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La nonviolenza e' in cammino. 813



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 813 del 18 gennaio 2005

Sommario di questo numero:
1. Peppe Sini: Tre note su "Conflittualita' nonviolenta" di Andrea Cozzo
2. Giulio Vittorangeli: Tre assemblee per una democrazia preventiva
3. Bibi Tomasi: Tu piangi
4. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte ottava)
5. Alberto Bosi: Uscire dal circolo vizioso della violenza
6. Paolo Predieri: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
7. Letture: Emilia Ferreiro, Com todas as letras
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: TRE NOTE SU "CONFLITTUALITA' NONVIOLENTA" DI
ANDREA COZZO
1. Credo che questo libro (Andrea Cozzo, Conflittualita' nonviolenta.
Filosofia e pratiche di lotta comunicativa, Mimesis, Milano 2004, pp. 336,
euro 18) sia uno dei libri piu' importanti se non il libro piu' importante
pubblicato in Italia nel corso dell'ultimo anno, e forse non solo.
E' forse il primo lavoro effettivamente sistematico sulla nonviolenza
scritto in lingua italiana, paese e lingua in cui pure esistono opere
stupende di grandi figure della nonviolenza, da Aldo Capitini a Danilo
Dolci, da Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto a Ernesto Balducci, ma nessuno
di loro scrisse un'opera sistematica.
L'unico lavoro adeguatamente sistematico disponibile prima di questo, a mio
modesto avviso e per quanto e' a mia conoscenza, e' l'eccellente saggio
introduttivo di Giuliano Pontara premesso all'altrettato eccellente
antologia gandhiana da lui curata (Mohandas Gandhi, Teoria e pratica della
nonviolenza, Einaudi, Torino 1973, 1996 - in questa nuova edizione ampliato
e con l'opportuno titolo "Il pensiero etico-politico di Gandhi").
Ci sono ovviamente motivi peculiari e cogenti per cui in Italia, da parte
delle studiose e degli studiosi che alla nonviolenza si sono accostate e
accostati, si sono privilegiati altri approcci: spesso si e' scritto avendo
presenti soprattutto le lotte da condurre e le esperienze da socializzare;
spesso si e' scritto per fornire materiali di lavoro immediatamente
fruibili; infine molto ha pesato per un verso la tradizione storicistica e
per l'altro la diffidenza verso l'"esprit de systeme". Infine non poco ha
influito la tradizionale separazione tra ambiti di ricerca che la
nonviolenza "de facto" ma anche "de jure" (se cosi' possiamo esprimerci)
unifica, beninteso in adeguate e complesse articolazioni, per mediazioni
critiche ed aperture ermeneutiche.
Stando cosi' le cose, dopo il grande saggio di Pontara, questa a noi pare
essere la prima opera sistematica sulla nonviolenza scritta in Italia.
*
2. Che il lavoro di Andrea Cozzo abbia carattere sistematico, non significa
che sia un'opera chiusa. E' opera aperta: nel duplice senso che rinvia
all'"opera aperta" di cui scrisse Eco, e all'apertura della nonviolenza di
cui scriveva Capitini.
Ed e' opera feconda: poiche' la nonviolenza e' tra l'altro un vasto campo di
ricerche e un continuo ricercare e sperimentare, un confronto critico tra
diverse tradizioni di pensiero e diversi ambiti di teoria e di prassi, e'
critica creativa e creativita' critica: etica, politica, metafisica; ma
anche analisi concreta delle situazioni concrete, materialita' delle cose
pensate e teoreticita' delle cose materiali. Principio responsabilita' e
sogno di una cosa. Qui e altrove, di fronte e attraverso.
Abbiamo altre volte detto, e qui non ripetiamo se non per cenni, che nulla
coglie della teoria-prassi nonviolenta chi pretendesse di ridurla a
formulario, a repertorio, a dogma, a "ideologia di ricambio".
La nonviolenza (termine con cui Capitini traduce nella nostra lingua il
densissimo e complesso concetto che Gandhi esprime con i due termini dedotti
dal sanscrito di ahimsa e satyagraha) e', secondo l'approccio che chi redige
questo notiziario propone, un "insieme di insiemi" (un concetto
logico-assiologico; un insieme di modalita' e tecniche ermeneutiche,
maieutiche, deliberative ed operative; un insieme di proposte costruttive;
un insieme di esperienze storiche e avventure teoretiche; un insieme di
testimonianze aggettanti), infinitamente aperto e creativo, essendovi di
fatto tante immagini e declinazioni della nonviolenza quante sono le persone
che ad essa si accostano.
Ma questa complessita' e dialetticita' della nonviolenza, che e' pratica
concreta di oppposizione alla violenza, quindi sempre contestuale e
relazionale nel suo darsi, farsi, pensarsi, e' anche, ed eminentemente, un
invito al rigore morale e intellettuale, alla coerenza tra mezzi e fini, al
riconoscimento di umanita': al sentire rettamente e rettamente agire, in un
atteggiamento per cui la propria vita si fa - in umilita' e splendore, in
timore e tremore, in ricerca e scoperta - esperienza ed esperimento di
verita', accostamento all'altro e all'altra, apertura al volto altrui,
infinita domanda, infinito prendersi cura.
Essa nonviolenza, quindi, non consiste in una generica benevolenza (che pure
e' atteggiamento che molto onoriamo), ma nell'opposizione alla violenza,
nella pratica del conflitto contro ogni violenza, interiore ed esteriore,
flagrante ed occulta, dispiegata o subdola, palesemente riconoscibile o -
per essersi cristallizzata in longeve strutture - piu' difficilmente
individuabile. La nonviolenza e' lotta contro la menzogna, l'ingiustizia,
l'oppressione che denega la qualita' umana degli esseri umani, la violenza
che lacera la trama delle relazioni, che distrugge il mondo, che inquina la
vita. La nonviolenza e' lotta, ma quella specifica forma di lotta che e'
insieme anche comunicazione, apertura all'altro, all'altra, riconoscimento
di umanita', degnificazione e dono.
E' quella lotta che vuole la salvezza di tutti, che alla violenza in nulla
cede, che limpida ed intransigente ripudia di farsi invadere, contaminare,
insignorire da essa violenza, per non riprodurla giammai, per non
accrescerla in alcun modo. La nonviolenza: una grande idea e speranza per
l'umanita' intera in questa tragica distretta in cui intera l'umanita' si
trova oggidi'.
