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La nonviolenza e' in cammino. 816



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 816 del 21 gennaio 2005

Sommario di questo numero:
1. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte undicesima)
2. Enzo Sanfilippo: Conflittualita' nonviolenta
3. Letture: Luisa Bruno, Carla Galetto, Doranna Lupi, Nel segno di Rut
4. Letture: Mariri' Martinengo, Le trovatore
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

1. MEMORIA. BRUNO SEGRE: PER NON DIMENTICARE LA SHOAH (PARTE UNDICESIMA)
[Ringraziamo di cuore Bruno Segre (per contatti: bsegre at yahoo.it) per averci
permesso di riprodurre sul nostro foglio ampi stralci dal suo utilissimo
libro Shoah, Il Saggiatore, Milano 2003, la cui lettura vivamente
raccomandiamo. Riportando alcuni passi di esso abbiamo omesso tutte le note,
ricchissime di informazioni e preziose di riflessioni, per le quali
ovviamente rinviamo chi legge al testo integrale edito a stampa. Bruno
Segre, storico e saggista, e' nato a Lucerna nel 1930, si e' occupato di
sociologia della cooperazione e di educazione degli adulti nell'ambito del
Movimento Comunita' fondato da Adriano Olivetti; ha fatto parte del
Consiglio del "Centro di documentazione ebraica contemporanea" di Milano;
dal 1991 presiede l'Associazione italiana "Amici di Neve' Shalom / Wahat
al-Salam"; dirige la prestigiosa rivista di vita e cultura ebraica "Keshet"
(e-mail: segreteria at keshet.it, sito: www.keshet.it). Tra le opere di Bruno
Segre: Gli Ebrei in Italia, Giuntina, Firenze 2001; Shoah, Il Saggiatore,
Milano 1998, 2003]

Varianti di antisemitismo: l'Italia di Salo' e la Francia di Vichy
Nel mondo occidentale, dopo la fine della seconda guerra mondiale il lavoro
degli storici del genocidio ebraico si svolse per circa quindici anni in un
quadro di relativa solitudine. Si trattava di un lavoro difficile, di
raccolta e vaglio critico delle testimonianze dei sopravvissuti (vittime e
carnefici), di reperimento di archivi spesso inaccessibili, nonche' di scavo
paziente in archivi spesso difficilmente reperibili. Un risveglio
dell'attenzione e dell'interesse del grande pubblico si registro' soltanto
nel 1961, all'epoca del processo Eichmann. La scarsa informazione sin allora
disponibile facilito' la diffusione del cosiddetto "negazionismo", il cui
primo manifestarsi risale appunto agli anni cinquanta.
Quando negli anni settanta Willy Brandt, in veste di cancelliere della
Repubblica federale tedesca, ando' a inginocchiarsi davanti alle rovine del
ghetto di Varsavia, quel gesto simbolico colpi' notevolmente l'opinione
pubblica mondiale, innescando in Germania un significativo conflitto
generazionale tra i figli e i padri ex nazisti, e incoraggiando gli storici
a scandagliare in profondita' l'universo complesso del Terzo Reich
hitleriano.
Poco dopo la meta' degli anni ottanta lo storico canadese Michael R. Marrus
faceva notare che il campo della ricerca sulla Shoah si presentava ormai
troppo esteso perche' una persona potesse pretendere di dominarlo da sola. A
quell'epoca, erano gia' circa duemila le opere a stampa piu' importanti che
un'ideale selezione bibliografica avrebbe potuto annoverare.
Ora, varcato l'ingresso nel XXI secolo, abbiamo la possibilita' di accedere
a una memorialistica ricchissima, che dello sterminio esplora gli aspetti e
i momenti piu' diversi. A prescindere dalle opere di fantasia e propaganda,
che pure vi sono, dai numerosi, piu' o meno triviali prodotti filmici e
televisivi riproposti a getto continuo o da una certa sottoletteratura che
esibisce forme davvero immonde di sollecitazione al consumo del sadico, in
ogni paese abbonda sulla Shoah una produzione storiografica che, spesso, e'
frutto di un'elevatissima professionalita'. Romanzieri e cineasti vi hanno
dedicato lavori importanti, ne' si possono passare sotto silenzio le molte e
assai impegnate opere di riflessione metafisica, religiosa e teologica con
le quali studiosi e pensatori di varia estrazione hanno voluto affrontare
questo tema.
Se e' lecito istituire confronti su questo terreno, si ha oggi l'impressione
che nella Germania riunificata circolino molte piu' notizie criticamente
vagliate circa la memoria del nazismo di quante non ne circolino in Italia
sulla memoria del fascismo o in Francia sulle memorie del regime di Vichy e
delle rispettive politiche antiebraiche.
*
L'Italia
La societa' italiana ha acquisito molto tardi e con enorme riluttanza la
coscienza delle responsabilita' del regime fascista nella persecuzione
antisemita e della sua corresponsabilita' persino nella "soluzione finale".
Nel nostro paese resiste  ostinatamente il mito dell'Italia fascista
"salvatrice di ebrei". E del resto, la vulgata degli "italiani brava gente"
appare accolta anche da alcuni studiosi stranieri, quale per esempio Meir
Michaelis, docente di storia all'Universita' ebraica di Gerusalemme, che nel
suo saggio su Mussolini e la questione ebraica propone una sostanziale
subalternita' della politica razziale italiana rispetto alla variante del
nazismo tedesco.
Non vi e' alcun dubbio che la responsabilita' generale della Shoah ricada
sul regime di Hitler. Detto cio', e date per scontate la mancanza di
fanatismo antisemita nella tradizione politico-culturale italiana, nonche'
l'assenza di finalita' di annientamento fisico nella tradizione
dell'antigiudaismo italiano (d'impronta essenzialmente cattolica), resta il
fatto che la Shoah ebbe luogo anche in Italia. E' vero che la persecuzione
raggiunse il culmine solo durante l'occupazione tedesca (a partire
dall'autunno del 1943), allorche' le forze d'invasione braccarono gli ebrei
italiani e quelli stranieri che risiedevano nel nostro paese, deportandone
in Germania varie migliaia. Ma le deportazioni furono in larga misura
propiziate dall'attiva collaborazione delle milizie della Repubblica di
Salo'. E soprattutto, la decisione di trasformare il Regno d'Italia in uno
Stato ufficialmente antisemita maturo' ed ebbe luogo in una fase storica
precedente, in coincidenza con l'adozione delle leggi razziali autonomamente
imposte nel 1938 da Mussolini a una popolazione che, almeno in parte, non ne
condivideva la stolida violenza: una violenza volta dapprima a colpire gli
ebrei nei loro diritti, non gia' a stroncarne le vite.
