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La nonviolenza e' in cammino. 817



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 817 del 22 gennaio 2005

Sommario di questo numero:
1. Susan Galleymore: Cio' che sappiamo, cio' che vogliamo
2. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte dodicesima)
3. Letture: Elena Camino, Angela Dogliotti Marasso (a cura di), Il
conflitto: rischio e opportunita'
4. Letture: Isia Osuchowska, Oriente
5. Letture: Maria Schiavo, Amata dalla luce. Ritratto di Marilyn
6. Riletture: Karol Wojtyla, Persona e atto
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. SUSAN GALLEYMORE: CIO' CHE SAPPIAMO, CIO' CHE VOGLIAMO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo di
Susan Galleymore, pubblicato da "Awakened Woman", che apparira' anche nel
libro di prossima uscita a cura del gruppo di donne pacifiste CodePink, How
to Stop the Next War Now (ovvero: Come fermare ora la prossima guerra).
Susan Galleymore, madre di un militare, ha fondato "MotherSpeak",
un'organizzazione che si propone di far crescere la consapevolezza nella
condivisione delle storie di vita di coloro che hanno sperimentato e stanno
sperimentando guerra e terrorismo (il sito e' www.motherspeak.org)]

Siamo madri, padri, coniugi, nonni e figli di militari.
Stiamo imparando a flettere i nostri muscoli politici, e vi invitiamo ad
unirvi a noi. Quando ci radunammo nelle strade per protestare contro la
guerra preventiva, il nostro presidente disse: "Io non ascolto i gruppi di
parte". E noi andammo a casa.
Quando i nostri cari furono trasferiti in Afghanistan alla ricerca di Osama
bin Laden, e in Iraq alla ricerca delle armi di distruzione di massa, noi
guardammo cio' che accadeva alla televisione: il caos a Kabul, il terrore a
Tora Bora, il bombardamento di Baghdad. E restammo a casa.
Quando il nostro presidente disse: "I nostri coraggiosi uomini e donne in
uniforme stanno condividendo i doni della liberta' e della democrazia con
coloro che non comprendono la liberta': ma noi gliela insegneremo", abbiamo
visto il nostro esercito bombardare Fallujah, e Karbala, e Najaf, e Samarra,
e Ramadi, e Sadr City. E abbiamo visto gli iracheni resistere ai nostri
"doni di liberta'".
Quando i nostri soldati morti furono portati in segreto alla base aerea di
Dover il nostro presidente disse: "Sarebbe irrispettoso per le famiglie dei
morti mostrare bare avvolte nella bandiera". E noi abbiamo annuito, e
ringraziato Dio perche' il morto seguente non era nostro figlio.
Poi, improvvisamente, era proprio nostro figlio, o il figlio di un amico, o
un amico di nostro figlio. E alcuni di noi si sono detti: "Un momento. E chi
pensa ai figli morti di Kabul, e Tora Bora, e Baghdad, e Fallujah, e
Karbala, e Najaf, e Samarra, e Ramadi, e Sadr City? Ci avevano detto che i
nostri ragazzi e le nostre ragazze erano la' per liberare i loro ragazzi e
le loro ragazze, non per ucciderli".
*
E abbiamo appreso che i reclutatori militari mentono ai nostri idealisti
studenti di liceo, per persuaderli ad arruolarsi.
Abbiamo appreso che, nonostante le promesse del nostro presidente di
dislocare fondi per l'istruzione, il cibo, il vestiario e gli stipendi dei
nostri soldati, molti di essi non hanno sufficiente addestramento, ne' cibo
decente ed acqua, o vestiario protettivo, e che le loro paghe sono state
ridotte.
Abbiamo appreso che il Dipartimento della Difesa mente sul numero di
statunitensi morti e feriti, e non menziona mai il numero dei civili morti
e feriti.
Abbiamo imparato che i media, come pappagalli, ripetono la retorica della
paura che il nostro presidente usa per forzarci al silenzio.
*
Ma noi non taceremo piu'.
Ora seguiamo i reclutatori dell'esercito nei licei, e smascheriamo le loro
bugie.
Ora parliamo dello sfruttamento delle nostre truppe e dell'inadeguata
fornitura di istruzione, cibo, uniformi, materiale di protezione.
Ora invitiamo i media ad unirsi a noi quando andiamo a ritirare i resti dei
nostri cari, avvolti nelle bandiere, dall'esercito.
E assicuriamo agli altri statunitensi che non troviamo affatto irrispettoso
condividere il nostro dolore.
Ora diciamo loro che il nostro presidente sorvola sulla Convenzione di
Ginevra, e da' per scontato che vada bene abusare dei civili; che le persone
che amiamo affrontano pericoli mortali per proteggere gli interessi delle
corporazioni economiche nel loro progetto di privatizzazione dell'industria
irachena; che l'esercito dispensa antidepressivi alle nostre truppe per
sedare i loro sospetti e la loro sfiducia rispetto ai massacri di Baghdad, e
Fallujah, e Karbala, e Najaf, e Samarra, e Ramad e Sadr City.
Ora diciamo ai compatrioti statunitensi che la "guerra al terrorismo" ci
rende meno sicuri in casa nostra, e piu' disprezzati in tutto il mondo.
*
E abbiamo anche altro da fare.
Vogliamo portare a casa 165.000 soldati dalle basi in Afghanistan e Iraq.
Ma non intendiamo fermarci qui.
Vogliamo che le nostre truppe tornino a casa da Camp Bondsteel e Camp
Monteith in Kosovo, da Camp Sarafovo in Bulgaria, da Camp Doha in Kuwait, da
Camp Andy in Qatar, e dalle oltre 38 basi in Okinawa e dalle oltre cento
basi in Sud Corea.
Vogliamo portare a casa il mezzo milione di soldati che occupa oltre 725
basi militari Usa nel resto del mondo.
Ci rifiutiamo di sostenere queste basi e l'avvilimento sociale e culturale
dei civili forzati a partecipare ai bar e ai bordelli che sorgono loro
intorno, all'ubriachezza, alle droghe, e alla violenza che le accompagnano.
*
Spostiamo i miliardi di dollari che oggi si spendono per mantenere queste
basi per l'istruzione, la salute ed il benessere di tutti gli statunitensi.
Finanziamo con essi le cure necessarie ai nostri soldati feriti, contaminati
da tossici chimici, psicologicamente traumatizzati.
Finanziamo progetti abitativi per i soldati senza casa.
Mettiamo questi soldi a disposizione del futuro delle vedove e degli orfani
dei soldati morti.
Tassiamo gli eccessi di profitti che le corporazioni e gli individui stanno
facendo sulla guerra e l'occupazione, e spendiamo questi milioni per
ripagare gli afgani e gli iracheni della distruzione che abbiamo fatto
irrompere nelle loro terre.
*
E non fermiamoci qui.
Arrestiamo immediatamente la produzione e l'uso delle munizioni ad uranio
impoverito, delle bombe aeree a carburante, delle mine antiuomo, delle bombe
nucleari.
E smettiamo di vendere e donare queste armi ai governi in giro per il mondo.
