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La nonviolenza e' in cammino. 818



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 818 del 23 gennaio 2005

Sommario di questo numero:
1. Juliette Terzieff: Anna, una giornalista
2. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte tredicesima)
3. Giorgio Montagnoli: Il Centro interdipartimentale di ricerca sulle
scienze per la pace dell'Universita' di Pisa
4. La "Carta" del Movimento Nonviolento
5. Per saperne di piu'

1. PROFILI. JULIETTE TERZIEFF: ANNA, UNA GIORNALISTA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione questo articolo di Juliette
Terzieff, corrispondente per "WeNews". Anna Zarkova e' una cronista che e'
stata aggredita con l'acido, sei anni fa, per aver investigato su
organizzazioni criminali che si occupavano di prostituzione forzata e
traffico di donne in Bulgaria]

"Anche adesso mi e' difficile parlarne. Avevo ricevuto minacce telefoniche,
ma neppure nei miei incubi peggiori avrei potuto immaginare il dolore che
sarebbe stato inflitto a me ed alla mia famiglia". Per Anna Zarkova, 46
anni, che pure e' abituata a scavare a fondo nei suoi reportage, raccontare
la storia dell'aggressione subita non e' facile. "Voglio dimenticare",
aggiunge, accarezzandosi lievemente il viso, ora quasi privo di cicatrici
dopo sei interventi chirurgici, "Ma neppure questo e' facile".
Nonostante il desiderio di lasciarsi l'aggressione alle spalle, Zarkova ha
passato gli ultimi sei anni a convincere le sue connazionali e i suoi
colleghi giornalisti a fare pressione perche' i crimini vengano perseguiti,
perche' le donne abbiano eguaglianza di diritti, e perche' il paese si
adegui alle norme democratiche. Ed ha continuato a lavorare come
capocronista per il quotidiano "Trud", e ad occuparsi di prostituzione e
traffico di donne.
*
Zarkova parla regolarmente alle convention, nelle universita' e sui media
dell'importanza di contrastare le attivita' criminali. Dice che il suo
messaggio e' diretto in particolar modo alle donne, che stanno diventando
sempre di piu' vittime della violenza domestica e della prostituzione
forzata, e che hanno un tasso di disoccupazione doppio rispetto agli uomini
bulgari.
Dopo l'emersione della Bulgaria dall'ombra dell'Unione Sovietica, nel 1991,
Zarkova (che precedentemente scriveva di affari e di moda) comincio' a
concentrarsi sul lato oscuro del passaggio del suo paese all'economia di
mercato. Dalla violenza poliziesca alla corruzione dei pubblici ufficiali,
dal crimine organizzato al traffico di esseri umani, la penna di Anna
Zarkova colpiva al cuore la sua nazione, sollecitando i cittadini a lottare
per le riforme e per la trasparenza.
Politici ed affaristi corrotti infiltrarono l'economia bulgara nel tentativo
di trarre vantaggio dai primi turbolenti anni di transizione. Nella seconda
meta' degli anni '90 i bulgari, con una disoccupazione al 30%, inflazione
crescente e diminuito potere d'acquisto, avevano totalmente perso fiducia
nelle istituzioni (le quali, in democrazia, sarebbero disegnate per servire
il popolo). I puntuali articoli di Anna Zarkova contribuirono a creare
quell'opinione pubblica che spinse le autorita' a rompere con i gruppi
criminali locali.
Durante tutti gli anni '90, i reportage di Zarkova condussero alla rimozione
di una dozzina di ufficiali di polizia colpevoli di brutalita', estorsione e
corruzione.
*
"E' una persona dalle forti emozioni, capace di empatia, che vive
letteralmente il proprio lavoro", dice di lei il collega giornalista Tsvetan
Gemishev, "Ogni storia che racconta mostra il suo impegno personale rispetto
all'istanza di cui si tratta, il desiderio di renderla il piu' 'giusta'
possibile, ed e' questo che la rende cosi' popolare presso i lettori. Ha
guadagnato la loro fiducia, e la loro ammirazione".
Chi invece temeva il potere del suo lavoro passo' all'attacco. Mentre Anna
Zarkova aspettava l'autobus per recarsi al lavoro, nel maggio del 1998, un
uomo usci' dalla folla dei pendolari e le lancio' addosso acido solforico.
"Ricordo solo che gridavo e gridavo dal dolore". E' tutto quello che Anna
ricorda dell'aggressione. Al pronto soccorso, i medici che si occuparono di
lei le predissero che avrebbe passato la vita sfigurata e cieca da un
occhio.
I titoli cubitali dei giornali e le migliaia di lettere e telefonate di
sostegno non potevano lenire del tutto il dolore di Anna. Dopo numerosi
viaggi all'estero per le cure e gli interventi chirurgici, torno' finalmente
al lavoro, ma alla condizione di essere trasferita al settore culturale.
"La Bulgaria piangeva per lei, con lei e per se stessa", racconta
l'attivista sociale Elena Petrova, "L'aggressione a Zarkova era il simbolo
finale, la certezza che tutto stava andando male".
Due uomini vennero arrestati come probabili autori dell'aggressione, ed
entrambi vennero rilasciati dopo un processo ambiguo in cui un testimone
venne accusato di essere l'autore del fatto, e poi rilasciato quando un
altro testimone ritratto' la propria deposizione. Il padre di uno degli
imputati era uno degli ufficiali rimossi per le sue azioni corrotte dopo che
i reportage di Zarkova le avevano svelate. "Il pubblico ministero mi disse
che non aveva senso continuare l'azione legale, e dopo aver osservato i
tribunali per dieci anni so bene che sarebbe molto difficile veder mutare la
sentenza", cosi' Anna spiega la sua decisione di lasciar cadere il caso.
Il figlio dell'ex ufficiale di polizia, Petyo Petkov, nel frattempo fu
arrestato di nuovo ed accusato di un'aggressione simile che aveva pero'
avuto come risultato la morte della vittima. Nonostante la deposizione di
tre testimoni, e' stato assolto. Nel vedere come l'ingiustizia cresceva
attorno a lei, l'intrinseco bisogno di giustizia di Anna Zarkova non ha
resistito: quattro anni fa e' ritornata alla cronaca nera.
*
"Non era semplice uscire dalla forma mentis di essere un'handicappata, mezza
cieca, sfregiata e inetta, ma io sono testarda", dice Zarkova, "Ora
semplicemente non ho tempo per avere paura: ho troppo lavoro da fare". Il
suo ritorno al lavoro, dicono molti dei suoi ammiratori, sarebbe stato
sufficiente: il suo ritorno alle investigazioni criminali, all'esplorazione
di un mondo di malaffare che e' quasi ufficializzato, dicono, e' pura
ispirazione.
"Non sono tante le persone che riescono a superare una prova del genere e a
riprendere la posizione che avevano prima", dice Gemishev, "Avere una tale
determinazione, la forza di sopravvivere, per me e' eroismo. Io non credo
che avrei avuto lo stesso coraggio".