*
Il fascismo arrivo' con fatica, ma metodicamente, a darsi i capisaldi
concettuali del proprio antisemitismo. Gia' nel maggio 1933 (quattro mesi
dopo l'ascesa di Hitler al potere), il capo squadrista Roberto Farinacci
(1892-1945), esponente della componente piu' aggressiva del fascismo, aveva
scritto su "Il regime fascista" un articolo nel quale caldeggiava
l'introduzione in Italia di un numerus clausus ufficioso degli ebrei. E poco
meno di un anno piu' tardi, nel marzo 1934, quando venne arrestato a Torino
un gruppo di sedici antifascisti di "Giustizia e liberta'" (quattordici dei
quali erano ebrei), il quotidiano romano "Il Tevere", notoriamente molto
vicino al duce, aveva rincarato la dose attribuendo alla "razza ebraica" "il
meglio dell'antifascismo passato e presente: da Treves a Modigliani, da
Rosselli a Morgari". Dato che la "sovversione ebraica" veniva imputata con
insistenza sempre maggiore all'emergere del sionismo, e poiche' questa
iniziale campagna della stampa fascista andava ascrivendo la "dubbia lealta'
patriottica" degli ebrei al potere dell'"internazionale ebraica", alla
"doppia fedelta'" e via accusando, gli ebrei piu' ansiosi di dimostrare il
proprio zelo verso il regime si affrettarono a offrire un aperto sostegno al
fascismo, anche in polemica con i propri correligionari, in particolare con
la piccola pattuglia dei sionisti, della quale il piu' strenuo alfiere era
Dante Lattes. Cosi', nel maggio 1934, nacque a Torino "La Nostra Bandiera",
organo settimanale diretto da Ettore Ovazza, un ebreo convinto antisionista,
che aveva aderito al fascismo sin dal 1920 (finira' catturato in Valle
d'Aosta e ucciso dai tedeschi nell'ottobre 1943).
Ad ogni modo, l'adozione ufficiale di una politica antiebraica su basi
razziali si ebbe soltanto  tra la fine del 1937 e il 1938, in seguito al
progressivo avvicinamento di Mussolini alla Germania hitleriana. Al razzismo
antisemita dei fascisti italiani, uno dei primi tasselli "teorici" fu
fornito da un vecchio e bolso poligrafo gia' di fede cattolica e
nazionalista, e passato poi armi e bagagli nelle file fasciste: Paolo Orano
(1875-1945), rettore dell'Universita' di Perugia. Alla penna di costui si
dovette un pamphlet intitolato Gli ebrei in Italia che, quando vide la luce
in prima edizione nell'aprile 1937, suscito' una notevole eco nei giornali,
non solo italiani, e apri' la strada - non a caso, come vedremo - alla
futura politica fascista nei confronti degli ebrei.
Il libello di Orano, nel quale si ritrovano tutti gli stereotipi comuni alla
giudeofobia tradizionale (gli ebrei che vogliono prevalere con l'oro, gli
ebrei razzisti, gli ebrei traghettatori delle mode intellettuali degenerate,
e cosi' via), assumeva come suo primo bersaglio polemico la presunta
"attivita' sionistica di gran parte degli ebrei cittadini italiani",
"l'esaltazione degli ebrei ebraizzanti e sionisti per i loro apostoli, le
loro  tradizioni, la loro razza, il loro sogno, oggi impresa decisiva, di
restaurare lo Stato palestiniano". Secondo l'autore, nel dare una mano al
sionismo l'Italia avrebbe dato una mano, in realta', all'espansionismo
britannico e avrebbe preso posizione, a scapito dei propri interessi, contro
gli arabi; senza dire poi dei diritti cristiani sui Luoghi Santi: "Essa [la
Palestina] e' la Terra Sacra perche' vi nacque il Redentore che illumino'
dall'interno la coscienza latina", sentenziava Orano. E poco oltre
aggiungeva: "Croce e Fascio sono legati dal piu' intimo spirito e si trovano
oggi di fronte un'Inghilterra ebraizzante ed un ebraismo britannizzante".
Sistemati cosi' i sionisti, Orano si dava poi a esortare gli ebrei italiani
ad astenersi da manifestazioni di "separatismo", proponendo loro un futuro
di totale assimilazione, quasi nei termini di una resa senza condizioni:
"L'ebraismo di razza e sionistico ha la sua specifica esclusiva visione in
un orgoglio di genti, come tante altre genti, vinte disperse che non hanno
piu' ragion di vita e di sviluppo che in quella delle patrie territoriali e
nazionali".
Ma ecco l'autore cambiare improvvisamente registro per rivolgere i suoi
strali anche contro gli ebrei fascisti, e persino contro quell'Ettore Ovazza
che proprio due anni prima, nel suo libro Sionismo bifronte, aveva preso le
massime distanze possibili da Dante Lattes e dal movimento sionista. Anche
per la penna di Ovazza - "che io considero, scriveva Orano, l'israelita
italiano di piu' franca parola, il piu' sinceramente convinto della gravita'
del problema ebraico anche per l'Italia" - "ritorna la nota del 'popolo
eletto', missionario, e l'irresistibile senso dell'origine privilegiata...,
la nota insomma del rabbino Dante A. Lattes".
Il pamphlet di Orano si chiudeva infine con le seguenti parole, criptiche ma
cariche di minaccia: "E' il problema che deve essere abolito. L'Italia
fascista non ne vuole. Il dire di piu' sarebbe superfluo".
Diretta per la prima volta esplicitamente contro gli ebrei italiani, e non
piu' contro le astrazioni chiamate "Internazionale ebraica", "alta finanza
ebraica", o "cricca giudaico-massonica", la prosa vacua e aberrante di Paolo
Orano ebbe la singolare fortuna di fornire al momento giusto, al regime di
Mussolini, quella copertura ideologica di cui aveva bisogno. A cavallo tra
il 1937 e il 1938, infatti, il governo fascista, impelagato
irrimediabilmente nella guerra civile spagnola e costretto, all'interno
dell'Asse Roma-Berlino, a una partnership sempre piu' vincolante, andava
cercando ormai affannosamente il modo di disfarsi di tutti gli ebrei: non
soltanto degli "infidi ebrei italiani", cioe' degli antifascisti (che
sarebbero stati eliminati comunque), ma anche dei "leali italiani ebrei",
considerati fino allora elementi utilissimi.
Troviamo gia' qui l'argomentare duplice, per cosi' dire a tenaglia, di ogni
razzismo che si rispetti. Gli ebrei sono pericolosi in quanto costituiscono
una minoranza inassimilabile. Ma la loro pericolosita' non e' minore quando
facciano di tutto per omologarsi o mimetizzarsi, com'era il caso, per
l'appunto, degli ebrei fascisti. "Il Popolo d'Italia" di Mussolini, che
recensi' il libro di Orano in termini entusiastici, fece capire a tutti -
ebrei e non ebrei - che era giunto il momento, in Italia, di combattere gli
ebrei in quanto tali, compresi i fascisti della prima ora come Ettore
Ovazza. Di qui, l'atto riconoscibile di nascita del razzismo italiano di
regime.
