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La nonviolenza e' in cammino. 847



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 847 del 21 febbraio 2005

Sommario di questo numero:
1. Fatema Mernissi: Giuliana
2. Alberto L'Abate: Previsione e prevenzione dei conflitti armati:
riflessioni a partire dal maremoto nel sud-est asiatico
3. La "Carta" del Movimento Nonviolento
4. Per saperne di piu'

1. MAESTRE. FATEMA MERNISSI: GIULIANA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 19 febbraio 2005.
Fatema Mernissi (ma il nome puo' essere traslitterato anche in Fatima), e'
nata a Fez, in Marocco, nel 1940, acutissima intellettuale, docente
universitaria di sociologia a Rabat, studiosa del Corano, saggista e
narratrice; tra i suoi libri disponibili in italiano: Le donne del Profeta,
Ecig, 1992; Le sultane dimenticate, Marietti, 1992; Chahrazad non e'
marocchina, Sonda, 1993; La terrazza proibita, Giunti, 1996; L'harem e
l'Occidente, Giunti, 2000; Islam e democrazia, Giunti, 2002; Karawan. Dal
deserto al web, Giunti, 2004.
Giuliana Sgrena, intellettuale e militante femminista e pacifista tra le
piu' prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle
culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande importanza (tra
cui: a cura di, La schiavitu' del velo, Manifestolibri, Roma 1995, 1999;
Kahina contro i califfi, Datanews, Roma 1997; Alla scuola dei taleban,
Manifestolibri, Roma 2002; Il fronte Iraq, Manifestolibri, Roma 2004); e'
stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase
piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso. A Baghdad e' stata
rapita il 4 febbraio 2005. Dal sito del quotidiano "Il manifesto"
riprendiamo, con minime modifiche, la seguente scheda: "Nata a Masera, in
provincia di Verbania, il 20 dicembre del 1948, Giuliana ha studiato a
Milano. Nei primi anni '80 lavora a 'Pace e guerra', la rivista diretta da
Michelangelo Notarianni. Al 'Manifesto' dal 1988, ha sempre lavorato nella
redazione esteri: appassionata del mondo arabo, conosce bene il Corno
d'Africa, il Medioriente e il Maghreb. Ha raccontato la guerra in
Afghanistan, e poi le tappe del conflitto in Iraq: era a Baghdad durante i
bombardamenti (per questo e' tra le giornaliste nominate 'cavaliere del
lavoro'), e ci e' tornata piu' volte dopo, cercando prima di tutto di
raccontare la vita quotidiana degli iracheni e documentando con
professionalita' le violenze causate dall'occupazione di quel paese.
Continua ad affiancare al giornalismo un impegno anche politico: e' tra le
fondatrici del movimento per la pace negli anni '80: c'era anche lei a
parlare dal palco della prima manifestazione del movimento pacifista"]

Da giorni, ogni giorno, abbiamo notizie sul rapimento di Giuliana Sgrena, e
l'abbiamo vista nel filmato che tutte le televisioni satellitari stanno
trasmettendo nel mondo arabo-islamico: le siamo tutti vicini, grazie a
questo tipo di informazione possiamo anzi essere tutti vicini fra noi, che
desideriamo la pace e che lavoriamo per il dialogo libero e il confronto
pacifico. Le tecnologie satellitari ci portano sempre piu' vicini, siamo
accanto a voi anche oggi nella manifestazione per la pace e per la
liberazione di Giuliana, Florence e Hussein.

2. RIFLESSIONE. ALBERTO L'ABATE: PREVISIONE E PREVENZIONE DEI CONFLITTI
ARMATI: RIFLESSIONI A PARTIRE DAL MAREMOTO NEL SUD-EST ASIATICO
[Ringraziamo di cuore Alberto L'Abate (per contatti: labate at unifi.it) per
averci messo a disposizione la sua comunicazione predisposta per il Forum
del movimento contro la guerra che si terra' a Firenze dal 25 al 27 febbraio
2005. Alberto L'Abate e' nato a Brindisi nel 1931, docente universitario,
promotore del corso di laurea in "Operazioni di pace, gestione e mediazione
dei conflitti" dell'Universita' di Firenze, amico di Aldo Capitini, e'
impegnato nel Movimento Nonviolento, nella Peace Research, nell'attivita' di
addestramento alla nonviolenza, nelle attivita' della diplomazia non
ufficiale per prevenire i conflitti; ha collaborato alle iniziative di
Danilo Dolci e preso parte a numerose iniziative nonviolente; come
ricercatore e programmatore socio-sanitario e' stato anche un esperto
dell'Onu, del Consiglio d'Europa e dell'Organizzazione Mondiale della
Sanita'; ha promosso e condotto l'esperienza dell'ambasciata di pace a
Pristina, ed e' impegnato nella "Campagna Kossovo per la nonviolenza e la
riconciliazione". E' portavoce dei "Berretti Bianchi". Tra le opere di
Alberto L'Abate: segnaliamo almeno Addestramento alla nonviolenza,
Satyagraha, Torino 1985; Consenso, conflitto e mutamento sociale, Angeli,
Milano 1990; Prevenire la guerra nel Kossovo, La Meridiana, Molfetta 1997;
Kossovo: una guerra annunciata, La Meridiana, Molfetta 1999; Giovani e pace,
Pangea, Torino 2001]

Durante un nostro recente viaggio in India e' avvenuto il maremoto che ha
colpito alcuni paesi del sud-est asiatico con un numero di morti
inimmaginabile. Inizialmente si parlava di 150.000, ora si parla addirittura
di 250.000. Questo disastro ha colpito anche la parte occidentale
dell'India, lo stato del Tamilnadu, ed in particolare la zona di
Nagapattinan (tra le piu' colpite dell'India), in cui si trovava, quel
giorno, una nostra amica che era venuta a visitare un progetto di aiuto
comunitario portato avanti da un gruppo di gandhiani nostri amici. Per sua e
nostra fortuna lei ed i nostri amici si sono  salvati, ma molti degli
abitanti di quel paese e di altre zone colpite dal disastro sono invece
morti.
Questo ci ha fatto riflettere sulle ragioni di un tale disastro, e se fosse
stato possibile evitare almeno una parte di quei tanti morti dei vari paesi
colpiti da questo disastro; e mi ha fatto anche pensare a tutti i morti che
avvengono nelle guerre e nei conflitti armati, e se - anche in questo caso -
non sarebbe possibile evitare almeno una parte di queste morti.
