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La nonviolenza e' in cammino. 845



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 845 del 19 febbraio 2005

Sommario di questo numero:
1. Giuliana
2. Per una bibliografia sulla Shoah (parte venticinquesima)
3. Luisa Muraro: Sulla vita umana
4. Adriana Cavarero: Una politica oltre il potere
5. Donatella Betti Baggio: Con Amma e Appa
6. Pedro Casaldaliga: Prospettiva
7. Rosangela Pesenti: Bertha von Suttner, la rimossa
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. GIULIANA
[Giuliana Sgrena, intellettuale e militante femminista e pacifista tra le
piu' prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle
culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande importanza (tra
cui: a cura di, La schiavitu' del velo, Manifestolibri, Roma 1995, 1999;
Kahina contro i califfi, Datanews, Roma 1997; Alla scuola dei taleban,
Manifestolibri, Roma 2002; Il fronte Iraq, Manifestolibri, Roma 2004); e'
stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase
piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso. A Baghdad e' stata
rapita il 4 febbraio 2005. Dal sito del quotidiano "Il manifesto"
riprendiamo, con minime modifiche, la seguente scheda: "Nata a Masera, in
provincia di Verbania, il 20 dicembre del 1948, Giuliana ha studiato a
Milano. Nei primi anni '80 lavora a 'Pace e guerra', la rivista diretta da
Michelangelo Notarianni. Al 'Manifesto' dal 1988, ha sempre lavorato nella
redazione esteri: appassionata del mondo arabo, conosce bene il Corno
d'Africa, il Medioriente e il Maghreb. Ha raccontato la guerra in
Afghanistan, e poi le tappe del conflitto in Iraq: era a Baghdad durante i
bombardamenti (per questo e' tra le giornaliste nominate 'cavaliere del
lavoro'), e ci e' tornata piu' volte dopo, cercando prima di tutto di
raccontare la vita quotidiana degli iracheni e documentando con
professionalita' le violenze causate dall'occupazione di quel paese.
Continua ad affiancare al giornalismo un impegno anche politico: e' tra le
fondatrici del movimento per la pace negli anni '80: c'era anche lei a
parlare dal palco della prima manifestazione del movimento pacifista"]

Oggi a Roma, domani a Baghdad.
Libera Giuliana, Libere e liberi tutte e tutti.
Ne' guerre ne' dittature, ne' terrore ne' uccisioni.
Una sola umanita'.

2. MATERIALI. PER UNA BIBLIOGRAFIA SULLA SHOAH (PARTE VENTICINQUESIMA)

MICHELE RANCHETTI
Illustre intellettuale, di profonda cultura, di grande sensibilita', Michele
Ranchetti e' nato nel 1925; storico della chiesa (Cultura e riforma
religiosa nella storia del modernismo, Einaudi, Torino 1963) e attento
commentatore della recente evoluzione del cattolicesimo, sia in libri (Gli
ultimi preti. Figure del cattolicesimo contemporaneo, Edizioni Cultura della
pace, S. Domenico di Fiesole 1997) sia su giornali e riviste, studioso di
Wittgenstein e Heidegger, insegna all'Universita' di Firenze. E' anche
pittore e autore di due raccolte poetiche, La mente musicale (Garzanti,
Milano 1988) e Verbale (Garzanti, Milano 2001). Nelle Edizioni di Storia e
Letteratura ha pubblicato, in tre volumi, un'ampia raccolta dei suoi saggi:
L'etica del testo (1999), Chiesa cattolica ed esperienza religiosa (2000),
Lo spettro della psicoanalisi (2000). Di recente gli e' stato dedicato un
volume monografico: Anima e paura. Studi in onore di Michele Ranchetti
(Quodlibet, 1998).

LOUIS RAPAPORT
Storico israeliano. Opere di Louis Rapaport: La guerra di Stalin contro gli
ebrei, Rizzoli, Milano 1991.

ANTHONY READ
Storico inglese. Opere di Anthony Read: L'abbraccio mortale, Rizzoli, Milano
1989; La notte dei cristalli, Rizzoli, Milano 1990; La caduta di Berlino,
Mondadori, Milano 1995; tutti scritti in collaborazione con David Fisher.

GERALD REITLINGER
Storico. Opere di Gerald Reitlinger: La soluzione finale, Il Saggiatore,
Milano 1962.

ERICH MARIA REMARQUE
Scrittore tedesco (1898-1970), combattente nella prima guerra mondiale,
nella sua successiva opera letteraria fu costantemente impegnato a
denunciare gli orrori della guerra, dei poteri violenti, delle strutture e
delle pratiche della disumanizzazione; giornalista a Berlino, oppositore del
nazismo e costretto all'esilio, nelle sue intense opere letterarie afferma i
valori pacifisti, democratici, della solidarieta' umana. Opere di Erich
Maria Remarque: il suo libro piu' noto e' Niente di nuovo sul fronte
occidentale, Mondadori, Milano.

MASSIMO RENDINA
Antifascista, resistente, scrittore, storico. Tra le opere di Massimo
Rendina: Italia 1943-1945, Newton Compton, Roma 1995; Dizionario della
Resistenza italiana, Editori Riuniti, Roma 1995.

JEAN RENOIR
Nato a Parigi nel 1894 e deceduto a Beverly Hills nel 1979, figlio del
grande pittore impressionista Auguste Renoir, regista cinematografico ed
intellettuale democratico. Opere di Jean Renoir: segnaliamo particolarmente
La grande illusione (1937), e La regola del gioco (1939). Opere su Jean
Renoir: Carlo Felice Venegoni, Jean Renoir, Il Castoro Cinema, Milano.

ALAIN RESNAIS
Regista cinematografico francese, nato nel 1922. Opere di Alain Resnais:
segnaliamo particolarmente tra i suoi film il documentario sui lager Notte e
nebbia (1955); ed almeno Hiroshima mon amour (1959) su sceneggiatura di
Marguerite Duras. Notevoli anche L'anno scorso a Marienbad (1961); Muriel,
il tempo di un ritorno (1963); La guerra e' finita (1966); Providence
(1977). Opere su Alain Resnais: Paolo Bertetto, Alain Resnais, Il Castoro
Cinema, Milano.