Zarkova ha usato il precedente dell'aggressione come combustibile per la sua
campagna contro il crimine, per coalizzare le donne bulgare contro il
traffico di esseri umani, di cui il paese balcanico e' transito, sorgente e
destinazione.
"Il settore piu' proficuo del mercato criminale ora e' la droga, ma il piu'
diffuso e' il traffico di esseri umani, e il commercio della carne umana",
racconta Zarkova, "Tutti e tre hanno per bersaglio gli individui meno
protetti dalla societa', i piu' vulnerabili: donne, ragazzi e bambini.
Donne, ragazzi e bambini sono coloro che hanno piu' bisogno del nostro
aiuto".
Zarkova ha scritto moltissimo su queste tematiche, compreso il servizio su
"Vanko 1", il rapper bulgaro che l'anno scorso e' stato giudicato colpevole
di aver forzato donne alla prostituzione e di aver commerciato in corpi
umani. Vanko 1 ha ricevuto una sentenza a 12 anni di carcere e una multa di
75.000 dollari: e' la prima condanna, in Bulgaria, di un trafficante di
esseri umani.
"Qualcuno pensera' che continuare questo lavoro sia folle, e forse lo e'",
prosegue Zarkova, "Ma ergersi per la verita' e' anche un dovere, ed io
chiedo a tutti gli uomini e le donne del mio paese di non mollare mai sulla
verita'".
Con la Bulgaria che chiede di entrare nell'Unione Europea nel 2007, i
reportage sul crimine vengono visti in nuova luce nel paese. "Il bisogno di
giornalismo onesto e' piu' forte che mai", dice Zarkova, "E sembra che la
speranza nel futuro cominci a brillare".
La sua determinazione ne ha fatto un'icona fra le giornaliste e le donne in
genere. Cosi' commenta Maria Georgieva, studentessa universitaria di
giornalismo a Sofia: "Che una donna sola abbia osato alzare la testa,
lottare, e continui a farlo dopo un agguato cosi' orribile, ecco, e' questo
che ci da' speranza. E' questo che ci spinge avanti".

2. MEMORIA. BRUNO SEGRE: PER NON DIMENTICARE LA SHOAH (PARTE TREDICESIMA)
[Ringraziamo di cuore Bruno Segre (per contatti: bsegre at yahoo.it) per averci
permesso di riprodurre sul nostro foglio ampi stralci dal suo utilissimo
libro Shoah, Il Saggiatore, Milano 2003, la cui lettura vivamente
raccomandiamo. Riportando alcuni passi di esso abbiamo omesso tutte le note,
ricchissime di informazioni e preziose di riflessioni, per le quali
ovviamente rinviamo chi legge al testo integrale edito a stampa. Bruno
Segre, storico e saggista, e' nato a Lucerna nel 1930, si e' occupato di
sociologia della cooperazione e di educazione degli adulti nell'ambito del
Movimento Comunita' fondato da Adriano Olivetti; ha fatto parte del
Consiglio del "Centro di documentazione ebraica contemporanea" di Milano;
dal 1991 presiede l'Associazione italiana "Amici di Neve' Shalom / Wahat
al-Salam"; dirige la prestigiosa rivista di vita e cultura ebraica "Keshet"
(e-mail: segreteria at keshet.it, sito: www.keshet.it). Tra le opere di Bruno
Segre: Gli Ebrei in Italia, Giuntina, Firenze 2001; Shoah, Il Saggiatore,
Milano 1998, 2003]

Omissione di soccorso. Gli "spettatori" come Ponzio Pilato
Quando, nell'analizzare i vari aspetti della Shoah, l'attenzione degli
storici si sposta dalle gesta dei carnefici alle reazioni delle vittime e ai
comportamenti degli "spettatori" (le varie Chiese cristiane, la Santa Sede,
gli Alleati, gli Stati neutrali), il discorso storiografico cambia
inequivocabilente registro. Nel considerare il ruolo degli "spettatori",
infatti, gli storici devono tenere conto soprattutto di vicende che non
ebbero luogo: atti non compiuti, interventi non operati, appelli non uditi o
mai pronunciati. Si tratta di vicende che agli occhi degli studiosi si
presentano, per cosi' dire, in negativo: il mancato asilo agli ebrei da
parte di questo o quello Stato neutrale, la diffusa "omissione di soccorso",
l'inspiegabile inerzia di grandi organizzazioni internazionali (come la
Croce Rossa), il rifiuto delle aviazioni alleate di bombardare gli accessi
ai campi di sterminio, le insufficienze o carenze di solidarieta'
all'interno delle comunita' ebraiche, la quasi universale incomprensione
della qualita' e delle dimensioni del massacro che andava compiendosi in
Europa, e cosi' via. Ed e' praticamente inevitabile che, alla luce degli
esiti catastrofici delle politiche di sterminio messe in atto, gli storici
siano indotti a valutare tali vicende di inerzia o di indifferenza aderendo
pregiudizialmente o al partito degli accusatori o a quello degli apologeti.
Come rammenta Michael R. Marrus, "c'e' un forte pericolo che lo storico
applichi ai suoi oggetti di studio i criteri, i sistemi di valori e il punto
di vista del presente, invece di quelli che appartenevano al periodo
trattato". Ma, soprattutto, lo storico rischia di ricostruire gli eventi, o
i "mancati eventi", sulla base di qualche ingegnoso teorema dietrologico o
di supposizioni di comodo, confezionando ex post discorsi che obbediscono a
un orientamento politico spesso non confessato, anche se ben riconoscibile.
*
Decisamente diverso e' il caso di chi, vivendo gli eventi della Shoah in
prima persona e trovandosi nel contempo a "scrivere storia", considerava il
proprio stesso fare storiografia un'operazione investita di chiare valenze
etico-politiche.
In questo senso l'esempio probabilmente piu' illustre e' quello dello
storico ebreo Emmanuel Ringelblum (militante nella sinistra sionista), che
la Gestapo fucilo' il 7 marzo 1944 insieme con la moglie, il figlio
dodicenne e altri trentacinque ebrei che avevano cercato di nascondersi in
una cantina tra le rovine del ghetto di Varsavia. Ringelblum animo' tra il
1940 e il 1943 un'articolata iniziativa clandestina di ricerca e raccolta
multidisciplinare di materiale documentario (condotta con l'appellativo in
codice di Oneg Shabbat, "le delizie del Sabato") destinata a costituire a
futura memoria un "archivio" delle sofferenze, delle speranze, delle
miserie, dell'agonia insomma, degli abitanti del ghetto di Varsavia e delle
altre comunita' ebraiche polacche durante quel triennio infernale. Nella
primavera del 1943, poco prima della completa distruzione d'ogni sorta di
presenza ebraica in Polonia, il gruppo degli intellettuali attivi
nell'operazione Oneg Shabbat nascose il materiale d'archivio e gli Appunti
dal ghetto di Varsavia di Ringelblum in una ventina di bidoni di latta
sigillati, che vennero seppelliti sotto le macerie del ghetto. Ritrovato
dopo la fine della guerra, questo materiale rappresenta, nel quadro della
storiografia della Shoah, la piu' remota documentazione disponibile che sia
stata messa a punto con approccio e intenti di tipo scientifico.
