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La nonviolenza e' in cammino. 846



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 846 del 20 febbraio 2005

Sommario di questo numero:
1. Alda Merini: Per Giuliana
2. Dalla parte delle vittime
3. Jagannathan: Una lettera aperta al Collector di Nagapattinam
4. Per una bibliografia sulla Shoah (parte ventiseesima)
5. Rosangela Pesenti: Lisistrata, l'ironica
6. Luisa Muraro: Il ripensamento femminista
7. Marco Roncalli ricorda Romana Guarnieri
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. TESTIMONIANZE. ALDA MERINI: PER GIULIANA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 18 febbraio 2005.
Alda Merini, nata a Milano nel 1931, e' una delle piu' conosciute ed intense
voci poetiche nella lingua italiana.
Giuliana Sgrena, intellettuale e militante femminista e pacifista tra le
piu' prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle
culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande importanza (tra
cui: a cura di, La schiavitu' del velo, Manifestolibri, Roma 1995, 1999;
Kahina contro i califfi, Datanews, Roma 1997; Alla scuola dei taleban,
Manifestolibri, Roma 2002; Il fronte Iraq, Manifestolibri, Roma 2004); e'
stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase
piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso. A Baghdad e' stata
rapita il 4 febbraio 2005. Dal sito del quotidiano "Il manifesto"
riprendiamo, con minime modifiche, la seguente scheda: "Nata a Masera, in
provincia di Verbania, il 20 dicembre del 1948, Giuliana ha studiato a
Milano. Nei primi anni '80 lavora a 'Pace e guerra', la rivista diretta da
Michelangelo Notarianni. Al 'Manifesto' dal 1988, ha sempre lavorato nella
redazione esteri: appassionata del mondo arabo, conosce bene il Corno
d'Africa, il Medioriente e il Maghreb. Ha raccontato la guerra in
Afghanistan, e poi le tappe del conflitto in Iraq: era a Baghdad durante i
bombardamenti (per questo e' tra le giornaliste nominate 'cavaliere del
lavoro'), e ci e' tornata piu' volte dopo, cercando prima di tutto di
raccontare la vita quotidiana degli iracheni e documentando con
professionalita' le violenze causate dall'occupazione di quel paese.
Continua ad affiancare al giornalismo un impegno anche politico: e' tra le
fondatrici del movimento per la pace negli anni '80: c'era anche lei a
parlare dal palco della prima manifestazione del movimento pacifista"]

Tutte le donne italiane, tutte coloro che hanno subito violenza, si
stringono intorno a te, amica cara, per dirti che il nostro cuore e' ancora
acceso, talvolta vilmente acceso, perche' siamo stati tutti indeboliti dalla
vita, ma la tua vita per noi e' valida piu' della nostra.
Tu sei un canto, un canto che non sa piu' tacere, un canto che rompe anche
le lacrime.

2. EDITORIALE. DALLA PARTE DELLE VITTIME
Dalla parte delle vittime, la parte dell'umanita'.
La parte di Giuliana, la parte delle donne, la parte del popolo iracheno
oppresso.
Contro tutte le guerre, le dittature, i terrorismi.
Questo ci pare dicesse ieri la voce del cuore di Roma, questa verita'
essenziale: tu non uccidere.
Ogni vittima ha il volto di Abele. Nessun essere umano e' un'isola.

3. APPELLI. JAGANNATHAN: UNA LETTERA APERTA AL COLLECTOR DI NAGAPATTINAM
[Ringraziamo Stefano Longagnani (per contatti: longagnani at yahoo.it) per
averci inviato questo testo di Jagannathan. Jagannathan, novantaduenne
discepolo di Gandhi, e' il marito di Krishnammal, fondatrice e segretaria
generale dell'organizzazione sindacale nonviolenta Lafti (Land for Tillers'
Freedom); insieme hanno condotto grandi lotte nonviolente che ultimamente
sono contro le multinazionali dei gamberetti (le cui attivita'
imprenditoriali hanno effetti distruttivi per l'ecosistema), e portano
avanti il programma costruttivo del sarvodaya (soprattutto case, mucche,
educazione dei bambini e degli adulti); in questo momento il Lafti e'
fortemente impegnato nella solidarieta' con le vittime del maremoto. Su
Jagannathan e Krishnammal cfr. il libro di Laura Coppo, Terra gamberi
contadini ed eroi, Emi, Bologna 2002. Per contatti, lettere di sostegno,
contributi, richieste di informazioni, ospitalita', viaggi, etc. contattare
in Italia l'ong Overseas di Spilamberto (Modena) all'indirizzo
overseas at overseas-onlus.org, ovvero in India direttamente il Lafti
all'indirizzo laftitngsm at yahoo.co.in. il Collector di un distretto
(district) del Tamil Nadu e' qualcosa di simile ai nostri prefetti; un
distretto e' in grande l'equivalente delle nostre province; Nagapattinam e'
il nome sia del capoluogo sia del distretto, zona fortemente colpita dallo
tsunami]

Egregio signore,
lo tsunami e' stato una sciagura ma al tempo stesso una benedizione soto
false vesti in quanto si e' visto l'amore attraversare ogni frontiera,
cancellare ogni nazionalita', fede e interesse per portare aiuto, e noi
abbiamo potuto vivere l'esperienza dell'amore umano condiviso con chi
soffre.
Ma al tempo stesso abbiamo anche sentito la debolezza dell'uomo manifestarsi
nell'egoismo e nell'avidita': gli industriali dei gamberetti non hanno
ancora capito quello che e' l'orrore degli allevamenti di gamberetti, una
delle maggiori cause di questa tragedia. Gli allevamenti di gamberetti non
soltanto inquinano la nostra madre Terra e l'acqua potabile, ma contaminano
anche l'acqua del mare attraverso lo scarico di sostanze chimiche dalle
vasche in mare.
Leggiamo sui giornali la sua dichiarazione di non volere allevamenti di
gamberetti nel distretto di Nagapattinam. So pero' che in molte zone
costiere l'avidita' degli industriali li spinge a ripristinare gli
allevamenti. L'acquacoltura e' un vero male per tutta la societa'.
Mi permetto di appellarmi a Lei affinche' vieti gli allevamenti di
gamberetti nelle zone costiere del distretto di Nagapattinam. Tale divieto
deve essere eseguito immediatamente prima che gli industriali dei gamberetti
si lancino nuovamente nella loro malefica impresa.

