlocutrice fondamentale dell'esistenza
umana. Qui Muller riprende la lezione di Gandhi, spesso ignorata o
marginalizzata nel dibattito politico e nell'evoluzione della filosofia
europea e americana dopo la seconda guerra mondiale. Mentre l'opinione ovvia
nella nostra cultura stabilisce che la democrazia sia  monopolio della
tradizione occidentale e che essa possieda un valore universale il quale si
realizza effettivamente nella misura in cui tutto il mondo si adegua a usi e
costumi dell'Occidente, l'autore mette in luce come proprio a partire
dall'esperienza gandhiana sia divenuto chiaro che l'autentica democrazia si
da' solo attraverso la pratica sistematica della nonviolenza. Ora, poiche'
la democrazia stessa e' uno stile di vita, e non un modello rigido o un mero
nucleo di procedure elettorali e parlamentari, Muller richiama infine
l'attenzione sul fatto che solo la maturazione di una cultura adeguata puo'
fondare davvero una societa' democratica su scala nazionale, macroregionale
e mondiale.
*
Per questa ragione il capitolo finale del libro e' dedicato alla
possibilita' di una cultura della nonviolenza che prepari, instauri,
sviluppi e tuteli la pace. La guerra, dal canto suo, non scoppia per una
tempesta di forze emotive, non e' come una rissa occasionale. Al contrario,
e' "scientificamente" e lungamente preparata nei cuori, nelle menti,
nell'educazione, nella tecnologia e nella scienza, nelle strategie
economiche e politiche, finche', un giorno, fattasi matura, esplode nella
sua virulenza. Capire questo significa operare finalmente un decisivo
cambiamento di prospettiva: dalla solita solfa che, un po' da tutte le parti
politiche e ideologiche, fa l'apologia dei casi in cui la violenza e la
guerra sono necessarie e persino sacrosante, si passa a una nuova visione.
Si cominciano a vedere infatti tutti quei passi che, per tempo e nelle sedi
giuste, preparano la pace. La pace come metodo, ossia come prassi e via
quotidiana, che approssima la realizzazione della pace come fine. La cattiva
risposta della violenza, scrive Muller, cede il posto alla buona domanda
della nonviolenza: si apre cosi' lo spazio dell'azione politica come ricerca
e allestimento incessante delle condizioni della convivenza nella pace. In
una pace, precisa l'autore, che non e' inibizione o assenza di conflitti,
perche' semmai e' il risanamento dei conflitti stessi dalla distruttivita',
con la liberazione delle possibilita' di vivere la conflittualita' e di
attraversarla di volta in volta in modo nonviolento.
Questo nodo e' evidentemente cruciale: come dilatare la giustizia nella
societa', risanando le ingiustizie ed eliminando le cause di frustrazione
per popoli e continenti interi? Come  trovare canali di espressione
dell'aggressivita' umana tali da impedire che essa si trasformi in forza
distruttiva e politicamente organizzata? Come correlare e porre in rapporto
di reciproca traduzione dialogica le differenze culturali, etniche,
ideologiche, religiose, economiche, evitando che si cristalizzino in mondi
non piu' comunicanti tra loro che finiscono per rappresentare l'uno una
minaccia mortale per l'altro? Nell'ultima parte della sua riflessione
l'autore affronta tali questioni illuminando, proprio rispetto a esse, la
profonda ragionevolezza e il sano realismo della nonviolenza.
*
Il discorso mulleriano non risolve certamente tutte le questioni. Non e' un
prontuario di risposte preconfezionate alle domande suscitate
dall'alternativa storica tra violenza e nonviolenza. Direi piuttosto che il
testo serve a percepire la concreta radicalita' di questa alternativa, a non
prendere piu' per buone le illusorie e tragiche risposte di chi confida
nella violenza e nella sua cultura della morte. E serve a lasciarsi attrarre
dall'energia della nonviolenza come da una spinta benefica per cercare
soluzioni piu' adeguate alla nostra umanita', al mondo, alla verita' della
storia, qualunque sia il suo nome proprio. Si tratta quindi di uno strumento
per pensare, per agire socialmente e politicamente con lucidita', per
continuare la ricerca senza malafede. E soprattutto per desiderare di
tornare a respirare e di risvegliarsi, divenendo, da atomi accecati e
irresponsabili di una societa' distruttiva, persone libere, responsabili,
creative. Persone divenute veramente umane perche', grazie alla nonviolenza
come evento individuale e comunitario di nuova respirazione e di risveglio,
hanno finalmente iniziato a vedere gli altri e a vedersi. L'esperienza della
nonviolenza, infatti, e' la condizione esistenziale per vedere la realta'
della pace, nonostante tutte le contraddizioni apparentemente
insormontabili, cosicche' tra essa e la condizione umana s'instauri una
reciproca, irreversibile ospitalita'.