*
Sostenuta da pseudo-ideologi della portata di Paolo Orano, Telesio
Interlandi (1894-1965) e Giovanni Preziosi (1881-1945), la politica di
discriminazione antisemita del fascismo venne inaugurata il 14 luglio 1938
con la pubblicazione del "Manifesto degli scienziati razzisti", scritto di
pugno dal duce con la collaborazione di Guido Landra (un giovane assistente
di antropologia, 1913-1980), e fatto avallare dalla firma di qualche
scienziato compiacente: fra gli "autori", il senatore professor Nicola Pende
(1880-1970), direttore dell'Istituto di Patologia medica dell'Universita" di
Roma. In dieci sintetiche proposizioni, il documento affermava che le razze
umane esistono, che ce ne sono di grandi e di piccole, che si tratta di un
concetto puramente "biologico", che gli italiani sono ariani puri, che gli
ebrei non appartengono alla razza italiana, che ormai e' tempo che gli
italiani "si proclamino francamente razzisti"; e concludeva dichiarando che
"i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non
devono essere alterati in nessun modo", e che i matrimoni misti erano
ammissibili "solo nell'ambito delle razze europee, nel qual caso non si deve
parlare di vero e proprio ibridismo".
"La svolta del 1938", osserva Michele Sarfatti, "fu voluta da Benito
Mussolini. Cio' discende con tranquilla evidenza dal fatto che egli era il
dittatore del paese e che la decisione di varare la persecuzione costituiva
un evento politico di grande rilevanza. A tutto questo va aggiunto che non
sono state identificate tracce di imposizioni hitleriane al riguardo". Ma
anche il passaggio, nell'autunno del 1943, "dalla fase della persecuzione
dei diritti alla fase della persecuzione delle vite (...) ricadde sotto la
piena responsabilita' di Mussolini, nonostante la sua maggiore debolezza nel
paese, nel fascismo, nel rapporto con Hitler". Queste osservazioni, cui
Sarfatti offre il sostegno di un'analisi minuziosa di tutta la
documentazione reperita, consentono di mettere da parte i dubbi, piu' volte
avanzati da alcuni studiosi, circa le presunte imposizioni che il dittatore
italiano avrebbe subito dall'esterno.
*
Ma soprattutto mettono in luce la natura ideologica e l'ambiguita' di certi
sviluppi anche recenti della storiografia revisionista in Italia: una
storiografia che appare preoccupata, in particolare, di offrire contributi
al cosiddetto "sdoganamento" del fascismo e della sua eredita'
politico-culturale. E per fare cio', oltre a ridimensionare l'immagine della
Resistenza e a cercare di dimostrare come ormai "superato" il concetto di
antifascismo (considerato insidioso in quanto includente la componente
comunista), presenta retrospettivamente il fascismo italiano come
"accettabile", anche in quanto alieno da cadute nel razzismo e
nell'antisemitismo. Un celebre studioso, Renzo De Felice (1929-1996), al
quale va riconosciuto in ogni caso il merito di avere offerto i frutti di
una ricerca monumentale e molto documentata sulla vita e le politiche di
Mussolini, dedico' gli ultimi anni della sua vita a una tenace battaglia per
abbandonare il cosiddetto "paradigma antifascista" e proporre un'implicita
riabilitazione di Mussolini. "So che il fascismo italiano e' al riparo
dall'accusa di genocidio, e' fuori dal cono d'ombra dell'Olocausto. Per
molti aspetti, il fascismo italiano e' stato 'migliore' di quello francese o
di quello olandese", ebbe a dichiarare  De Felice nel corso di
un'intervista, invero poco felice, rilasciata a Giuliano Ferrara per il
"Corriere della Sera" del 27 dicembre 1987. Quell'intervista, che fece
scalpore, fu seguita da autorevoli interventi che affermavano la necessita'
di superare l'ideologia antifascista, compromessa con lo stalinismo.
In questo stesso solco revisionista si collocano i tentativi non rari di
restituire dignita' a figure segnalatesi, all'epoca della dittatura
mussoliniana, per l'abilita' con cui seppero attraversare l'esperienza
fascista all'insegna dell'ambiguita'. E' il caso, per citare l'esempio piu'
illustre, di Giuseppe Bottai (1895-1959): un gerarca particolarmente
potente, che gia' durante l'infausto ventennio era in fama di uomo sagace e
spregiudicato. Fascista della vigilia (fondo' nel 1919 il primo fascio
mussoliniano a Roma), ideologo delle "Corporazioni", riusci' a restare in
sella molto a lungo, sino alla fatale notte del 25 luglio 1943 quando,
assieme agli altri principali seguaci di Mussolini, contribui' a
estromettere il dittatore dal potere. E in tutti quegli anni seppe coniugare
un cursus honorum brillantissimo entro il partito e il governo con la
capacita' di offrire (compatibilmente con il clima chiuso e provinciale
della cultura italiana dell'epoca) spazi di espressione apparentemente
libera agli sfoghi delle frange meno conformiste, se non frondiste,
dell'intelligenza fascista che incominciavano a mostrarsi insofferenti
dell'inganno sociale e intellettuale del regime.
Troppo ambizioso e titubante per trarre qualche conclusione dalle proprie
inquietudini, Bottai rimase un personaggio ambiguo che, pur amando
atteggiarsi a difensore dei diritti dell'intelligenza, continuava su un
altro versante a predicare la disciplina e la devozione al regime. Tant'e'
che fu proprio questo "eretico prudente" ad anticipare di un mese la
legislazione antisemita italiana firmando nell'agosto 1938, in veste di
ministro dell'Educazione nazionale, le circolari che inibivano il
conferimento a ebrei di supplenze nelle scuole elementari e medie, vietavano
l'adozione di libri di testo di "autori di razza ebraica" ed escludevano gli
studenti ebrei stranieri dalle universita' e dalle scuole del Regno. Con una
punta particolare di cinismo, l'11 agosto 1938 Bottai annotava nel suo
diario: "... Della questione ebraica m'e' avvenuto, tra amici, di gittar la'
questo scherzo. 'Il problema degli ebrei esiste anche in Italia, ma in
piccole proporzioni. Si poteva risolverlo con dei piccoli atti
amministrativi, insomma perche' sparare un cannone per uccidere un
uccellino, anche se si tratta di un uccellino circonciso?'".