Ma anche: un habitus e una esigenza di rigorizzazione logica, di
scientificita', di conoscenza verificabile. La nonviolenza si studia, oltre
a praticarla; ad essa ci si prepara, per poterla praticare. Chi pensa di
sapere gia' tutto di essa prima ancora di essersi ad essa accostato ne
ignorera' per sempre i tesori e il tessuto, il dono e il valore.
*
3. Il libro di Andrea Cozzo propone campi e percorsi di ricerca, rievoca
esperienze e teorie, analizza con acutezza ed empatia vicende storiche e
mentali di profonda densita'. Convoca una strumentazione euristica che si
svolge in campi del sapere che vanno dalla psicologia alla religione,
dall'etica alla politica, dalle scienze umane ed esatte alle tradizioni
sapienzali.
E' un libro che propone una ricerca, che interroga. Va letto cosi',
innanzitutto come un invito. Anche laddove i riferimenti e l'itinerario di
chi legge sono altri; anche laddove ci si dispiacesse della mancanza di
questo o quella relazione, figura, vicenda o tradizione specifica che per
chi legge hanno particolarmente contato; anche laddove alcune formule o
proposte si ritenessero parziali o diverse da quanto si ha in animo e si
vorrebbe discutere. Molte sono le vie che alla scelta della nonviolenza
possono condurre; il libro di Andrea Cozzo non ha la pretesa di segnalarle
tutte, propone un approccio, una modalita', nella coscienza che altri e
altre se ne diano.
E' un contributo grande. Un libro da leggere e discutere. Non solo dalle
persone amiche della nonviolenza.
*
Per richieste alla casa editrice: Mimesis, alzaia nav. pavese 34, 20136
Milano, tel. 0289403935, cell. 3474254976, e-mail: mimesised at tiscali.it,
sito: www.mimesisedizioni.it
*
L'autore: Andrea Cozzo (per contatti: acozzo at unipa.it) e' docente
universitario di cultura greca, studioso e amico della nonviolenza,
promotore dell'attivita' didattica e di ricerca su pace e nonviolenza
nell'ateneo palermitano, tiene da anni seminari e laboratori sulla gestione
nonviolenta dei conflitti, ha pubblicato molti articoli sulle riviste dei
movimenti nonviolenti, fa parte del comitato scientifico dei prestigiosi
"Quaderni Satyagraha". Tra le sue opere recenti: Se fossimo come la terra.
Nietzsche e la saggezza della complessita', Annali della Facolta' di Lettere
e filosofia di Palermo. Studi e ricerche, Palermo 1995; Dialoghi attraverso
i Greci. Idee per lo studio dei classici in una societa' piu' libera, Gelka,
Palermo 1997; (a cura di), Guerra, cultura e nonviolenza, "Seminario
Nonviolenza", Palermo 1999; Manuale di lotta nonviolenta al potere del
sapere (per studenti e docenti delle facoltà di lettere e filosofia),
"Seminario Nonviolenza", Palermo 2000; Tra comunita' e violenza. Conoscenza,
logos e razionalita' nella Grecia antica, Carocci, Roma 2001; Saggio sul
saggio scientifico per le facolta' umanistiche. Ovvero caratteristiche di un
genere letterario accademico (in cinque movimenti), "Seminario Nonviolenza",
Palermo 2001; Filosofia e comunicazione. Musicalita' della filosofia antica,
in V. Ando', A. Cozzo (a cura di), Pensare all'antica. A chi servono i
filosofi?, Carocci, Roma 2002, pp. 87-99; Sapere e potere presso i moderni e
presso i Greci antichi. Una ricerca per lo studio come se servisse a
qualcosa, Carocci, Roma 2002; Lottare contro la riforma del sistema
scolastico-universitario. Contro che cosa, di preciso? E soprattutto per che
cosa?, in V. Ando' (a cura di), Saperi bocciati. Riforma dell'istruzione,
discipline e senso degli studi, Carocci, Roma 2002, pp. 37-50; Scienza,
conoscenza e istruzione in Lanza del Vasto, in "Quaderni Satyagraha", n. 2,
2002, pp. 155-168; Dopo l'11 settembre, la nonviolenza, in "Segno" n. 232,
febbraio 2002, pp. 21-28; Conflittualita' nonviolenta. Filosofia e pratiche
di lotta comunicativa, Edizioni Mimesis, Milano 2004.

2. EDITORIALE. GIULIO VITTORANGELI: TRE ASSEMBLEE PER UNA DEMOCRAZIA
PREVENTIVA
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento. Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori
di questo notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da
sempre nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dell'Associazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della
solidarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno,
luglio 2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio
2001; America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per
anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'"]

Ci sono dei fine-settimana molto interessanti che, per la molteplicita'
delle iniziative messe in campo, si fatica non poco a seguire.
Venerdi' 14 gennaio si e' riunita a Roma, la "Tavola della solidarieta'".
Decisamente l'iniziativa che piu' e' passata sotto silenzio. Eppure, non per
questo, meno interessante. La Tavola e' composta da un gruppo vastissimo di
organizzazioni impegnate per la solidarieta', i diritti, la giustizia, la
pace che vogliono creare uno spazio comune di dibattito, di confronto, di
collegamento e di iniziativa politico-culturale su questi temi.
"Nella nostra azione quotidiana siamo impegnati a fronteggiare la guerra, la
crescita delle diseguaglianze, la riduzione dei diritti umani, il degrado
ambientale del pianeta. Lavoriamo per la costruzione di un ordine di pace,
per la realizzazione ed il rispetto dei beni comuni e dei diritti. La guerra
in Iraq e le tante guerre dimenticate nel mondo; la crescita delle
diseguaglianze e degli squilibri tra Nord e Sud del mondo; la scomparsa di
fatto delle politiche di cooperazione internazionale; la riduzione del
Welfare e dello spazio pubblico con la equiparazione dei beni comuni a merci
segnalano la gravita' e i rischi dell'attuale situazione storica che stiamo
vivendo. Servono l'impegno ed il lavoro di tutti per scongiurare questi
pericoli e riaffermare la possibilita' di un mondo diverso fondato sui
principi della solidarieta', della giustizia, della pace".
E' questo della solidarieta' internazionale un primo capitolo fondamentale
della politica, comunemente interpretata (dai partiti) come politica estera.
La sfida della Tavola e' quella di costituirsi come soggetto capace di
rimettere la solidarieta' internazionale al centro della politica e della
societa', del rapporto tra cittadini ed istituzioni, tra popoli e culture,
tra le persone.
In questo senso, ci sembra particolarmente importante l'appello sul maremoto
in Asia, promosso dalla rivista "Carta" (il testo completo con le adesioni e
in www.carta.org) che raccoglie urgenze e attivita', quali la proposta di
cancellazione del debito avanzata di recente da Alex Zanotelli tra gli
altri.