Secondo un giornalista indiano la forza sprigionata dal terremoto
sottomarino che ha provocato quel fenomeno che gli indiani, riprendendo un
termine giapponese, hanno chiamato "tsunami" (in italiano "onde nel porto")
equivale ad oltre mille bombe tipo quella di Hiroshima, ed anche se alcuni
critici hanno detto che le bombe atomiche, oltre all'effetto immediato,
hanno anche un effetto a lungo termine come lo sviluppo di malformazioni e
di cancro che questo fenomeno non dovrebbe avere, anche questo confronto ci
ha  portato a pensare alle similitudini tra i disastri provocati da questo
fenomeno e quelli invece provocati dalle guerre e dai conflitti armati, con
gli oltre 250.000 morti, senza contare quelli successivi, delle due bombe su
Hiroshima e Nagasaki.
*
Prevedere e prevenire e' possibile
Quello che e' successo ha tutte le caratteristiche di quei disastri naturali
che e' considerato impossibile prevedere e prevenire. Ma in realta' su tutti
i giornali dell'India e' apparsa la notizia che disastri di questo tipo sono
prevedibili, tanto che il governo indiano ha poi deciso di costituire un
servizio speciale per la previsione, con gli altri paesi dell'area, di
fenomeni di questo tipo. E la corretta previsione del fenomeno puo' portare
almeno ad avvisare in tempo le persone ed a permettere a molti di loro, con
l'aiuto di un valido servizio di protezione civile che in India sembra
ancora carente, di mettersi in salvo.
Alcuni esempi:
1) la figlia del presidente di quella organizzazione gandhiana di cui
parlavo prima, che studia in un college in vicinanza del mare, appena
sentiti strani rumori dalla sua stanza al secondo piano si e' affacciata
alla finestra, ha visto le immense onde del mare (si parla di una altezza di
oltre nove metri) avvicinarsi, ha chiamato le compagne che incontrava ed de
scappata al piano superiore. Lei e le altre compagne che l'hanno seguita si
sono salvate, le altre che sono restate nei piani inferiori sono state
travolte dalle acque e sono morte;
2) in un articolo intitolato Una telefonata ha salvato un intero villaggio,
del giornale "The Hindu" del primo gennaio 2005, si narra del fatto che un
volontario di un progetto di informazione nei villaggi dell'area di
Nagapattinan che si era trasferito a Singapore, appena visto il maremoto in
azione in quella zona, ha telefonato ai suoi vecchi compagni di lavoro
avvisandoli del pericolo imminente. Attraverso altoparlanti e sirene gli
abitanti di quel villaggio sono stati avvisati di evacuare le loro
abitazioni. Il risultato e' stato che nessuna persona del villaggio e'
restata vittima del maremoto;
3) un'altra notizia sulla possibile prevenzione di  morti e' riportata dal
giornale "The Hindu" del 31 dicembre 2004. Si parla del fatto che intere
comunita' tribali che ci vivono, o altre persone che appena sentito il
pericolo si sono recate nelle foreste vicine al mare, si sono salvate grazie
alla protezione degli alberi della foresta, mentre le altre che si trovavano
nelle zone senza alberi sono state trascinate in mare e sono morte. Il
titolo dell'articolo e' infatti Dove le foreste hanno salvato la
popolazione.
E questo fa venire in mente gli immensi danni ecologici causati dalle
multinazionali che hanno promosso, in vari paesi del terzo mondo, ed anche
in molte aree del Tamilnadu ed in altre zone dell'India, la coltivazione
industriale di gamberi. Infatti per costruire le vasche dove questi animali
vengono allevati, vengono spesso distrutte le foreste di Mangrovie (che la
popolazione locale chiama "gli alberi che salvano le persone") che
riparavano i villaggi da fenomeni di questo tipo, lasciando percio' la
popolazione del tutto in balia degli eventi naturali.
Altre notizie sui danni arrecati da queste multinazionali si trovano in un
rapporto fatto dalla Coastal Action Network, una ong che si occupa di
monitorare le coste. In questo si accusa le multinazionali interessate alla
coltivazione industriale dei gamberi di aver eliminato, per costruire le
vasche nelle quali questi animali sono allevati, le dune che si trovavano in
molte spiagge, togliendo cosi' una ulteriore protezione alle popolazioni che
vivono in quelle zone.
Questo ci fa pensare all'importanza della lotta nonviolenta contro questi
impianti portata avanti per anni dai nostri amici Jagannathan e Krishnammal
(su questa lotta si veda il bel  libro di una ecologa italiana, Laura Coppo:
Terra, gamberi, contadini ed eroi, Editrice Missionaria Italiana, Bologna
2002, recentemente tradotto e pubblicato in inglese, con una presentazione
di Vandana Shiva).
Altri danni, documentati dagli ecologi indiani, che hanno reso molto piu'
vulnerabili le coste di questo paese ed aumentato il numero di morti e di
sfollati a causa del maremoto, sono venuti dal non rispetto della legge che
prevede che non si possano fare costruzioni  a meno di 500 metri di distanza
dal mare. In realta' moltissime costruzione sono state fatte, secondo una
scienziato indiano, M. S. Swaminathan ("The Hindu", 10 gennaio 2005), molto
piu' vicino al mare, cercando di modificare la legge portando il confine a
200 metri, e questo ha tolto una ulteriore protezione alle popolazioni della
zona ed aumentato il numero di persone a rischio.
*
Economia ed ecologia
Tutto questo fa vedere come anche fenomeni  considerati "naturali" ed
"ineluttabili" possono essere previsti, alla peggio anche con una cosiddetta
"segnalazione precoce" come quella del volontario di Singapore, ed almeno le
loro conseguenze piu' nefaste possono essere prevenute. Se poi ricerche piu'
approfondite mostrassero un legame, anche se indiretto, di questi fenomeni,
che in questi ultimi anni si sono succeduti con una certa frequenza in varie
parti del mondo, con l'inquinamento ambientale portato avanti
dall'industrializzazione dei paesi avanzati, il problema e l'urgenza di
lavorare per la prevenzione diventerebbe ancora piu' pressante ed urgente.
Questa industrializzazione sta creando grossissimi problemi a livello
mondiale (aumento del calore della crosta terrestre, scioglimento delle
calotte glaciali artiche, innalzamento dei livelli dei mari, cambiamenti
climatici rapidissimi, ecc.) che hanno sicuramente effetti nocivi per la
sopravvivenza della biosfera terrestre, e che possono essere legati anche
alla frequenza di fenomeni di questo tipo.