JUDITH REVEL
Nata a Parigi nel 1966, filosofa, collaboratrice del "Centre Foucault", e'
docente all'Universita' "La Sapienza" di Roma e collabora con l'Universita'
di Cosenza; e' redattrice della rivista "Futuro anteriore" e della rivista
internazionale "Multitudes". Tra le sue opere: Foucault, le parole e i
poteri, Manifestolibri, Roma 1996; Le vocabulaire de Foucault, Ellipses
2002; sta preparando un libro sulla genealogia del concetto di differenza in
Francia dopo il 1945; ha curato il primo volume di Archivio Foucault,
Feltrinelli, Milano 1996.

MARCO REVELLI
Docente di scienza della politica all'Universita' del Piemonte Orientale.
Opere di Marco Revelli: Lavorare in Fiat, Garzanti, Milano 1989; (con
Giovanni De Luna), Fascismo/antifascismo, La Nuova Italia, Scandicci (Fi)
1995; Le due destre, Bollati Boringhieri, Torino 1996; La sinistra sociale,
Bollati Boringhieri, Torino 1997; Fuori luogo, Bollati Boringhieri, Torino
1999; Oltre il Novecento, Einaudi, Torino 2001; La politica perduta,
Einaudi, Torino 2003; (con Fausto Bertinotti e Lidia Menapace), Nonviolenza.
Le ragioni del pacifismo, Fazi, Roma 2004. Ha anche curato l'edizione
italiana del libro di T. Ohno, Lo spirito Toyota, Einaudi, Torino 1993; un
suo importante saggio e' in Pietro Ingrao, Rossana Rossanda, Appuntamenti di
fine secolo, Manifestolibri, Roma 1995.

NUTO REVELLI
Nato a Cuneo nel 1919, scomparso nel 2004, ufficiale degli alpini nella
tragedia della campagna di Russia, eroe della Resistenza, testimone della
cultura contadina e delle sofferenze delle classi popolari in guerra e in
pace. Le sue opere non sono letteratura, ma grande testimonianza storica,
lucido impegno civile, e limpida guida morale. Opere di Nuto Revelli: La
guerra dei poveri, La strada del davai, Mai tardi, L'ultimo fronte, Il mondo
dei vinti, L'anello forte, Il disperso di Marburg, Il prete giusto, Le due
guerre, tutti pubblicati presso Einaudi. Opere su Nuto Revelli: AA. VV.,
Memorie di vita e di Resistenza. Ricordi di Nuto Revelli 1919-2004, Nuova
Iniziativa Editoriale - L'Unita', Roma 2004.

3. RIFLESSIONE. LUISA MURARO: SULLA VITA UMANA
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo questo intervento di Luisa Muraro. Luisa Muraro insegna
all'Universita' di Verona, fa parte della comunita' filosofica femminile di
"Diotima"; dal sito delle sue "Lezioni sul femminismo" riportiamo la
seguente scheda biobibliografica: "Luisa Muraro, sesta di undici figli, sei
sorelle e cinque fratelli, e' nata nel 1940 a Montecchio Maggiore (Vicenza),
in una regione allora povera. Si e' laureata in filosofia all'Universita'
Cattolica di Milano e la', su invito di Gustavo Bontadini, ha iniziato una
carriera accademica presto interrotta dal Sessantotto. Passata ad insegnare
nella scuola dell'obbligo, dal 1976 lavora nel dipartimento di filosofia
dell'Universita' di Verona. Ha partecipato al progetto conosciuto come Erba
Voglio, di Elvio Fachinelli. Poco dopo coinvolta nel movimento femminista
dal gruppo "Demau" di Lia Cigarini e Daniela Pellegrini e' rimasta fedele al
femminismo delle origini, che poi sara' chiamato femminismo della
differenza, al quale si ispira buona parte della sua produzione successiva:
La Signora del gioco (Feltrinelli, Milano 1976), Maglia o uncinetto (1981,
ristampato nel 1998 dalla Manifestolibri), Guglielma e Maifreda (La
Tartaruga, Milano 1985), L'ordine simbolico della madre (Editori Riuniti,
Roma 1991), Lingua materna scienza divina (D'Auria, Napoli 1995), La folla
nel cuore (Pratiche, Milano 2000). Con altre, ha dato vita alla Libreria
delle Donne di Milano (1975), che pubblica la rivista trimestrale "Via
Dogana" e il foglio "Sottosopra", ed alla comunita' filosofica Diotima
(1984), di cui sono finora usciti sei volumi collettanei (da Il pensiero
della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987, a Il profumo della
maestra, Liguori, Napoli 1999). E' diventata madre nel 1966 e nonna nel
1997"]