Non solo, ma pensiamo che una solidarieta' politica deve essere capace di
denunciare chiaramente il gioco delle tre carte che il governo sta facendo
sugli aiuti alle popolazioni colpite dallo tsunami: dei 70 milioni previsti
dallo stanziamento statale, la meta' provengono dal fondo per la
cooperazione internazionale. Come giustamente e' stato evidenziato, togliere
fondi dalla cooperazione e' come "far pagare l'emergenza maremoto ai bambini
del Ghana" (Sergio Marelli, presidente dell'Associazione delle Ong).
*
Gli altri capitoli (importanti per l'emergenza che attraversa l'Italia),
rappresentati dalla politica della democrazia e delle istituzioni e la
politica economica e sociale, sono stati al centro delle altre due assemblee
di Roma.
Quella del 15 gennaio promossa dal quotidiano "Il manifesto" dal titolo
Verso sinistra: la cultura di una sinistra possibile a partire da quattro
temi: guerra/pace, conflitto capitale/lavoro, diritti e beni comuni, crisi
della democrazia. Un incontro "a sinistra" per ridare senso e pregnanza a
questa definizione, non in astratto ma tirando il filo delle pratiche e
delle lotte di questi anni di epoca berlusconiana.
Quella del 16 gennaio dal titolo Fuori programma promossa da "Carta" insieme
a molte riviste di sinistra, cattoliche, ambientaliste, del sindacato;
articolata in quattro gruppi di lavoro: pace e solidarieta' globale, beni
comuni, sviluppo e diritti dei lavori, legalita' e diritti di cittadinanza.
*
Probabilmente forziamo un po' le cose, ma a noi sembra di scorgere in tutte
e tre le assemblee non solo dei temi comuni, ma una sorta di filo rosso sul
"che fare", che cerca di ritessere reti di discussione, di riflessione
comune, di solidarieta' politica orizzontale, oggi sacrificate al primato
della decisione.
Una prima risposta alla vera emergenza democratica che attraversa l'Italia,
riattivando gli umori vitali della democrazia, quella della partecipazione
dal basso. Pensiamo solo al ricchissimo e variegato tessuto connettivo di
saperi, di esperienze associative, di lavoro dei e nei movimenti. Cercando
cosi' di trasformare le singole debolezze di oggi in forza comune. Perche'
come, giustamente, ha scritto Valentino Parlato: "L'ambizione che dovremmo
avere tutti e' quello di essere un lievito".

3. POESIA E VERITA'. BIBI TOMASI: TU PIANGI
[Da Bibi Tomasi,  La patita dei gatti blu, Quaderni di Via Dogana - Libreria
delle donne, Milano 2001, p. 86. Un profilo di Bibi Tomasi (1925-2000),
giornalista, scrittrice, promotrice di cultura, figura di riferimento del
femminismo, e' nel n. 462 di questo notiziario, ripreso dal sito della
Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)]

Tu piangi come il gelsomino
che piega la testa di sera,
oppresso dall'infinito.

4. MEMORIA. BRUNO SEGRE: PER NON DIMENTICARE LA SHOAH (PARTE OTTAVA)
[Ringraziamo di cuore Bruno Segre (per contatti: bsegre at yahoo.it) per averci
permesso di riprodurre sul nostro foglio ampi stralci dal suo utilissimo
libro Shoah, Il Saggiatore, Milano 2003, la cui lettura vivamente
raccomandiamo. Riportando alcuni passi di esso abbiamo omesso tutte le note,
ricchissime di informazioni e preziose di riflessioni, per le quali
ovviamente rinviamo chi legge al testo integrale edito a stampa. Bruno
Segre, storico e saggista, e' nato a Lucerna nel 1930, si e' occupato di
sociologia della cooperazione e di educazione degli adulti nell'ambito del
Movimento Comunita' fondato da Adriano Olivetti; ha fatto parte del
Consiglio del "Centro di documentazione ebraica contemporanea" di Milano;
dal 1991 presiede l'Associazione italiana "Amici di Neve' Shalom / Wahat
al-Salam"; dirige la prestigiosa rivista di vita e cultura ebraica "Keshet"
(e-mail: segreteria at keshet.it, sito: www.keshet.it). Tra le opere di Bruno
Segre: Gli Ebrei in Italia, Giuntina, Firenze 2001; Shoah, Il Saggiatore,
Milano 1998, 2003]

La deportazione degli ebrei italiani
"In maggioranza, gli ebrei italiani e gli ebrei stranieri che hanno cercato
rifugio in Italia sono sopravvissuti. Tuttavia la tempesta razziale e'
esplosa in un paese dove la minoranza ebraica, profondamente radicata, era
insediata nella vita civile e produttiva, negli ambienti militari, nella
magistratura, nelle professioni, nell'insegnamento, nell'industria, e da due
secoli non conosceva discriminazioni, appoggiava il governo e non aveva
motivo di credere che un giorno sarebbe stata possibile la promulgazione
delle leggi razziali. Ma tali leggi furono proposte da un capo del governo
che non aveva precedenti di pregiudizi razziali, un re d'Italia le firmo', e
divennero una realta' italiana. Vi furono arresti, retate, deportazioni,
esecuzioni, migliaia di morti". Cosi' argomenta Furio Colombo nella
prefazione, ampia e molto densa, da lui scritta per l'edizione italiana del
saggio di Susan Zuccotti su L'Olocausto in Italia.
La "soluzione finale" fa la sua comparsa in Italia pochi giorni dopo
l'armistizio dell'8 settembre 1943, sotto forma di alcune iniziative
definibili come "selvagge". Sulla sponda piemontese del Lago Maggiore
stazionano, con il ruolo piu' o meno dichiarato di forze d'occupazione,
alcune compagnie del II Reggimento SS della Panzerdivision Leibstandarte
Adolf Hitler. Si tratta di un'unita' di fanteria corazzata spostata
nell'Italia del nord dopo la caduta di Mussolini (25 luglio 1943),
proveniente dal fronte russo e quindi abituata ad assistere, se non a
partecipare, agli eccidi di massa perpetrati fra le popolazioni ebraiche
dalle Einsatzgruppen. Il 15 settembre, uomini in servizio presso tale
reggimento arrestano e, dopo una detenzione di alcuni giorni, massacrano 54
ebrei, 15 dei quali fuggiti in Italia da Salonicco per sottrarsi al terrore
dell'occupazione tedesca. L'eccidio che i tedeschi  compiono non si sa se a
scopo di rapina o per puro sadismo, viene consumato con risvolti di
particolare efferatezza in varie localita': Meina, Baveno, Arona, Stresa e
alcune altre.