A questi danni contribuisce anche l'India che sta cercando di entrare, molto
rapidamente, all'interno del novero dei paesi industrializzati, a costi
umani altissimi (e' la quarta potenza economica mondiale con un tasso di
sviluppo economico annuo, di tipo neoliberista, di circa il 10% - nei
settori dell'informatica, del tessile, delle automobili, delle costruzioni,
ecc. - ma  con una completa "deregulation" stradale che fa si' che, dopo la
Cina, sia il paese con la massima mortalita' per incidenti stradali, e che
trascura del tutto le spese sociali, tanto che ha tassi di mortalita'
neonatale ed infantile tra i piu' alti del mondo.
Percio', al di la' della retorica, se si vuole realmente rendere omaggio
alle tante vittime di questo disastro ed alle moltissime migliaia di persone
che sono restate senza tetto e che sono dovute scappare in zone distanti dal
loro villaggio, non basta commuoversi ed aiutare le popolazioni colpite da
questo fenomeno, ma bisogna anche aiutarle ad organizzarsi, per lottare, con
la nonviolenza, come hanno gia' cominciato a fare, contro questo modello di
sviluppo che le sta rendendo sempre piu' povere ed emarginate (si veda -
chiedendolo al sottoscritto - il bel film sulle lotte delle popolazioni
native del Kerala contro l'impianto di Coca Cola che stava rovinando
completamente l'economia e la salute degli abitanti di quel villaggio), e'
questo un  insegnamento che dovremmo  tener presente e non dimenticare.
*
Educare alla nonviolenza
Ma passiamo ora a prendere in analisi il fenomeno guerra ed i conflitti
armati.
Anche questi, spesso, sono considerati fenomeni naturali, legati alla natura
umana che, da molti, e' ritenuta violenta.
Moltissime persone, non solo in India ma anche nel nostro paese, non
conoscono la dichiarazione di Siviglia (Spagna) che contesta molto
seriamente questa "naturalita'" della guerra e questo suo legame con una
"natura violenta" dell'uomo. Questa e' stata  scritta, per conto
dell'Unesco, da un gruppo di scienziati di fama mondiale di tutto il mondo e
di tutte le rilevanti discipline. Nella versione piu' semplificata, adatta a
bambini di scuole elementari, gli allievi del nostro corso e quelli di noi
che si occupano di educazione alla pace, per rispondere alla richiesta
dell'Unesco e dell'Onu, di dedicare il decennio 2001-2010 alla necessaria
educazione  delle nuove generazioni alla pace ed alla nonviolenza, stiamo
cercando, come corso di laurea per operatori di pace e come ong dell'area
nonviolenta e pacifista del nostro paese, con l'aiuto di un certo numero di
amministrazioni locali interessate alla educazione alla pace, di farla
conoscere  in molte  scuole.
*
Prevedere i conflitti armati
Ma anche nel nostro paese, ed in molti altri, la previsione dei conflitti
armati, come quella degli "tsunami", e' ad uno stadio quasi del tutto
inesistente.
Eppure dopo fenomeni tipo quelli del maremoto e dopo le guerre tutti
diventano buoni e si danno da fare, con finanziamenti, aiuti umanitari,
contributi vari per la ricostruzione delle case, per l'assistenza ai bambini
orfani, per la creazione di nuovi tessuti sociali, ecc., per superare i
danni provocati da questi fenomeni.
Ma per la previsione di questi non si spende, e non si e' speso, nemmeno un
euro. In Europa, ad esempio, le prime ad occuparsi di quella che viene
definita la "segnalazione precoce" dei possibili conflitti armati sono state
le ong che, in circa 300, si sono riunite in un coordinamento europeo per la
prevenzione dei conflitti armati e si sono.date da fare in questo campo (si
veda, ad esempio, il libro: European Centre for Conflict Prevention:
Searching for Peace in Europe and Eurasia: an Overview of conflict
prevention and peacebuiling activities, Lynne Rienner Publ., Boulder, London
2002).
In seguito a questo la Comunita' Europea e poi l'Osce (l'Organizzazione per
la Sicurezza e la Cooperazione Europea) hanno  anche loro deciso di
occuparsene e si sono attrezzate, piu' o meno bene, per rispondere a questa
esigenza.
Ma mentre nen campo del clima la previsione dei fenomeni atmosferici, cui
era interessata soprattutto l'aeronautica militare, ha fatto passi da
gigante tanto che le previsioni fatte attualmente sono incomparabilmente
piu' valide di quelle che venivano fatte, ad esempio, circa venti anni fa,
nel campo della previsione dei conflitti armati siamo ancora ad uno stato di
quasi analfabetismo.
Noncuranza o interessi piu' grandi da salvaguardare delle multinazionale che
costruiscono armi?
*
Alcuni indicatori
Dal punto di vista delle attivita' portate avanti finora in questo settore
si stanno cercando degli indicatori validi che possano dare dei segnali
importanti sulla possibilita' di esplosione di una guerra o di un conflitto
armato in uno stesso paese (questi ultimi stanno diventando sempre piu'
frequenti).
1) Tra questi indicatori va sicuramente preso in considerazione il livello e
l'aumento degli squilibri tra ricchi (come persone e come paesi) e poveri.
Questi ultimi subiscono quella che Galtung (si veda, ad esempio, il suo
libro, Pace con mezzi pacifici, pubblicato in Italia dalla Editrice Esperia,
Milano 2000) ha definito la violenza strutturale (che e' molto piu'
pericolosa, anche perche' meno visibile, di quella diretta), ma quando
avviene qualche fatto che eccede la capacita' della sopportazione di questi
squilibri e di queste ingiustizie i poveri normalmente esplodono,
difficilmente con la nonviolenza, che spesso non e' stata loro insegnata, o
che considerano una forma di acquiescenza al potere. E la risposta del
governo, e della classe al potere, anche nei paesi cosiddetti democratici
(che spesso lo sono solo di facciata), e' quella di incrementare la
repressione, il che momentaneamente riporta la situazione allo stato
precedente, ma fino al momento in cui qualche nuova ingiustizia ed abuso fa
esplodere di nuovo la protesta violenta. Ed il ciclo ricomincia.
2) Un secondo indicatore importante e' quello della spesa militare,
specialmente se confrontata con quella sociale, ed anche qui il suo
andamento. L'aumento della spesa per armamenti va spesso a danno di quella
sociale, e questo, da una parte, tende a peggiorare la situazione della
popolazione piu' povera, con il rischio di una sua esplosione come accennato
prima, dall'altro il suo aumento e' fortemente correlato alla frequenza
delle guerre e dei conflitti: le armi non sono fatte per restare
inutilizzate, anche perche' la scoperta di nuove armi tende a renderle
presto obsolete (si veda, su questo, C. Lamonaca, Piu' armi per tutti. I
dati del commercio mondiale delle armi, in Guerra e mondo. Annuario
geopolitico della pace 2004, I libri di Terre di Mezzo, Milano 2004).
