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La nonviolenza e' in cammino. 851



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 851 del 25 febbraio 2005

Sommario di questo numero:
1. Pier Scolari: Cara Giuliana
2. Mao Valpiana: Assolti. Una vittoria della nonviolenza, una vittoria di
tutti
3. Per Renzo Imbeni
4. Rosangela Pesenti: Antigone tra le guerre. Appunti al femminile
5. Per una bibliografia sulla Shoah (parte ventinovesima)
6. Sherry Glaser: Lacrime
7. Presto in libreria una nuova opera di Enrico Peyretti
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. TESTIMONIANZE. PIER SCOLARI:  CARA GIULIANA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 febbraio 2005.
Pier Scolari, persona di forte impegno civile e di straordinaria umanita',
e' il compagno di Giuliana Sgrena.
Giuliana Sgrena, intellettuale e militante femminista e pacifista tra le
piu' prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle
culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande importanza (tra
cui: a cura di, La schiavitu' del velo, Manifestolibri, Roma 1995, 1999;
Kahina contro i califfi, Datanews, Roma 1997; Alla scuola dei taleban,
Manifestolibri, Roma 2002; Il fronte Iraq, Manifestolibri, Roma 2004); e'
stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase
piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso. A Baghdad e' stata
rapita il 4 febbraio 2005. Dal sito del quotidiano "Il manifesto"
riprendiamo, con minime modifiche, la seguente scheda: "Nata a Masera, in
provincia di Verbania, il 20 dicembre del 1948, Giuliana ha studiato a
Milano. Nei primi anni '80 lavora a 'Pace e guerra', la rivista diretta da
Michelangelo Notarianni. Al 'Manifesto' dal 1988, ha sempre lavorato nella
redazione esteri: appassionata del mondo arabo, conosce bene il Corno
d'Africa, il Medioriente e il Maghreb. Ha raccontato la guerra in
Afghanistan, e poi le tappe del conflitto in Iraq: era a Baghdad durante i
bombardamenti (per questo e' tra le giornaliste nominate 'cavaliere del
lavoro'), e ci e' tornata piu' volte dopo, cercando prima di tutto di
raccontare la vita quotidiana degli iracheni e documentando con
professionalita' le violenze causate dall'occupazione di quel paese.
Continua ad affiancare al giornalismo un impegno anche politico: e' tra le
fondatrici del movimento per la pace negli anni '80: c'era anche lei a
parlare dal palco della prima manifestazione del movimento pacifista"]

Cara Giuliana,
nel video mi sembravi un uccellino in gabbia, con i capelli arruffati e lo
sguardo impaurito, e mi chiedevi di salvarti e vedrai che tutti noi ci
riusciremo.
Sabato a Roma c'e' stata una manifestazione imponente e commovente. Non
c'era solo il nostro popolo della pace, c'era tutto il popolo italiano a
chiedere la tua liberazione. Ho rivisto gli amici e i compagni di tutta la
nostra vita, non hai idea quanti, ci mettero' molto tempo - quando
tornerai - a ricordarteli tutti.
E poi la gente del nostro quartiere, che conoscevamo appena, ma che ha
riempito di locandine le strade di casa e, magari per la prima volta, ha
partecipato a una manifestazione.
Ora ti scrivo queste righe, tradotte anche in arabo perche' spero -
chissa' - che tu riesca a leggerle per avere un po' di conforto, per non
farti sentire sola, per abbracciarti insieme a tutti noi che non smetteremo
di lottare fino a quando non tornerai a casa.
Papa' e mamma sono straordinari, sono venuti a Roma bersagliati da
telecamere e fotografi e hanno retto benissimo, tuo padre e' diventato
un'icona con la sua barba bianca e lo sguardo lucido e commosso, la mamma
sembra te: un po' impaurita, smarrita tra tanta gente, dolcissima.
Ma vorrei anche parlare ai tuoi rapitori. Io non so chi siano ne' chi
possano essere, ma per quanto lontani da noi sono uomini che possono
ascoltare.
Tu sai quanto io abbia sempre cercato di trovare e capire le ragioni degli
altri, di tutti gli altri, anche di quelli tanto diversi da noi da sembrare
di un altro mondo. In fondo giravamo tanti paesi lontani anche per capire
questo.
Ora non so come rivolgermi a loro, alla loro umanita' che pure certamente
esiste in un contesto di tragedie e devastazioni portate dalla guerra. Mi
sento solo di dirgli di parlare con te, di guardarti negli occhi, di trovare
nelle tue parole, oltre che nelle foto che tu hai fatto e che certamente
avranno visto sui canali televisivi arabi, le ragioni di un'umanita' che
sembra perduta, le ragioni di una passione per un popolo, quello iracheno,
che tu hai raccontato come forse nessun altro e' stato capace di fare.
E se poi vogliono altro - soldi, politica o chissa' - altri sapranno
trattare.
Amore mio ti abbraccio forte forte, ci rivedremo presto.
Pier

2. GIUSTIZIA. MAO VALPIANA: ASSOLTI. UNA VITTORIA DELLA NONVIOLENZA, UNA
VITTORIA DI TUTTI
[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: mao at sis.it) per questo intervento.
Mao (Massimo) Valpiana e' una delle figure piu' belle della nonviolenza in
Italia; e' nato nel 1955 a Verona dove vive ed opera come assistente sociale
e giornalista; fin da giovanissimo si e' impegnato nel Movimento Nonviolento
(si e' diplomato con una tesi su "La nonviolenza come metodo innovativo di
intervento nel sociale"), e' membro del comitato di coordinamento nazionale
del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa della nonviolenza di
Verona e direttore della rivista mensile "Azione Nonviolenta", fondata nel
1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al servizio e alle spese
militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla campagna per il
riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione della Lega
obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario nazionale; durante
la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione diretta nonviolenta
per fermare un treno carico di armi (processato per "blocco ferroviario", e'
stato assolto); e' inoltre membro del consiglio direttivo della Fondazione
Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio della War Resisters
International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione di Coscienza); e'
stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato di sostegno alle
forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per la pace da
Trieste a Belgrado nel 1991; un suo profilo autobiografico, scritto con
grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4
dicembre 2002 di questo notiziario]