Il 18 settembre reparti di questo stesso II Reggimento SS rastrellano e
catturano nelle valli del cuneese circa 350 ebrei, per lo piu' d'origine
polacca, fuggiti dal sud della Francia nell'illusione che, con l'armistizio,
l'Italia possa diventare un'accogliente terra d'asilo. Il 16 settembre, 35
ebrei di Merano e Bolzano cadono in una retata a opera di elementi
altoatesini aggregati a un corpo di polizia locale che collabora con le SS.
Questi ebrei vengono inviati al campo di internamento di Reichenau, in
Austria, ove rimarranno presumibilmente fino ai primi di marzo del 1944, per
essere poi trasferiti ad Auschwitz.
Subito dopo e' la volta degli ebrei di Roma, su cui si abbatte il 26
settembre l'imposizione di una taglia di 50 chilogrammi d'oro da consegnarsi
entro 36 ore, pena la deportazione di 200 membri della Comunita' romana. Il
29 settembre, cioe' il giorno successivo alla consegna dell'oro
affannosamente raccolto, i nazisti irrompono nei locali della Comunita'
asportando l'archivio corrente, senza per altro trascurare di fare man bassa
del denaro contenuto nella cassaforte. Il 13 ottobre e' la volta delle due
piu' importanti biblioteche ebraiche che conservano testi antichi e
preziosi: la biblioteca della Comunita' e quella del Collegio rabbinico
italiano. Ma a tutto cio' fara' seguito, infine, la grande retata del 16
ottobre, nel corso della quale 1.022 persone verranno catturate con
un'azione fulminea avente per epicentro l'antico ghetto, e deportate ad
Auschwitz. Soltanto 17 riusciranno a sopravvivere, mentre 839 (le prime
vittime italiane dello Zyklon-B) subiranno l'immediata eliminazione nelle
camere a gas di Birkenau.
*
Nel frattempo, tra il 15 e il 22 settembre 1943, nelle regioni dell'Italia
centro-settentrionale occupate dai tedeschi viene varato il nuovo governo
fascista della Repubblica sociale italiana (Rsi, conosciuta anche come
Repubblica di Salo') con a capo Benito Mussolini. Lo Stato neonato e' un
regime-fantoccio, del tutto asservito alla potenza occupante, e che nei
confronti degli ebrei non tarda a seguire una linea molto piu' dura di
quella tenuta dal fascismo italiano dopo l'adozione, nel 1938, delle leggi
per la "difesa della razza". Con il manifesto programmatico approvato il 14
novembre 1943 dal  Partito fascista repubblicano nel corso del suo Congresso
a Verona (la cosiddetta "Carta di Verona"), il regime di Salo' emana contro
gli ebrei, sia "puri" che "misti", sia italiani che stranieri residenti in
Italia, una serie di provvedimenti che gli stessi nazisti non avevano osato
imporre a taluni dei paesi occupati, quali la Danimarca, e neppure agli
altri alleati: non alla piccola Bulgaria che, come s'e' visto, si era
rifiutata di applicarli; non all'Ungheria che li emanera' soltanto quando
Hitler  invadera' militarmente il territorio magiaro (19 marzo 1944).
Gia' le leggi razziali italiane del 1938 non appaiono sostanzialmente piu'
miti di quelle nazionalsocialiste; anzi, contengono alcune specifiche
disposizioni dal carattere piu' marcatamente persecutorio - quali per
esempio alcune norme sulla proprieta' o l'esclusione totale degli studenti
dalle scuole pubbliche - rispetto alla legislazione antiebraica vigente in
Germania prima della "Notte dei cristalli" (9-10 novembre 1938). Ma i nuovi
provvedimenti resi operativi a Verona (al punto settimo, la "Carta" recita:
"Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra
appartengono a nazionalita' nemica") prevedono che gli ebrei, in quanto
"nemici",  vengano arrestati e chiusi in campi di concentramento, e che i
loro beni siano confiscati, vale a dire rubati: un complesso normativo che
non trova precedenti in alcun rapporto internazionale. A questo proposito,
Guido Fubini fa notare che al varo del famigerato punto settimo segue prima
il bando del duce del 13 dicembre 1943, che ordina a tutti gli ebrei di
presentarsi per essere internati nei campi di concentramento  e poi, a poco
piu' di un mese di distanza, il decreto del duce del 4 gennaio 1944, n. 2,
che dispone la confisca di tutti i beni, mobili e immobili, appartenenti ad
ebrei, e "la devoluzione del prezzo di vendita allo Stato a parziale
ricupero delle spese assunte per assistenza, sussidi e risarcimenti di danni
di guerra ai sinistrati delle incursioni aeree nemiche". "Con tali
provvedimenti", chiarisce Fubini, "gli ebrei venivano sottoposti a una
condizione peggiore di quella dei cittadini di paesi dichiaratamente in
guerra con l'Italia, protetti dalle norme del diritto internazionale, e per
i quali la legge italiana prevedeva di regola non la confisca ma il solo
sequestro dei beni: agli ebrei [italiani] veniva infatti negato non solo il
diritto di avere ma anche il diritto di essere. I provvedimenti della
Repubblica sociale italiana toglievano loro anche la tutela giuridica del
diritto alla vita. Non si ravvisano precedenti ne' nel diritto romano pre-
e post-giustinianeo, ne' nel diritto comune".
Un'ordinanza di polizia del ministro degli interni di Salo', in vigore sin
dal 30 novembre 1943, prescrive che tutti gli ebrei residenti nel territorio
della Rsi, qualunque sia la loro nazionalita', siano "inviati in appositi
campi di concentramento". Tale ordinanza diventa subito operativa con un
rastrellamento che porta all'arresto di 150 ebrei a Venezia (5-6 dicembre),
cui seguono numerose altre retate portate a termine interamente da militi
italiani in tutta l'Italia centro-settentrionale, dal confine italo-svizzero
sino alle province di Firenze, Livorno e Perugia.
*
Di qui trae origine la decisione, da parte della Rsi, di allestire
appositamente per gli ebrei catturati un grande campo di concentramento. La
scelta cade su un'area agricola nel territorio di Fossoli, a pochi
chilometri da Carpi, dove incominciano ben presto ad affluire i primi gruppi
di ebrei arrestati nel corso delle retate. Ma gia' prima del 15 marzo 1944,
data in cui la gestione del campo passa ufficialmente nelle mani delle SS,
Fossoli funziona quale principale centro di transito per ebrei e oppositori
politici italiani diretti ai campi di sterminio dell'Europa orientale, primo
fra tutti Auschwitz.