Altri indicatori possibili, sono: 3) il livello di scontri razziali e tra
diversi gruppi etnici, ed anche qui il loro andamento. Un incremento rapido
di questi fenomeni e' un indicatore estremamente importante di una possibile
esplosione di un conflitto armato ed anche  di una guerra civile.
Altri indicatori importanti possono essere: 4) il livello di bullismo nelle
scuole, o 5) di mobbismo nelle fabbriche, o 6) fenomeni di sopraffazione e
di conflitti che possono nascere in certi quartieri della citta', ed anche
in questo caso il loro andamento.
La frequenza di questi ultimi fenomeni e' un importante indicatore della
diffusione di una cultura violenta a livello generale.
In questo campo, purtroppo, nel nostro paese, il livello di questi fenomeni,
ed il loro andamento, e' molto preoccupante, e fa vedere un incremento della
violenza da parte dei giovanissimi, tanto che spesso la mafia  (una delle
organizzazioni criminali per le quali il nostro  paese e' tristemente
famoso) ricorre per i crimini peggiori proprio a bambini che non possono
essere puniti come i grandi.
*
Un'esperienza
Non e' questa la sede per vedere tutti i possibili indicatori che possono
servire a segnalare precocemente l'esplodere di un conflitto armato.
Vorrei solo aggiungere due commenti:
I. data la situazione attuale e la tendenza a nascondere fenomeni che
possono danneggiare l'immagine all'estero dei propri paesi ci vorranno molti
anni perche' si arrivi ad avere dati validi e comparabili su questi
fenomeni;
II. In attesa di questi puo' essere interessante l'attenta osservazione di
quelli che nel campo medico si chiamano gli "eventi sentinella" che anche un
buon giornalista o un attento osservatore puo' rilevare.
Sono quei fenomeni di tale rilevanza che possono servire a prevedere un
certo possibile andamento futuro, ad esempio il sorgere e lo svilupparsi di
una epidemia, in campo medico, o, nel nostro caso, lo svilupparsi di un
conflitto.
Un esempio di questo possiamo prenderlo  dalla nostra esperienza di lavoro
nel Kossovo, durante un congedo universitario di due anni avuto per studiare
quel problema e cercare di trovare soluzioni pacifiche al conflitto. Si
vedano, su questo: A. L'Abate, Kossovo: una guerra annunciata, La Meridiana,
Molfetta (Bari), II edizione 1999 (la prima edizione, con altro titolo, ma
dalla stessa casa editrice,  e' del 1997); il numero speciale della rivista
"Religioni e Societa'", Kossovo: conflitto e riconciliazione in un crocevia
balcanico, Rosenberg & Sellier, anno XII, n. 29;  e il mio saggio La
prevenzione dei conflitti armati a livello macro: il caso del Kossovo, nella
rivista "Servitium", novembre-dicembre 2001).
Nel Kossovo, per lottare contro l'annullamento incostituzionale da parte
della Serbia delle forti autonomie di tipo statuale che questa regione aveva
in precedenza, e contro  l'occupazione militare e poliziesca successiva a
questa operazione, tra i kosovari di etnia albanese si era sviluppata una
forte lotta nonviolenta (attraverso marce, digiuni, scioperi e
manifestazioni varie, ed attraverso la costituzione di un governo
parallelo).
Ma tra i sostenitori della nonviolenza come azione diretta (marce, sit-in,
ecc.) e quelli invece del governo parallelo (era stato istituito un governo
alternativo, raccogliendo tasse e organizzando le scuole albanesi, di ogni
ordine e grado, ed anche servizi sociali e sanitari alternativi a quelli
della Serbia) non c'era un accordo di fondo sui modi per liberarsi dal giogo
della Serbia.
I sostenitori dell'azione diretta nonviolenta temevano che queste attivita'
alternative servissero a pacificare la zona, a far credere che tutto andasse
bene, che non ci fosse alcun conflitto, ed in fin dei conti servissero ai
serbi a risparmiare fondi per i servizi forniti dal governo parallelo. Che
andassero percio' a favore dei serbi.
I sostenitori del governo parallelo (una delle tecniche piu' importanti
della nonviolenza) temevano che il ricorso ad azioni dirette, anche se
nonviolente, dato che la popolazione albanese non era preparata ad una lotta
di massa nonviolenta, avrebbe portato i militari e la polizia serba ad usare
la violenza contro di loro, e che questo, a sua volta, avrebbe portato gli
albanesi a reagire violentemente, facendo incrementare la violenza dei
militari e della polizia serba contro di loro. E che, dati gli squilibri di
forze, tutti a favore dei serbi, questo avrebbe potuto portare ad una
carneficina, a danno degli albanesi, e percio' ad una loro definitiva
sconfitta.
Un tentativo di superare questa distinzione tra questi due modi di lottare,
e di elaborare una strategia comune che permettesse di unire queste due
forme di lotta nonviolenta, era fallito  per problemi tecnici.
Al nostro  (mio e di mia moglie) ritorno in Kossovo dopo un periodo in
Italia (i serbi non ci hanno mai dato un permesso di soggiorno per lavoro,
percio' ogni tre mesi eravamo costretti a tornare in Italia) una amica
giornalista del Kossovo ci racconto' cosa era avvenuto a Dreniza, dopo
l'uccisione, da parte della polizia serba, di due militanti dell'Uck (un
esercito di liberazione armato che si era formato nel frattempo). Per la
prima volta, per commemorare i due morti, un militante di questo esercito si
era presentato pubblicamente a volto scoperto ed aveva invitato la
popolazione albanese a prendere le armi per la liberazione del loro paese. E
le circa 20.000 persone presenti avevano risposto con una ovazione alzando
le mani in appoggio all'invito. Questo fu per noi il segnale che ormai la
guerra stava per esplodere - come e' avvenuto - e che la lotta nonviolenta,
di qualsiasi tipo questa fosse, era superata, soppiantata da una lotta
armata che avrebbe portato, con l'aiuto della Nato e dei paesi occidentali,
che invece non si erano mai mossi realmente in appoggio alle lotte
nonviolente, alla liberazione del Kossovo. Quanto avvenuto a Dreniza ci
apparve appunto come l'"evento sentinella" che segnalava il passaggio da una
lotta a lungo termine ma sostanzialmente nonviolenta ad una armata che
portera', appunto con l'aiuto della Nato, alla liberazione del Kossovo
dall'occupazione militare serba, ma non affatto alla soluzione dei problemi
di questa area che sono sempre molto grandi e rischiano, ogni giorno, di far
riesplodere il conflitto armato (su  questo fenomeno della segnalazione
precoce nel Kossovo si veda il mio articolo Prevenire la guerra del Kossovo,
pubblicato nel giornale "Il manifesto" nel settembre 1997, ed in forma piu'
ampia nella rivista "Mosaico di pace" nell'ottobre 1997).