*
Le famiglie dei militari stanno imparando a fare queste cose.
Unitevi a noi.
Insieme, potremo concretizzare il nostro potere, flettere i nostri muscoli
politici, e creare un mondo che sia veramente democratico.

2. MEMORIA. BRUNO SEGRE: PER NON DIMENTICARE LA SHOAH (PARTE DODICESIMA)
[Ringraziamo di cuore Bruno Segre (per contatti: bsegre at yahoo.it) per averci
permesso di riprodurre sul nostro foglio ampi stralci dal suo utilissimo
libro Shoah, Il Saggiatore, Milano 2003, la cui lettura vivamente
raccomandiamo. Riportando alcuni passi di esso abbiamo omesso tutte le note,
ricchissime di informazioni e preziose di riflessioni, per le quali
ovviamente rinviamo chi legge al testo integrale edito a stampa. Bruno
Segre, storico e saggista, e' nato a Lucerna nel 1930, si e' occupato di
sociologia della cooperazione e di educazione degli adulti nell'ambito del
Movimento Comunita' fondato da Adriano Olivetti; ha fatto parte del
Consiglio del "Centro di documentazione ebraica contemporanea" di Milano;
dal 1991 presiede l'Associazione italiana "Amici di Neve' Shalom / Wahat
al-Salam"; dirige la prestigiosa rivista di vita e cultura ebraica "Keshet"
(e-mail: segreteria at keshet.it, sito: www.keshet.it). Tra le opere di Bruno
Segre: Gli Ebrei in Italia, Giuntina, Firenze 2001; Shoah, Il Saggiatore,
Milano 1998, 2003]

Il silenzio delle Chiese
La Chiesa cattolica
Nel giugno 1938, mentre gia' infuriava in Germania la campagna razzista e
antisemita dei nazionalsocialisti, e anche in Italia il regime mussoliniano
andava apprestandosi a introdurre le leggi razziali, il papa Pio XI (Achille
Ratti, 1857-1939) affidava a tre gesuiti, un americano, un tedesco e un
francese, l'incarico di predisporre un'enciclica dal titolo Humani generis
unitas ("Unita' del genere umano"). Nelle intenzioni del pontefice, si
sarebbe trattato di un documento di chiara denuncia dei pericoli insiti non
solo nell'ideologia nazista, ma anche nel fascismo italiano, che sempre piu'
mostrava di volersi adeguare al modello nazista.
Prima di assurgere al pontificato (1922), Pio XI era stato nunzio apostolico
in Polonia all'indomani della rivoluzione russa del 1917, e per quasi un
decennio, da papa, aveva pronunziato taglienti anatemi contro i governanti
dell'Unione Sovietica e contro quelli del Messico rivoluzionario.
Discendente da una famiglia della borghesia agiata e conservatrice della
Lombardia, Achille Ratti apparteneva alla sfera di quei cattolici che
concepivano ancora l'alleanza del trono con l'altare come la condizione
indispensabile di ogni buon ordinamento, chiunque potesse essere alla testa
dello Stato: un buon cristiano o un peccatore, un reggitore capace oppure un
inetto. Tant'e' che, all'indomani del concordato con l'Italia fascista,
aveva ravvisato in Mussolini l'uomo "che la Provvidenza Ci ha fatto
incontrare". La visione che il pontefice aveva del cristianesimo non
contrastava con l'esistenza di dittature o di regimi autoritari, anche dei
piu' duri, purche' fossero avversi (come si legge nell'enciclica Charitate
Christi compulsi del maggio 1932) ai "nemici di ogni ordine sociale, si
chiamino essi comunisti o qualunque altro ne sia il nome". Rimasto tuttavia
profondamente contrariato dalla legislazione razziale germanica, l'aveva
condannata gia' nell'enciclica Mit brennender Sorge ("Con viva ansia") del
marzo 1937, esprimendo il suo biasimo per gli orientamenti neopagani
dell'ideologia nazista. E il ventilato avvio di un'analoga "politica della
razza" in Italia dovette indurlo a rinunziare alla cordialita' di fondo dei
suoi rapporti con il regime fascista e a intervenire, se non altro, a
salvaguardia della cattolicita' dei figli dei matrimoni misti tra "ariani"
ed ebrei, nonche' a tutela della validita' del sacramento coniugale in
quegli stessi casi.
Alla fine del settembre 1938, il progetto della Humani generis unitas,
elaborato a Parigi in grande segretezza, venne inviato a Roma per le
necessarie valutazioni pontificie e per essere poi reso pubblico. Ma gia'
gravemente ammalato, l'ottantunenne Pio XI si spegneva la mattina del 10
febbraio 1939 senza avere definito il testo di questo documento e quindi
senza poterlo far conoscere all'opinione pubblica internazionale.
Ebbe inizio cosi', alla vigilia della seconda guerra mondiale, un episodio
mal conosciuto della storia del XX secolo. La bozza elaborata dai tre
gesuiti scomparve negli archivi vaticani fino al 1972, quando un'inchiesta
del "National Catholic Reporter" di Kansas City rivelo' al pubblico
americano e alla stampa internazionale l'esistenza del documento. Un quarto
di secolo piu' tardi, il testo fu alfine reso disponibile dal lavoro
congiunto di due ricercatori belgi, Georges Passelecq, monaco benedettino ed
ex resistente, e Bernard Suchecky, un ebreo dottore in storia e
bibliotecario a Strasburgo. La pubblicazione da loro curata offre una
significativa testimonianza dell'intenzione, da parte dell'anziano papa, di
imprimere in extremis al proprio pontificato un cambiamento di rotta.
Ma nel sollevare il velo sul contenuto della bozza di enciclica, il lavoro
dei due belgi ha riproposto anche annosi quesiti circa l'atteggiamento della
Chiesa romana nei confronti della "soluzione finale". Qualora il papa avesse
solennemente proclamato, prima dell'inizio della guerra, l'"unita' del
genere umano", non sarebbe forse riuscito, con un simile gesto, a imprimere
alla storia un corso diverso, provocando un soprassalto delle coscienze e
bloccando la strage che andava preparandosi per gli ebrei d'Europa? E per
quali motivi Eugenio Pacelli (1876-1958), che successe al papa Ratti con il
nome di Pio XII, non formulo' la condanna immediata e recisa del razzismo
che il suo predecessore avrebbe avuto in animo di fare?
La linea di estrema cautela o di tormentosa incertezza tenuta da Pio XII nei
confronti delle atrocita' commesse dai nazisti e, piu' in generale, i
rapporti tra questo papa e il regime hitleriano costituiscono temi che, come
pochi altri, hanno dato adito a dibattiti aspri e passionali.