4. MATERIALI. PER UNA BIBLIOGRAFIA SULLA SHOAH (PARTE VENTISEESIMA)

ALICE RICCIARDI VON PLATEN
Medico psichiatra, psicoanalista. Opere di Alice Ricciardi von Platen, Il
nazismo e l'eutanasia dei malati di mente, Le Lettere, Firenze 2000. Ha
scritto di lei su "L'Unita'" del 22 giugno 2000 Renzo Cassigoli presentando
la riedizione del suo libro: "Nel 1946 la dottoressa Alice Ricciardi Von
Platen, allora poco piu' che trentenne, partecipo' come osservatrice alla
commissione di medici istituita dal tribunale americano di Norimberga per il
processo a 23 medici tedeschi accusati di crimini contro l'umanita'. 'Fummo
incaricati di osservare e riferire i fatti senza commenti o giudizi: solo i
nudi fatti. E cosi' facemmo. Ma quando furono pubblicati, i testi sono
improvvisamente spariti. Forse la nostra oggettiva documentazione aveva
tanto scioccato o, forse, aveva anche provocato tanta vergogna, che furono
fatti sparire. Quando, pero', il documento finalmente usci' nel 1961 ebbe un
grande successo'. Alice Ricciardi Von Platen ha presentato a Firenze Il
nazismo e l'eutanasia dei malati di mente (Le Lettere edizioni), giunto alla
seconda edizione. Fondatrice di istituzioni per la formazione di
gruppo-analisi in Germania, Ucraina e Italia, da anni la dottoressa
Ricciardi Von Platen lavora a Roma e a Cortona come psicoterapeuta
individuale e di gruppo. Il suo libro non e' solo una preziosa testimonianza
storica ma ci offre una lezione di grande attualita'. L'assassinio di
settantamila malati di mente su una popolazione di 70 milioni di abitanti,
scrive la dottoressa Von Platen nel libro, 'dimostra che una volta
intrapresa la strada dell'annientamento delle cosiddette "vite indegne" non
ci sono piu' limiti. E breve sara' poi il passo verso Auschwitz'. Gli orrori
del nazismo ci fanno pero' anche riflettere su temi che oggi tornano a
mordere la nostra coscienza: dalla pulizia etnica ai rigurgiti xenofobi per
i diversi, gli immigrati, i poveri che bussano alle porte del nostro mondo
opulento, alle manipolazioni genetiche che offrono a chi ha denaro figli di
una razza 'superiore'. Quel processo, racconta la dottoressa Von Platen, si
concluse con sette condanne a morte, altri furono condannati alla prigione,
qualcuno ando' assolto. Molti dei medici che burocraticamente si occupava
della eutanasia erano molto mediocri. I migliori o erano casi patologici o
non hanno accettato o si sono ritirati. Il responsabile della commissione
eutanasia, Karl Brandt, medico, ad esempio, non ebbe alcun ripensamento. In
una intervista prima della morte disse: 'Non mi sento colpevole. Era una
scelta giusta. Avrei agito allo stesso modo anche conoscendo le
conseguenze'. Le teorie del revisioniamo storico, alla Irving, quando non
arrivano a mettere in dubbio la Shoah, sostengono che Hitler non avesse
firmato un ordine scritto. Una teoria sconfessata, almeno in questo caso,
dal libro della dottoressa Von Platen che riporta un documento firmato di
pugno da Hitler che autorizza l'uccisione dei malati di mente. Ma nel libro
si afferma anche che bastava l'opinione espressa dal Fuehrer durante una
semplice conversazione perche' si trasformasse in un ordine da eseguire
ferocemente. E' vero - soggiunge l'autrice - si e' verificato qualcosa di
molto strano: alcuni si ritirarono non per ragioni di coscienza ma perche'
non c'era una legge, per altri, invece la volonta' del Fuehrer era
sufficiente. Valga per tutte la risposta di Goering ai giudici di
Norimberga: 'La mia coscienza era Adolf Hitler'. Una conferma terribile
dell'abisso che da sempre separa le leggi dalla giustizia: quello spazio di
liberta' che consente alla coscienza di dire no. Ma la coscienza individuale
non esisteva sotto il nazismo. Non esisteva la possibilita', ma nemmeno la
volonta' di dire "no" dal momento in cui la dottrina e la volonta' di Hitler
si era fatta coscienza collettiva. E questo non era piu' tema di riflessione
filosofica o di educazione scolastica, ma di educazione umana. La stessa
schizofrenia dei medici nei campi di concentramento. L'ospedale del campo
era perfetto anche per curare, poi si praticavano gli esperimenti piu'
atroci e accanto c'erano le camere a gas. Bisogna riflettere su cio' che e'
accaduto perche' la storia puo' anche ripetersi, magari non allo stesso
modo. Continua l'autrice: 'Mi e' stato chiesto quali effetti spero dal mio
libro. I documenti esistono e devono essere conosciuti. Io spero facciano
riflettere'".

PAUL RICOEUR
Filosofo francese nato nel 1913. Amico di Mounier, collaboratore di
"Esprit", docente universitario. Dal sito dell'Enciclopedia multimediale
delle scienze filsofiche rirpendiamo questa breve scheda: "Paul Ricoeur
nasce a Valence (Drome) il 27 febbraio 1913. Compie i suoi studi di
filosofia prima all'Universita' di Rennes, poi alla Sorbonne, dove nel 1935,
passa l'agregation. Mobilitato nel 1939, viene fatto prigioniero e nel campo
comincia a tradurre con Mikel Dufrenne Ideen I di Husserl. Dal 1945 al 1948
insegna al College Cevenol di Chambon-sur-Lignon, e successivamente
Filosofia morale all'Universita' di Strasburgo, sulla cattedra che era stata
di Jean Hyppolite, e dal 1956 Storia della filosofia alla Sorbona. Amico di
Emmanuel Mounier, collabora alla rivista "Esprit". Dal 1966 al 1970 insegna
nella nuova Universita' di Nanterre, di cui e' rettore tra il marzo 1969 e
il marzo 1970, con il proposito di realizzare le riforme necessarie a
fronteggiare la contestazione studentesca e, contemporaneamente, presso la
Divinity School dell'Universita' di Chicago. Nel 1978 ha realizzato per
conto dell'Unesco una grande inchiesta sulla filosofia nel mondo. Nel giugno
1985 ha ricevuto il premio "Hegel" a Stoccarda. Attualmente e' direttore del
Centro di ricerche fenomenologiche ed ermeneutiche". Opere di Paul Ricoeur:
segnaliamo i suoi libri Karl Jaspers et la philosophie de l'existence (con
Mikel Dufrenne), Seuil; Gabriel Marcel et Karl Jaspers, Le temps present;
Filosofia della volonta' I. Il volontario e l'involontario, Marietti; Storia
e verita', Marco; Finitudine e colpa I. L'uomo fallibile, Il Mulino;
Finitudine e colpa II. La simbolica del male, Il Mulino; Della
interpretazione. Saggio su Freud, Jaca Book, poi Il Melangolo; Entretiens
Paul Ricoeur - Gabriel Marcel, Aubier; Il conflitto delle interpretazioni,
Jaca Book; La metafora viva, Jaca Book; Tempo e racconto I, Jaca Book; Tempo
e racconto II. La configurazione nel racconto di finzione, Jaca Book; Tempo
e racconto III. Il tempo raccontato, Jaca Book; Dal testo all'azione. Saggi
di ermeneutica II, Jaca Book; Il male. Una sfida alla filosofia e alla
teologia, Morcelliana; A l'ecole de la fenomenologie, Vrin; Se' come un
altro, Jaca Book; Lectures 1. Autour du politique, Seuil; Lectures 2. La
contree des philosophes, Seuil; Lectures 3. Aux frontieres de la
philosophie, Seuil; Le juste, Esprit; Reflexion faite. Autobiographie
intellectuelle, Esprit; La critica e la convinzione (colloqui con Francois
Azouvi e Marc de Launay), Jaca Book. Segnaliamo inoltre: Kierkegaard. La
filosofia e l'"eccezione", Morcelliana; Tradizione o alternativa,
Morcelliana, e l'antologia Persona, comunita' e istituzioni, Edizioni
cultura della pace. Opere su Paul Ricoeur: segnaliamo particolarmente la
recente monografia di Francesca Brezzi, Ricoeur. Interpretare la fede,
Edizioni Messaggero Padova, 1999.