*
Dalla previsione alla prevenzione dei conflitti armati
Ma passiamo ora al problema della prevenzione.
Abbiamo gia' visto i grossi problemi di una valida previsione, e le sue
difficolta'.
Questo e' del resto vero anche per quanto riguarda i maremoti se un giornale
americano ("The New York Times") ha potuto scrivere che il 75% delle
segnalazioni precoci di questo fenomeno erano sbagliati. Ed una segnalazione
sbagliata crea molti problemi e svuota il valore di questi avvisi, togliendo
loro la fiducia delle popolazioni che poi, ad una segnalazione reale,
tenderanno a non rispondere positivamente. Qualche cosa di simile e'
avvenuto anche in India per una segnalazione da parte di membri del governo
stesso che hanno portato ad un grande panico tra la popolazione, ad una
grande confusione ed anche a grosse difficolta' nei lavori di aiuto alle
vittime del maremoto (si vedano i fascicoli di "The Hindu" del 2, 3, 4
gennaio 2005).
Ma il grosso problema, anche se queste segnalazioni fossero valide, e' il
passaggio dalla previsione alla prevenzione vera a propria.
Il distacco tra questi due aspetti dell'intervento e' spesso molto grande.
Un esempio di questo distacco puo' venire dallo stesso Kossovo.
Gia' nel 1992, un anno prima dell'esplosione della guerra jugoslava, una
organizzazione svedese, il Transnational Fund for Future Research and Peace,
studiando a fondo la situazione di quell'area, aveva concluso che c'era il
grosso rischio dell'esplosione di un conflitto armato, ed aveva anche fatto
una serie di proposte molto valide per la soluzione pacifica del conflitto,
non molto diverse da quelle che porteranno, in seguito, alla fine del
conflitto armato (che pero' ha poi provocato migliaia di morti da ambo le
parti del fronte, e creato problemi successivi di convivenza tra gruppi
etnici e linguistici diversi che sono ancora aperti). Ed aveva scritto un
documento, molto importante, sulla prevenzione della guerra nel Kossovo.
Noi, come attivita' dell'Ambasciata di Pace che avevamo costituto nel 1994,
con la Campagna per una soluzione nonviolenta nel Kossovo e con l'aiuto
finanziario degli Obiettori di coscienza alle spese militari, dopo percio'
che le altre guerre in Jugoslavia si erano sviluppate e completate ma prima
che esplodesse invece il conflitto armato per il Kossovo, sulla base delle
proposte di questa organizzazione e di quelle di altre organizzazioni che si
erano occupate del problema con lo stesso scopo di prevenire l'esplosione
del conflitto armato, abbiamo presentato alcune proposte per la prevenzione
della guerra in un incontro speciale, presso il Parlamento Europeo, nel
1996, dedicato alla prevenzione dei conflitti armati, che ha dato vita ad un
organismo dedicato proprio a questo problema. Questo riprendera' molte delle
nostre proposte e le presentera' ufficialmente all'Unione Europea, ma
nessuna di queste verra' messa in pratica, e questo portera', nel 1998, allo
scoppio della guerra per il Kossovo con le conseguenze prima indicate.
Anche qui c'e' da porsi il problema delle ragioni per questa sordita'.
Semplice incapacita' a comprendere le ragioni della pace, o grandi interessi
per lo sviluppo della guerra?
*
Cosa fanno le istituzioni?
E' certo che gli sforzi che fanno i vari paesi, di tutte le parti del mondo,
per la prevenzione dei conflitti armati sono infinitamente inferiori a
quelli fatti per prepararsi e per fare le guerre.
Sulla base dei nostri studi sulle principali proposte fatte per prevenire il
conflitto del Kossovo, e di un calcolo della spesa che questo lavoro ha
implicato, e di quella invece per fare la guerra, abbiamo potuto concludere
che per la prevenzione (ma in gran parte sostenuta non dai governi ma da
ong) si e' speso 1 euro contro  ogni 140 euro spesi invece (questi in gran
parte dai governi o da organizzazioni internazionali governative), per fare
la guerra, per gli aiuti umanitari per i kossovari espulsi dalla zona
durante la guerra, e per la ricostruzione del paese finita questa.
E' uno squilibrio immenso che sta aumentando giorno per giorno se si pensa
alle immense spese sostenute dalle Nazioni Unite per il governo attuale
della zona che non si sa quando finira' perche' la turbolenza ancora
presente nell'area non lascia presagire la fine della presenza
internazionale.
In questo caso la segnalazione precoce c'era stata, ma non si e' fatto nulla
per prevenire il conflitto armato. Eppure il segretario generale delle
Nazioni Unite, Kofi Annan, ha scritto pagine importanti sulla necessita'
della prevenzione dei conflitti armati, e cominciano ad esserci dei primi
studi molto seri su come questa dovrebbe avvenire (si veda, ad esempio, il
lavoro della Carnegie Foundation, Preventing deadly conflicts, New York
1997).
Ma se i governi continuano ad essere cosi' sordi rispetto a questo tema, e
gli squilibri tra spese per la prevenzione dei conflitti armati e quelle
invece per portarli avanti continuano ad essere cosi' alti a vantaggio di
questi ultimi, e' sicuro che avremo un futuro pieno di guerre e di conflitti
armati.
*
L'intervento civile
Prima di chiudere vorrei fare un accenno sui problemi dell'intervento nelle
zone in cui questi disastri, sia il maremoto che la guerra, sono avvenuti, e
sul possibile utilizzo (oltre che per la prevenzione dei conflitti armati,
che sarebbe il loro compito specifico, anche per queste attivita' di aiuto
alle popolazioni colpite da questi flagelli) degli Shanti Sena (Corpi di
pace), che Gandhi, Vinoba e Jayaprakash Narayan avevano promosso (si vedano:
C. Walker, A World Peace Guard. An Anarmed Agency for Peacekeeping, Academy
of Gandhian Studies, Hyderabad A. P. 1981; e Ramjee Singh, Shanti Sena: A
guide Book, Serva Seva Sangh-Prakashan, Rajghat, Varanasi 2003) e che
l'Europa, come impegno della sua nuova Costituzione, sta cercando di portare
avanti.