Non v'e' aspetto saliente della vita del ghetto che Ringelblum non abbia
registrato nei suoi Appunti. Gran parte del materiale da lui raccolto gli
veniva da fonti esterne: amici politici, naturalmente, ma soprattutto
profughi con i quali aveva modo di parlare durante il suo lavoro quotidiano,
membri dei comitati di caseggiato, uomini dell'inviso Judenrat (il Consiglio
ebraico), e persino gli universalmente odiati agenti della polizia ebraica.
Pur senza dissimulare i propri sentimenti, Ringelblum si sforzava di
scrivere nel modo piu' obiettivo: "tutta la verita' (...) per quanto amara
(...), le nostre fotografie sono genuine, non ritoccate". Il tono che egli
si imponeva era di "calma epica: la calma del cimitero". La sua visuale,
amplissima, cercava di cogliere anche cio' che avveniva nel resto della
Polonia: l'insorgere, il diffondersi e lo spegnersi del tifo; i diversi
metodi di accattonaggio, dei bambini e degli adulti; le varie forme di
contrabbando "sopra il Muro", tra il ghetto e "l'Altra Parte"; i
comportamenti dei soldati tedeschi ricoverati negli ospedali situati nel
ghetto; l'atteggiamento degli esattori delle tasse.
Di contro agli infiniti esempi di coraggio, di socialita', di immensa
solidarieta' dei quali Ringelblum offre la testimonianza (come l'eroico
sacrificio del dottor Janusz Korczak, immolatosi con i duecento orfani
affidati alle sue cure), vi sono negli Appunti molte pagine dedicate a una
tematica quanto mai dolorosa, quella del collaborazionismo e della
corruzione degli Judenraete e della polizia ebraica: fenomeni che
contribuirono a rendere ancora piu' miserabile, se possibile, l'esistenza
dei morituri del ghetto.
"Gli ebrei delatori e servi della Gestapo" annotava Ringelblum nel maggio
1942 "si stanno dando da fare per trovarsi un alibi. Cercano in ogni modo di
avere l'aria di persone di buon cuore, o di dimostrare, almeno, che sono
veri ebrei, ebrei autentici, ebrei che pensano all'interesse comune". E
ancora: "Gli agenti [della polizia ebraica] si sono distinti per la loro
corruzione e immoralita'. Il vertice della perfidia, tuttavia, lo hanno
raggiunto durante il trasferimento. Non hanno pronunciato una sola parola di
protesta contro il disgustoso incarico di condurre i loro fratelli al
macello. A questo lavoro lercio gli uomini della polizia erano
psicologicamente preparati e l'hanno eseguito a puntino. (...) Da dove hanno
tratto gli ebrei tanta violenza omicida? Quando mai, nella nostra storia,
abbiamo prodotto tante centinaia di assassini, di uomini capaci di rapire i
bimbi per la strada per caricarli sui carri e trascinarli alla
Umschlagplatz? (...) Non c'e' ebreo di Varsavia, non c'e' donna o bambino
che non possano citare atti di crudelta' inumana e di violenza da parte
degli uomini della polizia ebraica. Sono atti che i sopravvissuti non
dimenticheranno mai, atti che bisogna punire e saranno puniti".
Il 26 giugno 1942, Ringelblum scriveva: "Oggi e' stato un gran giorno per
gli Oneg Shabbat. Stamattina, la radio inglese ha dato annuncio, in una
trasmissione, della sorte che stanno subendo gli ebrei di Polonia. (...)
Erano mesi che pativamo perche' il mondo era cieco e sordo alla nostra
tragedia senza pari. (...) Ma adesso pare che finalmente i nostri interventi
abbiano raggiunto lo scopo. (...) Oggi c'e' stata una trasmissione in cui si
e' fatto il punto della situazione: si e' parlato di 700.000 ebrei uccisi in
Polonia. (...) Il gruppo degli Oneg Shabbat ha assolto un grande compito
storico. (...) Abbiamo inferto al nemico un fiero colpo. Abbiamo smascherato
il suo disegno satanico di annientare la collettivita' ebraica di Polonia,
un disegno che egli voleva attuare nel massimo silenzio. (...) E se
l'Inghilterra manterra' la parola, ricorrendo ai formidabili bombardamenti a
tappeto che ha minacciato, allora, forse, saremo salvi...".
A Varsavia dunque, alla fine di giugno del 1942, gli ebrei "sapevano" che
gli Alleati anglo-americani "sapevano". Non v'e' dubbio che per i
prigionieri del ghetto tale consapevolezza costituisse un appiglio, sia pure
tenue, cui aggrapparsi: tant'e' che nelle frasi di Ringelblum che ho ora
riferito si accennava ancora a qualche vaga probabilita' di salvezza, era
avvertibile insomma un barlume di residua speranza. Ma proprio di li' a tre
settimane i nazisti diedero inizio alla cosiddetta "grande azione", nel
corso della quale trasferirono 310.000 ebrei da Varsavia alle camere a gas
di Treblinka. E nei settantun giorni in cui la "grande azione" si consumo',
non venne messo in campo dagli Alleati alcun intervento sicuramente
dissuasivo. A Londra il governo non si commosse. Contro i tedeschi non vi
furono attacchi tali da infliggere loro alcun "fiero colpo".
*
In effetti, nessuna delle grandi potenze impegnate a combattere militarmente
la Germania hitleriana riusci' a emergere dalla vicenda della Shoah con le
mani pulite. Gli Alleati occidentali, i cui servizi di informazione non
mancavano di trarre vantaggio dalle storie di morte che, con tetra
regolarita', trapelavano dall'Europa sotto occupazione nazista, non fecero
nulla per aiutare in pratica le vittime; addirittura, in piu' d'un caso,
negarono agli ebrei ogni via di scampo. Pio XII, e' vero, tacque in pubblico
ma diede, in modo coperto, un indiretto contributo a salvare la vita di
qualche migliaio di ebrei consentendo che conventi, monasteri e parrocchie
li ospitassero nell'ora di maggiore pericolo. Winston Churchill (1874-1965)
e Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) si espressero ampiamente in
pubblico, ma la loro politica consistette nell'abbandonare gli ebrei al loro
destino.