3. RIFLESSIONE. GIANNI VATTIMO: IRONIE NONVIOLENTE
[Dal sito www.giannivattimo.it riprendiamo questa recensione di Gianni
Vattimo al libro di Muller apparsa su "L'espresso" del 2 dicembre 2004. Dal
medesimo sito www.giannivattimo.it riprendiamo la seguente scheda biografica
di Gianni Vattimo: "Gianni Vattimo e' nato nel 1936, a Torino, dove ha
studiato e si e' laureato in filosofia; ha poi seguito due anni i corsi di
Hans Georg Gadamer e Karl Loewith all'universita' di Heidelberg. Dal 1964
insegna all'Universita' di Torino, dove e' stato anche preside della
facolta' di Lettere e filosofia. E' stato visiting professor in alcune
universita' americane (Yale, Los Angeles, New York University, State
University of New York) e ha tenuto seminari e conferenze in varie
universita' di tutto il mondo. Negli anni Cinquanta ha lavorato ai programmi
culturali della Rai. E' membro dei comitati scientifici di varie riviste
italiane e straniere; e' socio corrispondente dell'Accademia delle Scienze
di Torino. Laurea honoris causa dell'Universita' di La Plata (Argentina,
1996). Laurea honoris causa dell'Universita' di Palermo (Argentina, 1998).
Laurea honoris causa dell'Universita' di Madrid (2003). Grande ufficiale al
merito della Repubblica italiana (1997). Attualmente e' vicepresidente
dell'Academia de la Latinidade. Nelle sue opere, Vattimo ha proposto una
interpretazione dell'ontologia ermeneutica contemporanea che ne accentua il
legame positivo con il nichilismo, inteso come indebolimento delle categorie
ontologiche tramandate dalla metafisica e criticate da Nietzsche e da
Heidegger. Un tale indebolimento dell'essere e' la nozione guida per capire
i tratti dell'esistenza dell'uomo nel mondo tardo moderno, e (nelle forme
della secolarizzazione, del passaggio a regimi politici democratici, del
pluralismo e della tolleranza) rappresenta per lui anche il filo conduttore
di ogni possibile emancipazione. Rimanendo fedele alla sua originaria
ispirazione religioso-politica, ha sempre coltivato una filosofia attenta ai
problemi della societa'. Il "pensiero debole", che lo ha fatto conoscere in
molti paesi, e' una filosofia che pensa la storia dell'emancipazione umana
come una progressiva riduzione della violenza e dei dogmatismi e che
favorisce il superamento di quelle stratificazioni sociali che da questi
derivano. Con il piu' recente "Credere di credere" (Garzanti, Milano 1996)
ha rivendicato al proprio pensiero anche la qualifica di autentica filosofia
cristiana per la post-modernita'. Una riflessione che continua nelle ultime
pubblicazioni quali Dialogo con Nietzsche. Saggi 1961-2000 (Garzanti, Milano
2001), Vocazione e responsabilita' del filosofo (Il Melangolo, Genova 2000)
e Dopo la cristianita'. Per un cristianesimo non religioso (Garzanti, Milano
2002). Recentemente ha pubblicato Nichilismo ed emancipazione (Garzanti,
Milano 2003). Con la volonta' di battersi contro i dogmatismi che alimentano
violenze, paure e ingiustizie sociali si e' impegnato in politica... [anche
come eurodeputato]. Collabora come editorialista a La Stampa, Il Manifesto,
L'Unita', L'Espresso, El Pais e al Clarin di Buenos Aires"]

Dei pacifisti si e' detto ormai di tutto, sono diventati quasi piu' nemici
del "nemico", e oggi vengono anche bollati come quei "tiepidi" che saranno
"vomitati" dalla bocca di Dio nel giorno dell'Apocalisse. E' dunque forse un
eccessivo ottimismo quello di Levinas, per il quale "il nostro tempo non ha
piu' bisogno di essere convinto del valore della nonviolenza". Almeno, cosi'
pensa Jean-Marie Muller, direttore dell'Istituto parigino di ricerche per la
risoluzione nonviolenta dei conflitti, che nel suo libro tradotto ora in
italiano da Enrico Peyretti e introdotto da Roberto Mancini (Il principio
nonviolenza, Edizioni Plus, Pisa 2004, pp. 335, euro 15), si richiama
appunto a Levinas, a Simone Weil, a Michel Serres e agli altri classici
della riflessione morale dell'Occidente, fornendo una suggestiva visione del
suo tema capace di liquidare tante banalita' che lo oscurano ancora nella
coscienza di oggi.
