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La nonviolenza e' in cammino. 834



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 834 dell'8 febbraio 2005

Sommario di questo numero:
1. Lidia Menapace: Giuliana
2. Simona Pari e Simona Torretta: Per Giuliana
3. Krishnammal Jagannathan e Vandana Shiva: Un appello
4. John Pilger: Il paese che il mondo vuole dimenticare
5. Per una bibliografia sulla Shoah (parte quattordicesima)
6. Patricia Smith Melton: Una tremenda bellezza
7. Roberto Silvestri: Per Ossie Davis
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. LIDIA MENAPACE: GIULIANA
[Ringraziamo di cuore Lidia Menapace (per contatti:
lidiamenapace at aliceposta.it) per questo intervento.
Lidia Menapace e' nata a Novara nel 1924, partecipa alla Resistenza, e' poi
impegnata nel movimento cattolico, pubblica amministratrice, docente
universitaria, fondatrice del "Manifesto"; e' tra le voci piu' alte e
significative della cultura delle donne, dei movimenti della societa'
civile, della nonviolenza in cammino. La maggior parte degli scritti e degli
interventi di Lidia Menapace e' dispersa in quotidiani e riviste, atti di
convegni, volumi di autori vari; tra i suoi libri cfr. (a cura di), Per un
movimento politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La
Democrazia Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della
differenza sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con
Chiara Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma
1988; Il papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la
luna, Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001; (con Fausto
Bertinotti e Marco Revelli), Nonviolenza, Fazi, Roma 2004.
Giuliana Sgrena, intellettuale e militante femminista e pacifista tra le
piu' prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle
culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande importanza (tra
cui: a cura di, La schiavitu' del velo, Manifestolibri, Roma; Kahina contro
i califfi, Datanews, Roma; Alla scuola dei taleban, Manifestolibri, Roma);
e' stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase
piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso. A Baghdad e' stata
rapita il 4 febbraio 2005. Dal sito del quotidiano "Il manifesto"
riprendiamo, con minime modifiche, la seguente scheda: "Nata a Masera, in
provincia di Verbania, il 20 dicembre del 1948, Giuliana ha studiato a
Milano. Nei primi anni '80 lavora a 'Pace e guerra', la rivista diretta da
Michelangelo Notarianni. Al 'Manifesto' dal 1988, ha sempre lavorato nella
redazione esteri: appassionata del mondo arabo, conosce bene il Corno
d'Africa, il Medioriente e il Maghreb. Ha raccontato la guerra in
Afghanistan, e poi le tappe del conflitto in Iraq: era a Baghdad durante i
bombardamenti (per questo e' tra le giornaliste nominate 'cavaliere del
lavoro'), e ci e' tornata piu' volte dopo, cercando prima di tutto di
raccontare la vita quotidiana degli iracheni e documentando con
professionalita' le violenze causate dall'occupazione di quel paese.
Continua ad affiancare al giornalismo un impegno anche politico: e' tra le
fondatrici del movimento per la pace negli anni '80: c'era anche lei a
parlare dal palco della prima manifestazione del movimento pacifista"]

Carissimo Peppe,
ero a Cuba per un importante convegno alla facolta' di filosofia
dell'Universita' dell'Avana (sul quale in seguito scrivero' perche' e' stato
davvero una scoperta - erano presenti indiane, brasiliane, venezolane,
indigene, afrodiscendenti - come dicono la' -, dalla Colombia, Cile,
Bolivia, Messico, da tutto il continente sudamericano che a me sembra  la
primavera del mondo, tanto che suggeriro' a tutti e tutte di imparare come
lingua straniera lo spagnolo, che ha buone probabilita' di sorpassare
pacificamente l'egemonia dell'inglese).
Ero dunque la' e stavo per tornare in Italia quando come dei pugni in faccia
mi e' arrivata per agenzia la notizia di Giuliana: non mi sono ancora
ripresa e sto male, sono dolente, amareggiata.
Conosco Giuliana fin da piccola, da sempre in politica, conosco anche suo
padre che e'  mio coetaneo ed e' stato pure partigiano, e il fratello che
dipinge cose molto belle, rappresentando un'Africa che non ha mai visto.
Giuliana e' una persona di grandissime qualita', mai ostentate, non per
"modestia" come dicono facendomi arrabbiare di brutto, ma perche' lei
considera la competizione un atteggiamento sbagliato e di cui una persona di
sinistra dovrebbe vergognarsi, e si comporta di conseguenza, cercando la
verita' con rigore e umanita', con comprensione ed equilibrio, con passione
e documenti.
Mi ricordo l'impressione che mi fecero delle giovani alle quali una volta
dissi che a Roma abitavo nella stessa casa di Giuliana, e in coro esplosero:
"Tu conosci Giuliana Sgrena!", un mito per loro. Le raccontai poi la cosa e
le dissi che ero stata quasi sorpresa di essere - per le ragazze -
importante perche' la conoscevo: ci siamo fatte matte risate, e ripromesse
che ci saremmo reciprocamente comportate da "promoter" (se non noi, chi
altro?).
Giuliana e' una donna molto colta e intelligente, ironica, coraggiosa e
dolcissima. Abbiamo abitato per molti anni nella stessa casa che chiamiamo
"un residuo di comune sessantottina". Infatti in un appartamento che ci era
stato segnalato dalla mamma di Luciana Castellina (madre morta da poco
centenaria e stata sempre un'altra donna vivacissima, attiva  e assai
simpatica) con altre persone (Rina Gagliardi, Ritanna Armeni, con i
rispettivi compagni) eravamo setto-otto e ci siamo via via ridotti quando
una coppia voleva un figlio e nella Comune era quasi impossibile anche
perche' le condizioni di vita erano molto essenziali e difficili. Siamo
rimasti alla fine solo noi tre: Giuliana, Pier - il suo compagno -, e io,
che ancora oggi ho una stanza nella casa in cui abitano. Quando vado a Roma
li' sto, e fruisco dell'ospitalita' generosa, allegra, calda di Giuliana e
Pier senza problemi.
Giuliana e' una donna molto dolce e forte e coraggiosa. Quando a Cuba ho
saputo, ho subito scritto con le altre due italiane che erano con me un
breve testo per chiedere la liberazione, testo che e' stato approvato
all'unanimita' dall'assemblea plenaria del convegno, ora i e le compagne
cubane vi stanno raccogliendo firme prestigiose, e poi lo pubblicheranno sul
loro sito web.
Mi sono fatta l'idea che Giuliana stia passando attraverso una esperienza
drammatica affrontata con molta determinazione e freddezza: sembra strano
dirlo perche' e' una donna molto appassionata e anche emotiva, ma di fronte
alle vicende difficili e' determinatissima e addirittura fredda.
Penso che sia stata rapita da predoni che ora cercano di venderla a qualche
gruppo politico-criminale per avere soldi, e spero che sia cosi' e che il
governo paghi.
Intanto la richiesta del ritiro delle truppe di occupazione continua ad
essere piu' necessaria e forte che mai, e per fortuna in molte citta' e
attraverso molti messaggi lo si sta richiedendo.
Mi aspetto Giuliana che torna leggera come una foglia (e' di corporatura
molto minuta) col suo sorriso furbo dolce ironico, quello sguardo allusivo
dei grandi occhi, con la sua zazzeretta scompigliata e i vestiti sempre
eleganti solo per naturale capacita' di portarli e ci dica: "ma che cosa vi
siete messi in testa? sono sempre stata padrona di me, sempre attenta a
capire, insomma facevo la giornalista  politica: non e' forse il mio amato
mestiere? ed eccomi qui".
Poi faremo tutte le analisi e le indagini: una guerra non diventa legittima
a posteriori,  resta incostituzionale sempre, elezioni sotto occupazione
militare e senza alcun controllo internazionale non cancellano
l'aggressione, la resistenza e' e resta un diritto, ma deve distinguere se
stessa dal terrorismo, e il nostro compito e' per l'appunto di rendere
possibile cio', non semplicemente inneggiando acriticamente a tutto, non
semplicemente giustificando tutto.
A Cuba al convegno ha preso parte anche il centro locale della rete "Martin
Luther King", dunque si fa strada una ipotesi di azione nonviolenta, e una
donna palestinese ha detto esplicitamente che la seconda Intifada, quella
armata, e' stata una sciagura per il popolo palestinese e specialmente  per
le donne la cui condizione materiale e culturale e' precipitata all'indietro
di decenni. Bisogna avere un buono e sano e critico culto della verita',
come sempre cerca di avere Giuliana.