Ebbene, in diverse occasioni Giuseppe Bottai e' stato fatto oggetto di
strumentali conati di riabilitazione. Esemplare e', a tale riguardo, la
biografia dal titolo e dal taglio assolutorio, Bottai. Un fascista critico
(1976) dedicatagli da Giordano Bruno Guerri: un lavoro che, nell'esaltare il
"romanticismo epico" di Bottai e nell'offrirsi quale contributo a una
rilettura "piu' serena" della sua azione nel contesto dell'Italia fascista,
si muove in termini sempre brillanti, ma sostanzialmente carenti di impegno
critico, verso il proscioglimento di Bottai dalle sue pesanti
responsabilita'.
*
La Francia
Quanto alla Francia, il giudizio storico circa il ruolo attivo che il regime
di Vichy ebbe a svolgere nella "soluzione finale" ha potuto farsi largo
soltanto con grande fatica. Nel 1969 il regista Marcel Ophuls realizzo' a
Clermont-Ferrand Le chagrin et la pitie', un film sull'occupazione tedesca e
i suoi strascichi, che fino al 1981 le autorita' francesi tennero, per cosi'
dire, all'indice. Anche in seguito la sua programmazione incontro' seri
ostacoli. A dispetto della retorica del dopoguerra, la pellicola chiariva
come la polizia di Vichy avesse diligentemente collaborato con i nazisti
nell'organizzare le retate e la deportazione degli ebrei verso i campi di
sterminio, e mostrava come gran parte dei francesi continuasse, quasi
trent'anni piu' tardi, a ricordare con un misto di indulgenza e ammirazione
il maresciallo Petain (il vegliardo che governo' la Francia durante
l'occupazione tedesca). Ma ancora all'inizio degli anni novanta,
un'inchiesta rivelava che circa il 40 per cento dei francesi conservava
un'anima petainista, ossia aveva una buona opinione dello statista-militare
che, alla Liberazione (tre decenni dopo la sua mitica difesa di Verdun),
aveva subito la condanna alla pena capitale "per intelligenza con il
nemico", per poi essere graziato.
Il regime di Vichy, di cui Petain fu il capo e di cui rimane il simbolo, ha
costituito a lungo un'ossessione per i francesi. In una prima fase, dopo il
1945, il dibattito era coperto da quella che molti storici hanno chiamato
l''illusione': il magico effetto illusionistico di cui fu artefice il
generale Charles de Gaulle (1890-1970), il quale seppe costruire una memoria
patriottica della Resistenza come immagine collettiva della societa'
francese durante la guerra, creando e diffondendo l'impressione che tra il
1940 e il 1944 (gli anni dell'occupazione tedesca) il paese si identificasse
con la "Francia Libera" (il suo governo in esilio a Londra), e non gia' con
lo Stato francese del vecchio maresciallo di Vichy. Questa "mistificazione",
non priva di nobilta' e rivelatasi, alla Liberazione, ricca di intelligenza
politica (sia sul piano interno, in quanto riusci' a imprimere vigore alla
ripresa democratica, sia sul piano internazionale, in quanto consenti' alla
Francia di presentarsi al mondo come potenza vittoriosa e di cancellare
l'onta della collaborazione con i tedeschi), e' stata via via smantellata
dagli studiosi, che in molti casi sono riusciti a restituire a Vichy la sua
reale dimensione storica. Ma naturalmente, il confronto con la verita' che
con tanta fatica e' venuta emergendo non ha cessato di creare lacerazioni
nella coscienza nazionale.
*
Cosi', tra memoria zoppa e volonta' d'oblio, la Francia ha continuato a
moltiplicare, sul passato di Vichy, atti mancati e passi falsi. Per esempio,
risulto' per molto tempo "rimossa" la realta' dei numerosi campi
d'internamento che durante l'occupazione vennero allestiti su suolo
francese: un fenomeno la cui ampiezza rimase praticamente sconosciuta,
almeno fino alla pubblicazione delle indagini sistematiche condotte a questo
riguardo da Anne Grynberg.
Silenzi amministrativi, occultamenti, rimozioni sono stati, nel corso degli
anni, gli elementi rivelatori di un senso di colpa che la societa' francese
ha a lungo coltivato, cercando di celarlo a se stessa. Sulle tombe di uomini
politici della Francia prebellica, che erano stati trucidati dalla milizia
di Vichy nell'estate del 1944 - come Jean Zay, accusato di avere avviato
alla sovversione la gioventu' francese nella sua qualita' di ministro
dell'Educazione del Fronte popolare, e Georges Mandel, il ministro piu'
vigorosamente contrario all'armistizio nel giugno 1940 -, vennero dapprima
poste delle targhe che descrivevano tali personaggi come vittime dei "nemici
della Francia" o della "barbarie nazista". Dovevano passare ben quarant'anni
prima che quelle iscrizioni venissero opportunamente corrette.
Non meno degno di menzione e' il tentativo di cancellare le tracce di una
vergogna nazionale chiamata Pithiviers. In questa cittadina del centro della
Francia, non lungi da Orleans, venne eretto nel 1957 un monumento "A' nos
deportes morts pour la France". E anche qui occorreva attendere sino al 1992
perche' la municipalita' decidesse di sostituire la placca precedente con
una targa nuova, il cui testo recita: "Alla memoria dei 2.300 bambini ebrei
internati nel campo di Pithiviers dal 19 luglio al 6 settembre 1942, prima
che venissero deportati e assassinati ad Auschwitz". Per risvegliare le
memorie sopite ci volle un libro del giornalista Eric Conan, nel quale si
dimostrava che non furono i nazisti bensi' la gendarmeria francese agli
ordini di Rene' Bosquet (ex segretario di Stato alla polizia di Vichy tra
l'aprile 1942 e il dicembre 1943, ucciso da un presunto pazzo l'8 giugno
1993), a organizzare la reclusione in condizioni disumane di migliaia di
bambini che, separati selvaggiamente dai loro genitori, furono poi deportati
ad Auschwitz e condannati a morire.
Non meno straordinaria e' la vicenda della schedatura degli ebrei eseguita
dalla prefettura di Parigi a partire dall'ottobre 1940: decine di migliaia
di nomi recanti la menzione "ebreo", con le date d'arresto, i numeri di
convoglio e le date d'arrivo alla destinazione finale. Depositate a guerra
terminata nell'archivio del ministero degli "Anciens combattants", queste
schede servirono a indennizzare le vittime di guerra e gli aventi diritto.
Ma all'inizio degli anni settanta le cose mostrarono di complicarsi. Un
numero sempre piu' largo di storici e di ricercatori si stava interessando a
questa documentazione. Cosi' dapprima, nel 1972, ne venne vietato l'uso da
parte di "terzi e associazioni" e poi, un anno piu' tardi, essa spari'
addirittura dai repertori dell'archivio. Seguirono quasi vent'anni di un
"silenzio amministrativo" che riesce fin troppo ovvio attribuire a una
pervicace volonta' di occultamento. Per riportare alla luce quelle schede,
nel 1991, fu necessaria una vigorosa campagna di stampa condotta dal
quotidiano parigino "Le Monde" e dall'avvocato Serge Klarsfeld, noto per la
sua caccia ai criminali nazisti e ai collaborazionisti di Vichy e autore
dell'opera piu' esauriente sulla deportazione degli ebrei dalla Francia.