In sede storica e' stato ormai dimostrato inequivocabilmente come le
informazioni circa i massacri degli ebrei in Polonia e nell'Unione Sovietica
giungessero in Inghilterra fin dall'inizio del 1942. Pubblicate dapprima da
organi della stampa ebraica di Londra (come il "Jewish Chronicle" e la
"Zionist Review"), queste notizie venivano riprese quasi subito anche dai
giornali statunitensi e di altri paesi. In Europa circolavano in quei mesi
informazioni il cui significato difficilmente poteva essere frainteso dai
servizi segreti degli Alleati o dai responsabili della Croce Rossa
internazionale. Una lettera datata 27 luglio 1942, indirizzata da Gisi
Fleischmann del Consiglio ebraico di Bratislava al dottor Adolf
Silberschein, direttore a Ginevra del ReliCo (il Comitato di soccorso del
Congresso ebraico mondiale), informava che 60.000 ebrei slovacchi,
comprendenti vecchi, donne incinte, bambini e lattanti, erano stati
deportati nel Governatorato generale e nella parte orientale dell'Alta
Slesia, cioe' ad Auschwitz. A cura di Silberschein, questo messaggio venne
subito trasmesso alla Croce Rossa internazionale. Il 20 agosto il "New York
Times", citando il quotidiano francese "Paris Soir" del giorno innanzi,
segnalava che gli ebrei di Francia stavano per essere deportati nella Slesia
polacca. Un rapporto inviato a Londra dalla Lega socialista ebraica polacca
nel maggio 1942 riferiva per la prima volta che gli ebrei del distretto di
Lodz venivano uccisi con i gas all'interno di un tipo di "autoveicolo
speciale" presso il villaggio di Chelmno, in Polonia. Il periodico
newyorkese "Jewish Frontier", riprendendo la notizia nel novembre 1942 con
una descrizione piu' particolareggiata dell'eccidio di Chelmno, offriva
precise informazioni circa le camere a gas mobili montate su autocarri. A
seguito di queste notizie, i quotidiani ebraici di Palestina del 23 novembre
uscirono listati a lutto.
Secondo Yehuda Bauer, "non vi possono essere dubbi circa il fatto che
chiunque leggesse i giornali, ascoltasse la radio o leggesse i resoconti
quotidiani della "Jewish Telegraphic Agency" potesse disporre di tutte le
informazioni sugli ebrei europei necessarie per capire che era in corso un
omicidio di massa". Cosi', finalmente consapevoli che la "soluzione finale"
era una pesantissima realta', undici governi dell'alleanza antitedesca,
affiancati anche dal Comitato nazionale francese facente capo al generale de
Gaulle, emanarono il 17 dicembre 1942 una dichiarazione (pubblicata
contemporaneamente a Washington, Londra e Mosca) che condannava la "bestiale
politica di sterminio" delle "persone di razza ebraica", "eseguita a sangue
freddo" dalle autorita' tedesche, e annunciava che i responsabili non
sfuggiranno "alla sanzione". Tale dichiarazione era in gran parte frutto
delle informazioni ricevute dalla Croce Rossa internazionale a Ginevra, il
cui vicepresidente, Carl J. Burckhardt, in un colloquio con il diplomatico
americano Paul C. Squire (7 novembre 1942), aveva ufficialmente dichiarato
che i nazisti stavano effettivamente uccidendo gli ebrei. Ma ancora piu'
importante fu il rapporto fatto uscire dalla Polonia dal corriere
clandestino polacco Jan Karski, sul quale riferiro' piu' avanti.
*
Dopo lunghe ricerche condotte negli archivi del Dipartimento di Stato di
Washington, David S. Wyman giunse alla conclusione che l'"intelligence"
statunitense era perfettamente informata dello sterminio sistematico degli
ebrei europei fin dal novembre 1942. Ma nell'aprile del 1943, durante un
convegno di funzionari britannici e americani, si decise ufficialmente di
non fare nulla per fermare la Shoah e vennero scartati tutti i piani per
mettere in salvo gli ebrei. Il Foreign Office e il Dipartimento di Stato
temevano entrambi che il Terzo Reich fosse disposto a fermare le camere a
gas, a svuotare i campi di concentramento e a lasciare che centinaia di
migliaia (se non milioni) di superstiti ebrei emigrassero in Occidente,
verso la liberta'. Non piu' tardi del 1943, il Foreign Office "rivelo' in
via confidenziale" al Dipartimento di Stato il suo timore che, se si fossero
esercitate troppe pressioni sulla Germania per liberare gli ebrei, sarebbe
potuta succedere proprio una cosa del genere. E del resto il presidente
Roosevelt, che pure era straordinariamente popolare presso la comunita'
ebraica americana ma non era disposto a correre rischi per gli ebrei
d'Europa, si astenne per ben tredici mesi dall'assumere alcuna concreta
iniziativa atta a salvarli. Quando venne finalmente istituita un'agenzia per
i rifugiati di guerra, con lo scopo di mettere in salvo gli ebrei e le altre
vittime del nazismo, quest'organismo non pote' avvalersi di alcun serio
appoggio da parte dell'amministrazione di Washington, ne' sul piano
operativo ne' su quello finanziario. I fondi per il suo funzionamento
vennero messi a disposizione per il 90 per cento da associazioni ebraiche.
Durante i tre anni e mezzo di guerra contro la Germania, i profughi ebrei
ammessi negli Usa furono solo 21.000: un numero che non superava il 10 per
cento delle gia' misere "quote nazionali" autorizzate. Nel 1944, quando non
potevano esservi piu' dubbi circa l'annientamento sistematico degli ebrei
europei, il ministero americano della Guerra ignoro' diversi appelli che
chiedevano con disperazione che si bombardassero le camere a gas dei campi
di sterminio, nonche' le linee ferroviarie lungo le quali centinaia di
migliaia di persone erano portate a morire. Il pretesto che veniva addotto,
secondo i documenti ufficiali dell'aviazione Usa, era che missioni di quel
tipo avrebbero indebolito il sostegno aereo da assicurare ad altre
operazioni gia' programmate. Oltre a cio', si affermava che l'aviazione
americana non disponesse di basi adatte per consentire agli aerei di
raggiungere quegli obiettivi. Tutto cio' non era vero, giacche' dal maggio
1944 la quindicesima squadriglia dell'aviazione Usa, di stanza nell'Italia
meridionale, era perfettamente in grado di bombardare Auschwitz e gli altri
campi: tant'e' che questi aerei riuscirono a colpire obiettivi militari a
ottanta chilometri dai campi, spingendosi per ben due volte a soli otto
chilometri dalle camere a gas.
Secondo Wyman il presidente Roosevelt, chiamato a fare i conti -
all'indomani della grande depressione dei primi anni trenta - con
l'isolazionismo e la profonda ostilita' degli americani nei confronti
dell'immigrazione, paventava che un'ondata di profughi potesse mettere a
repentaglio il consenso di cui godeva. Di qui la sua indifferenza nei
confronti degli ebrei europei, sulla cui sorte era perfettamente informato:
un'indifferenza che, a giudizio di Wyman, costitui' il piu' grave errore
della sua presidenza.
Nella sua ricerca, Wyman chiama in causa la stessa comunita' ebraica
americana: una collettivita' di ben cinque milioni di persone (di cui quasi
la meta' concentrata a New York), che di fronte alla tragedia degli ebrei
d'Europa si rivelo' sostanzialmente incapace di esercitare sul governo di
Washington una pressione politica efficace. Divisi al proprio interno fra le
diverse etnie, timorosi che un'eccessiva pressione su Roosevelt potesse dare
luogo a reazioni improntate ad antisemitismo, gli ebrei americani non
riuscirono a mettere in atto una mobilitazione vincente per il salvataggio
dei correligionari europei, anche perche' gli sforzi in tale direzione
trovarono un parziale ostacolo "interno" nella componente sionista, la
quale, piu' compatta e organizzata delle altre, naturalmente tendeva a
considerare prioritario l'impegno per la creazione dello Stato ebraico in
Palestina.