2. TESTIMONIANZE. SIMONA PARI E SIMONA TORRETTA: PER GIULIANA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 5 febbraio 2005. Simona Pari e Simona
Torretta, costruttrici di pace, cooperanti di "Un ponte per...", sono state
rapite e liberate alcuni mesi fa in Iraq]

"Morti civili, distruzione, violazioni, in Iraq la popolazione civile
soffre". Abbiamo partecipato, a Milano, a un incontro aperto, a meta'
gennaio, pochi giorni prima di ripartire. La solita Giuliana. Lucida,
puntigliosa e razionale nelle analisi. La Giuliana che abbiamo conosciuto in
Iraq, che non si tira mai indietro quando c'e' una storia da raccontare. Che
sa capire il valore di una notizia, e non si ferma alla cronaca; e va oltre
e cerca di trovare cosa c'e' dietro al fatto, oltre un avvenimento. Giuliana
ha sempre voluto capire: per questo e' sempre stata sul campo, per
confrontarsi con le persone. E con la realta'. E' sempre stata misurata: mai
l'abbiamo vista prendere posizione senza conoscere una realta', senza aver
toccato con lo sguardo e la parola la situazione di cui scriveva.
Quando eravamo in Iraq, Giuliana veniva spesso in ufficio da noi. Era una
delle prime tappe appena arrivava: per prendere un caffe' e confrontarsi,
per ricaricare il satellitare, per vedere Internet quando in albergo non
c'era elettricita'. Ecco, Giuliana ha sempre conosciuto bene la realta'
irachena: da lei imparavi molto, ma era lei la prima a fare domande. Credeva
nel valore della testimonianza diretta, dell'informazione indipendente.
Durante la guerra aveva raccontato l'Iraq che nessuno vedeva, quello dei
civili colpiti dai bombardamenti. Nel dopoguerra, o nel protrarsi di un
conflitto senza fine, ha raccontato la quotidianita' degli iracheni
sopraffatti dalla mancanza di servizi di base, della sicurezza e, spesso,
della speranza.
Aveva raccontato la situazione delle donne con molta attenzione, denunciando
come i loro diritti fossero costantemente violati. E' stata tra le prime a
raccogliere testimonianze delle violazioni sulle donne detenute ad Abu
Ghraib. Non ha mai smesso di denunciare le condizioni della popolazione
durante l'occupazione. Giuliana e' molto amata dagli iracheni: i nostri
colleghi di Baghdad l'accoglievano con affetto tutte le volte che arrivava
dall'Italia. E cosi' la gente con cui ha lavorato e di cui raccontava.
Riconoscevano in Giuliana la grande umanita' e la passione per la
conoscenza. Sapevano che interviste e articoli erano veicolo di informazione
e di indipendenza. Ogni intervista era basata sul rispetto e sul
riconoscimento dell'interlocutore. Quel rispetto che merita chi non parte da
un'idea, ma quell'idea costruisce in base al lavoro sul campo.
Giuliana lavora per il dialogo e contro i preconcetti. La necessita' di
capire e' sempre stato un modo per abbattere le divisioni, di lingua, di
cultura, di prospettiva. E' stata sempre molto attenta al nostro lavoro. Era
stata a visitare le nostre scuole, incontrando insegnanti e bambini, per
raccontare l'Iraq da dentro: le difficolta' di ogni giorno, le condizioni
miserevoli in cui si trovano le infrastrutture nella maggior parte del
paese, i problemi delle mamme e dei bambini. Aveva seguito e documentato la
situazione umanitaria in Iraq durante l'embargo, quando il paese era
dimenticato e invisibile.
Giuliana conosce bene l'Iraq e conosce il Medio Oriente. Con rispetto,
passione e umilta' attraversa mondi distanti, rendendoli vicini. Il suo e'
uno sguardo di donna, curiosa e attenta. Proprio a Baghdad, durante l'ultimo
caffe' nel nostro ufficio, le avevamo fatto i complimenti per una mostra di
fotografie scattate in Afghanistan. Erano ritratti di donne. Ci aveva
colpito l'estrema dignita' che emergeva dalla fragilita' di molti di quegli
sguardi femminili. E' un alfabeto segreto, quello che permette di comunicare
e di decifrare forza la' dove c'e' vulnerabilita'. Allo stesso alfabeto
abbiamo attinto tutte e tre quando ci siamo incontrate appena tornate in
Italia, in ottobre. Non ci siamo dette molto. Perche', tra noi, ci eravamo
gia' capite.