E' bene che ci poniamo anche noi, comuni mortali, gli interrogativi che
vengono da una ricerca scientifica che avanza a modo suo (umanamente
limitato, oltre che squilibrato dagli enormi interessi economici che ci sono
di mezzo) sui confini della vita. Bene anche che si voglia ascoltare quello
che hanno da dire "le femministe", alle quali si chiede, con un'impazienza
insolita, di prendere posizione. Purche' si ascolti davvero, mi limito ad
aggiungere.
Io prendo la parola per dire una cosa soltanto, che si riferisce al pensiero
femminista che ha accompagnato il dibattito intorno alla legge istitutiva e
al referendum abrogativo dell'aborto, negli anni Settanta. Sembra a qualcuna
che fu un pensiero rozzo, giudicato alla luce della nostra odierna
sensibilita', s'intende. Altre sono intervenute a precisare che non e' vero
e che l'unica rozzezza, semmai, e' in una certa ricostruzione del passato.
Sono d'accordo con queste ultime, accettando pero' la sfida di un confronto
sul tema di fondo, che e' la cultura della vita, ieri e oggi.
Su questo tema il pensiero femminista ha dato un contributo che, a mio
giudizio, resta valido anche oggi e che puo' estendersi, con le necessarie
mediazioni, anche ai temi piu' recenti della procreazione assistita e della
ricerca scientifica sulle cellule staminali. Non si tratta di una risposta,
ma di un criterio, che pero' nelle cose umane, sempre relative e sempre in
tensione fra gli estremi assoluti, ha il valore di un principio. Diro' "noi"
facendo riferimento a quelle con cui ero in contatto, che vuol dire - nel
movimento in espansione del pensiero attraverso una rete vastissima di
rapporti - migliaia di donne e piu' ancora, molte piu' ancora, fuori dal
numerabile.
Noi dunque, in quegli anni ci siamo regolate, in primo luogo facendo tacere
le ideologie e ascoltando le donne (noi stesse, in primis) in carne ed ossa,
comportamenti, sentimenti, paure, desideri, vergogne, aspirazioni... Da
questa pratica siamo arrivate alla conclusione che la cosa migliore sia
regolarsi in tutto seguendo un semplice criterio e cioe' che la vita umana,
vita di un essere senziente ma anche parlante, desiderante ma anche capace
di regolarsi, ecc., questa vita arriva a questo mondo passando
necessariamente attraverso l'accettazione di una donna che la accoglie, la
coltiva per consegnarla al resto dell'umanita', rappresentata di solito da
un gruppo sociale, e in primo luogo, se in questa vicenda lei ha avuto un
compagno, a lui che, nelle nostre culture, e' di solito il padre della nuova
creatura. Non siamo ancora nella sfera dei diritti-doveri, che viene dopo,
tant'e' che noi, diversamente dai radicali, non abbiamo parlato di un
diritto all'aborto e che, in campo legislativo, quello che abbiamo chiesto
e' stata la sua depenalizzazione.
Il passaggio della libera accettazione di una donna, noi lo abbiamo sentito
come un criterio regolatore che esonera da domande del tipo oggi corrente e
cosi' fuorvianti, come "ma l'embrione e' vita umana?". Ma attenzione che
questo criterio vale come un principio, perche' piu' a monte c'e' altro,
si', ma non si puo' andare ad indagare saltando quel passaggio, pena la
caduta in quella mostruosita' che la cultura medico-scientifica, lasciata da
sola, ha conosciuto e puo' tornare a conoscere, non dimentichiamolo.
Vuol dire che, stando a questo criterio, si eviteranno sbagli, disordini e
sofferenze ingiuste? Oh no, ci saranno abusi, ci sono stati, non faccio
l'elenco perche' li conosciamo, ma due cose vorrei aggiungere: primo, che
finora, da parte femminile questi abusi non sono stati molti ne' gravi;
secondo, che i criteri umani non sono mai automatici e proprio nella loro
fragilita' ci invitano a prendere la strada piu' sicura, che non e' una
legislazione capillare ma una buona, sobria legislazione integrata da usi e
costumi civili e da relazioni sociali non strumentali, insomma da quella che
molte abbiamo imparato a chiamare politica prima. In ogni caso, la lotta
contro gli abusi in questo campo, secondo me comincera' a dare risultati nel
momento in cui quel criterio che e' piu' di un criterio, quel principio che
non e' un principio, sara' entrato nella nostra civilta', definitivamente.
Siamo ancora molto lontani da cio', non c'e' dubbio che molta scienza resta
opera di uomini che sono in concorrenza rivale con le prerogative femminili
nel campo della vita.

4. RIFLESSIONE. ADRIANA CAVARERO: UNA POLITICA OLTRE IL POTERE
[Dal sito de "Il dialogo" (www.ildialogo.org) riprendiamo questo articolo
apparso sul quotidiano "Il manifesto" del 28 febbraio 2004. Adriana Cavarero
e' docente di filosofia politica all'Università di Verona; dal sito
"Feminist Theory Website: Zagreb Woman's Studies Center" ospitato dal Center
for Digital Discourse and Culture at Virginia Tech University
(www.cddc.vt.edu/feminism), copyright 1999 Kristin Switala, riportiamo
questa scheda bibliografica delle sue opere pubblicate in volume: a) libri:
Dialettica e politica in Platone, Cedam, Padova 1974; Platone: il filosofo e
il problema politico. La Lettera VII e l'epistolario, Sei, Torino 1976; La
teoria politica di John Locke, Edizioni universitarie, Padova 1984;
L'interpretazione hegeliana di Parmenide, Quaderni di Verifiche, Trento
1984; Nonostante Platone, Editori Riuniti, Roma1990. (traduzione tedesca:
Platon zum Trotz, Rotbuch, Berlin 1992; traduzione inglese: In Spite of
Plato, Polity, Cambridge 1995, e Routledge, New York 1995); Corpo in figure,
Feltrinelli,Milano 1995; Platone. Lettera VII, Repubblica: libro VI, Sei,
Torino 1995; Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli, Milano 1997;
Adriana Cavarero e Franco Restaino (a cura di), Le filosofie femministe,
Paravia, Torino 1999. b) saggi in volumi collettanei: "Politica e ideologia
dei partiti in Inghilterra secondo Hume", in Per una storia del moderno
concetto di politica, Cleup, Padova 1977, pp. 93-119; "Giacomo I e il
Parlamento: una lotta per la sovranita'", in Sovranita' e teoria dello Stato
all'epoca dell'Assolutismo, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma 1980,
pp. 47-89; "Hume: la politica come scienza", in Il politico. Da Hobbes a
Smith, a cura di Mario Tronti,Feltrinelli, Milano 1982, vol. II, pp.
705-715; "Il principio antropologico in Eraclito", in Itinerari e
prospettive del personalismo, Ipl, Milano 1987, pp. 311-323; "La teoria
contrattualistica nei Trattati sul Governo di John Locke", in Il contratto
sociale nella filosofia politica moderna, a cura di Giuseppe Duso, Il
Mulino, Bologna 1987, pp. 149-190; "Per una teoria della differenza
sessuale", in Diotima. Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga,
Milano 1987, pp. 43-79. (traduzioen tedesca: "Ansatze zu einer Theorie der
Geschlechterdifferenz", in Diotima. Der Mensch ist Zwei, Wiener
Frauenverlag, Wien 1989); "L'elaborazione filosofica della differenza
sessuale", in La ricerca delle donne, Rosenberg & Sellier, Torino 1987, pp.
173-187. (traduzione inglese: "The Need for a Sexed Thought", in Italian
Feminist Thought, ed. by S. Kemp and P. Bono, Blackwell, Oxford 1991);
"Platone e Hegel interpreti di Parmenide", in La scuola Eleatica,
Macchiaroli, Napoli 1988, pp. 81-99; "Dire la nascita", in Diotima. Mettere
al mondo il mondo, La Tartaruga, Milano 1990, pp. 96-131. (traduzione
spagnola: "Decir el nacimiento", in Diotima. Traer al mundo el mundo, Icaria
y Antrazyt, Barcelona 1996); "Die Perspective der Geschleterdifferenz", in
Differenz und Gleicheit, Ulrike Helmer Verlag, Frankfurt 1990, pp. 95-111;
"Equality and Sexual Difference: the Amnesias of Political Thought", in
Equality and Difference: Gender Dimensions of Political Thought, Justice and
Morality, edited by G. Bock and S. James, Routledge, London 1991, pp.
187-201; "Il moderno e le sue finzioni", in Logiche e crisi della modernita,
a cura di Carlo Galli, Il Mulino, Bologna 1991, pp. 313-319; "La tirannia
dell'essere", in Metamorfosi del tragico fra classico e moderno, a cura di
Umberto Curi, Laterza, Rma-Bari 1991, pp. 107-122; "Introduzione" a: B.
Head, Una questione di potere, El, Roma 1994, pp. VII-XVIII; "Forme della
corporeita'", in Filosofia, Donne, Filosofie, Milella, Lecce 1994, pp.
15-28; "Figures de la corporeitat", Saviesa i perversitat: les dones a la
Grecia Antiga, coordinacio de M. Jufresa, Edicions Destino, Barcelona 1994,
pp. 85-111; "Un soggetto femminile oltre la metafisica della morte", in
Femminile e maschile tra pensiero e discorso, Labirinti 12, Trento, pp.
15-28; "La passione della differenza", in Storia delle passioni, a cura di
Silvia Vegetti Finzi, Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 279-313; "Il corpo e il
segno. Un racconto di Karen Blixen", in Scrivere, vivere, pensare, a cura di
Francesca Pasini, La Tartaruga, Milano 1997, pp. 39-50; "Schauplatze der
Einzigartigkeit", in Phaenomenologie and Geschlechterdifferenz, edd. Silvia
Stoller und Helmuth Vetter, WUV-Universitatsverlag, Wien 1997, pp. 207-226;
"Il pensiero femminista. Un approccio teoretico", in Le filosofie
femministe, a cura di Franco Restaino e Adriana Cavarero, Paravia, Torino
1999, pp. 111-164; "Note arendtiane sulla caverna di Platone", in Hannah
Arendt, a cura di Simona Forti, Bruno Mondadori, Milano 1999, pp. 205-225]