*
Alla fine del XX secolo, e precisamente nel marzo 1998 (ossia cinquantatre
anni dopo la conclusione della seconda guerra mondiale), la Chiesa di Roma
emano' una dichiarazione (Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah) che
intendeva proporsi quale solenne "atto di pentimento (teshuva')" (il termine
ebraico qui usato sta anche per "conversione", necessaria per ottenere
dall'Eterno il perdono del peccato) per "gli errori e le colpe" "dei suoi
figli e delle sue figlie in ogni epoca", soprattutto con riferimento  allo
sterminio degli ebrei perpetrato in Europa dai nazifascisti. In quel
documento - il primo dedicato dal Vaticano esclusivamente alla Shoah, e alla
cui stesura aveva provveduto la Commissione pontificia per i rapporti
religiosi con l'ebraismo presieduta dal cardinale australiano Edward Idris
Cassidy -, la suprema gerarchia cattolica non solo ammetteva che durante la
persecuzione degli ebrei l'atteggiamento di certi cristiani non fu degno dei
discepoli di Cristo, bensi' assumeva l'impegno a che "i semi infetti
dell'antigiudaismo e dell'antisemitismo" non possano mai piu' "mettere
radice nel cuore dell'uomo".
Nell'autorizzare la pubblicazione  di Noi ricordiamo con una lettera "a
premessa" del 12 marzo 1998, il papa Giovanni Paolo II affermava che "il
crimine diventato noto come la Shoah rimane un'indelebile macchia nella
storia del secolo che si sta concludendo". La Chiesa, aggiungeva il
pontefice, incoraggia i propri figli a purificare i cuori "attraverso il
pentimento per gli errori e le infedelta' del passato". E infine esprimeva
la speranza che il documento sulla Shoah aiutasse "veramente a guarire le
ferite delle incomprensioni e delle ingiustizie", augurandosi che cattolici
ed ebrei, assieme a tutti gli uomini di buona volonta', si diano a costruire
un mondo dove sia rispettata "la vita e la dignita' di ogni essere umano,
poiche' tutti sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio".
Pubblicato dopo undici anni di preparazione - "una gestazione francamente
eccessiva" fu l'acuto commento di Paolo De Benedetti -, Noi ricordiamo non
accenna a responsabilita' collettive della Chiesa ma rappresenta senza
dubbio un coraggioso riconoscimento del peccato di antigiudaismo commesso
dai cristiani nel corso dei secoli. Vi si legge fra l'altro: "Il fatto che
la Shoah abbia avuto luogo in Europa, cioe' in paesi di lunga civilizzazione
cristiana, pone la questione della relazione tra la persecuzione nazista e
gli atteggiamenti dei cristiani, lungo i secoli, nei confronti degli ebrei".
Con l'emanazione di questo documento, la Chiesa compiva pertanto una sorta
di rilettura penitenziale della propria storia, riconoscendo gli assalti dei
cristiani alle sinagoghe, le "interpretazioni erronee e ingiuste del Nuovo
Testamento riguardanti il popolo ebreo e la sua  presunta colpevolezza", il
clima di sospetto e ostilita' che circondo' gli ebrei per secoli, la
discriminazione generalizzata di cui essi ebbero cosi' spesso a soffrire nel
mondo cristiano, le espulsioni, le conversioni forzate, gli scoppi di
violenza nei tempi di crisi, in cui "la minoranza ebraica fu piu' volte
presa come capro espiatorio, divenendo cosi' vittima di violenze, saccheggi
e persino massacri". Parole invero mai prima ascoltate in una dichiarazione
approvata da un romano pontefice.
Ma alla sincera volonta' di pentirsi (tipicamente wojtyliana), il documento
del Vaticano contrapponeva, come sintomatica alternativa, tutta una serie di
"silenzi". Sul passato recente - sul periodo cruciale del nazismo e di Pio
XII - esso si rivelava carente, esitante, ambiguo. Non rammentava
l'assordante silenzio dei vescovi tedeschi allorche' le sinagoghe di
Germania andarono in fiamme nella Kristallnacht. Taceva sul ruolo svolto da
personalita' cattoliche apertamente antisemite, come monsignor Jozef Tiso
(1887-1947) in Slovacchia. Faceva i nomi  degli eroi cattolici della
resistenza spirituale, come il rettore della cattedrale di Sant'Edvige di
Berlino, Bernhard Lichtenberg (1875-1943), morto a Dachau e beatificato dal
papa Giovanni Paolo II nel giugno 1996, ma non  denunciava gli esempi
negativi, limitandosi a dire che "l'azione concreta di altri cristiani non
fu quella che ci si sarebbe potuto aspettare da discepoli di Cristo".
Laddove lo stesso Giovanni Paolo II aveva gia' ammesso la colpevole
"acquiescenza" dei cattolici di fronte al totalitarismo, il documento
evitava del tutto il tema della collaborazione di ambienti cattolici alla
persecuzione razziale limitandosi ad affermare: "Non possiamo conoscere
quanti cristiani in paesi occupati o governati dalle potenze naziste o dai
loro alleati constatarono con orrore la scomparsa dei loro vicini ebrei, ma
non  furono tuttavia forti abbastanza per alzare le loro voci di protesta".
Di papa Pacelli, infine, non era ricordato il silenzio bensi' si forniva un
elenco di testimonianze a suo favore (anche quelle di parte ebraica), e
soprattutto veniva enfatizzato cio' che egli "aveva fatto personalmente o
attraverso suoi rappresentanti per salvare centinaia di migliaia di vite di
ebrei".
Nel  concludere le sue considerazioni su Noi ricordiamo, dianzi citate,
Paolo De Benedetti rammentava le parole di Dietrich Bonhoeffer (1906-1945),
l'eroico pastore protestante che verra' poi assassinato dalla Gestapo: "Chi
non grida per gli ebrei non puo' cantare il gregoriano", e cosi' proseguiva:
"Pio XII nei riguardi degli ebrei e' stato un buon cristiano salvandone,
accogliendone, nascondendoli. Ma a un papa si chiedeva molto di piu'. Si
chiedeva che, dopo secoli e secoli di grida contro gli ebrei, gridasse per
gli ebrei. Ed egli non ha gridato".
*
Da parte di  autorevoli esponenti del mondo ebraico, specialmente in Israele
e negli Stati Uniti, si rilevo' tempestivamente che il testo di Noi
ricordiamo non conteneva alcun elemento nuovo o chiarificatore circa la
dibattutissima questione del "silenzio" di Pio XII, della sua allegata
germanofilia, della sua azione diplomatica verso il regime nazista, prima e
durante il pontificato. E si noto' con stupore come il documento elaborato
dalla Commissione vaticana presieduta dal cardinale Cassidy non si fosse
avvalso in alcun modo della vastissima documentazione diplomatica pubblicata
fra il 1965 e il 1981 dal Vaticano sulla seconda guerra mondiale, cioe'
degli undici volumi di materiali d'archivio raccolti da quattro gesuiti per
iniziativa del papa Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1897-1978),
specificamente finalizzati a rispondere alle accuse che nel Vicario (Der
Stellvertreter, 1962-1963) il drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth aveva
lanciato contro papa Pacelli per i suoi "silenzi": volumi la cui
consultazione, peraltro,  non era aperta al grande pubblico ma solo agli
studiosi.