Fin dalle prime pagine, la nonviolenza viene collocata nella sua giusta
luce, che non ignora il carattere conflittuale dell'esistenza umana, ne' la
necessita', per creare le condizioni di un negoziato ragionevole, di
ricorrere talvolta anche alla forza. Per capire tutto cio' occorre una
minuziosa analisi del significato filosofico della violenza, che si
identifica da ultimo, piuttosto che con la costrizione fisica, con ogni
azione diretta a tacitare l'altro, riducendolo a "cosa", o naturalmente
anche uccidendolo. Ma accanto a questa parte teorica, il libro presenta vari
casi storici esemplari, da cui ricava importanti indicazioni pratiche su
come condurre lotte nonviolente; accanto alla disobbedienza civile e alla
noncooperazione, una risorsa non ultima (raccomandata da Vaclav Havel) sono
l'ironia e l'umorismo.

4. RIFLESSIONE: ANTONIO VIGILANTE: FORZARE LA VERITA'
[Ringraziamo Enrico Peyretti per averci inviato questa recensione di Antonio
Vigilante al libro di Muller. Antonio Vigilante (per contatti:
chou at tiscali.it) e' studioso e amico della nonviolenza, di grande acutezza e
profondita'; nato a Foggia nel 1971, dopo la laurea in pedagogia si e'
perfezionato in bioetica. Collabora a diverse riviste ed e' autore di
rilevanti saggi filosofici sulla nonviolenza. Tra le opere di Antonio
Vigilante: La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in Aldo Capitini,
Edizioni del Rosone, Foggia 1999]

Il 2004 e' stato un anno felice per l'editoria nonviolenta italiana. Sono
comparsi nel corso dell'anno libri importanti, come quello di Federica Curzi
su Aldo Capitini (Vivere la nonviolenza, Cittadella, Assisi), la nuova
antologia capitiniana curata da Mario Martini (Le ragioni della nonviolenza,
Ets, Pisa) e il notevole numero di "Quaderni Satyagraha" dedicato al
conflitto israelo-palestinese; buon ultimo, Il principio nonviolenza di Jean
Marie Muller, ottimamente tradotto e curato da Enrico Peyretti. Un libro che
per completezza e rigore s'impone come una piccola summa della nonviolenza,
ma anche (e soprattutto) una rivendicazione del suo valore culturale e
segnatamente filosofico. Non a caso il titolo rimanda a due capolavori della
filosofia del Novecento: Il Principio Speranza di Bloch e Il Principio
Responsabilita' di Jonas (che e' la risposta al primo). E con i filosofi
Muller dialoga: ma principalmente con quelli francesi - Simone Weil, Eric
Weil, Emmanuel Levinas. Assenti non solo Aldo Capitini, che e' colui che ha
elaborato una vera filosofia nonviolenta (non limitandosi all'esigenza della
nonviolenza), ma anche Lanza del Vasto, che pure ha pubblicato in francese
alcune delle sue opere piu' importanti.
Punto di partenza dell'analisi di Muller e' l'affermazione che non solo la
nonviolenza ha rilevanza filosofica, ma che essa e' l'unica autentica
filosofia. "La nonviolenza - scrive - non e' una filosofia possibile, non e'
una possibilita' della filosofia, e' la struttura della filosofia" (p. 68).