Il dibattito seguito all'articolo di Pietro Ingrao ("Liberazione", 7 gennaio
2004) sulla necessita' di rilanciare una politica della pace in rapporto al
nesso costitutivo - presente anche nell'immaginario comunista della
rivoluzione armata - fra politica e guerra pone una questione davvero
fondamentale. Tale questione riguarda precisamente la possibilita' di
rompere questo nesso, ossia di pensare ad una politica che si sleghi da
quella dimensione violenta della guerra in cui trova il suo stesso
fondamento.
Risulta facile, a questo proposto, citare la celebre sentenza di von
Clausewitz sulla guerra come continuazione, con altri mezzi, della politica.
Ma e' troppo poco.
Tutta la tradizione delle dottrine politiche, da Platone ai giorni nostri,
ma con un lucido rigore nella svolta della modernita', piu' che limitarsi a
segnalare la continuita' fra politica e guerra, afferma infatti che e' la
guerra a "generare" la politica. In questo senso, per lo meno sul piano
concettuale, il Marx della violenza "come levatrice della storia" non e'
molto distante dall'Hobbes che fa logicamente scaturire il potere sovrano
dallo stato di guerra. E Locke, idolo delle democrazie liberali, con qualche
correzione, fa parte della squadra.
Ovviamente, il problema e' molto complesso e richiederebbe di essere calato
nelle diverse epoche storiche, oltre che distinto nelle classiche categorie
di guerra interna, guerra esterna, guerra di difesa, guerra di resistenza
ecc. Ne' si potrebbe tacere di quella guerra preventiva, tanto cara a Bush,
sulla cui anomalia giustamente insistono Ingrao e i suoi interlocutori.
Rimane pero' il fatto che, ora come allora, il nesso fra guerra e politica
continua a mostrasi come il modello primario di cui una molteplicita' di
forme costituiscono, via via, le varianti. Detto altrimenti, la storia e le
dottrine dell'Occidente non ci consentono di pensare separatamente guerra e
politica. Tutt'al piu' ci permettono di discettare, e magari agire di
conseguenza, sui casi nei quali queste due dimensioni inseparabili hanno a
che fare con una giusta causa, con un atto necessario, in una parola, con il
bene degli oppressi contro la tracotanza dei potenti.
Non si tratta di un esercizio ozioso o eticamente indifferente. Anzi, anche
a costo di cadere in stereotipi illuministi e denunciare cosi' un
occidentalismo alquanto sospetto, potremmo dire che il lato migliore della
nostra storia e' sempre scaturito da questo esercizio. Esso, tuttavia, non
smentisce appunto la connessione strutturale fra politica e guerra o, se si
vuole, fra politica e violenza.
*
La pace sta invece da un'altra parte.
Soprattutto quando la si intenda, non come un periodo in cui cessa la guerra
(proprio questa e' la pace secondo Hobbes), bensi' come una dimensione
originale che aspira ad un legame costitutivo con la politica.
Detto altrimenti, il problema di una politica pacifista e' assolutamente
inaudito. Non solo perche', guardando alla storia dei concetti, non troviamo
un'accezione di politica che sia scindibile da quella di guerra, ma anche
perche', per evidenti e coerenti ragioni, e' la stessa accezione di pace ad
inscriversi nel nesso pregiudiziale di guerra e politica.
Inaudito dunque, gia' sul piano concettuale, e' pensare ad una politica che
si leghi alla pace senza passare per la guerra. Scrive Mario Tronti ("Il
manifesto", 10 gennaio 2004), interloquendo con Ingrao, che "quando si
marcia per la pace, bisogna avere in testa, chiara, questa consapevolezza:
che non stai fermando, come si diceva una volta, la mano dell'aggressore,
stai esprimendo, al meglio, un'altra idea di mondo e di essere umano".
Precisamente questo e' il punto.
Porsi sul serio, come ci invita a fare Ingrao, il problema della connessione
fra pace e politica significa pensare un'antropologia radicalmente altra da
quella della tradizione politica occidentale. E' appunto un'idea diversa di
mondo e di essere umano ad entrare in gioco.
Non si tratta, semplicemente, di superare Hobbes e i suoi epigoni. Ossia,
per cosi' dire, di passare da un'antropologia pessimistica ad una
ottimistica. Bisogna ripensare, alla radice, l'essere umano e il suo
condividere il mondo. Bisogna ricominciare dal senso dell'essere insieme
degli umani in quanto vengono al mondo.
Sintomaticamente, per quanto sia inaudita rispetto al lessico tradizionale
della politica, la questione e' molto famigliare alla teoria e alla pratica
femminista. Non solo per via della celebre tesi pacifista espressa da
Virginia Woolf ne Le tre ghinee. Ne', tanto meno, per il solito stereotipo
che vuole le donne estranee alla politica e, percio', alla guerra o
viceversa. C'e' ben altro. Anzi, c'e' precisamente un'idea anomala di
politica che affonda le sue radici in una concezione inaudita, relazionale
invece che individualista, dell'essere umano. C'e', insomma, un'antropologia
genuinamente altra che consente di declinare diversamente i vari termini del
vocabolario del potere, spezzando cosi' alla radice il nesso malefico fra
politica e guerra.
*
Non e' del resto un caso che sia stato proprio il femminismo, nella sua
critica ormai classica all'ordine simbolico patriarcale, a fornire gli
strumenti teorici piu' atti a smascherare il fondamento violento del potere.
Questo pero' riguarda solo il versante decostruttivo della teoria
femminista. Assai piu' cruciale e' invece il versante che ha appunto a che
fare con la costruzione di un'antropologia - sarebbe meglio chiamarla
ontologia - dove l'essere in relazione, singolarmente e contestualmente,
mediante i corpi e le parole, costituisce la misura di ogni politica. E'
qui, infatti, che la pace si ritaglia una dimensione originale perche' non
piu' riducibile ad una guerra di cui rappresenterebbe un periodo di
intermittenza. E' qui, insomma, che si rende pensabile, fuori dalla gabbia
tradizionale dei concetti, il legame costitutivo fra pace e politica.
Si accusa da piu' parti il femminismo, soprattutto quello della differenza,
di parlare un linguaggio astruso che, invece di adattarsi al lessico
dell'eguaglianza e dell'emancipazione, insiste sulla nascita, sul partire da
se' e sulla relazione. Non puo' del resto che sembrare astruso un linguaggio
che rompe con la tradizione incentrata su quelli che Hannah Arendt definisce
"enti fittizi" (l'Uomo, l'individuo, il soggetto) per parlare dell'unicita'
incarnata, fragile e bisognosa di senso, di ogni essere umano che in quanto
nato da madre viene al mondo.
Avere a cuore la pace, piuttosto che la semplice cessazione della guerra,
ripensare una politica che si sleghi dalla necessita' della violenza,
comporta anche una rivoluzione lessicale. Proprio questo, nell'immaginario
femminista che non ha forse mai sognato "l'assalto armato al palazzo
d'Inverno", e' il significato della parola rivoluzione.