Per oltre trent'anni, da parte ebraica si era insistentemente richiesto che
il Vaticano consentisse l'apertura totale e senza censure dei propri archivi
sulla seconda guerra mondiale. E da almeno vent'anni, con pari e speculare
insistenza il Vaticano andava replicando di avere gia' offerto al mondo una
documentazione esaustiva, grazie appunto alla realizzazione degli undici
"libri bianchi" sopra menzionati. Si trattava allora semplicemente - secondo
la Curia romana - di fare si' che gli interlocutori ebrei  prendessero
visione della documentazione disponibile.
Cosi', gia' nelle settimane immediatamente successive alla pubblicazione di
Noi ricordiamo (marzo 1998) vennero gettate le basi di un  progetto
apparentemente audace e innovativo: quello di dare vita a una commissione
mista (nominata dalla Santa sede e da un comitato internazionale di leader
ebraici), comprendente sei studiosi, tre di parte ebraica e tre di parte
cattolica,  con il dichiarato incarico di affrontare la questione delle
fonti vaticane in merito alla seconda guerra mondiale e alla Shoah, di
verificare congiuntamente quanto era stato unilateralmente pubblicato e
"chiarire" finalmente cio' che risultasse ancora "problematico". In buona
sostanza, l'obiettivo di fondo dell'indagine sarebbe dovuto essere quello di
accertare l'atteggiamento tenuto da papa Pacelli durante lo sterminio degli
ebrei e di verificare se egli si fosse adoperato abbastanza per bloccare la
Shoah. E' verosimile che, da parte vaticana, ci si augurasse che i lavori
venissero suggellati da un rapporto finale congiunto e pacificatore, tale da
portare a conclusione una querelle diplomatico-culturale fra le piu'
imbarazzanti degli ultimi decenni.
Questa "Commissione storica internazionale cattolico-ebraica", le cui
attivita' furono avviate formalmente nell'ottobre 1999, emano' dopo dodici
mesi di lavoro un "rapporto preliminare" nel cui testo - davvero
rivelatore - abbondano non tanto le rivelazioni quanto i dubbi, i problemi
irrisolti. Il numero degli interrogativi senza risposta che i sei studiosi
denunziano nella loro relazione e' impressionante: sono addirittura
quarantasette. Ed ecco alcuni dei punti di maggiore rilievo.
Come mai, si chiedono per esempio i  membri della Commissione, negli archivi
della Santa sede non si trovano tracce di una reazione ufficiale del
Vaticano, e tanto meno segnali di condanna, nei confronti del pogrom nazista
del 1938 contro gli ebrei tedeschi, noto come Kristallnacht (che pure venne
condannato dai vescovi nordamericani)? Altro quesito: papa Pacelli si diede
mai la pena di discutere con le massime autorita' della Chiesa tedesca i
contenuti dell'enciclica che il suo predecessore, Pio XI, aveva fatto
preparare sui temi del razzismo e dell'antisemitismo? Si tratta, qui, di uno
dei punti su cui i documenti messi a disposizione dal Vaticano tacciono. E
ancora: come mai i fondi raccolti dallo United Jewish Appeal negli Stati
Uniti "furono destinati al tentativo di salvare gli ebrei convertiti
piuttosto che tutti gli ebrei"? E, ancora piu' grave: quale fu, se vi fu, la
reazione di Pio XII quando il governo collaborazionista francese di Vichy
gli fece sapere dei suoi sforzi "per limitare la liberta' degli ebrei con
leggi antiebraiche"? Fino a che punto il papa influi' sulla risposta ambigua
e connivente - offerta allora dal sottosegretario di Stato Giovanni Battista
Montini e dal segretario della Congregazione straordinaria per gli affari
ecclesiastici Domenico Tardini -, secondo cui il Vaticano non poneva
obiezioni alla legislazione antiebraica del governo francese purche' tali
disposizioni antisemite "fossero amministrate con giustizia e carita' e non
limitassero le prerogative della Chiesa"? Altro punto scottante: alla fine
dell'agosto 1942, l'arcivescovo greco-cattolico di Leopoli, Andrzeyj
Szeptyckyj, mando' un messaggio al papa descrivendogli in dettaglio i
massacri di massa "contro gli ebrei e la popolazione locale. Nessun altro
membro degli alti ranghi ecclesiastici cattolici (...) forni' dirette
testimonianze oculari ed espresse preoccupazione per gli ebrei in quanto
ebrei (e in quanto obiettivo primario della ferocia tedesca) come
Szeptyckyj, che tra l'altro segnalo' al papa di avere espresso la sua
protesta con lo stesso Himmler. Alla fine denuncio' pubblicamente i massacri
degli ebrei in cui alcuni cattolici ucraini avevano collaborato con i
tedeschi. Esiste una qualche prova di una discussione [in Vaticano su questo
tema] o di una risposta alla supplica di Szeptyckyj?".
A ben vedere, i vari problemi sollevati nel loro "rapporto preliminare" dai
sei esperti della Commissione avevano un'unica matrice: la constatazione che
qualsiasi serio lavoro d'analisi circa le politiche messe in atto da Pio XII
e dalla Santa sede avrebbe trovato un limite invalicabile nella stessa
"pre-selezione", operata dalle autorita' vaticane, dei documenti resi
disponibili ai ricercatori. "Ci sembra che la ricerca della verita'",
chiarivano gli studiosi in una nota del rapporto, "dovunque questa possa
condurre, possa essere promossa nel modo migliore in un ambiente in cui vi
sia pieno accesso alla documentazione storica, archivistica e di ogni altro
tipo. In fin dei conti la chiarezza e' la politica migliore per arrivare a
un giudizio storico maturo ed equilibrato".
Di li' a qualche mese (agosto 2001) un comunicato ufficiale  della Santa
sede riconosceva che i lavori della Commissione si erano chiusi con un
fallimento. Il comunicato precisava che i sei ricercatori avevano dovuto
sospendere l'attivita' poiche' il grosso dei documenti successivi al 1922
(anno della morte di Benedetto XV) continuava (e continua) a essere escluso
dalla consultazione. Evidentemente, l'accertamento storico che la
Commissione si proponeva di condurre toccava tasti troppo delicati e
importanti perche' l'indagine riuscisse  a procedere senza incontrare
gravissimi ostacoli. Ma proprio sulle parti mancanti, sulle zone buie e
coperte dalla proibizione si accentrava, e continuera' (chissa' fino a
quando) ad accentrarsi  l'attenzione di tutti.
*
In realta', notevolissime sono le insidie che si nascondono entro questa
forzata sospensione del giudizio circa la figura e l'operato di Pio XII. Da
un lato, l'incertezza puo' alimentare supposizioni e sensazionalismi,
autorizzando il pubblico ad aspettarsi non tanto una serena e critica
valutazione storica dell'azione del pontefice, quanto una sorta di
inappellabile "verdetto": di assoluzione oppure di condanna. Su un altro
versante, il prolungarsi dell'incertezza non puo' se non alimentare le
strumentalizzazioni e le polemiche.