3. TESTIMONIANZE. KRISHNAMMAL JAGANNATHAN E VANDANA SHIVA: UN APPELLO
[Ringraziamo Stefano Longagnani (per contatti: longagnani at yahoo.it) per
averci messo a disposizione questa lettera di Krishnammal Jagannathan e
Vandana Shiva.
Krishnammal Jagannathan (per contatti: Krishnammal Jagannathan, Lafti,
Vinoba Ashram, Kuthur - 611 105 Nagapattinam District, Tamilnadu, India) e'
segretaria generale del Lafti (Land for Tillers' Freedom - terra per la
liberazione dei braccianti), e' insieme a suo marito Jagannathan una delle
piu' grandi figure della nonviolenza nel mondo; su Krishnammal e Jagannathan
cfr. il libro di Laura Coppo, Terra gamberi contadini ed eroi, Emi, Bologna
2002. Krishnammal, Jagannathan e il Lafti con l'aiuto dell'ong italiana
Overseas (www.overseas-onlus.org) stanno organizzando la ricostruzione dei
villaggi della zona di Nagapattinam (Tamil Nadu, sud dell'India) dopo gli
effetti dello tzunami di S. Stefano e di una alluvione che ha distrutto case
e raccolti anche nell'entroterra meno di due mesi prima dello tsunami.
Vandana Shiva, scienziata e filosofa indiana, direttrice di importanti
istituti di ricerca e docente nelle istituzioni universitarie delle Nazioni
Unite, impegnata non solo come studiosa ma anche come militante nella difesa
dell'ambiente e delle culture native, e' oggi tra i principali punti di
riferimento dei movimenti ecologisti, femministi, di liberazione dei popoli,
di opposizione a modelli di sviluppo oppressivi e distruttivi, e di denuncia
di operazioni e programmi scientifico-industriali dagli esiti
pericolosissimi. Tra le opere di Vandana Shiva: Sopravvivere allo sviluppo,
Isedi, Torino 1990; Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino
1995; Biopirateria, Cuen, Napoli 1999, 2001; Vacche sacre e mucche pazze,
DeriveApprodi, Roma 2001; Terra madre, Utet, Torino 2002 (edizione riveduta
di Sopravvivere allo sviluppo); Il mondo sotto brevetto, Feltrinelli, Milano
2002. Le guerre dell'acqua, Feltrinelli, Milano 2003]

Cari amici e benefattori delle vittime dello tsunami,
lo tsunami ha portato una terribile ondata di devastazione ma questa ha
suscitato a sua volta un'ondata di compassione alla quale tutti voi avete
generosamente partecipato.
Gli aiuti per la ricostruzione delle zone colpite vengono purtroppo
utilizzati anche per evacuare le comunita' costiere dalle loro case, dalla
loro terra e dalla loro sussistenza, talvolta con la forza e in nome della
loro vulnerabilita'.
Nel frattempo gli allevamenti di gamberetti, responsabili della distruzione
della barriera protettiva costituita dalle mangrovie e quindi
dell'esacerbazione dei danni dello tsunami, vengono ripristinati grazie  ai
fondi destinati al soccorso delle popolazioni.
Se desiderate aiutare le vittime dello tsunami a ricostruire la propria
vita, unitevi a noi affinche' venga garantito che:
a) le vittime dello tsunami non vengano evacuate dalle loro case;
b) gli allevamenti di gamberetti, che la Corte Suprema ha ordinato di
chiudere ma che continuano a funzionare illegalmente, vengano
definitivamente eliminati e non vengano loro destinati fondi per la
ricostruzione;
c) la sicurezza economica e la sopravvivenza delle comunita' costiere, dei
pescatori, dei contadini e dei piccoli commercianti siano garantite
attraverso un processo di sviluppo ecologicamente sostenibile;
d)  la barriera naturale protettiva costituita dalle mangrovie venga
immediatamente ripristinata. Laddove tale barriera non e' stata distrutta,
essa ha protetto la popolazione dai danni delle inondazioni.
Vi invitiamo pertanto a scrivere al Primo Ministro indiano Sri Manmohan
Singh e al Capo del Governo del Tamil Nadu, Smt. Jayalaleetha, affinche' la
vostra generosita' non venga sfruttata da coloro che stanno approfittando
della tragedia dello tsunami per i propri interessi economici.

4. MONDO. JOHN PILGER: IL PAESE CHE IL MONDO VUOLE DIMENTICARE
[Dagli amici di "Ebo" (per contatti: burma at euro-burma.be), impegnati nella
solidarieta' con Aung San Suu Kyi e la lotta per la democrazia in Birmania
(Myanmar), riceviamo questo articolo di John Pinger, apparso sul quotidiano
"Il manifesto" del 29 gennaio 2005. Nato a Sydney, John Pilger, da molti
anni uno dei principali inviati in zone di guerra dei piu' importanti
giornali internazionali ("Guardian", "Independent", "New York Times", "The
Nation"), e' stato reporter giornalistico e regista di documentari testimone
di conflitti in tutto il mondo, dal Vietnam alla Birmania, dalla Cambogia al
Medio Oriente. Il sito di John Pilger e': http://pilger.carlton.com]