VOLKER RIESS
Volker Riess, storico, nato nel 1957, ha studiato storia e germanistica.
Opere di Volker Riess: con Ernest Klee, Willi Dressen, "Bei tempi". Lo
sterminio degli ebrei raccontato da chi l'ha eseguito e da chi stava a
guardare, Giuntina, Firenze 1990; Chiesa e nazismo, Einaudi, Torino 1993.

MARIO RIGONI STERN
Mario Rigoni Stern, nato ad Asiago nel 1921, e' uno dei massimi scrittori
italiani del Novecento, testimone dell'orrore della guerra, impegnato per la
pace, la dignita' delle persone e la solidarieta' tra i popoli. Opere di
Mario Rigoni Stern: ne Il sergente nella neve (il suo capolavoro, edito da
Einaudi, Torino 1953) ha narrato la tragedia della ritirata della spedizione
militare italiana in Russia nella seconda guerra mondiale; tra gli altri
suoi libri segnaliamo Il bosco degli urogalli (1962); La guerra della naia
alpina (1967); Quota Albania (1967); Ritorno sul Don (1973); Storia di
Toenle (1978); L'anno della vittoria (1985); Amore di confine (1986); Il
libro degli animali (1990); Arboreto selvatico (1991); Le stagioni di
Giacomo (1995).

EMMANUEL RINGELBLUM
Emmanuel Ringelblum (1900-1944), storico, animatore della Resistenza del
ghetto di Varsavia, promotore e coordinatore del salvataggio della memoria
con la realizzazione degli archivi del ghetto di Varsavia. Opere di Emmanuel
Ringelblum: Sepolti a Varsavia. Appunti dal ghetto, Mondadori, Milano 1962.

GHIANNIS RITSOS
Poeta greco contemporaneo (1909-1990), per il suo impegno politico dalla
parte degli oppressi ha subito durissime persecuzioni. Opere di Ghiannis
Ritsos: molte raccolte di Ritsos sono state tradotte in italiano, con fine
sensibilita', da Crocetti, Pontani, Sangiglio. Opere su Ghiannis Ritsos:
Crescenzio Sangiglio, Jannis Ritsos, La Nuova Italia, Firenze 1975.

ANNAMARIA RIVERA
Docente di etnologia all'Universita' di Bari, e' impegnata nella "Rete
antirazzista". Opere di Annamaria Rivera: con Gallissot e Kilani,
L'imbroglio etnico, Dedalo, Bari 2001; (a cura di) L'inquietudine
dell'Islam, Dedalo, Bari 2002; Estranei e nemici, DeriveApprodi, Roma 2003.

ARMIDO RIZZI
Nato nel 1933, teologo, docente, animatore di comunita', collabora a varie
riviste. Opere di Armido Rizzi: Differenza e responsabilita', Marietti,
Casale Monferrato 1983; Infinito e persona, Ianua, Roma 1984; Scandalo e
beatitudine della poverta', Cittadella, Assisi 1987; Esodo, Edizioni cultura
della pace, S. Domenico di Fiesole 1990; L'Europa e l'altro, Paoline,
Cinisello Balsamo 1991; (a cura di), La solidarieta' andina, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1993; Pensare la carita',
Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1995. Opere su Armido
Rizzi: si veda la parte a lui dedicata  in AA. VV., Etiche della
mondialita', Cittadella, Assisi 1996.

MARTHE ROBERT
Studiosa francese, esperta di letteratura tedesca, traduttrice di Kafka,
autrice di fondamentali saggi sulla letteratura moderna e sulla
psicoanalisi. Opere di Marthe Robert: L'antico e il nuovo, Rizzoli, Milano
1969;  Da Edipo a Mose', Sansoni, Firenze 1981; Solo come Kafka, Editori
Riuniti, Roma 1982.