*
Negli anni cruciali della Shoah vi furono, in Palestina e altrove, gruppi
ebraici che si diedero da fare per scoprire se all'interno delle politiche
naziste di assassinio di massa non vi fosse qualche sorta di discontinuita',
qualche crepa o anche solo qualche  smagliatura, penetrando nella quale si
potesse bloccare la macchina omicida, favorire l'emigrazione di ebrei dai
territori sotto controllo dei nazisti e in tal modo salvare vite, poche o
tante, persino mediante il ricorso alla corruzione dei carnefici. Vite umane
in cambio di soldi, insomma.
Gia' nel 1933, qualche mese dopo l'ascesa di Hitler al potere, diversi alti
dirigenti sionisti si erano recati a Berlino per negoziare con i nazisti
l'immigrazione in Palestina degli ebrei tedeschi e il trasferimento dei loro
beni. A quell'epoca, tuttavia, l'accordo sulla haavarah (in ebraico
"trasferimento") - cosi' chiamato anche nei documenti nazisti - era il
frutto della complementarita' fra gli interessi del governo nazista e quelli
del movimento sionista: il primo voleva cacciare gli ebrei dalla Germania,
il secondo voleva accoglierli in Palestina. Non va pero' neppure taciuto il
fatto che i desideri dei sionisti non coincidevano inizialmente con le
aspirazioni degli ebrei tedeschi, la maggior parte dei quali avrebbe
preferito, in quei primi anni, restare nel proprio paese.
Questo tipo d'operazione diede frutti piu' tardi, soprattutto  nel periodo
1938-1939. Sullo sfondo infatti della crescente tendenza degli inglesi a
limitare, e persino ad arrestare, l'immigrazione ebraica in Palestina, fra
singoli ebrei rappresentanti di organizzazioni sioniste, o soltanto di se
stessi, ed esponenti nazisti quali Adolf Eichmann vi furono negoziati intesi
a incrementare l'esodo di ebrei dalla Germania e dall'Austria e la loro
immigrazione in Palestina. Per contro, a partire dall'invasione della
Polonia, nel settembre 1939, sino al 1942 inoltrato - ossia durante il
periodo del massimo predominio tedesco -, questa "compravendita di ebrei"
(ma si trattava, in realta', della "collaborazione" tra un persecutore e gli
esponenti di gruppi di vittime che tentavano con qualsiasi mezzo di sfuggire
a una trappola mortale) incontro' ostacoli vieppiu' seri, giacche' da parte
delle principali istituzioni naziste l'interesse ad avviare negoziati con
ebrei si rivelava sempre piu' tenue. Le trattative, e' vero, non furono mai
interrotte completamente, dato che il capo delle SS Heinrich Himmler
intendeva servirsene per tenere aperto uno spiraglio a eventuali negoziati
di pace separata con gli Alleati occidentali. Tuttavia, la politica del
nazismo verso gli ebrei era ormai passata dall'espulsione coatta alla
strategia dello sterminio, cosicche' molti fra i tentativi di salvataggio -
in particolare quelli a favore delle comunita' ebraiche in Slovacchia e in
Ungheria - andarono incontro a penosi fallimenti.
In questa materia singolarmente delicata e controversa affonda la sua
sonda - con acutezza ma anche con molto equilibrio - Yehuda Bauer, docente
di storia all'universita' di Gerusalemme e direttore della ricerca allo Yad
Vashem (il museo della Shoah in Israele). Al termine di un'indagine lunga e
approfondita, costui ha pubblicato una monografia che, attingendo a fonti
mai prima consultate, riesce a riannodare in modo magistrale i fili di una
vicenda complicatissima di "patti con il diavolo" e di oscuri intrighi
diplomatici. Lo scenario entro cui si muove la storia che Bauer ricostruisce
e' popolato da una folla di personaggi per la maggior parte ambigui che
pero', pure tra una congerie di imbrogli, ricatti, furti e  tradimenti,
ebbero talvolta il merito di mettere in salvo qualche migliaio di vite
umane.
*
Proprio nell'autunno del 1942, durante il quale i nazisti riuscirono a
massacrare oltre un milione di ebrei, da Varsavia giunse prima in
Inghilterra e poi negli Stati Uniti Jan Kozielewski, meglio conosciuto con
lo pseudonimo di Jan Karski, un membro dell'Ufficio di informazione e
propaganda (Bip) dell'Esercito dell'interno (Ak), principale organizzazione
della Resistenza polacca. Quest'emissario venne ricevuto a Londra da varie
personalita', fra cui il ministro degli Esteri Anthony Eden (1897-1977).
Oltre Atlantico incontra' il presidente Roosevelt. Fra i compiti affidatigli
v'era anche la denuncia presso le autorita' alleate dello sterminio in atto
degli ebrei polacchi.
Prima di iniziare l'avventuroso viaggio che doveva condurlo in Inghilterra,
Karski riusci' a visitare il ghetto di Varsavia e il campo di sterminio di
Belzec, dove si rese conto di persona di cio' che stava accadendo. "Mi recai
nel ghetto due volte" raccontera' 45 anni piu' tardi. "Vidi scene
spaventose, e non solo di terribile fame e miseria. Fui anche testimone
delle 'cacce all'uomo', con i ragazzi della 'Hitlerjugend' che sparavano
addosso alla folla che fuggiva terrorizzata. Sono scene che ricordero' per
tutta la vita, mi sono rimaste davanti agli occhi per molti anni dopo la
guerra".
Karski ebbe un drammatico colloquio anche con esponenti delle due maggiori
organizzazioni politiche degli ebrei polacchi (il Bund e i sionisti).
Costoro lo informarono che nel ghetto di Varsavia i giovani stavano
progettando e preparandosi a dare vita a una rivolta. E inoltre lo
invitarono a farsi portavoce, presso i governi dei paesi alleati, di una
richiesta di misure eccezionali, quali: iniziative tese a informare la
popolazione tedesca mediante la radio, il lancio di volantini e cosi' via,
circa i delitti perpetrati dal governo nazista contro gli ebrei; un appello
ufficiale al popolo tedesco perche' facesse pressione sul proprio governo
per bloccare lo sterminio (e se cio' non fosse avvenuto, la responsabilita'
delle stragi sarebbe ricaduta sull'intero popolo tedesco); una dichiarazione
pubblica e ufficiale volta a informare la popolazione tedesca che, qualora
lo sterminio non fosse stato fermato, i governi alleati avrebbero bombardato
determinati obiettivi in Germania, attribuendo a tali bombardamenti il
valore di atti di rappresaglia per i crimini commessi contro gli ebrei.