L'altro giorno ho provato a telefonarle. Ho ancora un numero che mi aveva
dato, e che ho potuto usare solo di rado per scambiare qualche parola.
Stavolta tentare e' stato inutile; il click frettoloso all'altro capo del
filo era un'eco della sua oppressione kafkiana.
L'isolamento di Aung San Suu Kyi, al suo decimo anno di detenzione, e'
totale. L'ultima volta che sono riuscito a parlarle, le ho chiesto cosa
stesse succedendo fuori della sua casa. "Oh, la strada e' bloccata e piena
di soldati... per difendermi, naturalmente". Mi ha ringraziato dei libri che
le avevo mandato, consegnati a mano attraverso la rete clandestina che oggi
lotta per restare in contatto con lei. Mi ha detto di avere gradito le
biografie di quanti hanno subito l'isolamento come lei: Mandela, Sakharov.
Da allora ha ricevuto ben poco, e non si sa se abbia ancora la sua vecchia
radio Grundig a onde corte.
Adesso il regime ha rimosso le guardie del corpo dalla sua casa accanto al
lago Inya. Avendo torturato e ucciso i suoi alleati piu' stretti, devono
essersi convinti che, se il mondo si girera' dall'altra parte, potranno fare
lo stesso anche con lei. "Per i media, la Birmania e' raramente alla moda",
mi ha detto Suu Kyi. "Ma la cosa importante da ricordare di una lotta come
la nostra e' che essa resiste, con o senza i riflettori accesi, e non puo'
essere piegata". Per una persona cosi' sola, queste parole sono salutari; le
raccomando a quelli che si demoralizzano se la loro partecipazione a una
dimostrazione non riesce a fermare un'invasione.
Fortunatamente, Aung San Suu Kyi e il movimento per la democrazia di cui e'
alla guida sono sostenuti da una tenace rete di solidarieta' in tutto il
mondo, e sono grato a John Jackson e Yvette Mahon di Burma Campaign Uk. Loro
non ci hanno mai permesso di dimenticare che se la richiesta di democrazia -
spesso disprezzata - significa qualcosa, il suo vero test e' la Birmania.
*
Nell'attuale numero di "Metta", la rivista di Burma Campaign, Desmond Tutu
ci ricorda che nelle elezioni birmane del 1990 Aung San Suu Kyi e il suo
partito, la Lega nazionale per la democrazia, hanno ottenuto l'82% dei seggi
in parlamento. Per la giunta militare quello fu il segnale per dare la
caccia ai vincitori, torturarli, ucciderli e ridurre in schiavitu' gran
parte della nazione.
"Suu Kyi e il popolo della Birmania", scrive Tutu, "non hanno chiesto che
una coalizione militare invadesse il loro paese. Hanno semplicemente chiesto
che contro i brutali dittatori della Birmania sia esercitata la massima
pressione diplomatica ed economica".
Come ha dimostrato la reazione della gente di fronte allo tsunami e
all'invasione dell'Iraq, la divisione che sta crescendo piu' in fretta nel
mondo e' quella tra i popoli e coloro che sono al potere e pretendono di
agire moralmente nel loro nome.
La Birmania ne e' un esempio.
*
Prendete la disgustosa politica dell'Unione Europea. Con un occhio al suo
vasto mercato asiatico, l'Unione Europea - promotrice di "diritti umani"
quando il prezzo e' giusto - ha blandito senza alcuna vergogna la giunta
della Birmania. Dove lo stupro e' usato come arma di stato contro donne e
bambini indigeni. Il lavoro forzato e' diffuso ed e' definito dall'agenzia
dell'Onu Ilo (International Labour Organisation) un "crimine contro
l'umanita'". La giunta detiene piu' di 1.350 prigionieri politici, molti dei
quali vengono torturati sistematicamente. Fino a un milione di persone sono
state scacciate dalla loro terra. Meta' del budget nazionale viene speso per
un esercito brutale e vanesio il cui unico nemico e' il suo popolo, mentre
per la sanita' non si spende praticamente niente; un bambino birmano ogni
dieci muore durante la prima infanzia. E la vera leader, eletta con una
maggioranza schiacciante, e' agli arresti e si alza tutte le mattine alle
quattro per meditare su una simile, epica ingiustizia.
Nel frattempo l'Unione Europea sostiene il regime aumentando le
importazioni, il cui valore tra il 1998 e il 2002 ammonta a circa 4 miliardi
di sterline. Lo scorso ottobre si e' tenuto ad Hanoi il quinto Summit
euro-asiatico (Asem) a cui hanno partecipato 39 stati e, per la prima volta,
i rappresentanti della giunta vi hanno preso parte. Invece di annunciare un
boicottaggio, gli europei sono rimasti in silenzio. Il presidente francese
Jacques Chirac ha detto pero' di sperare che non siano necessarie sanzioni
piu' severe perche' "colpirebbero i piu' poveri". Per "i piu' poveri" si
legga la Total Oil Company, appartenente in parte al governo francese, ossia
il maggiore investitore straniero in Birmania. L'infrastruttura di strade e
ferrovie delle compagnie petrolifere e' stata spesso oggetto di denunce
perche' realizzata con il lavoro forzato. Gli euro della Total consentono
alla giunta di rinnovare la attrezzatura del suo stato del terrore. Jackson
denuncia la farsa delle attuali sanzioni dell'UnioneEuropea. Dopo che, nel
2003, ben cento sostenitori di Suu Kyi sono stati pubblicamente picchiati a
morte dai soldati, l'Unione Europea ha esteso il suo divieto di visto alla
giunta e la Germania ha congelato ben 86 euro di beni birmani presenti in
Germania.
*
Per contro, e attraverso un'azione diretta, la campagna internazionale ha
ottenuto importanti disinvestimenti da Premier Oil, Heineken, PepsiCo,
British Home Stores. L'attuale "lista nera" degli investitori comprende le
compagnie petrolifere Total e Unocal, la Rolls-Royce, i Lloyd's di Londra e
le societa' specializzate in viaggi "prestigiosi" come Bales, Road to
Mandalay e Orient Express. La guida Lonely Planet, un best-seller mondiale,
e' una presenza fissa nella lista. Da tempo la Lonely Planet si e' resa
ridicola sostenendo, secondo le parole di uno dei suoi autori, che la
Birmania oggi "e' piu' ricca" e che, sebbene la giunta sia "abominevole",
"il carcere politico, la tortura" e "il servizio civile non volontario" non
sono novita' e "ci sono da secoli".
Andate a dirlo agli abitanti di Pagan, l'antica capitale, che contava 4.000
abitanti. Gli furono lasciate solo poche settimane per andarsene, poi le
loro case furono rase a zero con i bulldozer e furono costretti a marciare
sotto la minaccia delle armi fino a un campo di stoppie privo d'acqua che
d'estate diventa arido, e d'inverno si riempie di fango. La loro cacciata
serviva a fare spazio ai turisti stranieri. "Daro' il benvenuto ai turisti e
agli investitori", ha detto Aung San Suu Kyi, "quando saremo liberi". Molti
elementi dimostrano che il turismo straniero ha beneficiato il regime, non
la popolazione birmana, e che gran parte dell'infrastruttura turistica e'
stata costruita con il "servizio civile non volontario", uno stupido
eufemismo per il lavoro forzato quando non schiavistico.
*
Nove anni fa, mentre ero in Birmania e facevo segretamente delle riprese, mi
imbattei in una scena che avrebbe potuto essere un tableau dell'Inghilterra
dickensiana. Vicino la citta' di Tavoy, nel sud del paese, alcune squadre di
operai stavano costruendo un viadotto ferroviario sotto la sorveglianza dei
soldati. Gli operai, molti dei quali bambini, erano ridotti in schiavitu'.
Vidi una bambina con un lungo vestito azzurro tentare di brandire una zappa
piu' alta di lei per poi ricadere giu' esausta. "Quanti anni hai?", le
chiesi. "Undici", fu la risposta. Come non dobbiamo dimenticare la
popolazione di Fallujah, Najaf e Baghdad, e quella di Ramallah e Gaza, cosi'
non dobbiamo dimenticare questa bambina, la sua gente e la loro leader, che
chiedono il rispetto dei diritti piu' elementari e meritano il nostro
sostegno.

5. MATERIALI. PER UNA BIBLIOGRAFIA SULLA SHOAH (PARTE QUATTORDICESIMA)

HANNA LEVY-HASS
Nata a Sarajevo, studi alla Sorbona, partecipa alla lotta partigiana,
arrestata dalla Gestapo e' deportata a Bergen-Belsen, sopravvissuta,
continua il suo impegno civile. Opere di Hanna Levy-Hass: Diario di
Bergen-Belsen, La Nuova Italia, Firenze 1972.

BERNARD LEWIS
Bernard Lewis e' uno dei maggiori esperti di studi mediorientali. Tra le
opere di Bernard Lewis: L'Europa e l'Islam, Laterza, Roma-Bari 1995; Semiti
e antisemiti. Indagine su un conflitto e su un pregiudizio, Bologna 1990,
2000.