E: "Ogni filosofia che non delegittimi la violenza e non opti per la
nonviolenza, manca al suo scopo" (ibidem).
Questa affermazioni sono inevitabili e tuttavia gravide di domande.
Inevitabili, perche' la nonviolenza e' forza della verita', secondo la
definizione gandhiana; ora, non e' possibile impiegare la forza della
verita', se non si cerca la verita': e quindi se non si e' filosofi. Gravida
di domande, perche' e' anche vero che la nonviolenza e la filosofia sono due
cose ben distinte. La prima, come teoria e pratica etico-politica, compare
nella storia solo in tempi relativamente recenti, e non nasce certo
dall'esperienza filosofica dell'Occidente. La seconda esiste da millenni, ma
solo raramente e' giunta al rifiuto radicale della violenza. Muller assegna
alla filosofia il compito di delegittimare la violenza ed optare per la
nonviolenza. Si tratta di due cose diverse. La delegittimazione della
violenza, con l'affermazione che e' meglio subire la violenza che compierla,
si trova gia' in Socrate, il quale pero' e' ben lontano dal negare il dovere
di difendere la polis in armi. Platone giunge ad affermare la necessita' di
difenderla dalle deviazioni ideologiche, sostenendo la necessita' di
condannare a morte chi nega l'esistenza degli dei. E cosi' via.
*
Nei confronti della violenza, la filosofia non appare in una posizione
diversa dalla religione. Sia nell'una che nell'altra si trovano principi
etici molto alti (la preferenza socratica per la violenza subita,
l'evangelico porgere l'altra guancia, l'ahimsa indiana, e cosi' via), che
pero' restano confinati nel campo dell'etica privata, delle relazioni tra
individui, mentre per il corpo politico valgono una morale e un diritto
differenti, che se comprendono norme precise per l'inizio di una guerra ed
il comportamento durante la guerra (jus ad bellum e jus in bello),
sostengono anche con vigore l'inevitabilita' della difesa armata (insieme
alla violenza interna al corpo politico).
Ed allora, l'affermazione di Muller non sembra sostenibile, se non
accompagnata da una critica di quel che la filosofia e' stata per secoli,
dalla accusa di aver smarrito lungamente la sua stessa ragion d'essere, di
essersi lasciata sfuggire la sua missione. L'accusa di un ulteriore lungo
smarrimento del pensiero, dopo i tanti rilevati dalla filosofia del
novecento - primo fra tutti, l'oblio della differenza ontologica. La
filosofia si trova cosi' nella situazione paradossale di avere una storia
violenta, pur avendo una vocazione nonviolenta. Il laico Muller chiede alla
filosofia quel che altri (e lo stesso Gandhi) chiedono alla religione: di
aderire alla propria vocazione, superando la propria storia violenta. Che la
struttura tanto della religione quanto della filosofia sia una struttura
violenta, e che le affermazioni morali siano solo una sovrastruttura, e' una
possibilita' inquietante, che ora non e' il caso di discutere.
Tanto la religione quanto la filosofia hanno la pretesa di conoscere la
realta', la vita, l'essere. Affermare, gandhianamente, che la nonviolenza
esige la fede in Dio, significa ritenere che il contatto con una concezione
positiva, tranquillizzante, etica dell'essere sia fondamentale per la scelta
etico-politica della nonviolenza. Una affermazione del genere, compiuta al
di fuori della fede, comporta non poche difficolta'. Chi puo' sostenere,
senza l'aiuto della fede, che l'essere ed il bene siano legati l'uno
all'altro, che la conoscenza della verita' dell'essere possa sostenerci nei
nostri sforzi morali - che, in altri termini, la verita' non sia terribile,
ma dolce?
La filosofia contemporanea dispera di poter fondare metafisicamente l'etica.
Non tenta piu', cioe', di agganciare le nostre convinzioni morali
all'essere. La realta' e' disperante, non offre conforto ne' direzione,
l'essere e' un labirinto, la vita, la natura, la storia hanno si'
regolarita', ma non criteri etici. Piu' che assecondare l'essere, l'uomo che
compie scelte etiche combatte piuttosto contro di esso, cerca di sottrarsi e
di sottrarre gli altri al nonsenso, lotta per ridurre l'assurdo, per
accendere qualche debole luce nella notte.