12 febbraio 1991: blocco nonviolento del "treno della morte". 24 febbraio
2005: assolti.
Un lungo applauso liberatorio, nell'austera aula della prima sezione della
Corte d'Appello di Venezia, ha salutato la definitiva sentenza assolutoria
per i 17 nonviolenti imputati del reato di blocco ferroviario perche' "in
concorso tra loro ostruivano ed ingombravano i binari d'entrambe le
direzioni di corsa della ferrovia con la presenza fisica ed anche
sdraiandovisi sopra, al fine di impedire la libera circolazione di un
convoglio viaggiante con precedenza assoluta e recante forniture militari
con destinazione Livorno e per il Golfo Persico".
C'era una bella presenza di amici della nonviolenza oggi a Venezia, per
assistere al processo e portare solidarieta' agli imputati. Amici venuti
anche da lontano, da Torino, da Ferrara, da Gorizia.
Cinque gli imputati presenti: Vincenzo Benciolini, Massimo Corradi, Vincenzo
Rocca, Maurizio Tosi, Massimo Valpiana.
Venivamo da un  processo di primo grado (Tribunale di Verona, 27 gennaio
1997) che si era concluso con l'assoluzione "perche' il fatto non sussiste".
Il Pubblico Ministero, che aveva chiesto una condanna a 10 mesi di
reclusione, aveva presentato ricorso chiedendo "che la Corte d'Appello di
Venezia voglia condannare tutti gli imputati alla pena di legge".
Questo processo di secondo grado poteva concludersi in diversi modi: non
luogo a procedere per intervenuta depenalizzazione di alcuni reati;
accoglimento dei motivi dell'appellante e condanna sospesa per intervenuta
prescrizione; rinvio alla magistratura civile per sanzione amministrativa;
assoluzione con diverse motivazioni.
Con i nostri avvocati abbiamo valutato che la prescrizione e la
depenalizzazione non ci avrebbero soddisfatto. Cio' che ci interessava era
la piena assoluzione e quindi il riconoscimento da parte della magistratura
della legittimita' del nostro agire. Quindi gli avvocati presenti (Sandro e
Nicola Canestrini di Rovereto, Maurizio Corticelli di Verona, Nicola Chirco
di Bologna) era pronti a discutere la causa nel merito. Forse i giudici non
si aspettavano di trovarsi davanti il collegio di difesa al gran completo,
ne' di vedere l'aula piena di pubblico.
In apertura di udienza, dopo i preliminari di rito, il Procuratore Generale
ha ritirato l'appello avverso la sentenza assolutoria di primo grado che era
stato presentato dal Pubblico Ministero di Verona. I giudici si sono quindi
ritirati alcuni minuti in camera di consiglio e poi il Presidente ha dato
lettura della decisione di confermare in via definitiva la piena assoluzione
di tutti gli imputati "perche' il fatto non sussiste".
Dunque una vittoria della giustizia, del diritto, della nonviolenza.
*
La sentenza, oggi definitiva, fara' da precedente per altre future azioni
nonviolente.
Vale forse la pena di evidenziare qualche passo delle motivazioni
assolutorie.
"... essendo stata l'azione comunque posta in essere per salvare delle vite
umane compromesse dall'arrivo in Iraq dei carrarmati trasportati sul
convoglio".
"... porre in essere una manifestazione nonviolenta a carattere meramente
simbolico rientrante nell'ambito dei diritti costituzionalmente garantiti ed
in particolare quello della libera manifestazione del pensiero con
riferimento al ripudio della guerra come mezzo per risolvere le controversie
internazionali (forse per trovare un po' di spazio sui mass media impegnati
in quei giorni in una gara generale di conformismo, nel cercare di
convincere, appiattendosi acriticamente sulla posizione assunta dal governo
allora in carica, l'opinione pubblica italiana che quella che si andava a
combattere in Iraq non era una guerra ma 'un'operazione di polizia
internazionale')".
"... La manifestazione inscenata dai pacifisti del Movimento Nonviolento e'
stato un semplice atto dimostrativo di carattere meramente simbolico
finalizzato a sensibilizzare l'opinione pubblica in ordine al pericolo di
risolvere con le armi le controversie internazionali".
"... E che l'intenzione fosse quella cui si e' detto, vi e' chiara traccia
anche nel comunicato, pienamente coerente col comportamento tenuto dagli
imputati, letto in udienza e fatto proprio da quelli di loro presenti:
'quando partecipammo a quella manifestazione nonviolenta eravamo
perfettamente consci di non essere in grado di fermare se non simbolicamente
l'escalation della guerra... la nostra e' stata un'azione che e' andata piu'
in la' della politica, nella speranza di poterla un giorno contaminare...'".
*
E' una sentenza che andrebbe letta sui banchi di scuola. Una sentenza che
accoglie il senso profondo della nostra azione nonviolenta: bloccare un
treno che porta un carico di morte non e' reato, ma e' un atto coerente con
la legge suprema della vita.
La democrazia italiana oggi ha fatto un passo in avanti. La nonviolenza e'
cresciuta.
E' stata una vittoria di tutti.