Della sua visita al Lager di  Belzec, Karski rammentava che gli ebrei vi
venivano sterminati "con l'uso dei gas di scappamento dei motori smontati
dai carri armati sovietici. Era un metodo assai poco efficace; i motori si
surriscaldavano e il processo di uccisione durava molto a lungo. Accadeva
che non si fosse ancora finito di liquidare un trasporto, che arrivava gia'
quello successivo; in tal caso lo si rispediva a Sobibor, dove la macchina
della morte funzionava molto meglio".
Nel rievocare i numerosi colloqui politici che ebbe a Londra, Karski
ricordava che gli interlocutori gli avevano posto molte domande, nessuna
delle quali, peraltro, concerneva in qualche modo la sorte degli ebrei.
Soltanto Lord Selbourne, responsabile dei contatti con i movimenti di
Resistenza nell'Europa occupata dai tedeschi, "mi dimostro' maggiore
interesse. Mi disse tuttavia, molto francamente, che le misure eccezionali
richieste dagli ebrei polacchi non erano realizzabili, poiche' l'obiettivo
fondamentale degli Alleati era vincere la guerra. Tutto cio' che non aveva
un significato strettamente militare doveva essere considerato come una
'side issue', una faccenda marginale".
W. D. Rubinstein riprende a oltre mezzo secolo di distanza il medesimo punto
di vista che Lord Selbourne aveva espresso, parlando con Jan Karski, nei
mesi a cavallo tra i 1942 e il 1943. Rubinstein presenta la politica degli
Alleati, e in particolare quella della Gran Bretagna a fronte dell'eccidio
degli ebrei d'Europa, in termini decisamente apologetici. Per porre un
termine alla follia della Shoah, si domanda quest'autore, che altro
avrebbero potuto davvero fare i britannici se non concentrare ogni proprio
sforzo nell'abbattere il regime hitleriano con le armi? Rubinstein ritiene
che, a partire dal 1933, la comunita' ebraica inglese abbia fatto tutto il
possibile per allertare e mobilitare l'opinione pubblica britannica contro i
nazisti e per sottrarre allo sterminio, mediante una politica accorta,
cospicue masse di ebrei che rischiavano il massacro. E' vero che, dopo lo
scoppio della guerra, la maggior parte delle comunita' ebraiche d'Europa si
trovo' chiusa in una morsa letale, ma su un totale di 525.000 ebrei
tedeschi, circa 350.000 riuscirono a salvarsi prima che i nazisti
bloccassero (nel maggio 1941) l'emigrazione; e di questi profughi dalla
Germania (nonche' dai territori ex austriaci ed ex cecoslovacchi), 56.000
trovarono rifugio in Gran Bretagna, e poco piu' di 70.000 riuscirono in
qualche modo a raggiungere la Palestina.
Rubinstein ricorda correttamente che, proprio a seguito di vigorose
pressioni del governo di Londra, la Spagna franchista (un paese che, almeno
sulla carta, si considerava alleato di Hitler e Mussolini) consenti' a oltre
35.000 ebrei, che da ogni parte d'Europa fuggivano verso occidente, di
attraversare il proprio territorio; ma su un altro versante l'autore sembra
sottovalutare i pesantissimi riflessi che, sugli esiti della Shoah, ebbero
le drastiche limitazioni imposte dagli inglesi all'immigrazione ebraica
verso la Palestina: quella Palestina che, dopo la prima guerra mondiale, la
Societa' delle Nazioni aveva affidato in mandato alla Gran Bretagna e che,
alla fine degli anni trenta, molti ebrei consideravano ormai come l'ultimo
rifugio possibile. E' vero che il "Libro bianco" sulla Palestina del maggio
1939, con il quale gli inglesi imponevano severe restrizioni
all'immigrazione degli ebrei, fu dettato al governo di Londra dall'esigenza
di mantenere la calma nel sovreccitato mondo arabo alla vigilia di una
guerra a tutto campo contro i nazisti. Ma non v'e' dubbio che, nel contesto
globale dell'impegno bellico degli inglesi, e anche degli americani, il
salvataggio e l'accoglienza degli ebrei europei non ebbero mai la dignita'
di obiettivi prioritari. Per tutta la durata del conflitto, inglesi e
americani dimostrarono una grande perizia nel rimandare qualsiasi serio
tentativo di soccorso. E cosi' la sorte degli ebrei venne sistematicamente
sacrificata sull'altare di esigenze strategiche considerate piu' importanti.
*
In conclusione, ritengo che vada riconosciuto a Yehuda Bauer il merito di
avere chiarito, con parole pacate ma graffianti, la natura della trappola
entro cui  rimasero mortalmente schiacciati, durante la seconda guerra
mondiale, gli ebrei d'Europa. Nell'epilogo del suo magistrale Ebrei in
vendita? troviamo il seguente passaggio: "Gli Alleati non capirono veramente
mai la politica antiebraica dei nazisti. (...) Pensavano che l'antisemitismo
nazista fosse uno strumento per conquistare il potere e mantenerlo: non si
resero conto che, per loro, esso non era un mezzo, bensi' uno scopo.  Si
creo' cosi' uno squilibrio: i nazisti vedevano negli ebrei i propri
principali nemici, quelli che stavano dietro a tutti gli altri e li
controllavano; gli Alleati non compresero, e forse non potevano comprendere,
che quella demonizzazione, puramente illusoria, che trasformava una
minoranza impotente e indifesa in una minaccia globale, era presa sul serio.
Per loro gli ebrei erano solo una seccatura, e per gli inglesi una minaccia
ai propri interessi nazionali in Palestina e Medio Oriente. La storia si
prese la sua vendetta: gli inglesi non persero solo la Palestina, ma tutto
l'Impero".

3. ESPERIENZE. GIORGIO MONTAGNOLI: IL CENTRO INTERDIPARTIMENTALE DI RICERCA
SULLE SCIENZE PER LA PACE DELL'UNIVERSITA' DI PISA
[Ringraziamo Giorgio Montagnoli (per contatti: montagno at vet.unipi.it) per
averci messo a disposizione questa scheda di presentazione del Centro
interdipartimentale di ricerca sulle scienze per la pace (in sigla: Cisp)
dell'Universita' di Pisa. Giorgio Montagnoli (Genova, 23 giugno 1937),
chimico e docente fuori ruolo di chimica e biochimica alla facolta' di
Medicina veterinaria dell'Universita' di Pisa, e' aderente al Cisp, Centro
interdipartimentale di ricerca sulle scienze per la pace della stessa
universita', e garante di due insegnamenti ai due corsi di laurea in Scienze
per la pace (nel corso di laurea triennale Scienze molecolari della vita, e
nella specialistica Controllo delle armi chimiche e biologiche); e' autore
di pubblicazioni e testi scientifici sul tema del "Riconoscimento
molecolare" (ad esempio: Molecular Models of Photoresponsiveness, G.
Montagnoli and B. F. Erlanger editors, Plenum Press, New York 1983), ma
anche di divulgazione, in particolare sulle armi chimiche e biologiche, e
infine di testi letterari indirizzati alla pace: Tre raccolte per regalo,
Lucca libri, Lucca 1998, e A lato delle favole e nei sogni, Titivillus, S.