Ma prima vorrei accennare ad un avvenimento che mi ha fatto molto riflettere
in questi ultimi anni e che secondo me e' significativo per capire, da una
parte, l'importanza di questi organismi, dall'altra invece la riluttanza di
molti governi, in questo caso europei, di occuparsi seriamente del problema
della prevenzione dei conflitti armati.
Si e' tenuto ai Parigi nell'ottobre 2001, in una sala del Parlamento
Francese, un convegno su "L'intervention Civile: Une Chance Pour La Paix"
(Intervento civile: una opportunita' per la pace). Il colloquio era
organizzato dal Comitato francese per l'intervento civile di pace (cui
partecipano varie ong di quel paese ed anche il partito verde francese), e
dall'Istituto di ricerca sulla risoluzione nonviolenta dei conflitti,
diretto da Jean-Marie Muller, uno dei principali studiosi francesi di
nonviolenza.
Non parlero' qui del convegno sul quale ho gia' scritto altrove (si vedano
le mie dispense "Sociologia dei conflitti e ricerca per la pace", Centro
Stampa Toscana Nuova, Firenze, anno accademico 2001/2002) Ma vorrei
sottolineare solo alcuni elementi emersi dalle relazioni, e soprattutto dal
dibattito molto franco tra le componenti istituzionali e quelle delle ong,
che mi sembrano molto istruttivi.
Il Ministero della Difesa francese ha preso atto della importanza
dell'intervento civile tanto da creare al suo interno anche un Dipartimento
sull'intervento militare-civile, ed un altro su quello civile-militare. Ma
concepisce questi tipi di intervento come subordinati a quello militare.
Nelle parole di un suo rappresentante "l'intervento civile e' spesso fatto
grazie a mezzi ed attrezzature messe a sua disposizione dai militari".
Al contrario le ong organizzatrici insistono sulla necessita' di una
completa autonomia dell'intervento civile da quello militare che partono,
nelle parole di Jean-Marie Muller, "da due logiche completamente diverse",
non escludendo una loro complementarita' e collaborazione, ma sullo stesso
piano e non subordinando quelle civili a quelle militari.
Questo problema e' emerso chiaramente anche nel dibattito tra uno dei due
esperti del ministero francese della difesa ed il pubblico.
Nella sua relazione questi aveva detto chiaramente che nelle situazioni di
crisi internazionale si possono ipotizzare tre fasi:
1) la prima e' quella dell'intervento armato;
2) la seconda quella della ricerca di soluzioni politiche;
3) la terza quella della ricostruzione.
L'intervento dei civili viene visto come importante soprattutto nella
seconda e nella terza fase.
Alle rimostranze di alcuni dei partecipanti al colloquio sul fatto che cosi'
si metteva del tutto in secondo piano una delle fasi piu' importanti del
conflitto, quella nel quale l'intervento di corpi civili di pace puo' essere
cruciale, e cioe' la prevenzione della scalata del conflitto e
dell'esplodere stesso del conflitto armato, che deve venire prima delle tre
fasi su delineate, l'esperto in questione prima non ha risposto, glissando
sull'argomento; poi, sollecitato a voce dal pubblico presente a dire la sua
su questo argomento, ha riconosciuto l'importanza del problema ma ha detto
che questo e' un problema politico che deve essere risolto in sede
parlamentare e governativa, e non dal suo Ministero. Ma ha anche aggiunto
che, secondo lui, il dibattito politico sull'intervento militare o meno e
sulla prevenzione dei conflitti armati e' estremamente carente a livello del
parlamento francese e che loro (i militari) avrebbero preferito, prima di
essere coinvolti in un intervento nel quale le loro vite sono messe a
rischio, un maggiore approfondimento di questa tematica che sembra invece
messa in secondo piano dagli stessi politici.
Se pensiamo al dibattito del 7 novembre 2001 al parlamento italiano (alla
Camera dei Deputati) ed all'appiattimento di questo, a stragrande
maggioranza, su posizioni di appoggio all'intervento dell'Italia nella
guerra in Afghanistan, senza nemmeno prendere in considerazione le possibili
obiezioni, non c'e' che da dargli ragione e vedere la pochezza di questo
dibattito anche nel nostro paese.
In complesso si puo' dire che il dibattito al parlamento francese e' stato
molto utile anche perche' ha messo a nudo le resistenze dell'establishment
nei riguardi dell'intervento civile nei conflitti armati che viene si'
considerato sempre piu' importante (su questo tipo di intervento si veda
anche la mia relazione al congresso internazionale dell'Ipri a Malta,
pubblicata in India ed negli Usa nella sua versione in inglese originale:
"Forze nonviolente di interposizione. Sono possibili interventi nonviolenti
efficaci nei conflitti armati?", la cui traduzione italiana e' apparsa nel
libro curato da Antonino Drago e Matteo Soccio, Per un modello di difesa
nonviolento: Cosa ci insegna il conflitto nella Ex-Jugoslavia?, Editoria
Universitaria, Venezia 1995)  tanto da riconoscergli lo spazio di dibattito
all'interno del parlamento francese stesso, ma che viene anche subordinato a
quello militare considerato come quello fondamentale che deve dirigere anche
l'altro.
E questo segnala il grande lavoro ancora da fare, non solo in Francia ma
anche in altri paesi, non solo europei, per far comprendere la necessita' di
una autonomia e di una non subordinazione dell'intervento civile a quello
militare, che possono e devono sempre piu' collaborare reciprocamente per la
difesa del paese - che e' l'unica forma di uso della forza armata ammessa
dalla nostra Costituzione - ma senza subordinare quello civile a quello
militare, come sottolineato ripetutamente dagli organizzatori del colloquio
stesso.
Ma vediamo meglio cosa sono e cosa possono essere questi corpi.
*
I corpi civili di pace
L'India, primo paese del mondo, ha avuto l'esperienza degli Shanti Sena
(Corpi di Pace), che erano stati promossi da Gandhi, Vinoba e Jayaprakash
Narayan, i due principali collaboratori e seguaci di Gandhi. Questi corpi
sono intervenuti in molte localita' di questo paese per prevenire o superare
conflitti interreligiosi, per convincere i "banditi" a lasciare le armi e
passare alla ricerca di soluzioni pacifiche ai loro problemi, per promuovere
la comprensione reciproca tra gruppi etnici diversi, per aiutare la
popolazione durante situazioni di emergenza, ed in altre situazioni simili
(si veda, su questo, anche N. Desai, Toward a nonviolent revolution, Serva
Seva Sangh, Prakastan, Rajghat, Varanasi 1972).