3. LUTTI. PER RENZO IMBENI
La scomparsa di Renzo Imbeni ci priva di un amico e di un compagno di lotta.
Militante politico e pubblico amministratore di straordinario rigore e
infinita generosita', acuto interprete dei segni dei tempi, uomo di pace e
sempre piu', sempre piu' profondamente, sempre piu' consapevolmente, sempre
piu' soavemente amico della nonviolenza.
Scrisse per questo foglio interventi di cui ancora gli siamo grati, ma di
tutta la sua vita gli siamo grati.

4. RIFLESSIONE. ROSANGELA PESENTI: ANTIGONE TRA LE GUERRE. APPUNTI AL
FEMMINILE
[Ringraziamo  Rosangela Pesenti (per contatti: rosangela_pesenti at libero.it)
per averci messo a disposizione questo suo testo di una conferenza tenuta
all'inizio del 1997, pubblicato in Alessandra Ghiglione, Pier Cesare
Rivoltella (a cura di), Altrimenti il silenzio. Appunti sulla scena al
femminile, Euresis Edizioni, Milano 1998. Rosangela Pesenti e' una delle
figure piu' autorevoli e prestigiose del movimento delle donne in Italia.
Sulla figura di Antigone cfr. oltre all'archetipo sofocleo almeno Cesare
Molinari, Storia di Antigone, De Donato, Bari 1977; George Steiner, Le
Antigoni, Garzanti, Milano 1990, 1995]