Quest'impresa non ha nulla del trionfalismo implicito nell'affermazione
"forza della verita"'. Anzi, non ha nulla a che vedere con questa
espressione, proprio perche' la verita' toglie forza, energie, slancio:
conduce all'inazione o alla disperazione. La  forza di chi agisce eticamente
non deriva dalla verita', ma ad essa si contrappone. E' una sfida alla
verita'. Non e' forza della verita', ma forzatura della verita'. Forza la
verita', trasfigura il mondo, costringendolo a mettersi al servizio del
bene. Rigetta le leggi del mondo, la freddezza dell'essere, l'indifferenza
dell'universo, regola la vita come se vi fossero altre leggi, altro calore
al fondo delle cose.
*
Per farlo fino in fondo, la nonviolenza/filosofia ha bisogno di mettere in
discussione la violenza fin nelle sue piu' oscure radici: fin nel seno della
natura. Non sono d'accordo con Muller quando scrive che "e' soltanto per
metafora che possiamo parlare di 'violenza' della natura" (p. 47), poiche'
la natura non ha l'intenzione di uccidere. Se cosi' fosse, dovremmo negare
anche la violenza strutturale, perche' anche in quel caso la violenza (che
puo' essere la morte per inedia dei soggetti piu' deboli, come i bambini)
non e' il risultato di un piano premeditato, di una scelta consapevolmente
omicida, ma di un sistema economico che stempera fino ad annullarla la
responsabilita' dei singoli. Anche il linguaggio comune, del resto, parla di
violenza della natura: una tempesta, un terremoto, un maremoto sono definiti
violenti, e non soltanto per metafora.
Questo non vuol dire personificare la natura, attribuirle intenzioni omicide
e volutta' di sangue. Vuol dire, piuttosto, ribadire la sua indifferenza,
contestare la convinzione (tanto filosofica quanto religiosa) della
centralita' dell'uomo, dell'uomo-fine dell'universo, ente privilegiato cui
tutto e' finalizzato.
Un omicida puo' essere catturato, una guerra puo' essere contestata, un
sistema economico puo' essere cambiato - ma la natura, l'essere? Anche la
natura, anche l'essere puo' cambiare sotto la spinta del bene. Era questa la
convinzione che alimentava la filosofia della compresenza di Aldo Capitini.
E quand'anche l'essere restasse fermo nella sua alterita', amoralita',
fredda trascendenza, pure resterebbe doveroso non assecondarne il corso,
tenersi fermi al bene che addita il valore di ogni ente, di ogni singola
esistenza.
*
A ragione Muller sostiene che principio della nonviolenza e' il superamento
della paura della morte. Chi sceglie la nonviolenza, mentre rifiuta
categoricamente di uccidere, si espone al rischio di essere ucciso. Questo
non e' possibile, senza aver fatto i conti con la paura di morire. L'uomo
nonviolento e' cosi' un uomo che ha accettato il proprio destino, la propria
mortalita'. Parlare di uomo violento e di uomo nonviolento non ha,
evidentemente, molto senso; e' il caso piuttosto di parlare di uomo
inautentico e di uomo autentico. Il primo sfugge se stesso attraverso il
male, con una dinamica esistenziale che era stata gia' individuata da
Lucrezio nel terzo libro del De rerum natura. Il secondo, accettandosi come
mortale, accetta anche la presenza dell'altro. Ma accettera' anche la
mortalita' dell'altro? Seguendo Muller, dovrebbe essere cosi', poiche' la
morte e' un evento naturale, una violenza di fronte alla quale il no del
nonviolento deve arrestarsi. L'uomo autentico dovra' dire si' alla propria
morte e si' alla morte dell'altro. Ma in questo modo il no della
nonviolenza, il no del non-uccidere non ne risulta ridimensionato?