Miniato 2003]

Il Cisp, Centro interdipartimentale di ricerca sulle scienze per la pace
dell'Universita' di Pisa, e' nato nel 1998 (D. R. n.01/1772 del 12 novembre
1998), con obiettivi di:
- promuovere e coordinare studi e ricerche connessi ai problemi della pace;
- promuovere iniziative di ricerca e di sperimentazione didattica, con
particolare riferimento alla formazione dei formatori nell'ambito
dell'educazione alla pace;
- favorire e coordinare a livello locale, nazionale ed internazionale, lo
scambio di informazioni e iniziative atte a promuovere collaborazioni
interdisciplinari nel predetto ambito culturale, attivando gli opportuni
strumenti organizzativi;
- promuovere convenzioni ed accordi di collaborazione con Enti pubblici e
privati, italiani e stranieri, per la realizzazione delle finalita'
suddette.
Attualmente al Cisp aderiscono sette dipartimenti universitari, ed
afferiscono circa cinquanta docenti di nove diverse facolta'. In questi
primi anni di attivita', il Cisp ha realizzato diverse iniziative, alcune
delle quali di rilievo non solamente locale, diventando una realta' ben
consolidata ed uno dei modi attraverso cui si realizza la presenza del
nostro ateneo nel territorio. Fra le attivita' si possono ricordare, per la
loro rilevanza e visibilita':
- L'organizzazione di seminari, conferenze, incontri di studio e dibattiti,
molti dei quali dedicati al tema del servizio civile considerato sia nella
prospettiva nazionale, ospitando esperti nazionali e rappresentanti di enti
di servizio civile, sia dal punto di vista delle esperienze straniere,
ospitando esperti da tutta Europa appartenenti alla rete Avso (Association
of voluntary service organizations), Israele (in rappresentanza del Carmel
Institute for Social Studies), Stati Uniti aderendo alla rete del Global
Service Institute di St. Louis, Missouri.
- L'apertura di contatti o collaborazioni internazionali, sia con atenei di
diverse nazioni, come la Spagna (Universita' di Granada) e gli Stati Uniti
(G. Washington University in St. Louis) che con enti dell'Onu quali
l'Unicef, l'Ipa (International Peace Academy, Nazioni Unite, New York) e
l'Unicri (Istituto Internazionale delle Nazioni Unite per la ricerca sulla
criminalita' e la giustizia, Torino). Il Cisp ospita al momento due studiosi
stranieri per un periodo di un anno (J. F. Ballinger, Canada; J. Washington,
Usa) e altri ne ha ospitati per periodi piu' brevi, provenienti anche da
zone particolarmente "calde" come l'area israelo-palestinese.
- Il progetto di servizio civile "Studi per la pace" giunto alla sua seconda
edizione, con il quale l'Ufficio nazionale per il servizio civile assegna
dieci volontari in servizio civile presso il Cisp a supporto dell'attivita'
progettuale, di ricerca e di segreteria didattica. Nell'ambito di tale
progetto vengono riconosciuti fino a 10 crediti universitari a chi svolga il
servizio civile conformemente alle modalita' amministrative ed operative
previste dal vigente ordinamento di facolta'. In questo quadro, il Cisp ha
aderito al Cesc-project, un coordinamento di livello nazionale di enti che
svolgono progetti di servizio civile. Inoltre, grazie ad un'apposita
convenzione con l'Ufficio nazionale per il servizio civile, quattro
obiettori di coscienza sono assegnati al Cisp.
- La promozione e il sostegno del Corso di laurea interfacolta' in Scienze
per la pace. Si tratta di un corso della Classe 35 ("Scienze sociali per la
cooperazione, lo sviluppo e la pace"), frequentato da circa 65
studenti/anno, provenienti da tutta Italia. Il corso si e' finora avvalso di
circa 30 docenti di 8 facolta' dell'Universita' di Pisa, di 4 docenti di
altre Universita', di una decina di collaboratori esterni ed ha organizzato
successivamente un Corso di laurea specialistico nella classe 88S. Il Corso
di laurea in Scienze per la pace sta anche progettando sia una
collaborazione specifica con alcuni dottorati di ricerca dell'Universita' di
Pisa che l'istituzione di un dottorato di ricerca in Scienze per la pace, al
fine di permettere agli studenti la possibilita' di sviluppare i propri
interessi e la propria preparazione e di creare sinergie fra didattica e
ricerca. Il Corso di laurea in Scienze per la pace ha partecipato al
processo di valutazione CampusOne-like, e, per quanto ancora in una fase
iniziale della propria vita, e dotato di limitatissime risorse, ha ottenuto
un giudizio favorevole da parte dei valutatori.
- La proposta e realizzazione, insieme al Corso di laurea in Scienze per la
pace, del modulo professionalizzante in mediazione e conciliazione,
finanziato dalle Regione Toscana gia' per due anni accademici consecutivi.
Il modulo e' stato molto richiesto dagli studenti del Corso di laurea e si
sta rivelando un'ulteriore occasione di presenza sul territorio dell'ateneo
pisano, oltre ad aprire importanti contesti di sbocco professionale per gli
studenti. Anche a questo proposito, sono state stipulate numerose
convenzioni per il tirocinio con enti ed istituzioni (principalmente della
nostra regione, ma non solo), spesso determinanti per l'attuazione di
iniziative di Enti esterni particolarmente significative, come ad esempio
l'apertura nel Comune di Cascina di un ufficio di Mediazione di conflitti al
quale stanno lavorando, gia' come tirocinanti, tre studenti del Corso di
laurea e del Modulo.
- La costituzione della biblioteca del Cisp. Pur inizialmente motivata come
supporto a studenti e docenti del Corso di laurea in Scienze per la pace e a
ricerche e progetti del Cisp, il suo inserimento nel catalogo Aleph di
Ateneo consente la sua piena disponibilita'  per lo meno a tutto l'ateneo.
- La realizzazione, congiuntamente con il Gruppo pisano Jaegerstaetter per
la nonviolenza ed il Comune di Stazzema, dell'annuale scuola estiva "La
memoria e la pace" nel Parco della pace a S. Anna di Stazzema.  Alcuni
esempi significativi: nel 2001, centrata sul conflitto israelo-palestinese,
la scuola ha avuto 30 partecipanti (10 israeliani, 10 palestinesi e 10
italiani) ed e' stata realizzata in collaborazione con una universita'
israeliana ed una ong palestinese; nel 2003 ha avuto come tema la societa'
civile africana, con la partecipazione di esponenti di ong africane; nel
2004 il tema e' stato: "Quelli che non sparano: resistenza attiva e
disobbedienza alla guerra".
- La costituzione, congiuntamente con il Comune di Pisa, di uno Sportello
per i diritti umani, con sede fornita dal Comune (in via S. Zeno 17, tel.
0508312148). Il Centro ha realizzato numerose iniziative sul territorio, fra
cui iniziative con la Casa circondariale di Pisa (anche con workshop interni
al carcere), interventi nelle scuole e diversi seminari aperti alla
cittadinanza.