Particolarmente aspra, in questo contesto, fu la polemica, tutta interna al
mondo cattolico, suscitata dalla pubblicazione di Il Papa di Hitler. La
storia segreta di Pio XII: un libro-shock il cui autore, l'inglese John
Cornwell - scrittore, giornalista, ex seminarista, cattolico praticante con
ottimi agganci in Vaticano, e fratello di John Le Carre' -, riusci' ad
avvalersi, per la raccolta di notizie biografiche, di due archivi cruciali,
quello della segreteria di Stato vaticana e quello dei gesuiti. Cornwell non
si accontento' di riprendere le accuse tradizionalmente mosse a Pio XII,
ossia quelle sui suoi "silenzi" e sulle ambiguita' verso la Shoah, ma si
spinse sino a sostenere che il pontefice, oltre a coltivare una sua
personale antipatia per gli ebrei, fu anche - ben prima di diventare papa -
un convinto sostenitore dell'ascesa al potere di Hitler e del suo partito.
In effetti Cornwell dedica la parte piu' significativa della sua indagine
agli anni in cui Eugenio Pacelli resse la nunziatura apostolica in Germania
e poi la segreteria di Stato. Fu Pacelli, secondo l'autore, a volere il
concordato del 1933 con il Terzo Reich. Cosi' ottenne garanzie per la Chiesa
ma, in cambio, smantello' il Zentrum (il partito cattolico), indebolendo
l'opposizione a Hitler e obbligando i cattolici tedeschi, che per lo piu'
non erano dalla parte del dittatore, a ritirarsi dalla politica.  Pacelli
segretario di Stato, sempre secondo Cornwell, mitigo' - nella fase della
stesura finale dell'enciclica Mit brennender Sorge - l'orientamento di ferma
contrarieta' al nazismo che Pio XI professava e intendeva affermare,
mediante quel documento, nel 1937. Quanto agli ebrei, l'autore sostiene che
fin dall'immediato primo dopoguerra il futuro Pio XII appariva animato da
forti pregiudizi razziali. Cornwell fa riferimento in particolare a una
lettera che egli afferma di avere scoperto negli archivi vaticani, nella
quale il nunzio Pacelli, scrivendo da Monaco al cardinale Gasparri in data
18 aprile 1919, palesava un robusto antisemitismo. Il nunzio, sostiene
Cornwell, disprezzava gli ebrei e li temeva, ritenendo che fossero
all'origine di tutti i mali: bolscevismo ateo, materialismo e via elencando.
Appena uscita nella traduzione italiana, la biografia di Cornwell venne
minacciata di querela da parte di una docente di storia contemporanea presso
l'universita' romana della Sapienza, Emma Fattorini. Costei pote' farsi
forte del fatto d'essere stata la prima a pubblicare, fin dal 1992, il testo
integrale della lettera che Cornwell sosteneva di avere scoperto negli
archivi vaticani. Ma per smontare ad una ad una le argomentazioni di
Cornwell, cercando di dimostrare in qual misura lo scrittore inglese avesse
fatto un uso selvaggio dei documenti e si fosse comportato non da storico ma
da polemista, il Vaticano si affido' alle competenze del padre francese
Pierre Blet S. J.:  uno dei quattro gesuiti che a suo tempo avevano curato
la pubblicazione degli undici "libri bianchi" degli Actes et Documents du
Saint Siege. Autentica colonna portante della storiografia ufficiale della
Santa sede, il padre Blet era riuscito a  condensare i contenuti degli Actes
et Documents in un corposo libro apologetico, che nell'ottica della Santa
sede presentava la duplice virtu' di porre papa Pacelli al riparo dalle
ricorrenti frecciate polemiche circa i suoi "silenzi", e di mettere a
disposizione del piu' vasto pubblico un'immagine decisamente rassicurante e
positiva di questo pontefice.
In campo cattolico sono stati numerosi gli storici che si sono sforzati di
dimostrare che i "silenzi" di Pio XII sarebbero stati il frutto di una
decisione coraggiosa e sofferta. A questo riguardo, sono esemplari gli
argomenti sviluppati da Giorgio Angelozzi Gariboldi, il penalista che difese
la memoria di papa Pacelli contro lo storico americano Robert Katz (che in
un suo libro aveva accusato il pontefice di non essere intervenuto per
impedire la rappresaglia nazista che porto' alla strage delle Fosse
Ardeatine). Secondo Angelozzi Gariboldi, l'apparente debolezza palesata da
Pio XII nei confronti di Hitler sarebbe stata l'unico mezzo a disposizione
del Vaticano per evitare un ulteriore inasprimento delle persecuzioni
naziste contro gli ebrei. Si tratta qui di una tesi che, nel corso degli
anni, e' stata ripresa innumerevoli volte. Nel panorama italiano, l'opera
piu' recente che la ripropone e' un saggio del vaticanista Andrea Tornielli,
che nel titolo stesso (Pio XII, il Papa degli ebrei) sembra volersi porre in
diretta antitesi rispetto a Il Papa di Hitler di John Cornwell.
Tuttavia, anche in campo cattolico si segnalano ormai da decenni sviluppi
storiografici che vanno in tutt'altra direzione. Per esempio John F. Morley,
un sacerdote cattolico americano, docente di scienze religiose alla Seton
Hall University (New Jersey), nel suo libro Vatican Diplomacy and the Jews
during the Holocaust 1939-1943, analizza partitamente gli interventi a
favore degli ebrei che i nunzi apostolici, in particolare quelli accreditati
nei vari paesi sotto il dominio nazista, riuscirono a realizzare.
Nell'interrogarsi sul significato e la portata della politica vaticana nei
confronti della Shoah, Morley adotta un approccio che, al di la'
dell'apprezzamento per il numero delle vite poste in salvo in questo o quel
paese, tiene conto soprattutto della valenza etica dell'appoggio offerto ai
perseguitati dalla diplomazia vaticana. E qui l'autore giunge a conclusioni
diffusamente critiche. In particolare rileva che il papa, malgrado numerosi
appelli, si astenne pervicacemente dal denunziare lo sterminio degli ebrei,
o dal rivolgersi direttamente ai nazisti per chiedere la cessazione del
massacro. Eugenio Pacelli, secondo Morley, non era animato da malevolenza o
da antisemitismo ma era incapace, persino in fasi di emergenza, di prendere
le distanze dalle tradizionali politiche della Chiesa romana,
contraddistinte da prudenza e diplomazia. Cosi' limito' i propri interventi
a vaghi appelli tesi a mitigare la sorte degli ebrei convertiti al
cattolicesimo presi nella rete della persecuzione. E che cosa ci si poteva
del resto attendere da un papa che era rimasto impassibile persino di fronte
alle preghiere dei vescovi polacchi quando, fin dall'inverno 1939-'40,
chiesero angosciosamente che egli denunziasse le atrocita' che i nazisti
andavano perpetrando contro i cattolici (compreso il clero) nel loro paese?