HELEN LEWIS
Nata a Trutnov in Cecoslovacchia, deportata nel 1942 a Terezin e poi
trasferita ad Auschwitz. Tornata a Praga dopo la liberazione, nel 1947 si
trasferisce a Belfast dove fonda la Compagnia di danza moderna e vive
insegnando danza e coreografia. Opere di Helen Lewis: Il tempo di parlare,
Einaudi, Torino 1996.

GUENTER LEWY
Nato a Breslavia nel 1923, docente in varie universita' americane. Opere di
Guenter Lewy: I nazisti e la Chiesa, Il Saggiatore, Milano 1965; La
persecuzione nazista degli zingari, Einaudi, Torino 2002.

ROBERT JAY LIFTON
Psichiatra, studioso della Shoah. Opere di Robert Jay Lifton: Medici
nazisti, Rizzoli, Milano 1988.

GIACOMA LIMENTANI
Nata a Roma nel 1927, scrittrice, studiosa della cultura ebraica. Dal sito
www.festivaletteratura.it riprendiamo la seguente scheda: "Nata nel 1927 a
Roma, dove vive e lavora, Giacoma Limentani e' una delle interpreti piu'
sensibili della cultura ebraica, Scrittrice, traduttrice, ha dedicato il suo
talento a diffondere e indagare la bellezza ed i misteri della sapienza
ebraica, componendo libri che, pur rispettando la tradizione delle leggende
ebraiche, risplendono di nuova luce grazie alla sua cura sensibile ed
intelligente. Raffinato anche il suo talento narrativo in romanzi ben
costruiti e velatamente ironici". Tra le opere di Giacoma Limentani: In
contumacia, Adelphi, Milano 1967; Il grande seduto, Adelphi, Milano 1969;
Gli uomini del libro. Leggende ebraiche, Adelphi, Milano 1975; Il vizio del
faraone, Stampatori, Roma 1980; L'ombra allo specchio, La Tartaruga, Milano
1988; Dentro la D, Marietti, Genova 1991; Nachman racconta, Giuntina,
Firenze 1993; E rise Mose', Einaudi, Torino 1995; Aiutare a pensare,
Giuntina, Firenze 1996; Scrivere dopo per scrivere prima. Riflessioni e
scritti, Giuntina, Firenze 1997; Il midrash. Come i maestri ebrei leggevano
e vivevano la Bibbia, Paoline Editoriale Libri, 1997; Giona e il Leviatano,
Edizioni Paoline, 1998; Da lunedi' a lunedi', Einaudi, Torino 1999; Il
profeta e la prostituta. Osea, Paoline Editoriale Libri, 1999;  (con Guido
Lopez e Raffaele Niri), Viaggio nel mondo ebraico di Emanuele Luzzati,
Tormena, 2000; Regina o concubina? Ester, Paoline Editoriale Libri, 2001.

BARNET LITVINOFF
Barnet Litvinoff, storico, si e' dedicato a lungo allo studio del sionismo e
alla storia recente del popolo ebraico; e' stato biografo di Chaim Weizmann
e curatore dei suoi scritti. Tra le opere di Barnet Litvinoff: Il roveto
ardente. Storia dell'antisemitismo, Mondadori, Milano 1989.

CARLO LIZZANI
Regista e studioso del cinema. Nato a Roma nel 1922, inizia a scrivere di
cinema nel 1941, antifascista, fa parte del gruppo di "Cinema" e partecipa
all'opera di elaborazione teorica ed all'impegno politico che furono alla
base della nascita del neorealismo cinematografico. Come soggettista,
sceneggiatore, aiuto regista, attore, collabora tra il 1943 e il 1950 con
Visconti, Blasetti, Vergano, Rossellini, Lattuada, De Santis. Autore di
documentari e di film a soggetto di grande rilevanza. Opere di Carlo
Lizzani: tra i suoi film segnaliamo: Achtung! Banditi!; Cronache di poveri
amanti; Il processo di Verona; La vita agra; Banditi a Milano; Mussolini
ultimo atto; San Babila ore venti. Tra gli scritti segnaliamo almeno Il
cinema italiano 1895-1979, Editori Riuniti, Roma 1979; e la profonda analisi
di Riso amaro, Officina, Roma 1978 (del capolavoro di De Santis Lizzani era
stato tra i soggettisti e gli sceneggiatori).

ELENA LOEWENTHAL
Limpida saggista e fine narratrice, acuta studiosa; nata a Torino nel 1960,
lavora da anni sui testi della tradizione ebraica e traduce letteratura
d'Israele, attivita' che le sono valse nel 1999 un premio speciale da parte
del Ministero dei beni culturali; collabora a "La stampa" e a "Tuttolibri";
sovente i suoi scritti ti commuovono per il nitore e il rigore, ma anche la
tenerezza e l'amista' di cui sono impastati, e fragranti e nutrienti ti
vengono incontro. Nel 1997 e' stata insignita altresi' del premio Andersen
per un suo libro per ragazzi. Opere di Elena Loewenthal: segnaliamo
particolarmente Gli ebrei questi sconosciuti, Baldini & Castoldi, Milano
1996, 2002; L'Ebraismo spiegato ai miei figli, Bompiani, Milano 2002;
Lettera agli amici non ebrei, Bompiani, Milano 2003; con Giulio Busi ha
curato Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal III
al XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995, 1999; per Adelphi sta curando
l'edizione italiana dei sette volumi de Le leggende degli ebrei, di Louis
Ginzberg.

JOSEPH LOSEY
Joseph Losey (1909-1984), intellettuale e regista, nel '35 incontra
Ejzenstejn in Russia; nel '47 mette in scena in America la Vita di Galileo
con l'aiuto dello stesso Bertolt Brecht e l'interpretazione che restera'
celebre di Charles Laughton; impegnato politicamente, lascia l'America per
l'Europa per sfuggire alla "caccia alle streghe"; in Europa collabora con
sceneggiatori come Harold Pinter ed altri intellettuali di grande valore
impegnati nel cinema. Opere di Joseph Losey: segnaliamo particolarmente
quella tenera favola contro il pregiudizio che e' Il ragazzo dai capelli
verdi (1948); la spietata analisi dei rapporti di classe e dello sfacelo di
un mondo di oppressione e mistificazione ne Il servo (1963); e soprattutto
il formidabile apologo kafkiano sulla deportazione e sul collaborazionismo
che e' Mr Klein (1976). Ma tutta la sua filmografia meriterebbe di essere
qui citata. Opere su Joseph Losey: Giorgio Cremonini, Gualtiero De Marinis,
Joseph Losey, Il Castoro Cinema.