*
Lo storico Harry Rousso ha ricostruito con grande penetrazione la
difficolta' dei francesi di misurarsi con l'imbarazzante eredita' di un
regime fascista che, alleato al Terzo Reich, resse per quattro anni le sorti
del paese. Secondo Rousso, la memoria di Vichy riemerse in maniera
traumatica solo nei primi anni settanta, a mano a mano che nella societa'
francese la visione gaullista della Resistenza andava perdendo vigore. A
quel punto il retaggio di Vichy divento' rapidamente materia di disputa e di
conflitto politico, punteggiato dal crescere delle varie espressioni
francesi del revisionismo storico e segnato, con riferimento alla Shoah,
dalla ripresa di un vero e proprio negazionismo: un orientamento che si
diffuse anche in ambienti universitari, con Robert Faurisson, dalla meta'
degli anni settanta e rilanciato in anni successivi dall'ormai vecchio Roger
Garaudy.
Tardivo e discontinuo, il risveglio della memoria riaccese forti passioni,
particolarmente in occasione dei processi che, con l'accusa di crimini
contro l'umanita', portarono alla sbarra noti gerarchi nazisti e
collaborazionisti francesi come Rene' Bousquet, poc'anzi citato, Klaus
Barbie (Obersturmfuehrer della Gestapo a Lione, morto all'ergastolo nel
1994), Paul Touvier (ex capo della milizia petainista a Lione, morto di
cancro il 14 luglio 1996 in carcere a 81 anni) e il gia' ricordato Maurice
Papon (ex segretario generale della prefettura di Bordeaux).
La vicenda di Paul Touvier costituisce un caso che getta luce sui rapporti
particolari che le istituzioni repubblicane continuarono per oltre mezzo
secolo a intrattenere con importanti settori della Chiesa di Francia al fine
di coprire aspetti inconfessabili del passato del regime di Vichy. La
giustizia transalpina non si mostro' mai solerte nel ricercare Touvier
quando questo criminale entro' nella clandestinita', alla fine della guerra.
Il presidente Georges Pompidou (1891-1974) addirittura gli concesse la
grazia.  Soltanto la perseveranza degli scampati, dei figli delle vittime,
rese possibile la riapertura del caso da parte della Magistratura. Nel 1989,
infatti, Touvier venne arrestato a Nizza, in un convento nel quale aveva
trovato protezione. E certo, l'iniziativa pur coraggiosa del cardinale
Decourtray, arcivescovo di Lione, d'istituire una commissione di storici con
l'incarico di elucidare il rapporto tra Touvier e la Chiesa, non fu
sufficiente a far dimenticare il sostegno morale - molto tardivamente
sconfessato - che quest'ultima accordo' al regime di Vichy.
Nel periodico riaprirsi di una piaga nazionale mai completamente
cicatrizzata, l'aspetto che si rivelo' piu' arduo da smascherare fu la
sistematica amnesia in virtu' della quale la Francia postbellica e la sua
classe politica tennero ben chiusi nei loro armadi gli scheletri delle
corresponsabilita' francesi nei crimini nazisti. E proprio ai vari processi
va ascritto il merito di avere dato luogo a importanti passi avanti nella
scomoda ricerca della verita' su Vichy, in quanto misero in luce, per
esempio, che piu' o meno tutti i primi ministri di de Gaulle, da Michel
Debre' a Georges Pompidou a Maurice Couve de Murville, avevano avuto un
qualche ruolo nel regime di Petain. E proprio quei processi consentirono di
capire che in Francia la pluridecennale amnesia collettiva era stata in
larga misura incentivata dalle reticenze di ben quattro presidenti della
Repubblica (de Gaulle, Pompidou, Giscard d'Estaing e Mitterrand), nessuno
dei quali oso' mai ammettere che Vichy non costitui' una "parentesi", bensi'
rappresento' la continuita' stessa dello Stato francese.
*
Per il popolo transalpino, e soprattutto per il popolo della sinistra,
furono particolarmente sconvolgenti le rivelazioni circa l'impegno di
Francois Mitterrand (1916-1996) nella Vichy degli anni 1940-42. L'uomo
destinato a "rifondare" il partito socialista francese e a diventare, come
leader della sinistra unita, il primo presidente socialista della Quinta
Repubblica aveva infatti cominciato la carriera politica nella destra
nazionalista fedele al maresciallo Petain per poi collegarsi, alla fine del
1943, alla resistenza antitedesca animata da de Gaulle. La verita' circa
l'itinerario politico complesso, a tratti torbido, di una personalita' cui i
francesi affidarono per ben due volte il mandato presidenziale, nel 1981 e
nel 1988, venne presentata nel 1994 dal giornalista Pierre Pean in una
monumentale biografia in cui si ricostruiva appunto la giovinezza di
Mitterrand in una versione fin'allora inedita e approvata dallo stesso
anziano presidente. Fra i vari aspetti, che il libro rivela, della giovanile
adesione di Mitterrand al regime petainista, quelli che suscitarono
particolare sconcerto furono i legami d'amicizia stretti e mantenuti vivi
per molti anni con noti collaborazionisti che durante l'occupazione nazista
furono coinvolti, tra l'altro, nella deportazione degli ebrei. Colpi'
soprattutto il caso di Rene' Bousquet, del quale Mitterrand rimase sempre
amico anche quando contro di lui si stava istruendo un processo per delitti
contro l'umanita', per le sue responsabilita' nell'organizzazione della
retata del Velodromo d'inverno, a Parigi (1942): una delle pagine piu' nere
della storia del fascismo francese di quegli anni.
Circostanze come questa consentono di percepire con chiarezza quanto
importanti siano stati i freni che per tanto tempo hanno impedito alla
societa' civile e al mondo politico francesi di riconoscersi attraversati da
una profonda vena di antisemitismo. Paradossalmente, il primo esponente
delle istituzioni che si dimostro' sufficientemente libero per riportare la
Francia sui sentieri accidentati della verita' fu il presidente Jacques
Chirac (un gaullista!) che nel luglio 1995, durante una cerimonia di
commemorazione delle deportazioni di ebrei ai tempi di Vichy, ammise le
responsabilita' della Repubblica nel genocidio e riconobbe "il debito
inestinguibile del popolo francese verso gli ebrei". "Ci sono dunque voluti
piu' di cinquant'anni", commentava il quotidiano "Le Monde" del 18 luglio
1995, "perche' una verita' impressa nella memoria di decine di migliaia di
francesi sia finalmente detta e riconosciuta dal primo di loro".