Quanto ai rappresentanti diplomatici della Santa sede, essi non si
comportarono meglio del papa, a parte alcune illustri eccezioni (degne di
nota quelle di monsignor Andrea Cassulo, nunzio a Bucarest, e di colui che
sara' papa Giovanni XXIII, il monsignor Angelo Giuseppe Roncalli, 1881-1963,
delegato apostolico a Istanbul ma con competenze estese alla Bulgaria e alla
Grecia). In generale, i responsabili delle nunziature vaticane "si fecero
coinvolgere dal problema ebraico" conclude Morley "in una maniera che fu
tangenziale nel migliore dei casi e minimale nel peggiore. Con la mancanza
di una risposta totale agli ebrei nel momento del loro maggiore bisogno, i
nunzi non si dimostrarono all'altezza dell'elevata vocazione che
proclamavano di avere".
Resta vero, in ogni caso, che durante la seconda guerra mondiale il Vaticano
fu, probabimente assieme alla Svizzera, la migliore agenzia di informazioni
del mondo, e che il pontefice fu sicuramente, con la segreteria di Stato, il
primo a venire sempre informato sui minimi particolari degli avvenimenti
bellici. Percio', soltanto aprendo i propri archivi la Chiesa di Roma sara'
finalmente in grado di offrire un contributo decisivo al lavoro di quei
ricercatori che intendono chiarire quali dimensioni ebbero le complicita'
attive e passive di molti prelati cattolici con gli esecutori materiali del
genocidio degli ebrei, e quali funzioni svolsero, dopo la fine del
conflitto, autorevoli ambienti vaticani nel facilitare il trasferimento
clandestino dei criminali nazisti (tedeschi, croati, slovacchi, ungheresi e
cosi' via) dall'Europa all'America del Sud.
*
Dato per scontato che qualsiasi valutazione, comunque orientata, circa la
politica vaticana degli anni di guerra non sopporta facili e demagogiche
schematizzazioni, ritengo che continuino a essere sostanzialmente valide le
risultanze che Guenter Lewy trasse nel 1964 dall'esame critico dei rapporti
tra Chiesa cattolica e Reich hitleriano. Estesa su tutto l'arco di tempo dal
1933 al 1945, la ricerca di Lewy, uno studioso ebreo tedesco emigrato nel
1939 in Palestina e di li' negli Stati Uniti, scruta con estrema cura
analitica le fonti  cui l'autore pote' a suo tempo attingere (un'ampia
quantita' di documenti inediti dello Stato tedesco e del partito
nazionalsocialista, sequestrati dagli alleati alla fine della seconda guerra
mondiale, nonche' materiali reperiti in nove diversi archivi diocesani). E
grazie all'equilibrio sempre controllato dei giudizi espressi, le
conclusioni caute ma ferme cui allora pervenne hanno poi trovato ampia
convalida in molte delle ricostruzioni storiche rese possibili dalle
successive aperture dei vari archivi nazionali.
L'indagine di Lewy e' puntata in particolare sulla gerarchia episcopale in
Germania e sul papato. Come si comportarono di fronte al nazismo coloro cui
spettavano le responsabilita' piu' elevate? Come pote' accadere che
l'episcopato e le organizzazioni cattoliche tedesche non si avvedessero
della natura totalitaria del regime di Hitler, che non ammetteva alcuna
forma di pluralismo politico? C'era, come Lewy documenta, la fiacca adesione
del cattolicesimo germanico alla democrazia weimariana, per cui molti
consideravano "la continuazione dei sussidi statali alla Chiesa e la difesa
delle scuole confessionali molto piu' importanti della difesa della
democrazia". E percio', pur di preservare l'organizzazione cattolica, in una
prima fase i vescovi cercarono di realizzare un accomodamento con il nuovo
regime. Inoltre, l'atteggiamento della gerarchia discendeva da piu' profondi
motivi di affinita' e di convergenza politica o, se si vuole, da un equivoco
originario e fatale, consistente nella "incomprensione della vera natura del
regime nazista, nel quale per molto tempo la Chiesa vide (...) semplicemente
uno dei tanti regimi autoritari". Lo scrittore cattolico Hans Kuth, che nel
1932 si chiedeva: "Perche' non si deve poter raggiungere in Germania quella
soluzione che in Italia si e' dimostrata cosi' benefica per il paese, per il
popolo e per la Chiesa?", si faceva portavoce delle aspirazioni
all'autoritarismo e all'anticomunismo di settori non trascurabili del mondo
cattolico tedesco, lasciando anche intendere quanto limitate fossero le
riserve di tali ambienti nei confronti del nazismo.
Ma ci si poteva limitare al piano politico e non vedere l'immoralita' e la
barbarie del Reich hitleriano? Nella sanguinosa epurazione del 30 giugno
1934, quando le SS di Himmler decapitarono le SA (reparti d'assalto) di
Ernst Roehm, furono assassinate alcune centinaia di persone, fra cui
eminenti cattolici come il dottor Erich Klausener, capo dell'Azione
cattolica di Berlino, e il leader della Gioventu' cattolica Adalbert Probst.
"I cattolici tedeschi e il mondo intero attesero con ansia la reazione della
Chiesa. Ma non ci fu nessuna reazione". Persino riguardo ai campi di
concentramento "non troviamo negli archivi nessuna traccia di un'azione
svolta da parte dell'episcopato cattolico da potersi giudicare idonea a
tentare di impedire queste mostruosita'". Dal 1933 il numero delle persone
rinchiuse era andato costantemente aumentando. Dapprima le vittime furono
soprattutto comunisti, socialisti e altri avversari politici del regime. Ma
dopo l'entrata in vigore della legge del dicembre 1934 che proibiva "la
critica malevola dello Stato e del partito", furono imprigionati anche molti
religiosi cattolici. L'unico sacerdote che levo' la voce contro queste
atrocita' fu il preposto berlinese Bernhard Lichtenberg, che affronto' il
martirio durante il trasporto al campo di Dachau per avere dichiarato che la
deportazione degli ebrei era inconciliabile con la legge morale cristiana.
Infine, neppure di fronte alla persecuzione e poi allo sterminio degli ebrei
la Chiesa tedesca seppe andare al di la' di "dichiarazioni di carattere
assai generico, che non cambiarono ne' la politica del governo, ne' il
comportamento dei cattolici".
Lewy ha buon gioco nel ricordare che, fin dal discorso del 23 marzo 1933
davanti al Reichstag, "Hitler subordinava completamente i diritti delle
Chiese e delle loro organizzazioni alle esigenze e agli interessi dello
Stato. Esse sarebbero state lasciate indisturbate a patto di eseguire il
compito di infondere lealta' e patriottismo ai cittadini, secondo i desideri
del nuovo regime. Sembra che i vescovi cattolici non si siano resi conto di
queste idee di Hitler...". Un capitolo assai poco edificante fu quello degli
sforzi degli opportunisti tesi a dimostrare le affinita' tra nazismo e
cattolicesimo: un compito nel quale si distinsero, oltre all'arcivescovo di
Friburgo in Brisgovia Konrad Groeber (noto come "l'arcivescovo bruno"),
vescovi (per esempio l'austriaco monsignor Alois Hudal, capo della Chiesa
tedesca a Roma), teologi (Michael Schmaus, Karl Adam) e giornalisti (Axel
Emmerich). Non manco' neppure chi fece propri i simboli del regime, compresa
la svastica, che a detta del noto teologo Konrad Algermissen di Hildesheim
era "un simbolo delle qualita' naturali, avute in dono da Dio, del popolo
tedesco".