5. TESTIMONIANZE. DONATELLA BETTI BAGGIO: CON AMMA E APPA
[Ringraziamo Stefano Longagnani (per contatti: longagnani at yahoo.it) per
averci inviato questa lettera di Donatella Betti Baggio.
Donatella Betti Baggio, fiorentina, e' un'amica di Krishnammal e
Jagannathan; si trova nella sede del Lafti, in India, dal 7 febbraio per
circa un mese.
Jagannathan, novantaduenne discepolo di Gandhi, e' il marito di Krishnammal,
fondatrice e segretaria generale dell'organizzazione sindacale nonviolenta
Lafti (Land for Tillers' Freedom); insieme hanno condotto grandi lotte
nonviolente che ultimamente sono contro le multinazionali dei gamberetti, e
portano avanti il programma costruttivo del sarvodaya (soprattutto case,
mucche, educazione dei bambini e degli adulti); in questo momento il Lafti
e' fortemente impegnato nella solidarieta' con le vittime del maremoto. Amma
(mamma) e Appa (babbo) sono i nomignoli affettuosi con cui le persone amiche
chiamano Krishnammal e Jagannathan. Su Jagannathan e Krishnammal cfr. il
libro di Laura Coppo, Terra gamberi contadini ed eroi, Emi, Bologna 2002.
Per contatti, lettere di sostegno, contributi, richieste di informazioni,
ospitalita', viaggi, etc. contattare in Italia l'ong Overseas di Spilamberto
(Modena) all'indirizzo overseas at overseas-onlus.org, ovvero in India
direttamente il Lafti all'indirizzo laftitngsm at yahoo.co.in]

Oggi, 9 febbraio 2005, Amma, Appa, alcuni operatori del Lafti ed io ci siamo
recati nel luogo dove tra breve iniziera' la fabbricazione di mattoni,
secondo il progetto sviluppato dal Lafti. Dopo aver percorso qualche
chilometro lungo una stradina che si snoda attraverso risaie e stagni
abbiamo raggiunto una vasta area, vicinissima al fiume Cauvery (il fiume che
e' esondato lo scorso novembre) - un luogo incantevole e pieno di pace dove
Krishnammal era solita venire a meditare, come mi ha detto quando siamo
arrivati. Qui un centinaio di persone erano intente a liberare il terreno da
arbusti e sterpaglia per far posto a quella che tra breve sara' la fabbrica
di mattoni. L'acqua verra' pompata dal vicino fiume e condotta al sito
attraverso una tubatura.
Dopo avere intonato un canto, accompagnato dal battere delle mani, Amma per
prima e poi Appa - che nel frattempo se ne stava seduto a filare - hanno
pronunciato un ampio discorso per spronare tutti a unire le forze e
fabbricare i mattoni che poi utilizzeranno per costruire case piu' solide e
sicure per se stessi e le proprie famiglie.
In ogni villaggio, mi ha spiegato Krishnammal, esistono una gran quantita'
di partiti politici, ciascuno dei quail cerca di attirare la gente con vari
programmi e promesse, creando cosi' soltanto divisione e conflitti, senza
portare alcun vero sviluppo. Il progetto del Lafti intende unire la gente
dei villaggi dando loro un programma e un obiettivo - come pure un impiego
nei mesi estivi quando non c'e' lavoro nei campi - con l'intento di
diffondere al tempo stesso consapevolezza e responsabilita' per il proprio
futuro. Come ulteriore stimolo ad unirsi all'"Army of Compassion", il Lafti
fornira' a chi vi partecipa un'uniforme da indossare durante il lavoro e
soprattutto nel cammino verso il luogo di lavoro, come segno di
identificazione con il proprio ruolo e la propria missione e di ispirazione
per altra gente a seguire l' esempio.
Stasera uomini e donne di altri villaggi si presenteranno all'ufficio del
Lafti per ricevere istruzioni ed essere "arruolati". Tra un paio di giorni,
quando il sito sara' pronto e fornito di condotta per l'acqua, avra' inizio
la fabbricazione di mattoni che verranno poi trasportati nei vari villaggi
per costruire le case.
Dopo le appassionate parole di Amma e Appa, si e' svolta una pooja, con la
preghiera rituale e la condivisione delle offerte. Dopodiche' le stuoie sono
state riarrotolate e ciascuno e' tornato al lavoro mentre Amma, Appa ed io
abbiamo fatto ritorno al Vinoba Ashram (la sede principale del Lafti, nel
distretto di Nagapattinam). Nei prossimi giorni ci recheremo ancora alla
"fabbrica di mattoni" - dove affluira' gente da altri villaggi - per
sostenere e incoraggiare la volonta' dei partecipanti al progetto a portarlo
avanti con impegno e determinazione per il loro proprio bene e per
costruirsi un futuro migliore. Il progetto "Army of Compassion" si pone come
obiettivo quello di far si' che i braccianti non vivano piu' in misere ed
insalubri capanne di fango.