ALBERTO LOVATTO
Alberto Lovatto, nato nel 1957, consigliere scientifico dell'Istituto per la
storia della Resistenza e della societa' contemporanea di Vercelli. Dal
giugno 2000 fa parte della Commissione archivi dell'Insmli. Etnomusicologo,
insegnante. Consigliere comunale a Grignasco (1995-1999). Ha svolto corsi di
didattica della storia contemporanea e di didattica musicale. Si e' occupato
anche di produzione video. Collabora a "L'impegno". Suoi articoli sono
comparsi anche in "Musicascuola", "Pum. Progetto uomo musica", "Remmalju".
Ha pubblicato, nelle edizioni dell'Istituto per la storia della Resistenza e
della societa' contemporanea: La deportazione nei Lager nazisti. Nuove
prospettive di ricerca, 1989; L'emigrazione dei valsesiani nell'Ottocento.
Materiali per una ricerca, 1989; Dalle leggi razziali alla deportazione.
Ebrei fra antisemitismo e solidarieta', 1992; L'ordito e la trama. Frammenti
di memorie su lotte e lavoro dei tessili in Valsessera negli ultimi
cinquant'anni, 1995; "Quando io avevo la tua eta' c'era la guerra".
Ricordando fascismo, guerra e Resistenza a Breia e Cellio, 1995;
Deportazione, memoria, comunita'. Vercellesi, biellesi e valsesiani nei
Lager nazisti, 1997; "E sulla terra faremo liberta'". Piccola storia in
musica dell'immaginario partigiano tra Resistenza, dopoguerra, anni sessanta
ed oltre, 1999; Partigiani a colori nelle diapositive di Carlo Buratti,
2000; Va in scena la memoria. La radio, la storia, l'ascolto, 2000; Canzoni
e Resistenza, 2001. Suoi saggi sono editi anche in Patrizia Dongilli (a cura
di), Aspetti della storia della provincia di Vercelli tra le due guerre,
Isrsc Vc, 1993. Altre opere: Primi appunti sulla ribeba in Valsesia,
Bologna, Dams, 1983; ... e 'n cent agn l'e' 'n musicon. Cento anni di banda,
musicanti e comunita' a Grignasco, Musica Societa' Operaia, Grignasco 1993;
Cent'anni di banda a Portula Matrice nei documenti e nelle testimonianze dei
suoi musicanti, Corpo Musicale di Portula, Portula 1994; Quarona tra bande e
fanfare. La vita di un paese nella storia delle sue bande musicali,
Associazione culturale quaronese, Quarona 1997; Archivi sonori del Piemonte.
Archiviazione, gestione ed uso di documenti sonori in quarant'anni di
audioregistrazioni, in Antonella Mule' (a cura di), Archivi sonori. Atti dei
seminari di Vercelli (22 gennaio 1993), Bologna (22-23 settembre 1994),
Milano (7 marzo 1995), Ministero per i beni e le attivita' culturali, Roma
1999; Storia orale e deportazione: riflessioni su alcune esperienze di
ricerca, in Giovanna D'Amico, Brunello Mantelli (a cura di), I campi di
sterminio nazisti. Storia, memoria, storiografia, Consiglio regionale del
Piemonte, Angeli, Milano 2003. Ha realizzato i seguenti videotapes:
Prigionieri ed internati militari durante la seconda guerra mondiale, 1989;
La seconda guerra mondiale e la Resistenza, 1990; Radio liberta': alcune
testimonianze, 1990; La Resistenza a Postua. I luoghi e la memoria, 1998. Ha
curato inoltre le seguenti mostre: L'emigrazione dei valsesiani
nell'Ottocento. Materiali per una ricerca, 1989; Memoria della seconda
guerra mondiale (in collaborazione con Pierangelo Cavanna), 1992; Canzoni e
Resistenza. Documenti per una storia dell'immaginario partigiano nella
canzone, 1998.

6. RIFLESSIONE. PATRICIA SMITH MELTON: UNA TREMENDA BELLEZZA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione questo estratto
dall'intervento di Patricia Smith Melton al congresso "Riunire le donne"
(Gwt) del 27 ottobre 2004. Patricia Smith Melton, del movimento dei Cerchi,
ha girato il mondo, anche nelle aree di conflitto armato, per filmare i
documentari di Peacexpeace, il network globale dei Cerchi delle donne]