Ma anche se Gandhi stesso prevedeva la possibilita' di un impegno a pieno
tempo di un certo numero di persone che lavorassero in questi corpi (si veda
R. Singh, Shanti Sena: a guide book, Sarva Seva Sangh, Prekashan, Rajghat,
Varanasi 2001, 2003, p. 8) attualmente in India questo impegno e' lasciato a
giovani studenti volontari, e alle donne dei gruppi di autoaiuto. Questo
impegno volontario e' sicuramente molto importante per avere risultati
positivi dalle attivita', ma fa anche sorgere problemi di coordinamento tra
i diversi gruppi che operano, di continuita' del lavoro (un volontario non
puo' restare impegnato a lungo tempo a causa del suo normale lavoro da
portare avanti), della mancanza di una formazione professionale specifica,
ed infine della carenza di strutture logistiche ed apparecchiature spesso
molto costose, che gruppi volontari non si possono permettere, ma che sono
necessarie in molte occasioni. Se gli Shanti Sena indiani fossero stati ben
equipaggiati e finanziati, organizzati e ben preparati, l'intervento umanita
rio nelle zone del maremoto sarebbe stato molto  piu' efficace di quanto sia
stato in realta'. E' questo un dato di fatto che nessuno, in India, ha avuto
il coraggio di contestare.
Per quanto riguarda i conflitti armati, in uno studio che abbiamo fatto sui
risultati degli interventi nonviolenti in questi conflitti, gia' citato,
abbiamo potuto vedere che essi sono stati realmente efficaci in varie
situazioni (Algeria, Cina, Filippine, ecc.) anche quando sono stati portati
avanti spontaneamente da popolazioni locali non preparate ad una lotta ed
una resistenza nonviolenta, come e' successo nella maggior parte di questi
casi. Gene Sharp, il famoso studioso di nonviolenza (si vedano i suoi tre
volumi su Politica dell'azione nonviolenta, Edizioni Gruppo Abele, Torino
1985-1997) pone, nei suoi scritti, il problema che, se questi interventi
spontanei e non preparati, fossero stati, o fossero, aiutati da un certo
numero di persone a pieno tempo, ben preparati all'uso di tecniche
nonviolente di intervento, e con una strategia ben studiata, i risultati
positivi ottenuti sarebbero stati, o sarebbero, molto maggiori. Con questa
idea in mente stiamo lavorando, a livello italiano ed europeo, per avere
almeno un certo numero (per il momento, a livello europeo, si sta pensando a
circa 2.000 persone, come primo inizio) di persone a pieno tempo in questi
Corpi Civili di Pace, per aiutare le organizzazioni volontarie che gia'
lavorano in questo campo a coordinarsi meglio tra di loro e ad essere piu'
efficaci.
In Italia c'e' gia', per legge, un "servizio civile di pace" della durata di
un anno, pagato, sia pur abbastanza poco, che puo' operare in progetti
riconosciuti sia in Italia che in altri paesi. Ma questi sono giovani, di
ambo i sessi, sotto i 26 anni, con scarsa esperienza di conflitti e di
prevenzione e risoluzione degli stessi. Noi stiamo cercando, attraverso il
corso di laurea per operatori di pace, per il quale i nostri studenti devono
fare un tirocinio di almeno due mesi presso organizzazioni che stanno gia'
lavorando in questo campo, di dare loro non solo una preparazione teorica ma
anche capacita' e conoscenze pratiche. Ma per questi corpi di pace c'e'
bisogno anche di persone piu' anziane che abbiano lavorato nella prevenzione
dei conflitti, nell'interposizione, come, ad esempio, nella prima guerra
dell'Iraq, o in Jugoslavia, o in altri paesi, che potrebbero portare a
questi corpi ed ai membri piu' giovani la loro esperienza e le loro
conoscenze.
Percio' in Italia un certo numero di ong (tredici per il momento, ma alcune
di queste sono gia' dei coordinamenti di varie altre organizzazioni, percio'
il numero effettivo e' molto maggiore) hanno dato vita ad una "Rete per i
Corpi Civili di Pace" che sta cercando di ottenere un riconoscimento
ufficiale dell'importanza di questa attivita'. Attraverso un lavoro di
pressione dal basso, con altri gruppi europei simili, siamo riusciti ad
avere, nella nuova Costituzione Europea, un impegno a costituire un "Corpo
Europeo Civile di Pace", ed a livello italiano, anche qui grazie ad un
lavoro dal basso durato anni ed anni, esiste una legge che obbliga il nostro
governo a "promuovere e sperimentare forme di difesa nonarmata e
nonviolenta".
Il presidente del Comitato consultivo del governo per la "difesa nonarmata e
nonviolenta", il professor Antonino Drago (in questo momento dimissionario
per vari problemi interni del comitato), che e' anche un collega impegnato
nel nostro corso di laurea, mentre eravamo in India ci ha proposto di
contattare il movimento gandhiano perche' chieda al governo dell'India di
finanziare ed appoggiare gli Shanti Sena, per dare loro maggiore forza, ed
iniziare una stretta collaborazione con i "Servizi di Pace italiani" (simili
ma non coincidenti con i Corpi Civili di Pace che ancora devono essere
organizzati e riconosciuti, anche se, singolarmente o in collegamento tra
loro, le ong che fanno parte della Rete  hanno gia' fatto esperienze
importanti in vari paesi del mondo) - e con i Corpi Civili di Pace Europei,
quando saranno stati organizzati - e di metterli, sia gli uni che gli altri,
a disposizione delle Nazioni Unite per interventi di prevenzione dei
conflitti armati, di interposizione nonviolenta, di difesa nonviolenta
quando sia necessaria, e per la ricostruzione di rapporti umani e di
riconciliazione dopo la guerra.
Quello che e' sicuro e' che se le Nazioni Unite avessero a loro disposizione
un corpo internazionale di pace, ben preparato alla nonviolenza, per gli
impegni su citati, il loro ruolo nella prevenzione di conflitti e nella loro
risoluzione nonviolenta, come richiesto dalla Agenda per la Pace delle
Nazioni Unite e dallo stesso segretario generale Kofi Annan, sarebbe molto
maggiore ed efficace di quanto sia attualmente (si veda su questo il libro.
curato da Francesco Tullio, Una forza nonarmata dell'Onu: utopia o
necessita?, Formazione e Lavoro, Roma 1989).