GIORGIO ROCHAT
Storico, docente universitario, esperto di storia militare. Dal sito della
Societa' italiana per lo studio della storia contemporanea riprendiamo il
seguente profilo di Giorgio Rochat: "Nato a Pavia nel 1936. Ivi laureato in
lettere nel 1959. Servizio di leva come ufficiale degli alpini. Libera
docenza in Storia contemporanea nel 1969. Professore incaricato di Storia
dei partiti presso l'Universita' di Milano, facolta' di scienze politiche,
dal 1969 al 1976. Professore straordinario di Storia contemporanea presso
l'Universita' di Ferrara, Facolta' di Magistero, dal 1976 al 1980.
Professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Universita' di Torino,
facolta' di scienze politiche, dal 1980 al 1996, poi di Storia delle
istituzioni militari. Incaricato dal 1993 del corso di storia militare
(sotto varie denominazioni) presso la Scuola di applicazione di Torino, oggi
corso di laurea interfacolta' in scienze strategiche. Fuori ruolo dal primo
novembre 2002. Cariche principali: Istituto nazionale per la storia del
movimento di liberazione in Italia (Milano), membro del direttivo 1978-'96,
presidente l996-2000. Societa' di studi valdesi (Torre Pellice), presidente
1990-1999. "Rivista di storia contemporanea" (Torino), membro del direttivo
1972-'95. Primo presidente 1981-1989 (oggi vicepresidente) del Centro
interuniversitario di studi e ricerche storico-militari (Universita' di
Torino, Padova, Pisa, Pavia, Milano cattolica). Campo di studi: storia
militare, coloniale e politica dell'Italia dall'Unita' alla seconda guerra
mondiale. Pubblicazioni (solo i volumi, si omettono qualche diecina di
articoli e qualche centinaio di recensioni): L'esercito italiano da Vittorio
Veneto a Mussolini 1919-1925, Laterza, Bari 1967; (Insmli), Militari e
politici nella preparazione della campagna d'Etiopia. Studio e documenti
1932-1936, Angeli, Milano 1971; (Insmli), (a cura di G. R.), Atti del
Comando generale del Corpo volontari della liberta', Angeli, Milano 1972;
(Insmli), Il colonialismo italiano. Documenti, Loescher, Torino 1973, 1988;
L'antimilitarismo oggi in Italia, Claudiana, Torino 1973; (con Piero Pieri),
Pietro Badoglio, Utet, Torino 1974, Mondadori, Milano 2002; (a cura di Enzo
Collotti e G. R.), Ferruccio Parri: Scritti 1915-1975, Feltrinelli, Milano
1976; (Insmli) L'Italia nella prima guerra mondiale. Problemi di
interpretazione e prospettive di ricerca, Feltrinelli, Milano 1976; (con la
collaborazione di Giulio Massobrio), Breve storia dell'esercito italiano dal
1861 al 1943, Einaudi, Torino 1978; Italo Balbo aviatore e ministro
dell'aeronautica 1926-1933, Bovolenta-Zanichelli, Ferrara 1989; (con Lidia
Spano e Gaetano Sateriale), La casa in Italia 1945-1980. Alle radici del
potere democristiano, Zanichelli, Bologna 1980; Gli arditi della grande
guerra. Origini, battaglie e miti, Feltrinelli, Milano 1981, Editrice
Goriziana, Gorizia l990, 2002; Italo Balbo, Utet, Torino 1986, 2003; Piero
Pieri, La prima guerra mondiale 1914-1948. Problemi di storia militare,
nuova edizione a cura (e con introduzione) di G. R., Ufficio Storico dello
Stato Maggiore dell'Esercito, Roma 1986, nuova edizione ridotta, Gaspari,
Udine 1998; Regime fascista e chiese evangeliche, Claudiana, Torino, 1990;
Guerre italiane in Libia e in Etiopia 1921-1939, Pagus, Paese (Tv) 1991,
traduzione francese: Service historique de l'armee de l'air, Vincennes 1993;
L'esercito italiano in pace e in guerra. Studi di storia militare, Rara,
Milano 1991; (a cura di Andrea Curami e G. R.), Giulio Douhet: Scritti
1901-1905, Ufficio storico dell'Aeronautica, Roma 1993; (a cura di G. R. e
M. Venturi), La divisione Acqui a Cefalonia, settembre 1943, Mursia, Milano
1993; (a cura di G. R.), La guerra e la spada. I cappellani italiani nelle
due guerre mondiali. Atti del convegno di Torre Pellice, 28-30 agosto 1994,
"Bollettino della Societa' di studi valdesi", n. 176, 1995; (con Mario
Isnenghi), La Grande Guerra 1914-1918, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 2000;
(Insmli), Ufficiali e soldati. L'esercito italiano dalla prima alla seconda
guerra mondiale, Gaspari, Udine 2000; Duecento sentenze nel bene e nel male.
I tribunali militari della guerra 1940-1943, Gaspari, Udine 2002".

MATHIAS ROESCH
Nato a Monaco di Baviera nel 1966, storico, dal 2000 direttore della
Fondazione della Rosa Bianca, dal 2003 direttore della DenkstaetteWeisse
Rose di Monaco.

LALLA ROMANO
Lalla Romano (1906-2001), pittrice, poetessa, scrittrice di grande valore e
finezza, e' stata una delle voci piu' vive della cultura italiana del
Novecento. Varie sue opere sono state recentemente ristampate nella collana
dei Tascabili Einaudi; una edizione complessiva delle opere letterarie (a
cura di Cesare Segre) e' Opere, due volumi, Mondadori, Milano 1991 e 1992.
Su Lalla Romano cfr. Fiora Vincenti, Lalla Romano, La Nuova Italia, Firenze
1974; A. Catalucci, Invito alla lettura di Lalla Romano, Mursia, Milano
1980; A. Ria (a cura di), Intorno a Lalla Romano. Saggi critici e
testimonianze, Mondadori, Milano 1996.

LA ROSA BIANCA
Tra il 1942 ed il 1943 un gruppo di studenti ed un professore di Monaco
realizzarono e diffusero una serie di sei volantini clandestini antinazisti.
I primi quattro volantini si aprivano col titolo "Fogli volanti della Rosa
bianca" ed erano diffusi in poche centinaia di copie; gli ultimi due
intitolati "Fogli volanti del movimento di Resistenza in Germania"
ciclostilati in qualche migliaia di copie. Scoperti, furono condannati a
morte e decapitati gli studenti Hans Scholl, Sophie Scholl, Christoph
Probst, Willi Graf, Alexander Schmorell ed il professor Kurt Huber. Opere
sulla Rosa Bianca: Inge Scholl, La Rosa Bianca, La Nuova Italia, Firenze,
1966, rist. 1978 (scritto dalla sorella di Hans e Sophie Scholl, il volume -
la cui traduzione italiana e' parziale - contiene anche i testi dei
volantini diffusi clandestinamente dalla Rosa Bianca); Klaus Vielhaber,
Hubert Hanisch, Anneliese Knoop-Graf (a cura di), Violenza e coscienza.
Willi Graf e la Rosa Bianca, La nuova Europa, Firenze 1978; Paolo Ghezzi, La
Rosa Bianca. Un gruppo di resistenza al nazismo in nome della liberta',
Paoline, Cinisello Balsamo (Mi) 1993; Romano Guardini, La Rosa Bianca,
Morcelliana, Brescia 1994; Paolo Ghezzi, Sophie Scholl e la Rosa Bianca,
Morcelliana, Brescia 2003.

5. RIFLESSIONE. ROSANGELA PESENTI: LISISTRATA, L'IRONICA
[Ringraziamo Rosangela Pesenti (per contatti: rosangela_pesenti at libero.it)
per averci messo a disposizione questo suo saggio apparso nel bel libro di
Monica Lanfranco, Maria G. Di Rienzo (a cura di), Donne disarmanti, Intra
Moenia, Napoli 2003, pp. 83-88 (per richiedere il libro alla casa editrice:
e-mail: awander at tin.it, sito: www.intramoenia.it). Rosangela Pesenti e' una
delle figure piu' autorevoli e prestigiose del movimento delle donne in
Italia. Cogliamo l'occasione per segnalare la bella nuova edizione a cura di
Benedetto Marzullo di Aristofane, Le commedie, Newton, Roma 2003; su
Aristofane cfr. per un avvio alla conoscenza Giuseppe Mastromarco,
Introduzione a Aristofane, Laterza, Roma-Bari 1994]