6. POESIA E VERITA'. PEDRO CASALDALIGA: PROSPETTIVA
[Da Pedro Casaldaliga, Fuoco e cenere al vento, Cittadella editrice, Assisi
1985, p. 49. Pedro Casaldaliga, nato in Catalogna nel 1928, nel 1968 ando'
missionario nel Mato Grosso brasiliano. Vescovo, ora emerito, di Sao Felix
de Araguaia. Opere di Pedro Casaldaliga: Credo nella giustizia e nella
speranza, Asal, Roma 1976; Fuoco e cenere al vento, Cittadella, Assisi 1985;
Il volo del quetzal, La Piccola, Celleno 1989; In  cerca di giustizia e
liberta', Emi, Bologna; La morte che da' senso al mio credo, Cittadella, Ass
isi 1979; Nella fedelta' ribelle, Cittadella, Assisi 1985; (con Jose' Maria
Vigil), Spiritualita' della liberazione, Cittadella, Assisi. Opere su Pedro
Casaldaliga: Teofilo Cabestrero, La lotta per la pace. Le cause di Pedro
Casaldaliga, La Piccola, Celleno 1992]

Da lontano,
ogni montagna e' azzurra.
Da vicino,
ogni persona e' umana.

7. MEMORIA. ROSANGELA PESENTI: BERTHA VON SUTTNER, LA RIMOSSA
[Ringraziamo Rosangela Pesenti (per contatti: rosangela_pesenti at libero.it)
per averci messo a disposizione questo suo saggio apparso nel bel libro di
Monica Lanfranco, Maria G. Di Rienzo (a cura di), Donne disarmanti, Intra
Moenia, Napoli 2003, pp. 109-117 (per richiedere il libro alla casa
editrice: e-mail: awander at tin.it, sito: www.intramoenia.it).
Rosangela Pesenti e' una delle figure piu' autorevoli e prestigiose del
movimento delle donne in Italia.
Bertha von Suttner, 1843-1914, scrittrice, straordinaria militante
pacifista, premio Nobel per la pace nel 1905. Opere di Bertha von Suttner:
Giu' le armi, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1989; Abbasso le armi! Storia di
una vita, Centro stampa Cavallermaggiore (Torino) 1996. Opere su Bertha von
Suttner: Nicola Sinopoli, Una donna per la pace, Fratelli Palombi, Roma
1986]