Cosi', proprio nell'estremo scorcio del XX secolo e' sembrata prevalere in
Francia una certa volonta' di recuperare aspetti poco frequentati della
storia nazionale, se e' vero, come hanno rivelato nel 1997 alcuni sondaggi
d'opinione, che 70 giovani su 100 si dichiaravano intenzionati a conoscere
quel "passato che non passa", e se persino la Chiesa di Francia, 57 anni
dopo la promulgazione delle leggi antisemite di Vichy (1940), si decise
finalmente ad ammettere che il proprio silenzio sui misfatti del regime
collaborazionista, sulla persecuzione e lo sterminio degli ebrei "fu un
errore".

2. LIBRI. ENZO SANFILIPPO: CONFLITTUALITA' NONVIOLENTA
[Ringraziamo Enzo Sanfilippo (per contatti: v.sanfi at virgilio.it) per averci
messo a disposizione questa sua recensione del libro di Andrea Cozzo,
Conflittualita' nonviolenta, Mimesis, Milano 2004, apparsa sul bimestrale
"Qualevita" n. 109 del dicembre 2004.
Riportiamo di seguito una breve notizia biografica di Enzo Sanfilippo
scritta per noi nel 2003 dallo stesso autore: "Sono nato a Palermo 45 anni
fa. Sono sposato e padre di due figli, Manfredi di 18 anni e Riccardo di 15.
Sono stato scout e capo scout fino all'eta' di 30 anni. Ho svolto il
servizio civile in un Centro di quartiere della mia citta'. Ho frequentato
l'Universita' di Trento dove mi sono laureato in sociologia. Ho perfezionato
i miei studi a Bologna in sociologia sanitaria. Dal 1989 lavoro nella
sanita' pubblica, nei servizi di salute mentale dove mi sono occupato finora
di sistemi informativi e inclusione sociale di soggetti  con disagio
psichico. Chiusa l'attivita' con gli scout, con mia moglie Maria abbiamo
cercato di impegnarci nell'area della nonviolenza. Abbiamo fatto parte per
diversi anni del Movimento Internazionale della Riconciliazione (Mir) per
poi approdare al movimento dell'Arca di Lanza del Vasto al quale aderiamo
come alleati dal 1996. Dallo stesso anno facciamo parte di un gruppo di
famiglie palermitane ("Famiglie in cammino") con  il  quale facciamo
esperienze di condivisione spirituale e sociale. Frequentiamo il Centro di
cultura Rishi di Palermo dove pratichiamo lo yoga. Con gli altri tre alleati
dell'Arca siciliani (Tito e Nella Cacciola e Liliana Tedesco) abbiamo
organizzato diversi campi su vari aspetti dell'insegnamento dell'Arca
(canto, danza, yoga, lavoro manuale, ecumenismo) presso un monastero a
Brucoli (Sr) dove Tito e Nella hanno abitato per cinque anni. Quest'anno
abbiamo acquistato una casa in campagna presso Belpasso (Ct) dove Tito e
Nella andranno ad abitare e a lavorare: la' assieme a loro e a vari amici
speriamo di riprendere le attivita' di approfondimento e di lavoro sulla
pace, la nonviolenza, l'insegnamento dell'Arca".
Andrea Cozzo (per contatti: acozzo at unipa.it) e' docente universitario di
cultura greca, studioso e amico della nonviolenza, promotore dell'attivita'
didattica e di ricerca su pace e nonviolenza nell'ateneo palermitano, tiene
da anni seminari e laboratori sulla gestione nonviolenta dei conflitti, ha
pubblicato molti articoli sulle riviste dei movimenti nonviolenti, fa parte
del comitato scientifico dei prestigiosi "Quaderni Satyagraha". Tra le sue
opere recenti: Se fossimo come la terra. Nietzsche e la saggezza della
complessita', Annali della Facolta' di Lettere e filosofia di Palermo. Studi
e ricerche, Palermo 1995; Dialoghi attraverso i Greci. Idee per lo studio
dei classici in una societa' piu' libera, Gelka, Palermo 1997; (a cura di),
Guerra, cultura e nonviolenza, "Seminario Nonviolenza", Palermo 1999;
Manuale di lotta nonviolenta al potere del sapere (per studenti e docenti
delle facoltà di lettere e filosofia), "Seminario Nonviolenza", Palermo
2000; Tra comunita' e violenza. Conoscenza, logos e razionalita' nella
Grecia antica, Carocci, Roma 2001; Saggio sul saggio scientifico per le
facolta' umanistiche. Ovvero caratteristiche di un genere letterario
accademico (in cinque movimenti), "Seminario Nonviolenza", Palermo 2001;
Filosofia e comunicazione. Musicalita' della filosofia antica, in V. Ando',
A. Cozzo (a cura di), Pensare all'antica. A chi servono i filosofi?,
Carocci, Roma 2002, pp. 87-99; Sapere e potere presso i moderni e presso i
Greci antichi. Una ricerca per lo studio come se servisse a qualcosa,
Carocci, Roma 2002; Lottare contro la riforma del sistema
scolastico-universitario. Contro che cosa, di preciso? E soprattutto per che
cosa?, in V. Ando' (a cura di), Saperi bocciati. Riforma dell'istruzione,
discipline e senso degli studi, Carocci, Roma 2002, pp. 37-50; Scienza,
conoscenza e istruzione in Lanza del Vasto, in "Quaderni Satyagraha", n. 2,
2002, pp. 155-168; Dopo l'11 settembre, la nonviolenza, in "Segno" n. 232,
febbraio 2002, pp. 21-28; Conflittualita' nonviolenta. Filosofia e pratiche
di lotta comunicativa, Edizioni Mimesis, Milano 2004.
Per richiedere il libro alla casa editrice: Mimesis, alzaia nav. pavese 34,
20136 Milano, tel. 0289403935, cell. 3474254976, e-mail:
mimesised at tiscali.it, sito: www.mimesisedizioni.it
"Qualevita", bimestrale di riflessione e informazione nonviolenta, e' una
delle migliori riviste dell'area nonviolenta. L'abbonamento annuo e' di 13
euro, da versare sul ccp 10750677, intestato a Qualevita, via Michelangelo
2, 67030 Torre dei Nolfi (Aq). Per contattare la redazione: via
Buonconsiglio 2, 67030 Torre dei Nolfi (Aq), tel. 0864460006, e-mail:
qualevita3 at tele2.it, sito: www.peacelink.it/users/qualevita]

Sono contento di presentare ai lettori di "Qualevita" il libro di Andrea
Cozzo, Conflittualita' nonviolenta. Filosofia e pratiche di lotta
comunicativa (Edizioni Mimesis, Milano 2004, pp. 336, euro 18).