Una proposta di questo tipo per un intervento in Iraq, al posto di quello
militare che sta dando risultati abbastanza contraddittori (stimolando il
terrorismo invece di eliminarlo), e' stato presentato dall'attuale governo
spagnolo di Zapatero, ed e' promosso anche da varie organizzazioni che fanno
parte della "Rete Italiana per i Corpi Civili di Pace". Un'altra proposta,
con una raccolta di firme, e' stata lanciata dalle organizzazioni francesi
per "Interventi di pace in conflitti armati" (un altro nome per i Corpi
Civili di Pace), e sta andando avanti a livello europeo, per chiedere
all'Unione Europea di intervenire con questi corpi nel conflitto tra
israeliani e palestinesi. E' infatti confermato da tutti i ricercatori per
la pace che anche una semplice presenza di osservatori neutrali in un
conflitto tende a ridurre la sua intensita' e la sua violenza.
*
Il modello di sviluppo
Ma non basta avere dei corpi di pace ben addestrati alla nonviolenza per
ridurre la frequenza e l'intensita' delle guerre. E' necessario anche avere
un modello di sviluppo completamente diverso da quello attualmente in auge
ed imperante.
L'attuale modello di sviluppo, ormai diffuso a livello mondiale,  sta
infatti accrescendo rapidamente il distacco tra ricchi e poveri, sia come
paesi che come persone, e sta portando all'intera sfera terrestre problemi
difficilmente risolvibili, di cui abbiamo parlato prima. E' percio'
necessario lavorare per un diverso modello di sviluppo che non abbia le
implicazioni di quello/i attuali.
Il modello di sviluppo dei paesi che si sono definiti comunisti (ma che si
potrebbero anche definire di "capitalismo di stato") ha portato un certo
livello di sviluppo economico ai paesi dell'est, ma attraverso un sistema
politico che non riconosceva le liberta' fondamentali dell'uomo, controllato
da una polizia politica molto potente.
Questo sistema e' crollato attraverso un movimento di massa nel 1989 che
qualcuno ha definito "nonviolento", ed altri invece come "potere popolare"
(si veda, su questo, il bel libro di Giovanni Salio, Il potere della
nonviolenza: dal crollo del muro di Berlino al nuovo disordine mondiale,
Edizioni Gruppo Abele, Torino 1995).
Uno studioso ha scritto che ormai la storia dell'umanita' e' finita, e che
attualmente il solo modello valido di societa' e di sviluppo e' quello
capitalista, con il suo interesse centrale nel mercato e nell'economia
neoliberale. Ma e' esattamente questo modello di sviluppo che sta portando,
a livello ecologico, i problemi che abbiamo visto prima e che minaccia la
stessa sopravvivenza del nostro pianeta, ed a livello politico e sociale sta
portando problemi e disastri ancora peggiori.
Con la sua "guerra infinita" al terrorismo, Bush ed i suoi imitatori e
seguaci, invece di eliminare e ridurre questo fenomeno lo stanno
accrescendo, giorno per giorno ed in ogni luogo. Cosi' la vita, in Israele,
in Usa, in Francia, Spagna ed Italia, ed in tanti altri paesi del mondo, sta
diventando ogni giorno piu' insicura, a causa di questo terrorismo di
ribellione (che e' strettamente collegato al terrorismo di stato degli Usa e
degli altri paesi ricchi che usano la violenza strutturale per mantenere i
propri privilegi a danno degli altri). Ed anche se questi paesi, come stanno
effettivamente facendo, aumentano anno per anno le loro spese militari,
questo non portera' sicurezza alle loro popolazioni, ma anzi le rendera'
sempre piu' insicure ed incerte del proprio futuro.
Per queste ragioni anche questo modello di sviluppo non e' affatto  una via
di uscita, non avra' una vita lunga, e probabilmente tra  qualche anno
cadra' in una crisi economica, politica, sociale molto grande.
In questa situazione il modello di sviluppo gandhiano, con la valorizzazione
delle  energie alternative (sole, vento, biogas, ecc.),.basato sul principio
di solidarieta' e non della competizione, e con un grande ruolo attribuito
al decentramento economico, politico, sociale, sta diventando la sola
possibilita' di un valido futuro per l'umanita', per uno sviluppo
sostenibile, piu' giusto ed equo, piu' legato ai reali bisogni della
popolazione. Si veda, su questo, L. Coppo, E.Camino, G. Barbiero (a cura
di), L'insegnamento di Gandhi per un futuro equo e sostenibile, Centro Studi
Sereno Regis, Torino 1999; si veda anche, per una buona illustrazione di un
diverso modello di sviluppo, basato su idee ispirate alla nonviolenza ed
alla convivialita', il libro di uno dei piu' importanti pianificatori
internazionali, John Friedmann, Empowerment: a politics for an alternative
development, Blackwell Publishers, Usa, sesta ristampa 2006, la cui
traduzione italiana e' stata da me curata: Empowerment: verso il "potere di
tutti". Una politica per lo sviluppo alternativo, Edizioni Qualevita, Torre
dei Nolfi (Aq) 2004.
*
I nostri compiti attuali
Ambedue questi impegni, da una parte il cambiamento dell'attuale modello di
sviluppo in uno piu' valido, dall'altra una buona organizzazione di Corpi
Civili di Pace efficaci a livello internazionale, sono reciprocamente
correlati.
Non si puo' infatti avere un  Corpo nonviolento di pace per difendere un
modello di sviluppo ingiusto e basato sulla violenza strutturale dei paesi
ricchi. Ma per portare avanti questi due compiti c'e' bisogno di grossi
sforzi dalla base e specialmente da parte dei movimenti che si ispirano alla
nonviolenza ed alla pace. Questi devono infatti coordinare meglio i loro
sforzi, organizzarsi meglio, come in parte stanno gia' facendo attraverso i
vari forum per una alternativa, ed elaborare un piano strategico comune.
Se questo avviene, e se questi movimenti riescono, dal basso, a modificare
il modello di sviluppo, e ad incidere anche a livello istituzionale verso i
propri governi, per avere dei corpi civili di pace validi e ben funzionanti,
a disposizione anche delle Nazioni Unite per interventi di prevenzione dei
conflitti armati, di interposizione, di difesa nonviolenta e di
riconciliazione, la speranza di un futuro senza guerra potrebbe essere non
solo una bella utopia ma una cosa piu' concreta e realistica.

3. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

4. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, sudest at iol.it,
paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 847 del 21 febbraio 2005

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