Le testimonianze presentate nel processo (Berlino, aprile 1971) contro il
colonnello delle SS Friedrich Bosshammer, capo della sezione IV-B-4
dell'Rsha per l'Italia (l'ufficio di Eichmann) riferiscono in quali
condizioni si svolgono questi trasferimenti. Il convoglio partito da
Fossoli, cioe' dalla stazione ferroviaria di Carpi la mattina del 22
febbraio 1944, trasporta circa 500 ebrei d'ambo i sessi, fra cui molti
malati gravissimi e, come testimonia Primo Levi, anche una donna di 88 anni,
la veneziana Anna Jona, moribonda. Si tratta di ebrei italiani e stranieri
catturati in varie localita' da agenti italiani della Pubblica Sicurezza, in
ossequio alla citata ordinanza di polizia del 30 novembre 1943. Il treno si
compone di dodici vagoni-merce e una carrozza viaggiatori, occupata dalle SS
che scortano i prigionieri. Trentuno dei deportati sono bambini al di sotto
dei 12 anni; il piu' giovane, Leo Mariani proveniente da Venezia, ha appena
compiuto tre mesi; uno fra i piu' vecchi, un uomo di 75 anni, muore prima di
giungere ad Auschwitz, e la stessa sorte tocca ad altri due
ultrasettantenni. Una volta al giorno il convoglio si ferma in aperta
campagna e la scorta distribuisce pane, marmellata e acqua.
Il treno arriva a destinazione dopo quattro giorni, la sera del 26 febbraio,
alle 21. La selezione ha luogo l'indomani e, in base ai documenti conservati
nell'archivio del Museo di Auschwitz, 95 uomini e 29 donne entrano nel Lager
come "idonei al lavoro"; gli altri, fra cui tutti gli anziani e le madri con
i loro bimbi, vengono gassati. Dei 124 ebrei che passano la selezione si
salveranno 15 uomini e 8 donne.
*
Durante l'occupazione tedesca, gli ebrei che risultano presenti nel nostro
paese sono poco piu' di trentatremila; altri 1.900 vivono a Rodi e nelle
isole dell'Egeo, gia' possedimenti italiani (Dodecanneso). Dal settembre
1943 all'aprile 1945, nel corso di uno dei piu' oscuri e sconvolgenti
periodi della storia dell'Italia contemporanea, gli ebrei di cui e'
accertata la deportazione dal territorio "metropolitano" sono 6.806, mentre
i deportati dal Dodecanneso ammontano a 1.820 (pari rispettivamente al 27 e
al 96 per cento degli ebrei presenti). Su un totale di 8.626 deportati,
7.557 periranno nelle camere a gas o nei campi di lavoro coatto. Altri 322
verranno massacrati in occasione di eccidi documentati (come alle Fosse
Ardeatine, 24 marzo 1944, dove 75 ebrei cadranno assieme a 260 non ebrei).
Queste macabre statistiche non riescono a coprire i casi di un altro
migliaio di ebrei, residenti o in transito allora in Italia, il cui martirio
sembra destinato a restare anonimo. Nei mesi in cui questa tragedia va
consumandosi, gli ebrei italiani trovano aiuti, soccorsi e complicita'
generose, talvolta eroiche, presso la gente del popolo, i soldati, i
sacerdoti, i conventi, i funzionari civili, singoli individui che a proprio
rischio salvano migliaia di vite e che, talvolta, pagano la loro opposizione
alla barbarie spingendosi fino a condividere la stessa sorte toccata agli
ebrei. Mirabili ed esemplari restano le iniziative di assistenza ai profughi
ebrei assunte a Genova dal cardinale Pietro Boetto e a Firenze dal cardinale
Elia Della Costa dopo la chiusura, nelle due citta', degli uffici delle
rispettive Comunita' israelitiche.
Al livello, invece, del governo e delle autorita' periferiche della Rsi, le
responsabilita' nel processo di sterminio degli ebrei in Italia sono dirette
e pesantissime. Dalla polizia fascista che conduce i rastrellamenti di ebrei
d'intesa con le SS, ai militi della Guardia nazionale repubblicana che
scortano i convogli dei deportati dall'Italia fino ai cancelli di Auschwitz;
dalla cieca e sorda burocrazia statale che rapina i beni ebraici per
finanziare il sottogoverno di Salo', agli organi di stampa che plaudono ai
successi delle retate e delle deportazioni: la Rsi accetta il proprio ruolo
di esecutrice zelante delle direttive naziste senza obiezioni e senza
frapporre ostacoli.
Mentre lo stesso Mussolini non esita a sottoscrivere di suo pugno
l'autorizzazione alle deportazioni, va detto che la persecuzione omicida e'
realizzata, anche nel nostro paese, da migliaia di fanatici e tollerata da
una maggioranza terrorizzata, preoccupata o indifferente.
E nelle ore piu' cupe del genocidio, lo stesso Vaticano, purtroppo, non
riesce a esprimere una chiara condanna morale, preferendo osservare un
diplomatico silenzio.

5. RIFLESSIONE. ALBERTO BOSI: USCIRE DAL CIRCOLO VIZIOSO DELLA VIOLENZA
[Questo intervento e' stato pubblicato nel notiziario elettronico "Il
granello di senape", n. 113, dicembre 2004, pp. 7-9 (per contatti e
richieste: mambre at lillinet.org) e, in forma piu' breve, col titolo Occorre
uscire dal circolo vizioso della violenza: un'opera di Jean-Marie Muller, in
"La Guida", settimanale di Cuneo, 24 dicembre 2004.
Alberto Bosi, docente di filosofia, e' impegnato a Cuneo in molteplici
iniziative di pace e di solidarieta'; collabora con vari centri e
pubblicazioni per la pace e la nonviolenza, ha tra l'altro curato
un'apprezzata edizione di Immanuel Kant, Per la pace perpetua, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1995.