Sfrontata, e poi intelligente, ironica, spregiudicata, lungimirante,
concreta e immaginosa, appassionata e lucida, solidale e sferzante: cosi'
l'ha pensata il suo autore e cosi' giunge fino a noi, tutta contenuta nella
concitazione dei dialoghi e quindi nell'inesauribile possibilita' della
messa in scena a cui si presta il teatro.
Lisistrata e' una creatura di Aristofane, ci assicurano le fonti, ma come
ogni personaggio e' certo frutto di un tempo e di un mondo che si e'
depositato nell'immaginario dell'autore chiedendo a lui quella rivelazione
di vita, quel di piu' di verita' che sempre racchiude l'opera d'arte,
proprio nel suo sottrarsi al puro e semplice rispecchiamento della realta'.
Di quel mondo, che perfino nella datazione giunge a noi capovolto dallo
spartiacque dell'anno zero che abbiamo conficcato nel tempo come un'asta
visibile a cui legare un capo di quella matassa delle nostre vite che e'
sempre fin troppo difficile sbrogliare, sono giunti fino a noi testi,
frammenti e titoli di opere perdute.
Delle commedie di Aristofane, alcune delle quali appunto, purtroppo,
perdute, Lisistrata, rappresentata per la prima volta nel 411 a. C.,
affronta insieme il problema della pace, gia' presente in una commedia
precedente, e la questione della posizione delle donne nella citta', ripresa
ancora nelle commedie La festa delle donne, contemporanea e forse
rappresentata prima di Lisistrata, e Le donne a parlamento, scritta piu'
tardi ad evocare un'ipotesi di potere femminile che si realizza
nell'abolizione della proprieta' privata e soprattutto di quella sessuale.
Il testo e' quindi espressione di un passaggio importante dell'analisi
politica del giovane autore (era a quel tempo sui trentacinque anni) la cui
originalita' inventiva  segnala anche la maturita' artistica.
*
I tempi sono quelli tragici delle guerre del Peloponneso, le violenze
fratricide che segneranno la rovina della civilta' dell'Ellade, come temeva
appunto Aristofane; l'azione si svolge sull'Acropoli di Atene, dove
Lisistrata chiama a raccolta le donne per organizzare lo sciopero piu'
incredibile della storia, quello del sesso, per costringere gli uomini a
fare la pace.
Il testo disegna un'azione breve, concitata e incalzante, eppure i
personaggi, appena tratteggiati dalla brevita' delle frasi, non sono mai
superficiali, non ci sono figure evanescenti, ogni parola illumina insieme
una condizione e un pensiero.
Il timore iniziale di Lisistrata, il dubbio che le donne possano ritrarsi,
non rispondere alla sua chiamata, si scioglie con ogni nuova arrivata in uno
scambio di parola che segnala a un tempo la confidenza fisica affettuosa e
ironica, propria di un tessuto di socialita' femminile che supera ogni
astratto confine politico.
Lisistrata non e' sola, sin dall'inizio condivide con Calonice il dubbio:
"Mi angustio per noi donne, che' gli uomini ci pensano capaci di ogni cosa
(...) poi quella volta che gli raccomandi di discutere assieme un grosso
affare se la dormono e non ne vedi una", e ignora le parole dell'amica che
le ricorda la difficolta' di uscir di casa per le donne: "una ha il marito
che la sbatte; l'altra lo schiavo ha da svegliare; l'altra ancora mettere il
bimbo a letto, o lavarlo, o dargli la pappina...", e la incalza: "Ma e'
possibile che non abbiano cose piu' importanti?".
L'attesa delle donne, che arrivano poi alla spicciolata da Sparta, da Tebe,
da Corinto, dalla Beozia, affannate per il viaggio e la perentoria
convocazione, e' breve nella finzione scenica, eppure riesce a darci la
dimensione di una comunita' femminile che esiste solo per condizione comune,
ma che e' gia' protagonista, nelle intenzioni di Lisistrata.
Le donne si guardano tra loro, conoscono i desideri del corpo e dei
pensieri, e il linguaggio esplicito e scurrile e' un codice comunicativo che
rassicura sulla condivisione delle storie che riguardano i passaggi
dell'eta' sui corpi piu' che i confini fittizi elevati dalle mura e dalle
guerre intorno alle citta'.
Per questo i personaggi, queste donne che non hanno neppure il nome, la
ragazza di Corinto, la ragazza di Beozia, sono chiamate, ci appaiono cosi'
vive, ancora oggi, nelle parole usuali che segnalano a noi la sopravvivenza
di un modo di stare tra donne che ancora possiamo sperimentare, per quella
capacita' di intrecciare con leggerezza vissuto quotidiano e proposta
politica.
Nel fitto intersecarsi dei dialoghi per le donne la guerra invece e'
semplicemente la guerra, senza aggettivi o motivazioni, espressione di una
stupidita' degli uomini che bisogna fermare, prima che trascini con se'
anche quella vita concreta e profonda della polis di cui le donne riunite
sanno di essere le piu' attive e affidabili custodi.
Per questo, mentre illustra alle compagne la sua proposta, Lisistrata ha
gia' messo al sicuro il tesoro della Lega Attica, accumulato ad Atene per
far fronte alle spese belliche, facendo occupare dalle anziane l'Acropoli.
*
Due sono quindi le azioni avviate che segnalano i due nodi critici del
rapporto tra donne e uomini: da un lato il sesso, cardine della relazione
piu' intima, dall'altro le risorse, terreno concreto su cui si misura la
sfera pubblica che definisce le condizioni della cittadinanza oltre che
quelle dell'esistenza.
Duemila anni di storia non ci hanno allontanate molto dalla scena abitata
dalle nostre antenate greche. Ancora poverta' e ricchezza hanno un pesante
connotato di genere per la maggioranza della popolazione mondiale e perfino
nei paesi piu' ricchi il complesso rapporto tra patrimonio e matrimonio
disegna ancora oggi inedite subalternita', riducendo nei fatti gli spazi di
cittadinanza che le leggi assicurano.
Nello scambio informale costruito dalla condivisione di quel sapere di cura
e gestione del quotidiano in cui le donne sperimentano responsabilita' e
socialita', Lisistrata mette al centro il corpo, luogo della confidenza, di
una conoscenza reciproca che fonda la possibilita' della fiducia, ma
insieme, nella condizione comune della relazione tra i sessi, patrimonio
oculatamente amministrato nei confronti di quell'eterno mercante che e'
l'uomo.
Le donne mostrano di rinunciare a fatica a quel piacere dello scambio
sessuale in cui il desiderio rivela piu' da vicino l'essere due della specie
umana, ma ne conoscono anche il potere contrattuale che puo' sostenere
l'ardire dell'essersi impadronite del tesoro custodito nell'Acropoli.
Un'azione non puo' esistere senza l'altra e Lisistrata puo' enunciare con
piu' vigore il suo fine: "io credo che un giorno dagli elleni avremo nome
Lisimache: distruttrici della guerra".
Un patto quindi che prefigura un intero programma politico, nel quale quello
che in tempi piu' vicini e' stato denigrato come disfattismo, non e' piu'
tradimento bensi' nuova virtu' politica. Un patto che richiede anche un
nuovo rito del giuramento che rinunci al tradizionale sacrificio animale
rendendo visibile, anche sul piano simbolico, il capovolgimento dei valori
sotteso all'azione delle donne. Non si giura tra donne sullo scudo e nemmeno
su un animale sgozzato, ma su un orcio di vino pregiato, versato, dissipato,
come quel piacere a cui si rinuncia, prima che la guerra lo renda comunque
impossibile, perche' e' la guerra la vera dissipazione, la perdita di tutte
le vite.
*
Dopo il giuramento l'azione e' veloce, le donne raggiungono le compagne
chiuse nell'Acropoli, arrivano gli uomini, il confronto e' serrato e le
donne vincono.
La conclusione esprime la speranza dell'autore, ma ai dialoghi, giunti alla
logica conseguenza, forse non e' estraneo il disincanto e la figurina della
pace, di cui gli uomini sembrano burlarsi con gli apprezzamenti per la sua
giovane bellezza, ci restituisce al teatro e ai nostri ruoli di spettatori e
spettatrici ancora oggi impotenti.
Se la pace e' una fanciulla di cui gli uomini si burlano ed e' fin troppo
simile alle scene quotidiane conosciute la cura con cui le donne cercano di
dare indicazioni utili per costruire la pace: con gentilezza, consultando
gli alleati, rimandando il divertimento, rinunciando alle rivendicazioni,
cosi' che non possiamo fare a meno di pensare che forse chiede ancora altri
gesti la realizzazione di quel sogno, e' all'inizio della contrattazione che
Lisistrata ci indica la strada, e se il suo autore non ha potuto spingersi
oltre, noi potremmo comunque provare a improvvisarci attrici e attori di
quel bel finale.
Di fronte al Commissario, irritato dall'impudenza delle donne che vogliono
occuparsi della guerra, Lisistrata non arretra, e dopo averlo coperto con lo
scialle, che lui aveva indicato come segno femminile del dovere di tacere,
enuncia il suo programma di governo. "Se aveste un po' di testa, la citta'
governereste come noi la lana. (...) Come si fa coi bioccoli: un bel bagno e
il lerciume va via dalla citta', e poi, batti e ribatti sopra un piano, i
furfanti e i cialtroni eliminiamo. Poi diamo una robusta spelazzata alle
cricche degli arraffacariche tagliando bene i capi. In un paniere cardiamo
poi ogni buona volonta', il meteco mischiando al forestiero che ti sia
amico, e chi paga le tasse all'erario. Quanto all'altre citta', che son
colonie della nostra terra, cercate di capire che son fiocchi di lana, da
riunire tutti insieme in un grosso gomitolo, da tesserci un mantello ben
fatto per il popolo".
La lingua, il discorso, diventano cosi' il luogo di un passaggio, della
costruzione di un sistema metaforico nuovo, dove il tessuto e le abilita'
connesse alla sua produzione, diventano forma nuova del testo e insieme
della concreta possibilita' che fonda un onesto patto di governo tra donne e
uomini per il bene comune.
Dalla rinuncia alla violenza, nel rito simbolico del giuramento, alle parole
che dicono possibili forme pacifiche di governo dell'esistenza umana,
perche' fondate nel sapere di quelle arti che sostengono la vita e non la
distruggono, Lisistrata ci indica, col fascino di un'azione semplice ed
estrema, non cio' che sono le donne, ma quella parte migliore di noi che
possiamo sempre decidere di agire se lo vogliamo.
Forse anche oggi la storia ci chiede di essere spregiudicate e concrete,
lungimiranti e solidali, di ricordare la fragilita' del corpo nella potenza
del piacere e della nascita e la finitudine del tempo, l'essere insieme,
donne e uomini, abitanti occasionali di un piccolo acciaccato pianeta che
naviga nell'ignoto, come un tempo una piccola terra civile ai confini del
Mediterraneo.