"Giu' le armi!": il perentorio, appassionato invito, incisivo ed esplicito
come uno slogan, e' il titolo del suo romanzo piu' famoso, pubblicato nel
1889, che non solo le valse fama internazionale, ma rappresento' uno stimolo
importante per la realizzazione di iniziative concrete a favore della pace.
Sono gli anni in cui in Europa il dibattito sulla pace si fa via via piu'
intenso e controbatte punto per punto le argomentazioni del nazionalismo e
militarismo dilaganti. Anni in cui la pace sembra una strada ancora
concretamente praticabile prima che l'Europa piombi negli orrori della prima
guerra mondiale da cui comincera' ad uscire solo trent'anni piu' tardi. Quei
pochi decenni, segnati da guerre, violenze, restrizioni della liberta',
discriminazioni e persecuzioni, basteranno pero' perche' il nome di Bertha
von Suttner scompaia dai libri come dalla memoria, insieme a quello di donne
e uomini che alla causa pacifista avevano dedicato l'intera vita.
Figlia postuma dell'imperial-regio tesoriere e feldmaresciallo Franz Joseph,
che muore a 78 anni pochi mesi prima della sua nascita nel 1843 a Praga, e
di Sophia Wilhelmine, di 28 anni, Bertha cresce nella Vienna asburgica
secondo i dettami che la "buona societa'" del tempo prescrive per una
ragazza, godendo dei benefici culturali che le offre il suo ambiente e delle
opportunita' di viaggiare al seguito della madre, accanita giocatrice.
La capacita' critica affinata dagli studi le sara' utile quando
l'assottigliarsi del patrimonio familiare, causato dalla passione materna,
la costringera' a cercarsi un lavoro. L'eta', aveva ormai trent'anni, e la
mancanza di una dote, precludono nel suo ambiente la strada del matrimonio,
ma Bertha, probabilmente sensibile agli stimoli emancipazionisti che respira
la sua generazione, non sembra scoraggiarsi.
Diventa cosi' insegnante e accompagnatrice delle figlie della famiglia von
Suttner dove s'innamora, ricambiata, del figlio Arthur, di sette anni  piu'
giovane. La relazione non e' ben vista dai genitori del ragazzo che
preferiscono rinunciare ad una buona insegnante per le figlie e invitano
Bertha a cercare un altro lavoro offrendole l'opportunita' di rispondere ad
un'offerta apparsa su un giornale.
L'inserzione era di Alfred Nobel che cercava una segretaria privata che
sapesse parlare diverse lingue, in grado anche di svolgere le mansioni di
governante della sua casa. Bertha resta appena una settimana a Parigi, al
servizio di Nobel, perche' l'amore porta lei ed Arthur a sposarsi
segretamente e fuggire in Caucasia, ma e' sufficiente per costruire con
l'inventore, gia' famoso per la scoperta della dinamite, un legame profondo,
testimoniato dalla fitta corrispondenza che proseguira' negli anni
successivi.
Nobel, che cercava di accreditarsi come pacifista agli occhi di Bertha,
sosteneva in quegli anni, ingenuamente, che la potenza degli armamenti
poteva diventare un buon deterrente e convincere i governi dell'insensatezza
della guerra. Ma se oggi per noi Nobel e' sinonimo di pace e cultura e'
proprio grazie all'influenza di Bertha von Suttner che esortera' l'inventore
della dinamite a devolvere una parte dei proventi guadagnati con la sua
scoperta a favore di un premio per la pace.
A lei il premio venne assegnato solo nel 1905, con un ritardo deplorato in
tutti gli ambienti pacifisti che ben conoscevano la sua opera, tanto che
molti ritenevano dovesse essere la prima vincitrice, perche' probabilmente
la Commissione considerava degradante assegnare un premio tanto prestigioso
ad una donna. Bertha appariva certamente, agli occhi dei suoi contemporanei,
come una donna straordinaria, ma la passione dell'intelligenza che aveva
affascinato Nobel da subito, non mancava di suscitare in molti i piu' bassi
e meschini sentimenti misogini.
Il matrimonio, vissuto nei primi tempi nelle ristrettezze economiche
(vivevano dando lezioni private, lui di tedesco e lei di musica) diventa da
subito l'occasione di sperimentare la condivisione delle convinzioni
pacifiste, attraverso l'aiuto per le vittime della guerra tra la Russia e la
Turchia. Arthur trova poi lavoro scrivendo sulla guerra per i giornali
austriaci e Bertha non vuole essere da meno: non le si addice il ruolo
ambiguo di angelo del focolare all'ombra e a sostegno dell'uomo amato. Il
suo amore per Arthur puo' vivere felicemente solo nella completa parita',
che si esprime gia' di fatto nella condivisione delle vita come delle idee:
Bertha percio' comincia a scrivere romanzi e articoli usando diversi
pseudonimi per non vedersi precludere il successo a causa del sessismo della
cultura in cui vive.
*
Sara' proprio il successo dei suoi romanzi, prima L'era delle macchine,
all'inizio del 1899, che contiene gia' la critica all'esasperato
nazionalismo e la corsa agli armamenti, e Giu' le armi!, alla fine dello
stesso anno, che la spingera' ad intervenire in pubblico, esperienza poco co
nsueta per una donna di quel tempo, e ad impegnarsi direttamente a sostegno
delle iniziative a favore della pace sia in Europa che negli Stati Uniti
fino alla fine della sua vita.
Il suo primo intervento, tenuto a Roma in Campidoglio, in occasione della
terza Conferenza per la pace nel 1891, viene accolto con calore dal pubblico
in sala, anche se non manca poi l'acredine nei commenti dei giornali romani
per quella donna che osa esporsi come oratrice e su un tema come la guerra
considerato lontano dall'esperienza femminile.
La guerra infatti e' ancora considerata banco di prova della virilita', che
il nazionalismo sposta dalle virtu' individuali all'ambito di quelle
patriottiche, unendo l'esaltazione della forza ai miti contemporanei del
progresso tecnico e scientifico.
Alle critiche Bertha era comunque gia' abituata perche' al successo del suo
libro si erano accompagnati non pochi inviti a tacere ed occuparsi di cose
da donne, ma lei aveva prontamente risposto ad un suo denigratore: "Le donne
non staranno zitte, professor Dahn. Noi scriveremo, terremo discorsi,
lavoreremo, agiremo. Le donne cambieranno la societa' e loro stesse",
dimostrando quanto forte fosse la consapevolezza di essere lei stessa
testimone prima di tutto del proprio cambiamento rispetto all'educazione
ricevuta e all'appartenenza di classe.
Sono infatti le pur scarne notizie sulla sua biografia che rivelano
l'intreccio tra vita e pensiero, la coscienza, espressa senza reticenze, di
essere a un tempo donna e pacifista, e il profondo nesso politico che lega
questi due termini in un momento in cui la richiesta del diritto di voto da
parte delle donne ripropone il dibattito sui fondamenti della cittadinanza.
*
Proprio il coinvolgimento personale, la capacita' di misurare continuamente
la propria esistenza con le condizioni storiche in cui si trova a vivere, la
spingono ad indagare ogni aspetto, ad occuparsi di ogni evento che
rappresenti un sostegno alla guerra, ed e' proprio perche' donna che Bertha
coglie la pervasivita' della cultura militarista che cresce in ogni ambiente
e la pericolosita' dei discorsi che altri tendono a sottovalutare.
A proposito di un Congresso medico internazionale, ad esempio, Bertha coglie
molto acutamente la contraddizione tra le relazioni sulle malattie, che
riguardano la ricerca di rimedi efficaci, e quella sulle ferite procurate
dalle nuove armi da guerra, denunciando esplicitamente come complicita' il
silenzio sull'unica possibilita' di rimedio, la pace.
Proprio attraverso il silenzio la ricerca scientifica si rende complice
della guerra, cosi' come l'economia, che non puo' essere considerata
neutrale se investe negli armamenti.
La guerra non nasce da se', in modo "naturale" come qualcuno sostiene, e
Bertha non si limita a denunciare l'aumento della produzione di armi, ma
stigmatizza con ironia il mercato internazionale delle armi stesse, per cui
le nazioni si faranno guerra utilizzando armi prodotte addirittura dalle
medesime ditte fabbricanti e verranno uccisi come soldati gli operai che
hanno prodotto le armi per il nemico.