Per rispondere a questa domanda bisogna interrogarsi sul perche' del non
uccidere. Se esso consiste nella macchia, nel disordine, nel peccato (con
termine religioso) che l'atto di uccidere introduce nella mia anima, allora
posso ben accettare la mortalita' dell'altro, come evento di cui io non sono
responsabile. Ma se il non uccidere e' iscritto nel volto stesso
dell'altro - come afferma Levinas, cui Muller sostanzialmente rimanda -,
allora esso scaturisce da un valore che s'impone alla mia coscienza come
assoluto, tale che io non posso negarlo nemmeno a costo della mia stessa
vita. Un valore assoluto eppure minuto, tutto iscritto nella singolarita' di
questo-ente-qui, e percio' scampato al crollo dei valori. Ma un valore
assoluto non puo' essere negato da alcun fatto. Anche dopo la morte, questa
persona continua ad avere un valore assoluto; e la morte, che l'ha ridotta a
cosa, non puo' ottenere da me alcun riconoscimento. Neghero' la mortalita'
di questa persona, di questa singolarita' assoluta, perche' cio' sarebbe un
primo, tragico cedimento alla violenza che attraversa l'essere.
La scelta del non-uccidere in Muller sembra invece motivata, nonostante il
richiamo a Levinas, dalla trascendenza di se', piu' che dalla trascendenza
dell'altro. "La trascendenza dell'uomo e' questa possibilita' di preferire
il morire per non uccidere che l'uccidere per non morire, perche' la
dignita' della propria vita ha piu' valore ai propri occhi che non la
propria vita stessa" (p. 98). Muller parla di una "trascendenza della vita"
(p. 94) che e' la trascendenza della mia esistenza, la liberazione
dall'impaccio della morte che da sempre mi condiziona; la "paura della morte
dell'altro" e', in fondo, la paura di smarrire questa auto-trascendenza, e
non l'affermazione della trascendenza dell'altro.
*
La condanna della violenza della natura introduce un dualismo, una
scissione, un agonismo: e' un attentato all'Uno. Muller vede perfettamente
che la logica nonviolenta non puo' essere la logica dell'Uno, ma trova che
quest'ultima sia solo la logica di una "concezione organica della societa'"
(p. 144), che riduca l'individuo alla collettivita'. C'e' invece anche una
riduzione dell'uomo alla natura che e' non meno pericolosa, senza, d'altra
parte, che la sua negazione debba condurre alla fede o allo spiritualismo.
Precisa del resto Muller che la logica della nonviolenza non e' nemmeno la
logica del Due, perche' il Due, "che esprime il faccia-a-faccia di due
individui che rischiano di non coniugare altro che i loro individualismi, e'
troppo povero per simboleggiare una vera unione" (p. 145). La logica della
nonviolenza sara' dunque una logica del Tre. E', questo, un passaggio
fondamentale e particolarmente delicato. E' il passaggio dall'etica alla
politica, dal privato al pubblico. Si puo' contestare che l'unione dei due,
quando e' autentica, sia compatibile con l'individualismo. Si puo' vedere
piuttosto nell'apertura della relazione erotica la via che conduce
all'apertura ai tutti. Vero e', pero', che nella relazione erotica vi e' una
corrispondenza tra due persone che si sono scelte in base alla loro
affinita'. Realizzare una societa' nonviolenta non puo' voler dire,
evidentemente, creare un'accolita di affini, benche' non manchino esperienza
in questo senso; vuol dire, invece, esistere con il Terzo.
Con il Terzo, compare l'istituzione. Ma con l'istituzione compare anche la
costrizione. Muller e' ben consapevole della violenza che comporta
l'esistenza dello Stato e del rischio sempre presente che uno Stato
democratico si converta in uno Stato totalitario, ma cio' non gli impedisce
di tratteggiare i lineamenti di una democrazia autentica, necessariamente
conflittuale perche' c'e' conflitto dove ci sono differenze, ma non
violenta, perche' quelle differenze non sono criminalizzate. Una societa' in
cui la polizia non ha funzioni repressive, ma e' al servizio della pace
pubblica, in cui la partecipazione democratica non si limita al voto, in cui
la magistratura non assolve i potenti condannando i deboli, e cosi' via.