Non sono un'esperta di teatro, la mia quindi non sara' una lezione, ma una
conversazione sul tema: avete ascoltato su Antigone molti discorsi colti, la
mia sara' una conversazione incolta, il racconto di una "prossimita'" fisica
piu' che un discorso argomentato.
Antigone e' una donna raccontata da un uomo e nel corso dei secoli da molti
uomini, una figura quindi di grande fascino posta ai primordi della nostra
civilta', alla soglia della citta', custode del passaggio alla polis e dei
rischi connessi a questo passaggio.
In questo lungo racconto, che si snoda per alcuni secoli, Antigone e'
soprattutto il suo gesto, un corpo diventato puro significante per
molteplici interpretazioni, una giovane donna diventata simulacro,
contenitore, segno di molti nobili significati.
Io vorrei avvicinarmi a questa giovane donna, restare corpo a corpo con lei
accantonando le molte passioni che hanno accompagnato il suo gesto e rimosso
la sua "realta' fisica".
Nel suo gesto il corpo di donna e' stato di volta in volta enfatizzato per
sottolineare una differenza tra i sessi che sconfina con lo stereotipo o, al
contrario, accantonato, per fare di lei il simbolo puro della lotta
all'oppressione.
Nella storia l'azione e' mossa da Creonte, Antigone si esprime attraverso il
gesto con il quale si prende cura della morte esprimendo insieme l'affetto
fraterno, la solidarieta' tra pari e l'autonomia della scelta individuale.
Alla fine Creonte entra in crisi ma ancora una volta chi discutera' e agira'
il futuro non sara' Antigone che non puo' sopravvivere alla sua scelta.
Lei quindi resta poco piu' di un tramite, per parole, gesti, passioni che
agiscono oltre la sua vita e oltre la sua morte, figura innalzata a simbolo
ma anche pietrificata e resa inoperante.
Quando mi e' stato chiesto di parlare di "Antigone tra le guerre" ho
interpretato il titolo non come storia della rappresentazione del testo di
Antigone tra le due guerre mondiali, ma interrogandomi su chi e' Antigone in
mezzo alle tante guerre del Novecento che ognuno di noi si porta, in parte
come eredita' e in parte come vissuto.
Quale Antigone mi accompagna tra le macerie che le guerre del Novecento
hanno disseminato nelle nostre citta'? Non un simulacro, non una fanciulla
che muore prima di godere e patire per intero la propria scelta, non una
ragazzina sottomessa al destino, immobilizzata per sempre in un gesto.
Cosi' come non esiste la donna, immagine stereotipata che immobilizza e
scarnifica la molteplicita' delle storie, non esiste la guerra come astratto
male della civilta', condanna della specie, ma esistono le guerre e il
moltiplicarsi delle sofferenze che, pur definite con un unico nome, sono
infinite nel diversificarsi e accomunarsi delle tragedie individuali.
*
Per attraversare il Novecento e le sue guerre, alcune delle guerre, ho
scelto l'Antigone di Maria Zambrano, una ragazza viva, che parla dalla sua
tomba e ci interroga.
Nel Novecento le donne hanno cercato di riappropriarsi del proprio corpo, di
superare quella scissione tra il corpo e la parola che le ha consegnate da
sempre, mute, ai significati stabiliti dagli uomini e ha ridotto la loro
voce al grido, al lamento, alla moina.
Maria Zambrano, filosofa, sa che non si esce dal silenzio ignorando il corpo
e la rete di significati nei quali e' rimasto intrappolato, sa che la parola
e' prima di tutto voce, legame tra il dentro e il fuori, deposito dei
pensieri e sostegno di ogni possibile comunicazione.
"La tomba di Antigone" rivela cio' che e' rimasto celato alla vista degli
uomini nella storia nota. Maria Zambrano riprende infatti la figlia di Edipo
la' dove Sofocle l'abbandona (...) Non tanto all'Antigone 'canonica' o
'canonizzata', l'eroina fissata nella luce del suo gesto, che tiene testa a
Creonte, su di lui moralmente vittoriosa nella morte, volge quindi il suo
sguardo d'amore Zambrano, bensi' all'ombra di Antigone. La ragazza Antigone:
dolente, senza terra, abbandonata, sola 'nel silenzio e nell'assenza degli
dei', condannata a non essere, nella zona di nessuno fra vivi e morti; ma
che proprio nel momento in cui entra nella tomba si vede per la prima volta"
(1).
Nel racconto di Zambrano Antigone non e' un monumento a se stessa, ma una
ragazza, fragile, incompiuta, la cui storia e' scritta prima che lei possa
comprenderla perche' e' la storia del padre e della madre da cui e' nata, la
storia condivisa con i fratelli e la sorella come accade ad ognuno di noi
che viene messo al mondo e non in un'idea di mondo astratta, ma in un
pezzetto di mondo concreto, un recinto di spazio-tempo che non sappiamo se
potremo oltrepassare.
Zambrano lo annuncia gia' nel prologo: "Antigone, in verita', non si
suicido' nella sua tomba, come Sofocle, incorrendo in un inevitabile errore,
ci racconta. E come poteva, Antigone, darsi la morte, lei che non aveva mai
disposto della sua vita?" (2).
Antigone quindi non vuole morire, non puo' morire, e lo grida alla sorella
Ismene, una delle ombre con cui si incontra nel sogno: "Il tempo puo'
esaurirsi e il sangue non scorrere piu', se pero' sangue c'e' stato ed e'
scorso la storia continua a trattenere il tempo, ad aggrovigliarlo, a
condannarlo. A condannarlo. Per questo non muoio, non posso morire, finche'
non mi si dia la ragione di questo sangue e la storia non esca di scena,
lasciando vivere la vita. Solo vivendo si puo' morire" (3).
Maria Zambrano non restituisce solo nuove parole ad Antigone, ma le
restituisce la voce, e non a caso Antigone parla dalla tomba. In questo caso
la tomba e' il luogo che cela il corpo, lo sottrae ai significati
socialmente codificati e sottraendo il corpo al nostro sguardo siamo
finalmente costretti ad ascoltarne la voce. Non e' piu' quindi il corpo muto
di Antigone a condannare la citta' ma la sua voce ad interrogarla.
*
Quali sono gli interrogativi di Antigone e le sue risposte, le riflessioni,
le scoperte che ci svelano cio' che non volevamo vedere?
Antigone di Maria Zambrano ora diventa per me solo un pre-testo, un punto di
partenza per attraversare le guerre del Novecento, e anch'io come Antigone
voglio riattraversare il tempo che precede la mia nascita perche' la' ci
sono corpi e parole da ritrovare per comprendere l'oggi, le guerre che
ancora incrociano le nostre strade e alle quali non sappiamo prestare
ascolto.
La guerra non e' la barbarie che irrompe nella civilta', ma ne e' l'esito, e
la salvezza sta in un'altra idea di civilta': la storia "patria", la storia
dei padri, e' intrisa di retorica della pace e atti di guerra, per questo
siamo tutti esuli.
Non sempre, del resto, i padri sanno, spesso credono di sapere e sono gli
occhi nuovi dei figli a vedere con chiarezza, perche' vivono a ridosso del
futuro: Antigone vede con chiarezza cio' che Edipo non riesce a capire, lui
che ha risposto all'enigma della Sfinge eppure e' precipitato nella
tragedia.
Dove sta l'errore nella risposta di Edipo che tutti riconosciamo come
giusta?
La verita' e l'errore che si sovrappongono nella risposta di Edipo non
determinano solo il suo destino, ma sono ancora operanti nel nostro, radice
profonda del nostro pensiero, della filosofia su cui si fonda la nostra
polis.
Scrive Rosella Prezzo, commentando un'altra opera di Maria Zambrano, Chiari
del bosco: "Rimane cosi' accecato il pensiero nella luce del suo sapere,
come Edipo. Edipo che di fronte all'enigma della Sfinge, che e' il suo
stesso enigma, risponde sapientemente, ma senza rendersi conto che la sua
risposta giusta e vera ('l'uomo') non gli serviva a nulla, 'perche' il suo