Andrea Cozzo e' un ricercatre di lingua e letteratura greca presso
l'Universita' di Palermo dove da tre anni conduce anche, presso la facolta'
di lettere e filosofia il laboratorio di Teoria e pratica della nonviolenza,
un insegnamento riconosciuto ufficialmente dall'ateneo palermitano.
Mancava in lingua italiana un libro che presentasse il pensiero nonviolento
in maniera cosi' esauriente. Conflittualita' nonviolenta e' un libro che
parte dalle intuizioni, dal pensiero e dall'esperienza concreta di Gandhi e
altri maestri: Capitini, Lanza del Vasto, Galtung, Danilo Dolci: tutte
persone che hanno fatto uso della parola "nonviolenza", nella consapevolezza
tuttavia di non avere inventato altro che un termine, dal momento che il
significato, la realta' profonda alla quale essa rimanda e' da una parte,
nella storia, "antica come le montagne", dall'altra, direi nuova come un
avvento, una sorpresa alla quale dobbiamo ancora dare un nome.
In riferimento alla sua "storicita'" e' interessante riscontrare i segni
della sua presenza in tutte le sapienze del mondo, nelle religioni, nelle
filosofie antiche, ma anche  in tutto cio' che e' stato scritto e fatto dopo
Gandhi,  nel solco di cio' che lui aveva a sua volta ricomposto attingendo
in primo luogo alla tradizione induista, ma anche a quella cristiana e
islamica e alla cultura europea con cui entro' in contatto nel periodo degli
studi di giurisprudenza in Inghilterra e con altri contatti come l'amicizia
e la corrispondenza con Tolstoj.
E qui il lavoro di Cozzo penso sia stato piu' arduo dal momento che il
termine e' stato spesso abusato, prima ancora di comprenderne il
significato, prima ancora di assumerlo nel nostro vocabolario nell'accezione
sua propria: ad esempio, non ne da' una definizione soddisfacente Tullio De
Mauro nel grande dizionario italiano dell'uso della Utet. Dico quindi che il
primo e il secondo capitolo del libro sono a mio avviso i piu' importanti
proprio perche' sono quelli che definiscono i concetti di forza, conflitto,
violenza, nonviolenza, facendoci penetrare anche un modo particolare di
conoscere.
*
Ed ecco che la riflessione si apre sempre piu' verso quella che e' la vera
portata del discorso sviluppato nel testo, la nonviolenza come nuovo
approccio alla realta', come nuova logica, come nuovo modo di relazione con
noi stessi, con gli altri e con le cose, anche con cio' che e' stato e con
cio' che non e' ancora: la nonviolenza come nuovo paradigma teorico-pratico.
Non stiamo quindi parlando di una tecnica (che possiamo pure derivare) ne'
di un modello di societa', ne' di una struttura sociale che pure ne potra'
nascere.
Nonviolenza, dice Cozzo a p. 11, e' "un modo di pensare capace di
ristrutturare tutti i campi della vita pratica".
E mentre tutto cio' sembrerebbe allontanarci dal nostro quotidiano, ecco che
per avere cognizione di come funziona il mondo (e di come puo' cambiare) non
ho che da risolvere il conflitto col mio vicino di casa... perche' e' in
tutti i conflitti che la nonviolenza puo' svelarsi.
Da qui la giusta sottolineatura dell'equivalenza tra conflitto e diversita':
il conflitto non e' qualcosa di negativo (Gandhi diceva che il conflitto e'
un dono): cio' che e' negativo e' la sua gestione violenta. La violenza
danneggia qualcuno, il conflitto di per se' e' neutro, e' segno della
differenza non ancora connotata negativamente ed espressione di un bisogno e
di una energia che si contrappongono ad un altro bisogno ed energia con cui
interferiscono e si bloccano reciprocamente.
Questo nuovo approccio alla conoscenza e alla relazione sostituisce nella
nostra cultura quello dialettico che si muove per negazione e soppressione,
ma anche quello evolutivo che rimanda a un programma che va svolgendosi, ma
che, in quanto programma, sara' leggibile solo con delle categorie gia'
fissate. Un conflitto gestito in maniera violenta avra' un vincitore e un
vinto, cosi' come una teoria scientifica sara' necessariamente alternativa a
un'altra.
La nonviolenza sostituisce le spiegazioni monocausali e unilineari
sostituendole con approcci sistemici e complessi. Cosi non e' detto che un
problema, un conflitto, abbia una sola causa che lo determina e che tale
causa non possa essere contemporaneamente analizzata come determinata a sua
volta. La nonviolenza invita cosi' a reimpostare i problemi piuttosto che a
risolverli nella forma in cui si sono presentati.
Il conflitto e' il luogo principe della vita perche' parte da un rifiuto
della realta': io non voglio piu' questa persona che mi sta accanto, che mi
limita, che mi aggredisce, che mi fa antipatia, non voglio questo governo o
questa economia, questo lavoro o questa famiglia o questa televisione, ma
fintantoche' non avro' preso consapevolezza dei rapporti anche vitali che mi
legano a questa persona, a questo governo, a questa economia, a questo
lavoro, a questa famiglia o a questa televisione e mi contrapporro' in
anti-tesi ad essi mi muovero' come se il mio cervello o il mio fegato
dessero dei comandi per distruggere un altro mio organo malato.
Capitini, allargando questa acquisizione a tutto il creato, dice - in
maniera poetica - che solo del fiore che non raccolgo potro' dire "e' mio".
La realta' quindi si trasforma in primo luogo perche' noi trasformiamo il
modo di concepirla.
Tutto cio' rimanda ad una logica sistemica. Condivido l'uso del termine
sistema adottato da Cozzo; "sistema" come insieme di parti interdipendenti
che comprende anche noi che lo definiamo. Preferisco il termine "sistema" a
quello di "struttura" usato da tanti autori nonviolenti. Certo, il termine
struttura e' un termine piu' forte poiche' tende a rintracciare i fondamenti
organizzativi sottesi ad ogni realta' (chimica, biologica, sociale, ecc.),
ma esso e' un concetto troppo usato in sociologia (e' forse strano che a
dirlo sia un sociologo) e ci potrebbe far credere che la scoperta di una
struttura sociale, equivalga alla scoperta della "struttura" dell'umanita':
ma la sociologia e' un sottosistema del sistema sociale, che a sua volta e'
uno dei modi di concepire la realta'.