6. RIFLESSIONE. LUISA MURARO: IL RIPENSAMENTO FEMMINISTA
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo questo intervento di Luisa Muraro. Luisa Muraro insegna
all'Universita' di Verona, fa parte della comunita' filosofica femminile di
"Diotima"; dal sito delle sue "Lezioni sul femminismo" riportiamo la
seguente scheda biobibliografica: "Luisa Muraro, sesta di undici figli, sei
sorelle e cinque fratelli, e' nata nel 1940 a Montecchio Maggiore (Vicenza),
in una regione allora povera. Si e' laureata in filosofia all'Universita'
Cattolica di Milano e la', su invito di Gustavo Bontadini, ha iniziato una
carriera accademica presto interrotta dal Sessantotto. Passata ad insegnare
nella scuola dell'obbligo, dal 1976 lavora nel dipartimento di filosofia
dell'Universita' di Verona. Ha partecipato al progetto conosciuto come Erba
Voglio, di Elvio Fachinelli. Poco dopo coinvolta nel movimento femminista
dal gruppo "Demau" di Lia Cigarini e Daniela Pellegrini e' rimasta fedele al
femminismo delle origini, che poi sara' chiamato femminismo della
differenza, al quale si ispira buona parte della sua produzione successiva:
La Signora del gioco (Feltrinelli, Milano 1976), Maglia o uncinetto (1981,
ristampato nel 1998 dalla Manifestolibri), Guglielma e Maifreda (La
Tartaruga, Milano 1985), L'ordine simbolico della madre (Editori Riuniti,
Roma 1991), Lingua materna scienza divina (D'Auria, Napoli 1995), La folla
nel cuore (Pratiche, Milano 2000). Con altre, ha dato vita alla Libreria
delle Donne di Milano (1975), che pubblica la rivista trimestrale "Via
Dogana" e il foglio "Sottosopra", ed alla comunita' filosofica Diotima
(1984), di cui sono finora usciti sei volumi collettanei (da Il pensiero
della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987, a Il profumo della
maestra, Liguori, Napoli 1999). E' diventata madre nel 1966 e nonna nel
1997"]