Tutti principi massimamente condivisibili; ma, appunto, solo principi,
mentre i pericoli istituzionali richiedono soluzioni istituzionali. Pensare
una societa' nonviolenta, un corpo politico nonviolento, significa ricercare
nuove, inedite soluzioni istituzionali, che strutturalmente possano
rimediare ai mali dello Stato pur democratico. Muller intravede la
soluzione, soffermandosi sulla critica di Vaclav Havel alla democrazia dei
partiti e sulla sua fiducia in "strutture aperte, di piccole dimensioni e
dinamiche", "non orientate verso l'aspetto 'tecnico' dell'esercizio del
potere, ma sul suo significato" (pp. 176-177).
Per usare un'espressione di Danilo Dolci, il problema politico della
nonviolenza e' quello di passare dalle vecchie strutture alle nuove. E' un
problema non semplice. Se nei momenti di crisi politica evidente, quando un
regime mostra segni di cedimento ed i tempi sono maturi per il suo crollo,
le nuove strutture nascono spontaneamente, dal basso, piu' difficile e'
quando un sistema, pur essendo in crisi, e' apparentemente solido, alimenta
ricchezza, consumi, benessere; quando il cittadino non avverte la necessita'
di abbandonare la dimensione domestica e televisiva per calarsi in quella
pubblica e politica, perche' il sistema - e cio' e' indubbiamente un indice
perverso della sua efficacia, se non della sua bonta' - gli trasmette in
forme tanto subdole quanto persuasive il messaggio che tutto va bene e non
c'e' nulla da fare.
*
Ho toccato brevemente i punti dell'opera di Muller che mi sembrano piu'
significativi dal punto di vista strettamente filosofico; ma il libro
contiene molto di piu': una analisi delle tecniche della nonviolenza, un
avvincente dialogo con Eric Weil, un approfondimento del metodo gandhiano
importante per la confutazione di alcuni pregiudizi correnti e, in
appendice, la "Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente"
curata da Enrico Peyretti, che e' uno strumento prezioso per quanti vogliano
scorgere nel volto travagliato della storia l'impronta non meno travagliata,
ma portatrice di speranza, della nonviolenza.

5. MATERIALI. UNA BIBLIOGRAFIA MINIMA DI RIFERIMENTO
- AA. VV., Filosofia e violenza. Introduzione a Eric Weil, Congedo Editore,
Galatina 1978.
- Guenther Anders, L'uomo e' antiquato, vol. I, Il Saggiatore, Milano 1963,
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- Franco Basaglia, Scritti, 2 voll., Einaudi, Torino 1981-1982.
- Gregory Bateson, Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano 1976,
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- Elisabeth Burgos, Mi chiamo Rigoberta Menchu', Giunti, Firenze 1987.
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- Luce Irigaray, Speculum, Feltrinelli, Milano 1975, 1989.
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- Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto, Vinoba o il nuovo pellegrinaggio, Jaca
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- Raniero La Valle, Linda Bimbi, Marianella e i suoi fratelli, Feltrinelli,
Milano 1983.
- Giacomo Leopardi, Tutte le opere, 2 voll., Sansoni, Firenze 1969, 1988 (ma
ora cfr. anche l'edizione, anch'essa in due volumi, diretta da Lucio Felici:
vol. I: Tutte le poesie e tutte le prose, vol. II: Zibaldone, Newton, Roma
1997).
- Primo Levi, Opere, 2 voll., Einaudi, Torino 1997.
- Emmanuel Levinas, Totalita' e infinito, Jaca Book, Milano 1980, 1990.
- Franca Ongaro Basaglia, Salute/malattia, Einaudi, Torino 1982.
- Vandana Shiva, Terra madre, Utet, Torino 2002 (edizione riveduta di
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- Renate Siebert, La mafia, la morte e il ricordo, Rubbettino, Soveria
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- Tzvetan Todorov, Memoria del male, tentazione del bene, Garzanti, Milano
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- Simone Weil, Quaderni, 4 voll., Adelphi, Milano 1982-1993.
- Virginia Woolf, Le tre ghinee, La tartaruga, Milano 1975, Feltrinelli,
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- Chiara Zamboni, La filosofia donna, Demetra, Colognola ai Colli (Vr) 1997.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
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Numero 4 del 16 gennaio 2005