*
Siamo di fronte a uno dei tanti rompicapo logici presenti nel libro di Cozzo
dal quale non possiamo uscire se non con un atto di fede o come diceva
Capitini di "persuasione". Questo e' l'atto di fede da cui partiamo (uso il
noi confessando qui di avere sempre piu' scoperto una affinita' spirituale
con Andrea):
- che tutti gli uomini siano una cosa sola;
- che l'umanita' sia una grande famiglia (tema gandhiano al quale Andrea
Cozzo mi e' sembrato particolarmente legato);
- che esiste un'anima universale che tutti ci collega;
- che le relazioni che legano gli uomini gli uni agli altri non siano le
relazioni sociali, culturali, politiche, economiche, etniche, ma siano
relazioni piu' profonde che mai riusciremo a toccare con mano, a vedere con
gli occhi o a spiegarci con il solo pensiero: esse sono conoscibili con il
cuore.
Questo e' quello che Capitini chiama "aggiunta religiosa". "La religione e'
farsi vicino infinitamente ai drammi delle persone, interiorizzare. Essa e'
spontanea aggiunta, e' un darsi dal di dentro e percio' libero incremento e
pura offerta, non sostituzione violenta che io voglio fare all'infinita
capacita' di decidere delle coscienze... Che la religione consista in una
libera aggiunta vuol dire che senza il 'di piu'' che l'atteggiamento
religioso apporta alla lotta contro il mondo, il mondo e' destinato a
restare quello che e' sempre stato" (Aldo Capitini, Vita religiosa, citato
da Norberto Bobbio nella prefazione a Aldo Capitini, Il potere di tutti, La
Nuova Italia, Firenze 1969).
Cozzo e' pienamente in sintonia con questo sguardo anche se ripropone una
questione terminologica: "Riuscire a vedere tutto cio' - dice a p. 152 del
suo libro -  significa avere acquistato uno sguardo veramente universale, in
cui la spiritualita' - che Capitini chiama religiosita', ma senza che sia
necessario seguirlo nel suo linguaggio di credente - avvolge ogni cosa".
E' vero che l'accezione del termine "religione" usata da Capitini e' piu'
vicina a cio' che noi comunemente definiamo "spiritualita'". Ma resterebbe,
con il semplice uso di questo termine, la necessita' di ricostruire un
significato piu' operativo e meno contemplativo, meno  individuale e piu'
collettivo, piu' "corale" per usare ancora un termine capitiniano, di quella
coralita' a cui tutti possono prender parte: credenti e non credenti,
persuasi e perplessi della nonviolenza come ebbe e definirsi Norberto
Bobbio. La "non-credenza" e' cosa diversa dall'ateismo (professato da
Cozzo); la "non credenza" non costituisce infatti l'identita' di coloro che
non si riconoscono in alcuna tradizione religiosa: i cattolici hanno
definito con un unico termine negativo di "non credenti" tutte le persone
che appartengono a questo universo, finendo spesso per convincere persone
profondamente persuase di molte cose di essere dei "non credenti". Penso per
esempio che l'unita' del genere umano della quale Cozzo fa fede sia una
"credenza" della quale sia piu' difficile "persuadersi" che quella
dell'esistenza di un Dio, lontano e separato dall'umanita', per quanto buono
e amorevole.
*
Tornando al libro io penso che Cozzo sia riuscito quindi a ricostruire il
solco degli antichi maestri, (le principali persuasioni della nonviolenza) e
da questo solco a gettare ponti e collegamenti sia con riflessioni teoriche
in vari ambiti disciplinari (dalla filosofia di Levinas alla psicologia
sistemica di Gregory Bateson, dall'epistemologia di Edgar Morin,
all'interculturalita' di Raimon Panikkar, per citare solo alcuni esempi),
sia con pratiche sociali sviluppate in vari contesti umani (dalle varie
esperienze di resistenza e azione nonviolenta gia' storicamente documentate,
alle costruzione di nuovi patti dopo conflitti laceranti come quello del
Sudafrica, alla mediazione penale, agli interventi civili in zone di
conflitto, alle tecniche di comunicazione, al contenuto dei programmi
d'insegnamento, al commercio e alle nuove forme di finanza etica, alla
costruzione di forme istituzionali di difesa nonviolenta). Queste
applicazioni sono tutte illustrate nel terzo e nel quarto capitolo con
riferimenti puntuali nella bibliografia ampia ed esaustiva comprendente
anche i siti internet in cui reperire utili informazioni.
*
C'e' infine un'ultima considerazione con la quale mi sono trovato in accordo
con Cozzo ed e' quella di non accettare un abbinamento ormai sempre piu'
frequente in programmi di formazione sia nelle scuole che nell'area delle
associazioni di volontariato: spesso infatti leggiamo di "educazione alla
legalita' e alla nonviolenza". La nonviolenza si pone, si dice oggi nella
Comunita' dell'Arca, come legame tra la giustizia e l'amore. Un legame piu'
complesso, attivo, profondo, creativo della mera legalita'. Cio' significa
che la nonviolenza si pone proprio come un legame alternativo tra questi due
poli (che potremmo con altra terminologia individuare nella "tutela dei
diritti individuali" e nella "solidarieta'"). Cio' non vuol dire che la
legge non possa in assoluto svolgere un ruolo regolativo all'interno della
societa', ma che essa e' del tutto insufficiente perche' si pone su quel
terreno di equidistanza e imparzialita' che, dice bene Cozzo, la nonviolenza
sostituisce con l'idea di equi-vicinanza e compartecipazione che una terza
parte deve assumere con le parti in conflitto.

3. LETTURE. LUISA BRUNO, CARLA GALETTO, DORANNA LUPI: NEL SEGNO DI RUT
Luisa Bruno, Carla Galetto, Doranna Lupi, Nel segno di Rut. Percorsi
teologici di donne della cdb di Pinerolo, Quaderni di Viottoli - Comunita'
cristiana di base, Pinerolo (To) 2000, pp. 72, s.i.p. (ma consiglieremmo di
invare comunque un contributo per le spese di stampa e di spedizione). Uno
studio a piu' voci di grande acutezza che offre anche una utilissima
panoramica sulle teologie femministe cristiane nel mondo; un libro che
vivamente raccomandiamo. Per richieste: tel. 0121322339 o anche 0121500820,
e-mail: viottoli.cdb at tiscalinet.it e anche info at viottoli.it, sito:
web.tiscalinet.it/viottoli, e anche www.viottoli.it.

4. LETTURE. MARIRI' MARTINENGO: LE TROVATORE
Mariri' Martinengo, Le trovatore. Poetesse dell'amor cortese, Quaderni di
Via Dogana - Libreria delle donne, Milano 1996, pp. 160, lire 22.000. Una
appassionante antologia delle poetesse provenzali del XII e XIII secolo, con
testo originale a fronte e utile apparato introduttivo, documentario,
bibliografico. Per richieste: e-mail: info at libreriadelledonne.it, sito:
www.libreriadelledonne.it

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, sudest at iol.it,
paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 816 del 21 gennaio 2005

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