"L'aborto, una risposta violenta e mortifera"
(documento femminista del 1975)
*
Quelle e quelli che parlano di un ripensamento femminista sull'aborto (e che
poi lamentano che non abbiamo il coraggio di sostenerlo), rispetto alle
posizioni degli anni Settanta, fanno un madornale errore: confondono la
battaglia impostata dai radicali (fra i quali spiccava Emma Bonino) per il
diritto d'aborto, con il movimento femminista, che non aveva questa
impostazione individualistica e liberistica. Non c'e' dubbio che la
battaglia dei radicali sia stata sostenuta anche da molte femministe,
specialmente a Roma, ma, primo, cio' non vuol dire che quelle femministe ne
condividessero l'ideologia, secondo, il pensiero politico femminista, quando
si e' espresso con documenti suoi, non era d'accordo perche' vedeva
nell'aborto, legale o illegale che fosse, una conseguenza di una sessualita'
femminile subordinata a quella maschile e lavorava intanto perche' la
questione trovasse risposta in una piu' ampia concezione della liberta'
femminile.
Cito da un documento del 1971: "Una procreazione coatta e ripetitiva ha
consegnato la specie femminile nelle mani dell'uomo di cui ha costituito la
prima base di potere. Ma oggi anche una procreazione 'per libera scelta',
quale contenuto liberatorio puo' avere in un mondo dove la cultura incarna
esclusivamente il punto di vista maschile sull'esistenza?" (Rivolta
femminile). E da un documento del 1973: "Per gli uomini l'aborto e'
questione di legge, di scienza, di morale, per noi donne e' questione di
violenza e sofferenza. Mentre chiediamo l'abrogazione di tutte le leggi
punitive dell'aborto e la realizzazione di strutture dove sostenerlo in
condizioni ottimali, ci rifiutiamo di considerare questo problema
separatamente da tutti gli altri nostri problemi, dalla sessualita',
maternita', socializzazione dei bambini, ecc." (Collettivo di Via
Cherubini). Lo stesso collettivo, in un documento del 1975, intitolato "Noi
sull'aborto facciamo un lavoro politico diverso" (sottinteso: da quello che
fanno i radicali con le manifestazioni di piazza), scrivera' che "l'aborto
di massa negli ospedali non rappresenta una conquista di civilta' perche' e'
una risposta violenta e mortifera al problema della gravidanza e, per di
piu', colpevolizza ulteriormente il corpo della donna". Smetto di citare;
per un racconto piu' dettagliato si puo' leggere il capitolo secondo di Non
credere di avere dei diritti della Libreria delle donne di Milano (Rosenberg
e Sellier, 1987, 1998). Puo' bastare, credo, a far capire il senso della
reazione di molte femministe alla tesi del "ripensamento": nessuna di noi
nega che, con i cambiamenti di cultura in corso, possa esserci e anzi debba
esserci un arricchimento del pensiero femminista. Ma nel senso di una
ripresa e di un approfondimento, unicamente.
*
C'e' un problema a monte di questo fasullo "ripensamento", che forse e'
venuto il momento di affrontare. Ed e' che il pensiero politico delle donne
ha interessato - ed e' stato registrato, dalla cultura ufficiale, sia
politica sia giornalistica - nella misura in cui stava dentro al quadro che
questa cultura aveva gia' presente.
Dicevamo: l'aborto esorbita dalle cose che il diritto puo' regolare, per
tutto quello che chiama in causa della sessualita' umana e per tutto quello
che significa nell'esperienza femminile. Ma questa posizione non interessava
ne' i sostenitori di una legge sull'aborto ne' il fronte contrapposto dei
sostenitori di una legge contro l'aborto. E cosi' si e' continuato a
discutere a forza di contrapposizioni e con ripetute semplificazioni,
attraverso gli anni Ottanta e Novanta.
Adesso, quelle nostre parole sull'aborto "risposta violenta e mortifera",
che ho dissepolto dall'ignoranza storica dei piu', tornerebbero buone,
buonissime, ad alcuni di questi piu', ma solo per usarle dentro un altro
schieramento, e siamo daccapo con l'operazione di tacitare esperienza e
pensiero di donne.
Dicendo questo, rovescio in parte la posizione di Lucetta Scaraffia (sul
"Corriere della sera" del 6 febbraio): secondo lei ci sarebbe stato un
conformismo della parola pubblica femminista che ha occultato la
complessita' del pensiero che certo gruppi portavano avanti. A me risulta
che l'opera di semplificazione non sia venuta dal femminismo, ma al
contrario da chi del femminismo conosceva poco e capiva meno ancora. A me
risulta, per esempio, che gli intellettuali, con qualche eccezione, gli
hanno prestato scarsa attenzione, che i giornali e la televisione lo hanno
divulgato secondo stereotipi pigri e qualche volta stupidi, e che la
politica ufficiale, quella delle scadenze elettorali, lo ha assimilato in
una versione semplificata e direi quasi mutilata.
E' successo cosi' che e' mancato, alla cultura politica generale, un
incontro e confronto fecondo con il pensiero che il movimento delle donne ha
prodotto. Per tre quarti, lo dico senza esagerare, e' una questione di
linguaggio: quello che le donne hanno da dire a questo tipo di civilta', e
che, bene o male, hanno cominciato a dire, sporge fuori dai suoi quadri. E
non si puo' scrivere sugli striscioni, come vorrebbe una simpatica
giornalista del "Foglio": bisogna farsi l'orecchio per intenderlo. Non si
dimentichi che, se noi femministe abbiamo detto qualcosa, lo abbiamo potuto
dire grazie ad un ascolto fine di noi stesse e delle altre. E che molto
resta nel silenzio.
Ora ci chiediamo, e da almeno vent'anni cerchiamo risposte, se e come quella
capacita' di ascolto e quel qualcosa che siamo riuscite a formulare, possano
diventare un'eredita' per le nuove generazioni, che rischiano altrimenti di
ereditare il femminismo ultrasemplificato che sta dentro al quadro del
consumismo e delle "facilita'" di una societa' opulenta.
Il dibattito in corso puo' essere visto come il segnale che qualcosa sta
cambiando? Si', mi sento di rispondere, purche' migliori nettamente la
qualita' dell'ascolto degli uomini nei confronti della parola delle donne:
la parola delle femministe, per cominciare, ma anche quella piu' corrente
delle donne che essi incontrano nei luoghi della vita lavorativa e
familiare. Siamo ancora distanti da cio'. Un esempio? Nell'intervista sul
"Corriere della sera" del 10 febbraio, l'on. Martinazzoli, che ha fama di
attento e riflessivo, ha creduto di leggere un ripensamento femminista
sull'aborto ("non un'abiura, ma piu' prudenza, piu' dubbi"), che e'
parecchio distante da quello che e' venuto invece fuori dal dibattito, il
presunto ripensamento essendo comunque moneta buona, per lui, da spendere
nella prossima campagna referendaria.
*
Torna insomma ad agire il quadro dentro il quale dovremmo esprimerci per
esserci e contare, lasciando fuori un certo numero di "cose". Fuori dal
quadro del "pensiero cattolico", per esempio, restano quelle femministe
cattoliche che hanno parlato e scritto in favore della legge 194. Fuori dal
quadro resta, per fare un altro esempio, il fatto che alcune femministe si
sono espresse contro il ricorso allo strumento referendario per cambiare o
migliorare l'attuale legge sulla procreazione assistita. Fuori dal quadro
resta la nostra consapevolezza che in queste materie la macchina politica
degli schieramenti contrapposti e' deleteria. Fuori dal quadro restano le
pratiche che abbiamo inventato. Fuori dal quadro continua in sostanza a
restare la differenza femminile.