Io sono una donna, e questo non e' stato il mio mondo per migliaia di anni.
Perche' il mondo non mi presta attenzione, non presta attenzione al modo in
cui io vedo?
Alcuni dicono che la mia caduta e' cominciata con l'apparizione
dell'alfabeto, dono benedetto scaturito e radicato nella parte analitica di
tutti noi. Ma si sono usate le parole come superiori alle immagini, i
particolari come superiori all'interezza, il pensiero come superiore
all'emozione.
Si e' tolta forza alla dea, alla dea fertile, alla dea della primavera e del
rinnovamento, e dei cicli: toglietele potere! Bruciatela, soffocatela,
distruggete le sue immagini, innalzate Zeus, le parole sulle immagini, e
abbasso i pericolosi irrazionali scaltri modi delle donne! Pregate Atena, se
volete, nata dalla mente di un dio maschio e che dichiara la mente maschile
perfetta, la donna ideale nata dai processi mentali degli uomini pensanti!
Chi ha scritto tutta questa roba?
Una donna da una costola di un uomo, da una parte non del tutto utile, non
vitale? Chi ha scritto questa roba? Non la mia Lilith, non la mia Giuditta,
non la mia Maria. E neppure la mia Gloria, Bella, Germaine, Elizabeth, Cady
o Rosa. Non l'ha scritta Sojourner: "E io, non sono una donna?".  Non sono
una persona?
E' stato a causa di questa espulsione forzata, che accade ancora oggi che io
non percepisco la pietra miliare del mio essere? Sono al pozzo, ma non so se
sono cieca o se vedo. Condannata per i miei modi "irrazionali", come vedro'
l'interezza di cio' che sono?
*
Sono stati i guerrieri che arrivavano da oltre le montagne, che
attraversavano le pianure e le steppe, uccidendo e devastando? Tutto il
potere ai muscoli, tutto il potere al massacro selvaggio!
O sono state le strade commerciali, quando il commercio passo' dal baratto
all'oro, dalle cose concrete all'astratto?
E' stato quando sono diventata una proprieta'? Prima nascosta per il valore
del mio ventre, e poi nascosta per la vergogna del mio ventre? O e' stato
perche' non volevo aderire alla violenza, in un mondo che stava diventando
violento?
Mi faccio piccola, sempre piu' piccola, silenziosa, attendo che la sua furia
passi. Non tira piu' ai lanosi mammuth, ora uccide piccoli mammiferi, io
sono il piccolo bersaglio mammifero. I miei bambini sono i suoi piccoli
mammiferi.
Io sono al pozzo con le donne, e ci vediamo l'un l'altra. Ci sono anche
uomini, al pozzo, che sospettano che qualcosa di terribilmente falso ha il
controllo del mondo? Sono persi nella nebbia del mio non vedere? La mia
paura mi rende cieca a loro? E loro, ci vedono? Ci vedono, mentre ci
riuniamo, mentre ci riuniamo in cerchi come le Madri di Plaza de Mayo,
lamentando i nostri figli scomparsi? Gli uomini pensano che potrebbero
venire piu' vicini al pozzo? Chi fra le donne rompera' il codice del
silenzio? "Perche' io vedo qualcosa di piu', so qualcosa di piu', e sarebbe
bene che tu mi prestassi attenzione".
Com'e' che le donne sanno tutto quello che c'e' da sapere nelle nostre case:
i calzini, i barattoli, le faccende, le telefonate per la scuola dei
bambini; com'e' che tutto e' nelle nostre famiglie: le ferite, i segreti, la
rabbia, le rivalita', le falsita', gli amori inattesi; com'e' che tutto e'
nella nostra comunita': la corruzione, le lotte di potere, i fili della
bonta' e il bisogno di parchi... Per le nostre regioni, piu' case a
riscaldamento solare, istruzione per tutti, scuole che abbiano programmi
artistici, posti per incontrarci e ascoltarci l'un l'altro... e per il
mondo, il bisogno del coraggio di avere cura, di dare il benvenuto e di
tenere con se', anziche' bombardare e distruggere.
Com'e' che le donne sanno di cosa si tratta: concerne le donne, e i bambini,
e i poveri, e gli uomini, e i bisognosi, e la bellezza, e i ricchi, e la
malattia, e la benedizione, e i deprivati e coloro i cui occhi hanno una
forma e i capelli un colore e corpi di altre forme, un caleidoscopio di
colori e suoni ed esseri... eppure tutti sono una sola luce.
Com'e' che noi sappiamo che tutte le lingue sono una lingua, che tutti i
cuori sono uno? E dove, quando e perche' perdemmo potere in questo mondo e
la fede in noi stesse?
*
Ma siamo qui ora. C'e' una distruzione massiccia che ci circonda, eppure noi
riusciamo a vedere di piu' nei cespugli, e a parlarne. Quest'enorme ferita
e' creata da esseri umani, ed esseri umani permettono che essa rimanga. La
paura e' la principale arma di distruzione di massa.
Le donne sono capaci psicologicamente, mentalmente, emotivamente e
fisiologicamente di guarire il mondo, perche' noi vediamo, comprendiamo e
agiamo in modo olistico. Le donne sono state represse attraverso i millenni,
e solo ora stiamo riguadagnando la nostra forza individuale e collettiva. Ma
non abbiamo piu' ne' l'agio ne' il lusso di evolvere lentamente la nostra
ricostruzione di coscienza su cio' che siamo capaci di fare: dobbiamo
guidare il percorso. L'armonia ed il caos hanno combattuto lungamente. Il
potere dell'amore e' alla fine sempre piu' forte della paura.
Le donne si stanno alzando ora, spinte dall'amore, vedendo le necessita'.
Stiamo entrando nel nostro potere attraverso le connessioni e la
comunicazione. Stiamo ricordando chi siamo, e questo sa di liberta', e ci fa
sentire bene. Possiamo cullare l'umanita' con il nostro lato affettivo, e
organizzare il mondo con il nostro lato analitico, e vedere ciascuna cosa e
ciascuna persona attorno a noi. Le donne sono il sesso il cui tempo e'
venuto. Noi siamo creature dalla tremenda bellezza.

7. LUTTI. ROBERTO SILVESTRI: PER OSSIE DAVIS
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 5 febbraio 2005.
Roberto Silvestri, acuto studioso di cinema, di cinema scrive sul
"Manifesto".
Su Ossie David riprendiamo anche questa scheda apparsa sul medesimo
giornale: "Attore, musicista, attivista, Ossie Davis, nato in Georgia nel
1917, e' morto in un albergo a Miami Beach dove si trovava per le riprese di
Retirement di Charlie Picerni. E' stato una delle voci piu' significative e
sfaccettate della cultura afroamericana. Fu lui a leggere l'orazione funebre
di Malcolm X. Ha inoltre prestato il suo nome alla causa di Mumia Abu Jamal
ed e' stato il codirettore, insieme all'attore Mike Farrell, del Commitee to
save Mumia Abu Jamal. Attore icona di Spike Lee - con il quale ha lavorato
in molti film, da Fa la cosa giusta ('89) fino a She hate me (2004) - ha
interpretato centinaia di ruoli tra cinema e tv, spesso accanto alla moglie,
l'attrice Ruby Dee. Uomo bianco tu vivrai ('49) di Mankiewicz, La storia di
Joe Luis ('53) di Robert Gordon, La collina del disonore ('65) di Sidney
Lumet, Joe Bass l'implacabile ('68) di Sydney Pollack, Il cliente ('94) di
Joel Schumacher, il cult Bubba Ho-tep (2002) di Don Coscarelli, sono alcuni
dei titoli della sua carriera. E' del '70 la sua prima regia, Pupe calde e
mafia nera (Cotton Comes to Harlem), cui seguiranno: Kongi's Harvest, Black
Girl, La guerra di Gordon e Countdown at Kusini. Tra i suoi ultimi film
anche How to Get the Man's Foot Outta Your Ass (2003) di Mario Van Peebles"]