- La collaborazione con la Provincia di Pisa per la costituzione di un
"Centro di documentazione sulla globalizzazione"; il Centro e' stato
approvato dagli organi direttivi delle due parti, e l'avvio delle attivita'
e' previsto entro breve tempo, con finanziamento iniziale in massima parte
erogato dalla Provincia e con sede fornita dalla Provincia stessa; anche in
questo caso, la sede e' in grado di ospitare anche altre attivita' del Cisp,
in aggiunta a quella fornita dal Comune di Pisa per lo Sportello Diritti
umani.
- Il varo di un progetto pluriennale per promuovere e coordinare attivita'
transdisciplinari di studio, ricerca e formazione sul tema "Accettabilita'
sociale della geotermia", come progetto pilota, strettamente collegato alle
realta' istituzionali, economiche, produttive, sociali e culturali, sia
nazionali che sovranazionali, volto sia a metodologie e tecniche di
mediazione e conciliazione dei conflitti tra societa' civile e imprese
produttive, che a strumenti di sostegno alla cooperazione internazionale per
lo sviluppo anche tecnologico dei popoli, nella giustizia e nella pace.
- La realizzazione di una ricerca, concertata con ricercatori di altre
Universita' e di gruppi di base, sulla "Difesa civile non armata e
nonviolenta"; nell'ambito di essa e' operativo un "Osservatorio sulle guerre
e i sistemi d'arma".
- L'iniziativa di costituire, insieme agli altri atenei toscani, un "Centro
interuniversitario di ricerca per la pace, l'analisi e la mediazione dei
conflitti". Questo Centro si troverebbe nella posizione di naturale
interlocutore accademico dell'iniziativa con cui la Regione Toscana sta
procedendo a costituire una fondazione sullo stesso tema; anche
indipendentemente da quella fondazione, esso appare destinato ad un ruolo e
rilievo di ambito nazionale, e ha gia' avuto dichiarazioni di interesse da
parte di altri enti accademici. La partecipazione dell'ateneo di Pisa a
simili iniziative interateneo e' resa naturale dal precoce impegno del Cisp
nel settore.
- Altre iniziative stanno per concretarsi, spesso col coinvolgimento di
amministrazioni, enti pubblici, aziende o cooperative private.
*
Attività di stampa
Il Cisp cura due collane di volumi di informazione, una per la ricerca e una
per la didattica, sito: http://pace.unipi.it/pubblicazioni/collana
La serie completa dei volumi, tutti nella prima delle due collane e
pubblicati dalla Plus - Pisa University Press, comprende:
1. Pierluigi Consorti, L'avventura senza ritorno. Pace e guerra fra diritto
internazionale e magistero pontificio (II edizione), 10 euro. Partendo dalla
distinzione fra "intervento umanitario", "assistenza umanitaria" e
"ingerenza umanitaria", i temi della "guerra per i diritti umani" e della
"guerra contro il terrorismo" sono studiati nella loro evoluzione parallela
fra dibattito giuridico e magistero pontificio. I concetti sono
esemplificati nelle Guerre del Golfo, i conflitti dei Balcani e la crisi del
Kosovo, la strage dei cattolici in Timor est.
2. Pierluigi Consorti (a cura di), Senza armi per la pace. Profili e
prospettive del "nuovo" servizio civile, 10 euro. Il volume affronta il tema
della costruzione della pace con mezzi pacifici. Il servizio civile
rappresenta infatti un impegno costante contro le ingiustizie, e promuove
forme di partecipazione e responsabilita' in grado di prevenire, e talvolta
risolvere, conflitti sociali. Sono raccolte testimonianze di esperti e
rappresentanti di enti a vario titolo coinvolti nella delicata fase di
passaggio dal servizio civile degli obiettori di coscienza al servizio
civile volontario (ad esempio da Amnesty International ad Emergency, dalla
Comunita' di Sant'Egidio a Medici senza frontiere); l'impegno e' di
disegnare gli attuali profili e individuare le prospettive future.
3. Tiziano Telleschi (a cura di), Per una cultura del conflitto e della
convivenza: itinerari di pace dalla scuola al mondo, 12 euro. Il volume
raccoglie i lavori di un seminario biennale sull'idea di pace, particolare,
in quanto sviluppato per un uditorio interattivo a tre voci della scuola
media inferiore: insegnanti, studenti e famiglie. Sono trattati concetti
significativi come armonia e conflitto, essere per se' e essere per gli
altri, aggressivita' e altruismo, ascolto e comunicazione, concorrenza e
competizione, fiducia, contratto sociale, democrazia deliberativa, local
governance, appartenenza di gruppo, appartenenza sociale, elite relazionali
e altri ancora, con un approccio transdisciplinare alle problematiche del
conflitto e della convivenza nell'esperienza scolastica e quotidiana.
4. Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace,
15 euro. Un libro innovativo sullo sviluppo teorico della nonviolenza. Per
l'autore, il vero dibattito sulla nonviolenza puo' aprirsi solo con una
disputa filosofica, che permetta di confutare a fondo l'ideologia che
considera la violenza necessaria e legittima. Solo superando l'ortodosso
"impiego ragionevole della violenza" potremo superare e combattere la
violenza degli estremismi, che oggi appaiono come il male maggiore.
Attraverso un accurato chiarimento dei concetti, e un serrato confronto
logico con i filosofi che sentono e pensano secondo la morte, l'autore
indica vie positive alternative all'ideologia della guerra.
5. Paolo S. Nicosia, Damiano Marinelli, Alessandro Bruni (a cura di),
Mediazione e conciliazione. Ambiti applicativi e modalita' di svolgimento di
una nuova professione, 10 euro. Il testo offre spunti per definire una
figura molto antica nella prassi umana, e che oggi sta diventando una vera e
propria professione, quella del mediatore di controversie o conciliatore. Le
diverse applicazioni di tale ambito professionale, dal sociale alla scuola,
dalle relazioni commerciali ai rapporti di lavoro, dalla famiglia alle
relazioni internazionali, con specifiche analisi di conflitti, sono offerte
con un approccio sperimentale. Alcuni casi sono trattati dettagliatamente
come esempi, e risultano dallo studio e dal lavoro di studenti del Corso di
laurea in Scienze per la pace, anche attraverso esperienze di tirocinio
presso enti che collaborano con il Cisp.
Il Cisp cura anche la stampa della collana di Quaderni per la ricerca e la
didattica, per la rapida diffusione di risultati di ricercatori del Cisp,
senza pretese di uno sviluppo a livello di un libro. E' uscito il primo
numero: Tiziano Telleschi, Educazione permanente alla pace - Democrazia e
Local Governance.
Il Cisp inoltre collabora con il Centro Gandhi Associazione per la
Nonviolenza Onlus alla pubblicazione della rivista semestrale "Quaderni
Satyagraha: il metodo nonviolento per trascendere i conflitti e costruire la
pace".

4. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

5. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, sudest at iol.it,
paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 818 del 23 gennaio 2005

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