Appaiono in questo senso particolarmente odiose le forme di connivenza dei
governi e Bertha trova che l'uso della frase di origine latina "se vuoi la
pace prepara la guerra" da parte di uomini politici liberali, per
giustificare la corsa agli armamenti pretendendo di presentarsi
contemporaneamente come sostenitori della pace, va smascherata nella sua
intrinseca ipocrisia che rischia di diffondere una legittimazione del
militarismo.
L'equilibrio del terrore non puo' essere contrabbandato per una politica a
favore della pace, perche' si fonda sulla costruzione dell'altro come
nemico, incitando "all'odio per l'estraneo, al desiderio di conquista,
all'ambizione per le promozioni" scrive Bertha.
Lei segue con grande attenzione l'enfasi con cui vengono annunciate le nuove
armi, come i proiettili di cui ha richiesto il brevetto l'inventore della
melinite o l'invenzione del dirigibile e dell'aeroplano, dei quali e' stato
immediatamente pensato l'uso bellico, e proprio in occasione dell'annuncio
del volo di un dirigibile sottolinea l'insensatezza del ricondurre alla
guerra ogni nuova invenzione perche' "Seguendo questa logica, uno stato
potrebbe anche porre l'interdetto sulla scoperta di un siero; giacche' anche
la salute si annovera fra quelle qualita' che fanno un esercito piu' pronto
al combattimento; sarebbe percio' antipatriottico rendere accessibile questo
prodotto ad eserciti stranieri".
Per questo, insieme all'industria bellica, Bertha non manca di denunciare il
ruolo della stampa nella formazione di un'opinione pubblica favorevole al
conflitto armato: sono i due potenti gruppi che lavorano a sostegno degli
ambienti militari.
"Anche la cosiddetta stampa liberale, moderata, favorisce il sistema
militarista, in modo piu' passivo, ma non per questo meno efficace. (...)
questa specie di stampa evita, si', di aizzare direttamente alla guerra e di
pronunciarsi apertamente a favore del potenziamento degli armamenti, ma
tratta tutto il vigente sistema della pace armata come qualcosa di
immutabile, di naturale...", scrive Bertha ancora nel 1909, e osserva con
amarezza come sia censurata con disprezzo ogni voce che si leva a favore
della pace da parte di singoli o associazioni, e venga costruito un clima di
sospetto se realistiche proposte di pace vengono da altri governi, come nel
caso delle proposte inglesi di moratoria degli armamenti o l'appello dello
zar che promuove la prima Conferenza internazionale tenuta all'Aia nel 1899.
Non manca sulla stampa, che fornisce sulle associazioni pacifiste rare
quanto distorte e svalutanti informazioni, un improvviso interesse
nell'imminenza dei conflitti, e Bertha ne sa cogliere bene la malafede:
"Cosa fanno le associazioni per la pace? Cosa dicono i pacifisti? Questi
interrogativi imperversano intorno a noi (...) Ci vogliono incoraggiare, con
queste domande, ad azioni di salvezza, o ci vogliono semplicemente
schernire? Tutte e due le cose sono fuori luogo. Dal momento che azioni
incisive nelle quotidiane controversie politiche sono al di fuori della
nostra sfera giuridica". Allora come oggi le concrete proposte dei pacifisti
per dare "un altro fondamento all'intero sistema di rapporti fra i popoli"
vengono ignorate e si chiede loro un'azione concreta quando i governi hanno
gia' scelto la guerra.
*
Se Bertha in ogni suo testo e' capace di cogliere con straordinaria
incisivita' l'errore nell'argomentazione dell'avversario, di denunciare con
estremo coraggio ogni passo avanti fatto in direzione della guerra, e'
proprio nel romanzo Giu' le armi! che trova la forma piu' efficace per
sottolineare la rete di complicita' che indirizza tutta la societa', a
partire dall'educazione di bambini e bambine, verso l'esaltazione della
guerra.
Dai giochi, che riempiono il tempo libero dei bambini di soldatini non
innocenti, alle parate dove i giovani maschi mettono in scena il passaggio
dall'infanzia all'adolescenza in un rito collettivo in cui sperimentano il
protagonismo individuale nella dimensione della sicurezza insita nella
condivisione collettiva, si costruisce abilmente il mito di una virilita'
che solo nella guerra sembra trovare il compimento naturale della propria
maturita'.
Le ragazze invece non devono sapere niente, e l'appassionata protagonista
del romanzo, in cui s'identifica certo l'autrice, scandalizza la famiglia
intervenendo con veemenza: "Per accadere possono accadere tutte le
atrocita', ma non e' lecito discorrerne. Di sangue e di escrementi le
delicate donne non devono sapere niente, e niente dire, ma i nastri della
bandiera che svolazzeranno sul bagno di sangue, quelli si', li ricamano; le
ragazze non hanno il permesso di sapere niente di questo, di come i loro
fidanzati possono diventare impotenti di ricevere la ricompensa del loro
amore, ma questa ricompensa esse la devono promettere loro per incitarli
alla guerra. Morte e uccisione non hanno nulla di scostumato per voi, voi,
damine bene educate - ma al puro e semplice rammentare le cose che sono le
fonti della vita che si trasmette, dovete guardare altrove arrossendo. E'
una ben triste morale, la vostra, lo sapete? Triste e vigliacca! Questo
guardare altrove - con occhi del corpo e della mente - questo fatto e'
responsabile del persistere di cosi' tanta miseria e ingiustizia!".
In poche righe, nell'efficacia dei personaggi e dei dialoghi, l'opera di
Bertha illustra con semplicita' il legame tra guerra, poverta' e ruoli di
genere costruiti sugli stereotipi di femminilita' e virilita'.
*
Non a caso la biografia di Bertha insieme con i suoi scritti ci consente di
ricostruire una parte della storia di quel movimento pacifista che comincia
ad organizzarsi nella seconda meta' dell'ottocento intrecciando attivita' e
dibattito con gli altri due grandi movimenti portatori di istanze pacifiche
di cambiamento della societa': quello operaio organizzato nella prima e
soprattutto nella seconda Internazionale socialista, e soprattutto quello
delle donne espresso dal fitto attivismo delle associazioni
emancipazioniste.
Un legame non semplice, soprattutto quello con il movimento operaio, una
parte del quale guarda con diffidenza alla presenza borghese nel movimento
per la pace e con altrettanta diffidenza al protagonismo delle donne.
Non a caso si afferma con fatica anche il saldo antimilitarismo di Rosa
Luxemburg, l'economista piu' lungimirante e la dirigente politica piu'
generosa della seconda Internazionale.
Nei confronti di Bertha sono molte le invidie e le diffidenze, e sara' usata
anche l'arma del ridicolo per costruire un muro di ironia intorno a quella
sua voce schietta che non smettera' fino alla fine di parlare a favore della
pace.
In un tempo in cui molti lacci imprigionavano il corpo e la mente delle
donne Bertha ha saputo muoversi con passo lieve e deciso, senza arretrare,
senza scoraggiarsi, mostrando sempre e ovunque, al fondo della sua lucida
denuncia del presente, un fiducia nel futuro che giunge affettuosa fino a
noi e ci commuove.
Quando le operaie di Vienna nel 1911 organizzano una gigantesca
manifestazione per il voto alle donne e chiedono la fine degli armamenti e
una destinazione civile per i fondi destinati alle spese militari, Bertha
scrive: "Politica femminile? No: politica per l'umanita'. E il contributo
iniziale della meta' finora diseredata del genere umano e' soltanto uno dei
sintomi del fatto che si avvicina il tempo in cui il bene e i diritti
dell'umanita' saranno considerati come massimo criterio per la politica".
Protagonista del suo tempo, degna di memoria per il nostro, muore nel giugno
del 1914 poco prima che su quell'Europa, che sognava democratica e unita, si
abbattesse la tragedia che ancora oggi continua e continua e continua,
toccando e sperperando, una ad una, ancora, le nostre vite.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, sudest at iol.it,
paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 845 del 19 febbraio 2005

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