Jean-Marie Muller, filosofo francese, nato nel 1939 a Vesoul, docente,
ricercatore, e' tra i più importanti studiosi del pacifismo e delle
alternative nonviolente, oltre che attivo militante nonviolento. E'
direttore degli studi presso l'Institut de Recherche sur la Resolution
non-violente des Conflits (Irnc). In gioventu' ufficiale della riserva, fece
obiezione di coscienza dopo avere studiato Gandhi. Ha condotto azioni
nonviolente contro il commercio delle armi e gli esperimenti nucleari
francesi. Nel 1971 fondo' il Man (Mouvement pour une Alternative
Non-violente). Nel 1987 convinse i principali leader dell'opposizione
democratica polacca che un potere totalitario, perfettamente armato per
schiacciare ogni rivolta violenta, si trova largamente spiazzato nel far
fronte alla resistenza nonviolenta di tutto un popolo che si sia liberato
dalla paura. Tra le opere di Jean-Marie Muller: Strategia della nonviolenza,
Marsilio, Venezia 1975; Il vangelo della nonviolenza, Lanterna, Genova 1977;
Significato della nonviolenza, Movimento Nonviolento, Torino 1980; Momenti e
metodi dell'azione nonviolenta, Movimento Nonviolento, Perugia 1981; Lessico
della nonviolenza, Satyagraha, Torino 1992; Simone Weil. L'esigenza della
nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1994; Vincere la guerra, Edizioni
Gruppo Abele, Torino 1999; Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004.
Per acquistare il libro di Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza. Una
filosofia della pace, Edizioni Plus - Pisa University Press, Pisa 2004
(edizione originale: Le principe de non-violence. Parcours philosophique,
Desclee de Brouwer, Paris 1995), pp. 336, euro 15, rivolgersi alla casa
editrice: tel. 0502212056, fax: 0502212945, e-mail:
info-plus at edizioniplus.it, sito: www.edizioniplus.it]

Nell'assieme, in questa rubrica, nella quale riverso in piena liberta' le
mie elucubrazioni di "cittadino" di un mondo nel quale ha qualche
difficolta' a riconoscersi  in quanto lo vede piu' che mai dominato
(s'intende non esclusivamente, ma pure...) dalla violenza e forse ancor piu'
dalla stupidita', questa volta vorrei dare la parola a qualcuno che della
pace ne sa certamente piu' di me, Jean-Marie Muller, un francese che ricordo
una dozzina d'anni or sono tra i partecipanti ad un convegno della Scuola di
pace di Boves, e che nel 1995 ha pubblicato nel suo paese un' opera che
penso rimarra' nella storia del pensiero nonviolento: Il principio
nonviolenza. Una filosofia della pace, recentemente  pubblicato da  Plus
Edizioni, Pisa 2004, nell'accurata e direi amorevole traduzione di Enrico
Peyretti, egli stesso attivista e teorico della nonviolenza. Come appendice
alla traduzione Peyretti ha aggiunto una preziosa Bibliografia storica delle
lotte nonarmate e nonviolente, un argomento del quale si occupa da anni per
controbattere il pregiudizio tanto diffuso sulla scarsa efficacia pratica
della nonviolenza.
Peyretti ha scelto di scrivere nonviolenza (traduzione letterale ma discussa
del sanscrito ahimsa) come un'unica parola, proprio per sottolineare che qui
non si tratta semplicemente d'una negazione della violenza, ma d'un
principio autonomo, positivo e costruttivo, proprio come la pace non e'
semplicemente l'assenza della guerra, ma la sua attiva e positiva antitesi.
Penso che l'opera di Muller sia destinata a diventare un classico del
pensiero sulla pace, proponendosi come ideale complemento di un altro
classico gia' da tempo tradotto in italiano: Gene Sharp, Politica
dell'azione nonviolenta, 3 voll., Edizioni Gruppo Abele, Torino 1985 e sgg.,
il quale si concentra appunto sull'aspetto propriamente politico e "tecnico"
della nonviolenza (considerando anche che siamo sotto Natale, non resisto
alla tentazione di ricordare il "classico dei classici" della nonviolenza,
cioe' una delle migliori antologie gandhiane: Mohandas K. Gandhi, Teoria e
pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino 1973, 1996).
Dare un'idea della ricchezza di questo libro, denso di pensiero ma molto
accessibile quanto al linguaggio, non e' possibile in queste poche pagine:
bisogna che chi e' interessato alla pace lo legga. Per comunicarne tuttavia
almeno un sentore, in un primo tempo avevo pensato ad una recensione, ma mi
e' parso piu' utile offrire qui una specie di antologia minima, con alcune
brevi note introduttive .
*
Il circolo incantato del pensiero violento
Come nota Roberto Mancini, autore di una densa prefazione all'opera di
Muller, lo sforzo essenziale dell'autore e' propriamente filosofico:
consiste precisamente nel mettere in questione, attraverso una critica
radicale anche se esposta in un linguaggio accessibile, i percorsi
obbligati, i veri e propri recinti mentali nei quali il pensiero,
particolarmente nella civilta' occidentale, si muove da millenni, e che
partendo dall'esigenza piu' che comprensibile della sicurezza, finiscono per
rendere la violenza e la sua forma piu' spettacolare, la guerra, non solo
inevitabile, ma legittima ed onorevole, mentre lo sforzo di chi ricerca la
pace viene spesso accusato di debolezza e di vilta'. Nella efficace sintesi
di Mancini, ecco i "paletti" che delimitano la questione agli occhi del
pensiero comune (e di buona parte di quello filosofico), configurando una
specie di circolo incantato entro il quale il pensiero umano si muove: "1)
e' ovvio che la nonviolenza sia desiderabile in teoria; 2) e' ovvio che
pero' non sia praticabile; 3) e' ovvio che in teoria la violenza sia da
condannare; 4) e' ovvio che pero' la violenza sia da praticare nella
realta'" (p. 14). Questo non significa che la nonviolenza stia o cada su un
piano puramente intellettuale, al contrario come nota l'autore in essa e'
essenziale la dimensione emotiva e corporea: ma senza una chiarificazione
filosofica anche gli spiriti piu' disposti alla nonviolenza saranno sempre
in imbarazzo davanti alle ragioni apparentemente inconfutabili della
violenza.
*
Violenza: estremista od ortodossa?
Mettere in questione questi millenari "paletti" e' impresa non da poco: in
primo luogo occorre richiamare l'attenzione sul carattere insidioso,
pervasivo e apparentemente "rispettabile" di quello che potremmo ben
chiamare il "principio violenza", che ha radici salde e profonde nelle
ortodossie sia politiche che religiose.