sapere valeva solo per qualcosa di generale', 'quando il punto era
conoscersi lui, lui stesso, nel nascosto del suo essere'. 'Perche' l'uomo e'
un essere nascosto in se stesso, e percio' votato e obbligato ad essere se
stesso'. Se Edipo guadagna una scienza, perde un sapere e la possibilita' di
vedere" (4).
E' drammatico il colloquio tra Edipo e Antigone perche' lei e' figlia della
sua cecita' su se stesso, del suo sapere universale che ha censurato le
origini, che ha rimosso la madre. Nell'incontro lui non e' piu' il giovane
eroe che ha salvato la citta' di Tebe, ma un uomo smarrito dal suo stesso
sapere, e lei non e' l'eroina immolata alle colpe della citta', ma la figlia
che rivendica il diritto a vivere per se stessa e non come compimento della
storia che la precede.
"Figlia, io sono, dell'errore. A tu per tu con me stessa, sto qui sotto il
peso del cielo e senza terra. Fino a quando? Non posso vivere senza vita,
non posso morire senza morte. Come mi generasti, dimmi, visto che sei venuto
qui? Tu non sai chi sono, no, non lo sai" (5).
La vita non chiede eroi. L'eroe e' la nostra salvezza e la nostra condanna.
Per questo Antigone non vuole essere un'eroina, non offre il suo corpo per
la salvezza della citta', ma continua a parlare, ad incalzarci con le sue
domande, chiede "i conti della storia", si espone nella fragilita' della sua
persona ferita, nell'ansia delle sue domande reali e ineludibili.
"La morte ha per l'eroismo un valore superiore alla vita. Solo la morte - la
propria come quella degli altri - permette di raggiungere l'assoluto:
sacrificando la vita si dimostra di preferire il proprio ideale. (...)
Perdere la vita significa concentrare tutto il proprio coraggio in un unico
gesto. Quanto alla vita, essa puo' esigere il coraggio di ogni giorno, di
ogni istante; puo' essere anch'essa un sacrificio, ma senza niente di
esaltante: se devo sacrificare tempo e forze, sono ben costretto a rimanere
vivo. In questo senso vivere diventa piu' difficile che morire. (...) Il
mondo degli eroi, ed e' forse questo il suo punto debole, e' un mondo
unidimensionale, che comporta solo due termini opposti: noi e loro, amico e
nemico, coraggio e vilta', eroe e traditore, nero e bianco. Un sistema di
referenti che si addice a una situazione orientata verso la morte, non verso
la vita. (...) In tal senso i valori della vita non sono assoluti: la vita
e' diversa, ogni situazione e' eterogenea. Le scelte che si fanno sono
quindi il risultato non di concessioni o di vili compromessi, ma della
considerazione di tale molteplicita'" (6).
*
Il quotidiano, quello spazio-tempo che si gioca interamente nella
"contingenza", appartiene da sempre alle donne.
Relegate nel quotidiano, nella consuetudine dei gesti che si esauriscono nel
loro svolgersi, le donne conoscono la necessita' vitale e quindi il valore
di cio' che muta, delle cose che si consumano per vivere, cibo, abiti,
oggetti, ma anche gesti, sentimenti. Nel quotidiano si vive il mutamento
come percorso, l'evento non e' la data memorabile che illumina l'opacita'
della storia, ma il compimento della gestazione e l'annuncio del futuro,
responsabilita' che chiede accudimento e non medaglia di cui gloriarsi.
Il tempo del quotidiano non e' l'eternita', ma il disegno che si snoda tra
nascita e morte. La memoria in questo senso e' anche lo scandaglio che ci
consente di comprendere l'origine della nostra stessa vita, radar acceso per
intercettare le parole dei morti, l'immagine remota che ci parla anche di
noi, oggi, perche' conserva una qualche nostra radice.
Il Novecento vede dispiegarsi quella cittadinanza delle donne che non si
esprime solo attraverso la richiesta della parita' dei diritti ma ponendo
interrogativi sempre piu' radicali sul fondamento stesso della cittadinanza,
sul senso del patto sociale, l'origine della polis e della civilta'.
Chiedendo l'accesso ai diritti di cittadinanza, le donne, non chiedono
parita' (del resto trasformata nella piu' complessa richiesta di pari
opportunita') ma mettono in discussione il significato stesso dei termini su
cui si e' costruita la possibilita' di comunicare, di condividere il patto
che sostiene la cittadinanza.
Tra una guerra e l'altra Antigone non si accascia nel pianto ma tesse i
propri interrogativi, non si limita a ri-mediare le situazioni, ricomporre
la vita, riempire con le nascite i vuoti lasciati dalle morti, ricucire in
silenzio le lacerazioni, ma chiede conto delle regioni oscure di un'intera
cultura che non ha previsto la sua parola.
Antigone non tace ma interroga, dalla tomba in cui e' stata rinchiusa, la
sua citta' in rovina. Accanto a lei molte sono le donne che hanno legato
alla trama della nostra storia piu' recente i loro pressanti interrogativi,
in questo senso mi sembra giusto lasciare la sua storia per riportare alla
memoria nomi e volti che ormai, come lei, ci parlano dalla tomba.
*
Allo scoppio della prima guerra mondiale il mito dell'eroe seduce
l'immaginario maschile: molti giovani partono volontari e poche sono le voci
che si levano contro la guerra.
Kathe Kollwitz, la grande artista tedesca, non riesce a fermare suo figlio
che si arruola come volontario e non tornera'. Il figlio e' incalzante,
chiede alla madre di aiutarlo a convincere il padre e la madre cede. Cosi'
scrive nel suo diario: "Io mi alzo, Peter mi segue, ci fermiamo sulla porta
e ci abbracciamo e ci baciamo e io prego Karl per Peter. Quest'unica ora.
Questo sacrificio a cui lui mi ha trascinata e a cui noi abbiamo trascinato
Karl. (...) La sera io e Karl soli. Piangere, piangere, piangere" (7).
Ma non si puo' accettare l'assassinio, a nessun titolo; un corpo che porta
dentro di se' la potenzialita' della nascita, un corpo che conosce il
travaglio del mettere al mondo sa che il nascere ci pone nella possibilita'
della morte, ma la morte e' il termine della vita, non puo' esserne il fine.
Nelle pagine del diario di Kate Kollowitz e' presente lo strazio privato
della madre, ma anche la riflessione su una storia insensata in cui la morte
e l'assassinio vengono rivestiti di nobili finalita': "Cio' che noi abbiamo
vissuto in Germania, diventare migliori a causa della guerra, lo prova
certamente anche ogni altra nazione belligerante. Ma come si puo' conciliare
il fatto che da una parte si migliora eticamente, e insieme cresce l'odio,
la menzogna, ossia l'ostilita' contro tutti i non-tedeschi? E' come quando
l'amore esiste solo all'interno di una famiglia, e verso l'esterno si
chiudono tutte le porte. Ha ancora valore?" (8).
Nel dramma di Antigone la madre e' assente, figura passiva, grembo che
genera e lascia i figli al possesso del padre, al destino assegnato dalla
polis in cui gli spazi e i ruoli sono rigorosamente delimitati.
Antigone e' nell'eta' in cui si pensa che varcare la soglia del mondo adulto
non significhi imboccare un tunnel stretto e preordinato, ma assumere il
coraggio del pellegrino che impara dai propri passi. Antigone sceglie: che
siano le ragioni del cuore o il sentire della ragione interroga i suoi
pensieri piu' profondi prima delle leggi della citta'. Non ci stupisce che
il re la condanni, non mi stupisce che la storia ci racconti da alcuni
secoli gli stessi eventi. Per quanti secoli le madri condannate al silenzio
hanno generato vittime sacrificali?
Kathe Kollowitz non smettera' di parlare e lavorare contro la guerra, come
una Cassandra ignorata vedra' il pericolo nazista fin dall'inizio e non si
stanchera' di lanciare appelli a favore della pace.
Nella tomba immaginata da Maria Zambrano Antigone incontra anche l'ombra