Per parte sua, la maggioranza dei vescovi palesava un acceso nazionalismo;
"tutti avevano opinioni fondamentalmente conservatrici" nota Lewy "e
diffidavano del liberalismo e della democrazia", per non parlare dell'odio
del socialismo e del comunismo. Indubbiamente il fattore principale che
impedi' alle gerarchie cattoliche tedesche, su su fino al vertice romano
della piramide ecclesiale, di opporsi con qualche vigore al Reich hitleriano
e ai suoi orrori fu l'ostilita' nei confronti del bolscevismo e il timore di
aprire varchi all'irrompere sulla scena mondiale dell'Unione Sovietica.
Sotto questo profilo, la lettera pastorale espressa dalla conferenza
plenaria dei vescovi tedeschi, riunita a Fulda dal 30 maggio 1933,
costituisce un documento illuminante. Dopo avere sottolineato che "il valore
e il significato dell'autorita' e' particolarmente alto proprio nella nostra
santa Chiesa cattolica" e che "percio' non e' affatto difficile per noi
cattolici apprezzare la nuova e grande importanza che viene data
all'autorita' nello Stato tedesco", le gerarchie episcopali offrivano
l'alleanza dei cattolici nella lotta per liberare l'"anima germanica" dal
bolscevismo e dall'immoralita' a condizione che alla Chiesa, alle sue
organizzazioni, alle sue scuole, alla sua stampa venisse assicurata la piu'
completa liberta'.
*
Le Chiese protestanti
Lewy prende lo spunto dal documento teste' citato per rilevare che
l'episcopato cattolico non fu il solo a non rendersi conto, in quell'arco di
anni, delle mire totalitarie del movimento nazista e delle aspirazioni
aggressive della politica estera di Hitler. "Le Chiese protestanti, la
maggioranza degli intellettuali e molta gente all'estero non dimostrarono
maggiore acume politico".
I protestanti, che negli anni trenta costituivano poco meno dei due terzi
della popolazione germanica, con l'avvento del nazismo si scissero in vari
tronconi. I nazisti piu' fanatici, dando vita al movimento dei "cristiani
tedeschi" (Deutsche Christen), sostennero senza riserve la dottrina nazista
sulla superiorita' della "razza ariana" e il Fuehrerprinzip. Il loro
progetto "teologico" intendeva "arianizzare" il cristianesimo e proporre una
lettura del nazionalsocialismo quale vero e proprio "evento di rivelazione".
Nei loro propositi, la Chiesa si sarebbe dovuta liberare da tutto cio' che
nel culto e' "non tedesco", nonche' dalla "morale ebraica della
retribuzione" e dalle "storie di mercanti di bestiame e di lenoni" che
sarebbero caratteristiche dell'Antico Testamento. Nel definire il loro
programma, affermavano che esso rappresentava il compimento della Riforma di
Martin Lutero, "la definitiva vittoria dello Spirito nordico sul
materialismo orientale". Il movimento incontro' sin dall'inizio un consenso
molto largo, sia a livello di base sia fra i pastori e i teologi. Molti
videro nella "rinascita" della Germania sotto il regime di Hitler un tempo
qualificato, un momento decisivo in cui la presenza di Dio si manifestava
nella storia con eccezionale chiarezza. La Chiesa, secondo costoro, non
sarebbe potuta restare spettatrice neutrale, ma doveva darsi la missione
d'interpretare "profeticamente" eventi storici del tutto particolari,
assumendo la svolta storica in atto come cornice ideale del proprio
annuncio.
Su un versante diverso e relativamente indipendente venne formandosi un
gruppo minoritario denominato "Chiesa confessante" che, retto per qualche
anno dal pastore Martin Niemoeller, prese via via le distanze dalle
teorizzazioni naziste, denunziando come anticristiani i progetti di coloro
che riecheggiavano le tesi sostenute da Alfred Rosenberg nel suo Mito del XX
secolo circa la creazione di una Chiesa germanica fondata non su dogmi e
principi astratti bensi' sulle forze concrete del sangue, della razza e
della terra. Tra questi due schieramenti stava la maggioranza dei
protestanti, troppo timorosa per unirsi all'una o all'altra delle parti in
dissidio. Alla fine, tuttavia, i piu' si gettarono nelle braccia di Hitler,
accettando il suo intervento negli affari delle Chiese e obbedendo alle sue
direttive.
Certamente non mancarono i credenti che dai loro pastori attendevano una
presa di posizione moralmente orientatrice. Ma negli stessi ambienti della
Chiesa confessante, le reazioni alle leggi di Norimberga contro gli ebrei
furono isolate e, molto spesso, ambigue. Uno dei pochissimi a chiedere alle
gerarchie dei confessanti non soltanto di aiutare le vittime
dell'antisemitismo, ma di arrestare l'ingranaggio che andava schiacciandole
fu il celebre teologo Dietrich Bonhoeffer: un pastore che seppe opporsi
strenuamente al regime e che, condannato per tradimento da un tribunale
delle SS, venne impiccato nel campo di concentramento di Flossenbuerg meno
di un mese prima della capitolazione della Germania.
Nel febbraio 1996, quarantun'anni dopo la morte di questo eroe della
Resistenza antinazista, un gruppo di membri della Chiesa luterana e di
militanti tedeschi per i diritti civili ebbe a chiedere per l'ennesima volta
che il verdetto emesso a suo tempo a carico di Bonhoeffer venisse finalmente
dichiarato nullo, giacche', a norma della legislazione vigente in Germania,
questo martire continuava a essere considerato un "traditore". Con ogni
evidenza, una circostanza come questa va considerata uno degli ultimi
brandelli di un retaggio che ormai nessuno sembra davvero interessato a
custodire.
*
Il recupero della memoria
Per quanto concerne piu' specificamente il recupero e la conservazione della
memoria della Shoah, le varie Chiese cristiane hanno indubbiamente compiuto
nell'ultimo mezzo secolo un lungo percorso. Tale cammino e' stato propiziato
dal graduale instaurarsi di un clima di attenzione e di reciproco rispetto
tra cristiani ed ebrei, ma soprattutto dal desiderio delle Chiese di fare in
qualche modo ammenda per il greve antigiudaismo (il sistematico
"insegnamento del disprezzo" verso gli ebrei) diffuso per troppi secoli urbi
et orbi.
Lungo l'arco degli ultimi decenni, sia nel mondo cattolico sia in quello
protestante si sono registrati numerosi pronunciamenti ufficiali circa
l'atteggiamento dei cristiani di fronte all'antisemitismo nazista e ai suoi
esiti rovinosi. In campo protestante, un rilievo particolare ebbe la
risoluzione Rinnovamento del rapporto tra cristiani ed ebrei, approvata nel
1980 dal sinodo evangelico della Renania. Questo testo segno' una svolta nei
rapporti tra protestanti ed ebrei. Innanzitutto vi si riconoscevano con
chiarezza la corresponsabilita' e la colpa della cristianita' tedesca nella
Shoah; in secondo luogo, si cercava di affermare una nuova visione cristiana
di Israele, sostenendo la permanente elezione del popolo ebraico come popolo
di Dio in aperta opposizione alla tradizionale visione secondo cui la Chiesa
cristiana avrebbe soppiantato Israele; in terzo luogo, il tono e il
linguaggio di questa risoluzione evocavano quelli delle confessioni di fede.