"Noi abbiamo preso l'abitudine di mettere le violenze che condanniamo sul
conto degli estremismi. Ma questi estremismi che noi rifiutiamo non sono
possibili che grazie alle ortodossie che noi accettiamo. Per definizione,
l'estremista e' il partigiano di una dottrina spinta fino alle sue
conseguenze estreme, e cio' significa che esiste un legame tra questa
dottrina e le ragioni degli estremisti. L'ortodossia della dottrina alla
quale questi si riferiscono non e' innocente dei misfatti e dei crimini ai
quali essi si abbandonano. Gli estremismi di cui vediamo dappertutto gli
effetti distruttivi non possono esistere che per il fatto che essi prendono
dalle ortodossie gli argomenti per la loro propaganda. (...) Giustificando
l'"uso ragionevole della violenza", le ortodossie giustificano gia' l'abuso
degli estremismi. Per combattere la violenza degli estremismi bisogna
arrivare a braccarla e stanarla nei punti precisi dove essa si ripara nel
seno delle ortodossie.
L'ideologia nazionalista che insegna il disprezzo dello straniero si
appoggia sul culto della patria che esalta l'identita' nazionale dei popoli.
Lo stato totalitario pretende di fondare la sua legittimita' sulla dottrina
della democrazia che attribuisce allo stato il monopolio della violenza
legittima. La guerra totale fonda la sua giustificazione sulla dottrina
della guerra giusta che legittima e onora la violenza e l'omicidio dal
momento che essi sono al servizio di una causa giusta. L'integrismo
religioso si radica nell'ortodossia delle religioni che professano una
dottrina della violenza legittima" (pp. 25-26).
*
"Chi vuole il fine, vuole i mezzi"
"'Il fine giustifica i mezzi' dice il proverbio, e questo vuol dire che
giustifica tutti i mezzi. Certo, i mezzi sono giusti solo se, anzitutto, e'
giusto il fine. Ma non basta che il fine sia giusto perche' i mezzi siano
ugualmente giusti. Importa anche che i mezzi siano accordati al fine,
coerenti con esso. Il mezzo della violenza, pur se impiegato per un fine
giusto, contiene in se stesso una parte irriducibile di ingiustizia che si
ritrova nel fine. Se la scelta dei mezzi e' seconda rispetto al fine
ricercato, non e' tuttavia secondaria; al contrario, e' primaria per
raggiungere effettivamente il fine perseguito. Non si raccoglie, in
definitiva, che cio' che si e' seminato, e chi semina violenza raccoglie
morte.
Non soltanto i mezzi della violenza pervertono il fine, ma si sostituiscono
ad esso. L'uomo che sceglie la violenza abbandona il fine che aveva prima
invocato per andare a dare battaglia, e non se ne preoccupa piu', perche' il
mezzo lo occupa interamente. (...) Cosi', il mezzo non e' piu' al servizio
del fine, ma e' il fine che e' messo al servizio del mezzo. (...) La
violenza diventa allora eticamente neutra e soltanto la probabilita' della
sua riuscita e del suo scacco permette di apprezzarne l'utilita'. La
decisione che comanda l'azione non e' piu' una scelta ma soltanto un
calcolo.
'Chi vuole il fine, vuole i mezzi', dice un altro proverbio il quale,
purche' ben interpretato, esprime meglio del precedente la vera saggezza
delle nazioni. Chi vuole la giustizia, vuole in effetti i mezzi giusti. Chi
vuole la pace vuole effettivamente i mezzi pacifici. E' l'azione che e'
importante, e non l'intenzione dell'attore. Ora, precisamente, il fine e'
nell'ordine delle intenzioni, i mezzi sono nell'ordine dell'azione. Nulla e'
piu' perverso di una morale dell'intenzione che giudica l'azione soltanto
dalla qualita' della propria intenzione" (p.107).
Circa un secolo fa il sociologo e filosofo Max Weber pose un celebre dilemma
tra etica dell'intenzione (che, ligia solo ai principi, sarebbe indifferente
alle conseguenze) ed etica della responsabilita' (che invece partirebbe
proprio dalle possibili conseguenze dell'azione). In realta' Weber voleva
dire, come aveva gia' ampiamente sostenuto Machiavelli, che se in politica
si pone il problema dell'efficacia nel perseguire un certo fine (in primo
luogo, la conservazione dello stato) non si puo' essere schizzinosi quanto
alla scelta dei mezzi, e chi vuole attenersi a principi morali rischia di
fare guai peggiori di un politico poco scrupoloso ma deciso e coerente. In
questo testo Muller rovescia audacemente l'accusa: in effetti, non esiste
tra fine e mezzi solo il problema dell'efficacia ma anche quello della
coerenza; come ben vediamo ai nostri giorni, esportare la democrazia con
mezzi dispotici ha altrettanto senso che predicare il Vangelo con la spada o
dare lezioni di  dolcezza a suon di schiaffi (naturalmente cio' che conta e'
sempre la direzione generale dell'azione, non le singole realizzazioni che
possono essere piu' o meno imperfette). La violenza puo' certo apparire piu'
efficace in tempi brevi: tale efficacia viene pero' il piu' delle volte
vanificata dalla mancanza di coerenza, specie in tempi lunghi. Secondo
Muller, sarebbe appunto l'uomo etico colui che ha il coraggio di assumersi
la responsabilita' del rapporto tra fine e mezzi, anzitutto nel senso della
coerenza tra i due (naturalmente, presupponendo che il fine sia buono,
perche' altrimenti il piu' coerente di tutti sarebbe il criminale che
persegue fini malvagi con mezzi malvagi).
*
Dalla cultura della violenza a quella della nonviolenza
La pace non e' semplice assenza di guerra, ma la sua positiva alternativa,
il suo continuo superamento, che va continuamente ed attivamente costruito.
Nulla di piu' lontano dal pensiero di Gandhi del pensare la nonviolenza come
passivita' o indifferenza. Al contrario, egli ribadi' innumerevoli volte,
contrariamente all'immagine convenzionale diffusa su di lui, che chi si
ribella anche violentemente all'ingiustizia e' piu' vicino alla nonviolenza
di chi per vilta' si defila.
Per uscire pero' dal circolo vizioso per il quale un fine preteso buono
giustifica dei mezzi cattivi (proprio  come oggi, quando la guerra viene
legittimata con il fine della pace e della liberazione dall'oppressione)
bisogna anzitutto battere l'ideologia della violenza. Un'ideologia che ha la
natura della "profezia che si adempie da sola", crea cioe' situazioni nelle
quali la violenza "buona" sembra diventare assolutamente necessaria
(pensiamo alla Somalia, al Kossovo, all'Iraq e ad altre emergenze
internazionali di questi ultimi anni). "Giustificare la violenza sotto la
copertura della necessita', e' rendere la violenza effettivamente
necessaria" (p. 289).