della madre e le parla: "Se una volta saputo tutto anche tu, ci avessi
chiamati figli, figli miei, la viscida fune della morte non ti si sarebbe
attorcigliata intorno al collo" (9).
L'assenza della madre diventa complicita' silenziosa, lascia il posto al
rumore della violenza, alla tragedia che toglie il futuro ai figli.
*
Nel corso del Novecento guerra dopo guerra sempre piu' donne hanno preso la
parola, sono diventate protagoniste della propria vita ed ora cominciano a
porre la propria storia nella piazza della citta' per la quale dobbiamo
riscrivere il patto fondativo.
Sono molte le donne che dobbiamo saper ascoltare, tra queste alcune hanno
attraversato l'orrore della Shoah e sono sopravvissute.
Dov'era Antigone dietro i cancelli di Auschwitz?
Cordelia Edwardson entra ad Auschwitz a quattordici anni per quella meta'
ebrea ereditata da un padre naturale che non ha mai conosciuto.
La madre, la ragazza-madre, non riesce a salvarla e la figlia lo sa prima
ancora che l'evidenza dei fatti distrugga ogni illusione.
Lo sa con certezza la sera in cui si festeggia la sua salvezza, affidata al
nuovo passaporto spagnolo, e guarda rapita la bellezza della madre che gode
della nuova illusione: "C'era come un alone luminoso intorno ai suoi capelli
neri e alla sua bocca rossa, e lo sfolgorio delle candele accese si
rispecchiava nei calici da vino verdi e nel vino dorato. Era cosi' bello da
far male. La ragazza voleva piangere perche' dentro di se' sentiva che
quella era una festa di congedo, non di riunificazione come credeva la
madre. Sapeva di aver ricevuto in prestito e per grazia un breve spazio di
tempo, Proserpina era soltanto in visita fra i vivi, presto sarebbe scoccata
l'ora, l'ora dei lupi fra la notte e l'aurora, l'ora degli autocarri grigi,
e lei avrebbe fatto ritorno fra le ombre degli inferi. Fu in quella sera
luminosa di festa che la ragazza disse addio a tutto cio' che amava. Ma
qualcosa l'avrebbe portato con se'. Il filo di Arianna che la madre le aveva
dato, il filo della fiaba, del mito e della poesia, sottile come seta, e, si
diceva, piu' forte della morte" (10).
La legge quindi conduce la ragazza al regno dei morti nell'indifferenza
della citta', e li' nella meticolosa organizzazione dell'orrore ogni uomo e'
Creonte, carnefice ottuso e insieme vittima connivente: "L'uniforme gli
pende addosso come se appartenesse a qualcun altro. Maneggia il fucile
goffamente, di certo e' piu' abituato al forcone da fieno o al martinetto.
E' uno di quelli richiamati sotto le armi quando la guerra era gia' perduta;
un perdente. Sta di guardia seduto accanto alla porta del carro merci, piu'
come un simbolo che per necessita'. Nessuna di quelle donne ha piu' la forza
e neppure la voglia di pensare alla fuga. E dove potrebbero mai fuggire? Per
lo piu' l'uomo siede immerso nella sua stessa impotenza, e' lui che le
sorveglia o sono loro a tenerlo prigioniero?" (11).
E ancora una volta la salvezza e' solo fuori dalla legge.
"Quel giorno la ragazza ricevette da Anna un pezzo di pane e un ritaglio di
flanella a quadrettini che poteva essere usato come sciarpa. La ragazza
rimase a lungo davanti al pezzo di specchio macchiato delle latrine a
carezzare e accomodare la morbida stoffa; Anna aveva detto che quelle
sfumature blu scuro s'intonavano ai suoi occhi. Naturalmente qualsiasi
contatto tra prigionieri e lavoratori civili era proibito e punito con la
pena di morte, ma Anna non aveva paura; era prudente e accorta ma non aveva
paura. 'Che vadano a...' diceva con una risata arrogante. (...) Per un certo
tempo l'immagine ridente di Anna, il suo profumo di mughetto e la morbida
flanella intorno al collo non l'abbandonarono" (12).
Anna, la prostituta polacca, con i suoi gesti semplici, diventa la fata
potente che trattiene la ragazza alla vita, uno sguardo affettuoso e
Cordelia ricomincia a lottare contro la morte; non un eroismo solenne ma il
coraggio scanzonato di essere se stessa anche nella quotidianita' atroce del
lager conserva un barlume di umanita' al quale Cordelia si puo' aggrappare.
Cosi' la ragazza tornera' alla vita per testimoniare, perche' sa di non
poter mai essere complice degli assassini.
Anche Antigone, dopo l'incontro con Creonte, sa che la porta e' aperta ma
non puo' diventare complice di una citta' che vuole dimenticare: la
smemoratezza e' una prigione ben piu' soffocante della tomba.
"... quella porta della mia condanna rimarra' come loro l'hanno lasciata.
Poiche' non e' la condanna, e' la legge che la genera, cio' che la mia anima
rifiuta" (13).
E l'ultima parola resta, come una sentenza, quella di uno dei due
sconosciuti che si contendono le sue spoglie: "Era vostra e l'avete lasciata
sola. Quasi nessuno l'ha seguita sin qui quando si lamentava a voce alta,
quando supplicava. E prima, quando parti', bambina sola che faceva da guida
a suo padre, il piu' sventurato degli uomini: li lasciaste andar via
pensando che vi bastasse questo per essere felici, e che la citta' sarebbe
rimasta libera da colpa. Allora, nella disgrazia, era vostra, come vostro
era suo padre nella colpa. Ma voi siete fatti cosi': scacciate l'innocente
quando cade, e poi vi disputate la sua tomba" (14).
*
Qual e' il male che corrode la citta', incrina il nostro con-vivere, oscura
gli sguardi, ammutolisce le voci, qual e' il morbo che svuota le strade e ci
costringe nella prigione della nostra stanza, migliaia di disperate
solitudini addossate le une alle altre nei condomini angusti dei nostri
quartieri come nelle atroci cuccette del lager?
Tra le molte risposte ci appartiene, per storia comune, quella di Christa
Wolf, dalla Berlino dell'89, una citta' che tutti, in Europa, abbiamo
abitato.
La condanna e' il sospetto generato dalla mediocrita' e dall'ipocrisia ma
non possiamo arrenderci alla complicita'; come Christa, non possiamo tacere.
"Attraversai tutte le stanze e spensi tutte le luci, finche' resto' accesa
solo la lampada sulla scrivania. Stavolta mi avevano quasi avuta in pugno.
Stavolta, che l'abbiano fatto apposta oppure no, hanno colpito nel punto
giusto. Quello che un giorno, nella mia nuova vita, avrei nominato. Un
giorno, pensai, riusciro' a parlare, con totale facilita' e liberta'. E'
ancora troppo presto, ma non sempre e' troppo presto. Non dovevo
semplicemente sedermi a quel tavolo, sotto quella lampada, sistemare la
carta, prendere la penna e incominciare. Che cosa resta. Che cosa c'e' al
fondo della mia citta', e che cosa la manda a fondo. Che non c'e' maggior
sventura del non vivere. E che alla fine non c'e' disperazione maggiore del
non aver vissuto" (15).
*
Note
1. "La scrittura del pensiero in Maria Zambrano" di Rosella Prezzo, in Maria
Zambrano, La tomba di Antigone, La Tartaruga, Milano 1995, p. 20.
2. La tomba di Antigone, cit., p. 43.
3. La tomba di Antigone, cit., p. 79.
4. Rosella Prezzo, cit., p. 18.
5. La tomba di Antigone, cit., p. 81.
6. Tzvetan Todorov Di fronte all'estremo, Garzanti, Milano 1992, pp. 17-18.
7. Kathe Kollwitz, catalogo a cura di Mario Matasci, Enrico De Pascale,
Marcella Snider, mostra organizzata dall'Assessorato alla cultura della
Provincia di Bergamo, 1993.
8. Kathe Kollwitz, cit., p. 149.
9. La tomba di Antigone, cit., p. 92.
10. Cordelia Edwardson, La principessa delle ombre, Giunti, Firenze 1992,
p. 73.
11. La principessa delle ombre, cit., p. 40.
12. La principessa delle ombre, cit., p. 20.
13. La tomba di Antigone, cit., p. 117.
14. La tomba di Antigone, cit., p. 125.
15. Christa Wolf, Che cosa resta, Edizioni e/o, Roma 1991 p. 105.