7. MEMORIA. MARCO RONCALLI RICORDA ROMANA GUARNIERI
[Dal sito di "Avvenire on line" (www.db.avvenire.it) riprendiamo questo
articolo del 24 dicembre 2004.
Marco Roncalli (Bergamo 1959), laureato in giurisprudenza, giornalista e
saggista, collabora alle pagine culturali di varie testate ed e' autore di
volumi sulla storia della Chiesa e il papato (con diverse opere su Giovanni
XXIII), sulla cultura del primo Novecento in Italia (indagato con l'edizione
d'importanti carteggi inediti), sul tema del viaggio e del pellegrinaggio.
Romana Guarnieri, discepola di don Giuseppe De Luca, e' stata una delle
massime studiose italiane di storia della pieta' e della mistica medievale.
Nata a L'Aia, in Olanda, nel 1913, si trasferi' a Roma nel 1925 e qui si
laureo' in lingua e letteratura tedesca. Nel 1938 conobbe don Giuseppe e
sotto la sua direzione si dedico' alla ricerca storico-filologica. Dopo il
1940 collaboro' alla fondazione delle Edizioni di storia e letteratura,
dedicandosi in particolare all'"Archivio italiano per la storia della
pieta'", di cui assunse la direzione alla morte di don De Luca. Fu autrice
di numerosi saggi sul "Movimento del Libero Spirito" e sulle protagoniste
della mistica femminile. E' scomparsa nel dicembre 2004]

Dopo aver speso una lunga vita consacrata - da laica - al servizio della
Chiesa e della cultura nella ricerca disinteressata della verita', l'ultima
grande "beghina" del Novecento, Romana Guarnieri, si e' spenta ieri notte in
un ospedale romano, all'eta' di novantuno anni. Sino a due settimane prima
aveva continuato a lavorare scrivendo al computer, sommersa da libri e
carte, circondata dai suoi gatti, dai suoi fiori, e dagli ospiti dello Sri
Lanka ai quali aveva aperto la sua casa "troppo grande per una persona
sola". Alle sue spalle quasi sette decenni dedicati agli studiosi e agli
studi altrui, oltre che ai suoi, largamente inseriti nella storia della
pieta', e soprattutto, un incontro fecondo, importante: quel sodalizio umano
e spirituale con don Giuseppe De Luca, che nemmeno la morte del prete romano
il 19 marzo 1962 riusci' di fatto a spezzare.
*
Una vita straordinaria quella di questa donna nata a L'Aja, in Olanda, nel
1913, poi scesa in Italia al seguito del padre Romano, e che, dopo aver
conosciuto don De Luca - nel 1938 - era approdata al cattolicesimo
scoraggiata dai suoi: "Da dove vi approdavo? Dal protestantesimo? No: dal
nulla, dal vuoto. Poi di Gesu' t'innamori, poi lo ami. Come si fa a
spiegarlo?", ci aveva detto in un'intervista pubblicata su "Avvenire" un
anno fa. E aggiungeva: "Non esibisco croci al collo, non vado gridando il
mio vivere cristiano. E' questione di pudore. Proprio perche' ci credo
davvero. Allo stesso modo mi comporto quando scrivo e lo faccio laicamente
anche quando affronto problematiche teologiche. Non nego pero' che la mia
esistenza e' tutta segnata dall'incontro personale con Gesu': e' stato don
Giuseppe a mandarmi da Lui".
Accanto al celebre sacerdote apostolo "in partibus infidelium" per un
impegno preso "per tutta la vita", testimone discreta di tante relazioni
intellettuali, politiche, ecclesiastiche, coprotagonista nella fondazione e
nella direzione delle Edizioni di Storia e Letteratura, quindi dell'Archivio
italiano per la Storia della Pieta', da lei diretto a partire dal '62, ma
che aveva origini lontane (il progetto deluchiano era stato avviato gia' nel
1943, nella Roma occupata), Romana Guarnieri ha fatto tesoro degli
insegnamenti del suo maestro applicandosi sin da giovane agli studi
storico-umanistici e collaborando alle battaglie culturali deluchiane per
innalzare ponti tra le piu' svariate discipline: filologia, poesia, storia,
arti figurative, per "far cadere vecchie barriere e muri divisori", specie
quelli innalzati tra cultura laica e cattolica.
Sua poi la scoperta eccezionale nella Biblioteca Vaticana dell'inedito testo
duecentesco di Margherita Porete, Lo specchio delle anime semplici, dal
quale era derivata l'utopia eretica definita del "Libero spirito",
capolavoro di un'autrice letterata e teologa, beghina mendica e girovaga non
per necessita', ma per libera scelta, che grazie a Romana Guarnieri apparve
per la prima volta nel 1962 e da allora gode di una continua riscoperta. Ma
insieme alla Porete occorrerebbe ricordare un lungo elenco di figure da lei
approfondite come Angela da Foligno, Chiara da Montefalco, Rosa da Viterbo,
eccetera.
E faremmo torto a Romana dimenticando anche tanti suoi interventi di
attualita' ospitati su testate assai diverse, dall'"Osservatore Romano"
all'"Unita'" e a "Liberal".
*
"Riflettere e' quel che ho fatto in tutta la mia vita. Anche sul presente.
Il fatto di studiare il passato non mi ha mai confinato tra libri e carte
antiche. Certamente ha comportato far tesoro di buone letture e
interlocutori di livello, di relazioni con testimoni del nostro tempo, che
hanno arricchito le mie riflessioni. E con liberta' totale", ci diceva
Romana tempo fa.
In tutta la sua vita pero' la Guarnieri ha sperimentato soprattutto stile e
contenuti propri delle beghine del '200 e del '300 tanto studiate: una vita
consacrata in casa propria, fatta di libero studio vissuto come ascesi, di
preghiera spontanea, di isolamento, fatta di servizio personale agli altri e
alla Chiesa, e negli ultimi sei-sette anni di sofferenza (era inchiodata
alla sua carrozzina e neppure riusciva piu' a riposare su un letto).
Nonostante queste condizioni, non rinunciava alla sua consumata ironia e
autoironia, e ad una certa baldanza mostrata anche nei confronti di quanti,
credenti e non, sentiva spesso, o a coloro che poteva solo seguire
abbracciando il Cupolone stagliato ai suoi orizzonti quotidiani oltre la
vetrata davanti al tavolo di lavoro. Quel tavolo che da ieri reclama la sua
presenza. Quella scrivania coperta di faldoni, di antiche inedite
corrispondenze, di libri nuovi e antichi, davanti alla quale piu' d'una
volta (anche quindici giorni fa), mi ha spiegato il senso di tutto il suo
lavoro di "beghina" - cosi' affettuosamente anch'io la chiamavo. "Essere
beghina oggi e' continuare questa scelta di vita, stare nella Chiesa in un
angolino senza farsi vedere. Vivere nel mondo, senza essere del mondo.
Essere di tutti e di nessuno. O meglio essere di Uno solo: ma Lui -
ricordatelo - e' la liberta' assoluta".

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, sudest at iol.it,
paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 846 del 20 febbraio 2005

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