Tra la violenza "irragionevole" e quella "buona" dell'"uomo  ragionevole"
che la invoca come unico mezzo per far cessare l'ingiustizia, si determina
una specie di circolo vizioso che minaccia di perpetuare all'infinito la
violenza stessa: questa ha infatti un dinamismo, quasi una personalita'
propria, per cui non si lascia mettere da parte come uno strumento che si
ripone una volta usato.
"La violenza sfugge a chi la mette in atto. Non rimane nelle mani di chi
vuole afferrarla per usarla. Letteralmente, gli scappa di mano e non
obbedisce che alle proprie leggi (...). Per questo, chi ha optato per la
violenza non puo' restare padrone delle conseguenze dei suoi atti (...).
Certo, la tesi per cui la violenza dell'uomo ragionevole e' necessaria per
lottare contro la violenza dell'uomo irragionevole sembra appoggiarsi su
argomenti forti. Ma, al contrario di cio' che e' generalmente ammesso, ci
sembra che sia piu' forte in teoria che in pratica. La storia di ieri e di
oggi ci mostra che l'applicazione di questa tesi ha generalmente provocato
lo scatenarsi di violenze che non erano per niente necessarie (...). In
realta', la storia non funziona come quella tesi pretende. Invece di
spegnere la violenza dell'uomo irragionevole come l'acqua spegne il fuoco,
la violenza dell'uomo ragionevole non arriva forse, il piu' delle volte, ad
alimentarla come il legno alimenta la fiamma? (...) La storia prova che il
piu' delle volte (...) il mezzo cancella il fine" (pp. 290-291).
E poco oltre, Muller spiega cosa significhi che la violenza prende la mano a
chi la usa. "L'uomo politico pretende di decidere ragionevolmente di
ricorrere alla violenza per difender l'ordine o ristabilire la pace, e
giustifica la sua decisione invocando i piu' alti valori morali
dell'umanita'. Ma, anzitutto, per mettere in atto la violenza bisogna
chiamare gli uomini ad essere violenti. L'appello alla violenza puo'
pretendere di fondarsi sulla ragione ma, per essere inteso, fa appello piu'
alla passione che alla ragione (...). Cio' che importa, nell'esecuzione
della violenza, non e' piu' la morale degli uomini, ma soltanto il loro
morale. Poiche' non sono ragionevoli, bisogna che gli uomini violenti siano
convinti di avere ragione per ottenere, costi quel che costa, che gli altri
si arrendano alla loro ragione. E per meglio sostenere il  morale di quelli
che mettono in atto la violenza ci si da' daffare a convincerli che svolgono
il compito piu' giusto e piu' nobile che ci sia. L'ideologia  ha la funzione
di rendere innocente la violenza cancellando in essa ogni contraddizione tra
i suoi mezzi e il fine che la giustifica" (p. 292).
Negli ultimi capitoli Muller porta  avanti il proprio discorso in un dialogo
ideale con alcuni pensatori come Eric Weil e Emmanuel Levinas, che si sono
molto impegnati nella riflessione sulla violenza, giungendo a conclusioni
assai vicine a quelle di Gandhi. Il tratto decisivo di Gandhi che manca in
questi pensatori e' pero' a parere di Muller la stretta integrazione tra
teoria e pratica della nonviolenza, che gli ha permesso di concepire, e
spesso di realizzare, il concetto di "costrizione nonviolenta". In altre
parole, se l'azione di Gandhi era rivolta in ultima analisi alla
"conversione" dell'avversario, cioe' al riconoscimento delle ragioni
dell'altro rinunciando alla propria ingiustizia, essa non si e' limitata ad
attendere che tale conversione si realizzasse, ma ha mobilitato una serie di
forze reali (il numero, l'entusiasmo, l'impatto emotivo della comunicazione
di massa) che in parecchi casi si sono dimostrate capaci di spostare i
rapporti di forza a favore dell'azione nonviolenta (a parte l'esempio
dell'indipendenza indiana, rimando, per il dopoguerra, all'esempio
macroscopico del crollo della maggior parte dei regimi dell'Est).
I pensatori sopra citati, ma anche lo stesso Gandhi, non  escludono che in
certi casi estremi, sia a livello politico che a livello privato (ad
esempio, nel caso sempre citato del pazzo che si mette a sparare alla gente
per strada) la violenza rimanga l'unica azione possibile. Il vero punto
della questione da un punto di vista nonviolento e' pero' che la violenza,
anche quando e' inevitabile, non e' mai propriamente giustificata dal punto
di vista morale (resta sempre un limite, una sconfitta, un qualcosa di cui
dispiacersi e scusarsi, quasi a dire: non siamo riusciti a fare nulla di
meglio) e che soprattutto non  deve mai essere esaltata e glorificata come
spesso avviene col pretesto che e' stata compiuta "per la buona causa".

6. STRUMENTI. PAOLO PREDIERI: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA" PERCHE'...
[Ringraziamo Paolo Predieri (per contatti: musica at nonviolenti.org) per
questo intervento. Paolo Predieri e' musicista, musicologo, amico della
nonviolenza tra i piu' noti. "Azione nonviolenta" e' la rivista mensile del
Movimento Nonviolento fondata da Aldo Capitini nel 1964, e costituisce un
punto di riferimento per tutte le persone amiche della nonviolenza. La sede
della redazione e' in via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803, fax:
0458009212, e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org;
l'abbonamento annuo e' di 29 euro da versare sul conto corrente postale n.
10250363, oppure tramite bonifico bancario o assegno al conto corrente
bancario n. 18745455 presso BancoPosta, succursale 7, agenzia di Piazza
Bacanal, Verona, ABI 07601, CAB 11700, intestato ad "Azione nonviolenta",
via Spagna 8, 37123 Verona, specificando nella causale: abbonamento ad
"Azione nonviolenta"]

Sono abbonato ininterrottamente ad "Azione nonviolenta" dal 1976.
La rivista ormai accompagna la mia vita nelle varie stagioni portando sempre
qualcosa di utile e interessante.
In particolare credo che valga la pena abbonarsi perche' contiene una
meravigliosa rubrica sulla musica, imitata ma non eguagliata da tante altre
riviste...

7. LETTURE. EMILIA FERREIRO: COM TODAS AS LETRAS
Emilia Ferreiro, Com todas as letras, Cortez Editora, Sao Paulo 2003
(undicesima edizione), pp. 104. Tre acuti interventi di Emilia Ferreiro
scritti tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta su
L'alfabetizzazione dei bambini nell'ultima decade del secolo;
Alfabetizzazione dei bambini e insuccesso scolastico: problemi teorici ed
esigenze sociali; La costruzione della scrittura nel bambino.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, sudest at iol.it,
paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 813 del 18 gennaio 2005

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