5. MATERIALI. PER UNA BIBLIOGRAFIA SULLA SHOAH (PARTE VENTINOVESIMA)

UMBERTO SABA
Poeta italiano, nato a Trieste nel 1883, muore a Gorizia nel 1957. A tratti
e' tale la felicita' che promana dalla sua poesia che si stenterebbe a
credere da quali abissi di strazio essa emergeva. E' la poesia onesta della
solidarieta' umana. Opere di Umberto Saba: di Saba, come fu detto di
Cervantes, occorrerebbe leggere tutto. Ma almeno Il Canzoniere, Einaudi,
Torino: una lettura fragrante come un pane, che nutre, addolcisce e
fortifica il lettore. Opere su Umberto Saba: un buon punto di partenza e'
l'antologia a cura di Mario Lavagetto, Per conoscere Saba, Mondadori, Milano
1981. Utile anche Francesco Muzzioli, La critica e Saba, Cappelli, Bologna
1976. Cfr. anche almeno Antonio Pinchera, Umberto Saba, La Nuova Italia,
Firenze 1976.

NELLY SACHS
Nata a Berlino nel 1891, scampata alla Shoah rifugiandosi a Stoccolma nel
1940 con l'aiuto di Selma Lagerloef, deceduta a Stoccolma nel 1970, e' stata
una delle piu' alte voci poetiche del Novecento; ricevette il premio Nobel
per la letteratura nel 1966.