Per noi e' diventato famoso negli ultimi anni soprattutto come presenza
fissa e autorevole, adorabile e rassicurante, nei drammi cinematografici di
Spike Lee, compreso l'ultimo, She hates me.
Ma Raiford Chatman Davis, detto Ossie, e' stato, come lo scrittore di gialli
Chester Himes, il genio politico C. L. R. James, l'astronauta della musica
Charlie Parker, il rivoluzionario post-islamico Malcolm X, i pugni chiusi
delle Black Panthers a Citta' del Messico e la diva erotica Dorothy
Dandridge, un'icona gigante della cultura radicale african-american del
secondo novecento, il rappresentante prestigioso e affidabile di una nuova
soggettivita' insorgente, l'anello mancante tra le speranze, le lotte e le
conquiste democratiche effettive dell'era roosveltiana e la breve, ma non
effimera, parentesi kennediana.
Il punto di congiunzione egemonico tra le moltitudini in lotta nel sud (e
non solo) contro la segregazione razziale inossidabile (e gli impuniti del
Kkk) e una classe nera metropolitana, colta, illuminista e borghese, che non
deve diventare, per questo, di nuovo schiava delle grandi Corporations.
Ma soprattutto l'incarnazione dell' immagine moderna e intelligente,
profonda e articolata del cittadino consapevole e dell'attore americano
black dalle mille sottigliezze psicologiche.
*
Veniva da Codgell, Georgia, ma studio' letteratura e i meravigliosi saggi di
W. E. B. DuBois alla Howard e alla Columbia University di New York City, e
recitazione al Rose McClendon Players di Harlem.
Dopo trentadue mesi passati al fronte per salvare il mondo dal mostro
nazista (e durante la seconda guerra mondiale scrisse e produsse show per le
truppe) si accorse che l'apartheid e lo sfruttamento operaio erano duri a
morire in combattimento e perfino nella patria dell'iper-democrazia. Non fu
il solo. Sindacati e partiti progressisti, donne divenute in cinque anni il
perno del lavoro in fabbrica e in miniera, e soprattutto il PcUsa, furono
protagonisti, tra il '45 e il '47, del ciclo di lotte in fabbrica e nella
societa', piu' organizzato, possente e "dal basso" della storia d'America.
Ma e' molto duro e cruento produrre democrazia nella democrazia occidentali
soprattutto quando non disponi di una sponda miracolosa come fu quella del
new deal di Roosevelt e Wallace. E, certo, senza lotte niente sviluppo. Fu
decisivo il contributo dei lavoratori dei vagoni letto delle ferrovie (il
sindacato all-black piu' combattivo del periodo) che minaccio' una vera
invasione di Washington se lo status di african-american non fosse cambiato,
almeno di un punto in percentuale, e non in maniera formale.
Ossie Davis cosi' interpreto' sul palcoscenico Jeb Turner di Robert Ardrey,
proprio nel ruolo di un reduce che tenta senza successo di reinserirsi nella
societa' che lo ha sfruttato come combattente e gli rifiuta la parita' di
diritti. Fu un disastro commerciale, ma conquisto' la critica che conta e
soprattutto conobbe un'attrice di nome Ruby Dee, altrettanto militante ma
molto piu' brava tecnicamente, e la sposo' due anni dopo. Anzi essendo di
corporatura piuttosto robusto e massiccio le costrui' una casa con le sue
mani, a New Rochelle, nello stato di New York, dove la coppia piu' creativa
e progressista del mondo ha sempre vissuto, assieme a tre figli, di cui uno,
Guy, attore.
*
Gli anni cinquanta li vedono impegnati sulle scene e in televisione,
soprattutto in piccoli ruoli, scritti e diretti da Garson Kanin o Joshua
Logan, in musical come Jamaica, in classici in versione nera (Il giardino
dei ciliegi, da Cechov) o assieme a Sidney Poitier, l'altro attore moderno,
in Green Pastures (1951). The Emperor Jones che era stato il cavallo di
battaglia di Paul Robeson, nel 1955, per la televisione, sara' lui. "Sapevo
che gli attori non erano molto di moda in quel decennio - ha detto una
volta - e non avevo molte aspettative. Ma i rifiuti danno mordente, anche
se, a parte portare vassoi d'argento, non c'era molto di piu' da sperare.
Pero' a teatro ho imparato a competere con i miei pari, mi e' successo a
Broadway per Green Pastures, e a lottare per dire parole di cui ti
vergogni".
Dopo molta televisione il suo ruolo in The hill (La collina del disonore) di
Sidney Lumet (1965), al fianco di Sean Connery, fa esclamare alla
sofisticata critica del "New Yorker" Pauline Kael: "che straordinario volto
per la macchina da presa, un autentico re. Ha una presenza cosi' forte e
profonda che nessun attore bianco puo' superare". Eppure Ossie e' molto
autocritico sulla sua tecnica recitativa. "Ruby e' molto piu' intensa di me.
Preferisco scrivere, ma devo pur mangiare".
Scrivera' e dirigera' pochi, ma importanti film, come, nel 1971, Kongi's
Harvest, il primo film della storia nigeriana, girato negli studi di Lagos
(presto abbandonati) e tratto da un copione (e da un dramma teatrale) del
futuro premio Nobel Wole Soyinka, un testo polemico contro la nuova
borghesia africana al potere, perennemente asservita alle ex potenze
coloniali. E scrivera' qualcosa di ancora piu' importante.
Commoventi, lucide e battagliere furono infatti le sue due orazioni funebri
sulla tomba dei due martiri della lotta contro il fascismo e il razzismo
(variabili interne del liberalismo Usa), Martin Luther King e Malcolm X.
Furono capaci di aprire fecondi fronti di combattimento simbolico i suoi
drammi teatrali, i suoi film anche commerciali (come Cotton Comes To Harlem
del 1969, tratto dal romanzo poliziesco di Chester Haimes Harlem, e tradotto
in Italia un po' sciaguratamente Pupe calde e mafia nera, grande successo
commerciale, film d'avvio del filone Blaxploitation - ma che Davis
considero' "riuscito al 60%". Come Purlie Victorious che nel 1963 divenne il
film Gone are the days e da cui fu tratto il musical Purlie. O Black Girl,
del 1972, tratto dal dramma della scrittrice african american J. E.
Franklin. O il film d'azione Gordon's War del 1973 e, nel 1976, Countdown at
Kusini, film metafora, dedicato al Sudafrica delle lotte contro l'apartheid,
sulla liberazione di un immaginario paese del continente nero. E le sue
interpretazioni sullo schermo, tra cui Fa la cosa giusta , School daze,
Jungle fever, e Malcolm X (dove rimette in scena il suo stesso elogio
funebre) di Spike Lee sono quelle piu' care dell'ultimo periodo. Ma alle
quali sara' bene aggiungere almeno Il cardinale di Preminger, Sam Whiskey,
Shock Treatment, A man called Adam, Slaves e, recentemente, Gladiator.
*
Davis ha girato infatti un'ottantina di film come attore, e ha continuato a
fare molto teatro e televisione. In Joe Bass l'impalcabile (The
Scalphunters), anti-western di Sidney Pollack (1968), e' un personaggio
nonviolento e volubile che impara come la nonviolenza sia una meravigliosa
tecnica di comando, basta essere "armati" dentro, e infatti fara' una
scazzottata, anche psicologica, con Burt Lancaster e, miracolo del
sessantotto, non solo gli tiene testa, ma addirittura vince. Ma quella
folgorante performance di Ossie Davis era di un attore di 51 anni, virtuoso
(adorato da Orson Welles) e - come successe almeno a un'altra ventina di
formidabili artisti african-american, comunisti o simpatizzanti del partito
comunista Usa, come Paul Robeson e Canada Lee, Spencer Williams e Hazel
Scott - contrastato, "deviato" e respinto ai margini dalla democrazia a
"sovranita' limitata", che negli anni della guerra fredda era caduta in mano
a gruppi conservatori militaristi e fanatici. I dirigenti Rai, specialisti
in lacune storiche, in queste ore di dolore staranno certo facendo il
diavolo a quattro per impossessarsi dei diritti di un documentario
nordamericano del 1998, Scandalize my name: Stories from the Blacklist di
Alexandra Isles, che illumina finalmente proprio questa pagina segreta
dentro il piu' ampio rimosso delle purghe illiberali e un-american.
Nel 2004 Ossie Davis, assieme a John Wiliams, Warren Beatty, la moglie Ruby
Dee, Joan Sutherland e Elton John era stato insignito di una importante
onrificenza al Kennedy Centers Honoris.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, sudest at iol.it,
paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 834 dell'8 febbraio 2005

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