Non meno significativa fu la pubblica assunzione di responsabilita' che i
vescovi cattolici della Repubblica federale tedesca, riuniti in un sinodo
congiunto, compirono nel 1975: "Noi siamo il paese la cui recente storia e'
oscurata dal tentativo sistematico di distruggere gli ebrei. Durante questo
periodo di regime nazionalsocialista siamo stati una comunita' religiosa
che, nonostante il comportamento esemplare di pochi, e' stata principalmente
interessata  alla propria sopravvivenza, a che tutto andasse liscio nelle
proprie istituzioni, ed e' rimasta in silenzio di fronte ai crimini commessi
contro gli ebrei. Molti, preoccupati per la propria vita, si sono gravati
del peso della colpa. La cosa straziante e' che i cristiani parteciparono a
questa persecuzione".
Ma ancora piu' significativi, forse, furono gli atti di pentimento e la
richiesta di scuse che i vescovi francesi resero pubblici il 30 settembre
1997 per avere taciuto sui misfatti del regime collaborazionista di Vichy.
Dinnanzi al memoriale del "campo di transito" di Drancy, in piedi su quel
che resta del binario dal quale settantacinquemila ebrei francesi mossero
per intraprendere tra il 1942 e il 1944 il loro viaggio verso la morte,
monsignor Olivier de Beranger, vescovo della diocesi di Drancy, espresse il
rammarico della Chiesa di Francia per il silenzio dei cattolici "di fronte
all'ampiezza del dramma e al carattere inaudito del crimine". Un mea culpa
radicale che, al di la' delle circostanze storiche, denunziava le radici
religiose "di questa cecita'"e "il ruolo, se non diretto quanto meno
indiretto," che ebbero "i luoghi comuni antiebraici colpevolmente coltivati
in seno al popolo cristiano nel processo che ha condotto alla Shoah".
Infatti, ammettevano i vescovi francesi, "a dispetto (e in parte a causa)
delle radici ebraiche del cristianesimo, e della fedelta' del popolo ebraico
testimone del Dio unico attraverso la sua storia, lo 'scisma primordiale',
sorto nella seconda meta' del I secolo, ha portato al divorzio, poi a una
animosita' e a un'ostilita' plurisecolare fra i cristiani e gli ebrei. (...)
Secondo il giudizio degli storici, e' un fatto attestato che, durante i
secoli, nel popolo cristiano ha prevalso, fino al Concilio Vaticano II, una
tradizione di antigiudaismo che ha segnato a livelli diversi la dottrina e
l'insegnamento cristiani, la teologia e l'apologetica, la predicazione e la
liturgia". Per i vescovi francesi, "su questo terreno e' cresciuta la pianta
velenosa dell'odio per gli ebrei".
Nel caso francese "le autorita' spirituali, impantanate in un lealismo che
andava molto al di la' dell'obbedienza tradizionale al potere stabilito, si
sono, in maggioranza, limitate a un atteggiamento di conformismo, di
prudenza e di astensione, parzialmente imposto dal timore di rappresaglie
contro le opere e i movimenti della gioventu' cattolica. (...) E se resta
vero che si possono citare in abbondanza gesti di solidarieta', bisogna
chiedersi se gesti di carita' e di sostegno sono sufficienti a onorare le
esigenze di giustizia e il rispetto dei diritti della persona umana". In
ogni caso, secondo i vescovi, ci fu allora un "ripiegamento su una visione
ristretta della missione della Chiesa", cui si aggiunse "una mancanza di
comprensione dell'immenso dramma planetario in atto, che pregiudicava il
futuro stesso del cristianesimo".

3. LETTURE. ELENA CAMINO, ANGELA DOGLIOTTI MARASSO (A CURA DI): IL
CONFLITTO: RISCHIO E OPPORTUNITA'
Elena Camino, Angela Dogliotti Marasso (a cura di), Il conflitto: rischio e
opportunita'. Riflessioni e percorsi didattici, dal personale al globale,
Edizioni Qualevita, Torre dei Nolfi (Aq) 2004, pp. 176, euro 12. Un utile
strumento di lavoro e un repertorio di materiali per educatori, formatori,
studenti, mediatori, persone amiche della nonviolenza e attivisti dei
movimenti sociali; con contributi di Nanni Salio, Daniela Marchetti, Laura
Colucci-Gray, Bianca Marengo, Giuseppe Barbiero, oltre che delle curatrici.
Per richieste alla casa editrice: tel. 3495843946, o anche 086446448,
e-mail: sudest at iol.it, sito: www.peacelink.it/users/qualevita

4. LETTURE. ISIA OSUCHOWSKA: ORIENTE
Isia Osuchowska, Oriente, Quaderni di Via Dogana - Libreria delle donne,
Milano 1995, pp. 100, lire 20.000. Un libro delizioso: con parole e disegni
lievemente acquerellati, e soluzioni grafiche soavi, l'autrice racconta
esperienze e riflessioni della sua partecipazione alla quarta conferenza
internazionale delle donne buddhiste svoltasi nell'agosto 1995 a Ladakh. Per
richieste: e-mail: info at libreriadelledonne.it, sito:
www.libreriadelledonne.it

5. LETTURE. MARIA SCHIAVO: AMATA DALLA LUCE. RITRATTO DI MARILYN
Maria Schiavo, Amata dalla luce. Ritratto di Marilyn, Quaderni di Via
Dogana - Libreria delle donne, Milano 1996, pp. 120, euro 8,50. Una
monografia su Marilyn Monroe di grande finezza, una lettura acuminata e
appassionante. Per richieste: e-mail: info at libreriadelledonne.it, sito:
www.libreriadelledonne.it

6. RILETTURE. KAROL WOJTYLA: PERSONA E ATTO
Karol Wojtyla, Persona e atto, Rusconi Libri, Sant'Arcangelo di Romagna (Rn)
1999, pp. 768, euro 12,91. Considerata il capolavoro del futuro papa
Giovanni Paolo II, quest'opera del 1969 qui presentata in una pregevolissima
edizione con testo polacco a fronte, un denso saggio introduttivo di
Giovanni Reale, un saggio integrativo di Tadeusz Styczen (successore di
Wojtyla alla cattedra di etica dell'Universita' Cattolica di Lublino), e un
adeguato apparato critico, costituisce una lettura di grande ricchezza, che
valorizza finemente e potentemente la tradizione fenomenologica e quella
aristotelico-tomista e convoca a una riflessione sul nostro consistere
appassionante e feconda.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, sudest at iol.it,
paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 817 del 22 gennaio 2005

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