GINETTA SAGAN
Partecipo' alla Resistenza, fondo' poi Amnesty International negli Stati
Uniti. E' deceduta nell'agosto 2000. Meravigliosa, indimenticabile Ginetta.
Dal notiziario mensile dell'ottobre 2000 di Amnesty International
riprendiamo il seguente ricordo scritto da Francesca Zagni, segretaria
rganizzativa della sezione italiana di Amnesty International negli anni '90:
"Di statura minuta, due grandi occhi, uno sguardo sempre vigile e attento ed
un sorriso luminoso. Questo e' il ricordo del primo incontro con Ginetta
Sagan, presso gli uffici della sede nazionale di Amnesty International in
viale Mazzini, nel 1991. Era in Italia per ricevere uno dei tanti
riconoscimenti per la sua attivita' durante la Resistenza ed era molto
curiosa di visitare la sezione italiana. Per lei, che aveva fondato il primo
gruppo di Amnesty International della costa occidentale ed aveva contribuito
in maniera determinante alla crescita del movimento negli Stati Uniti,
basto' poco per rendersi conto della nostra voglia di crescere. Promise di
aiutarci e lo fece sempre nel corso di questi anni, sia con aiuti finanziari
da parte della "Aurora Foundation" che presiedeva, sia coinvolgendoci in
tutte le manifestazioni che la riguardavano in Italia, in particolare in
Piemonte e Lombardia. A guardarla sembrava fragile, quasi uscita da un
romanzo dell'Ottocento, ma in realta' era una persona forte e coraggiosa che
la vita aveva provato duramente. Giovanissima, durante la Resistenza aveva
aiutato oltre trecento ebrei a fuggire in Svizzera e fatto da corriere
clandestino per i partigiani, col nome di battaglia di "Topolino". Nel 1945
venne arrestata, stuprata e torturata. Un giorno una guardia getto' nella
sua cella un pezzo di pane, in cui era nascosta una scatola di fiammiferi.
Al suo interno c'era una striscia di carta su cui era scritta la parola
"Coraggio!" Fu questo messaggio, che fece capire a Ginetta che da fuori non
si erano dimenticati di lei, ad ispirare una battaglia durata una vita
intera in favore dei "prigionieri dimenticati". Liberata, riusci' ad
arrivare a Parigi dove incontro' il marito, allora studente in medicina e si
trasferi' con lui negli Stati Uniti. La voglia di aiutare i prigionieri
politici e le vittime delle ingiustizie, di lottare contro gli abusi, non
l'abbandono' mai. Recluto' un numero incredibile di attivisti e di fondi per
la sezione Usa di Amnesty International, organizzo' concerti e
manifestazioni non indietreggiando davanti ad alcuna difficolta' e
coinvolgendo, anzi travolgendo con il suo entusiasmo e con la sua storia -
che solo nel 1967 trovo' la forza di raccontare per intero - personaggi
dello spettacolo, politici e magistrati per la lotta per i diritti umani.
Ricevette numerosi riconoscimenti: in Italia venne nominata Grand'ufficiale
ed insignita della Croce al merito di guerra e negli Stati Uniti ricevette
la Medaglia per la Liberta'. Nel 1997, il Comune di Bousson conferi' a lei
ed al marito la cittadinanza onoraria e questa circostanza la riempi' di un
gioia quasi fanciullesca. Dopo la morte del marito, si ammalo' anche lei di
cancro, ma continuo' a battersi per i diritti umani, in particolare contro
gli abusi sulle donne e i bambini, a scrivere libri, a tenere conferenze.
Nella primavera di quest'anno era a Roma. L'Universita' di Stanford le aveva
affidato una ricerca sulla Resistenza Italiana. Il nostro incontro fu piu'
affettuoso del solito, era felice della crescita della nostra sezione, ci
scambiammo delle battute sui nipotini e sulla voglia di lavorare per i
diritti umani delle generazioni future e la promessa di vederci presto. Non
la vedremo piu' invece, Ginetta ci ha lasciato alla fine di agosto e tutti
noi le dobbiamo molto".

VARLAM SALAMOV
Scrittore russo (Vologda 1907 - Mosca 1982), vittima dello stalinismo,
testimone del gulag. Opere di Varlam Salamov: I racconti della Kolyma,
Adelphi, Milano 1995.

ELIO SALMON
Testimone delle persecuzioni. Opere di Elio Salmon: Diario di un ebreo
fiorentino 1943-1944, Giuntina, Firenze 2002.

GUSTAVO SALSA
Impegnato nell'Auser Valsesia e Valsessera. Opere di Gustavo Salsa: (a cura
di, con Giuseppe Francesconi), Molte volte ho pensato che non sarei mai
tornato, Auser Valsesia - L'Unita', Vercelli-Roma 2003.

6. POESIA E VERITA'. SHERRY GLASER: LACRIME
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a  disposizione nella sua traduzione questo testo di Sherry
Glaser. Sherry Glaser e' l'interprete e l'autrice di numerosi successi
teatrali, fra cui Segreti di famiglia, Oh, mia dea!, e Ricordate questo!, un
ritratto intimo della guerra attraverso gli occhi di una donna. E' madre
single di due bambine, e vive in California. Il suo sito web e'
www.sherryglaser.net]

Non riesco a fare a meno di chiedermi che succederebbe se migliaia, o anche
milioni, di donne che sperimentano il dolore al livello in cui io lo sto
sperimentando, andassero a Washington o alle sedi dei loro governi locali, e
rimanessero semplicemente li' davanti agli edifici ad esprimere le loro
emozioni, e si battessero i seni in un lamento rituale.
I miei seni sono gonfi, ora. Ho un petto ampio di mio, ma ultimamente sembra
che questi seni vogliano strabordare. Meno male che ho un didietro di
considerevoli dimensioni, altrimenti cadrei sul davanti per lo
sbilanciamento. Ho saltato le ultime mestruazioni, e non perche' sia
incinta. Sono lesbica, e sono assolutamente certa di non essermi impegnata
in attivita' procreative. Sono i miei ormoni ad essere impazziti. Sono
impaziente con le mie figlie, e tendo in generale ad evitare le persone.
Naturalmente, mi sto chiedendo perche'. Perche' il mio corpo si sta
ribellando in tal modo, distraendomi dalle necessita' giornaliere della
vita?
Penso che la risposta vada cercata nel fatto che il mondo intero sta
attraversando un'enorme crisi, e che mia madre e' di nuovo rinchiusa nel
reparto díigiene mentale del suo ospedale. Per quanto indietro vado con la
memoria, mia madre si e' sempre dibattuta nel convincimento di essere la
reincarnazione della Vergine Maria. Quando io avevo quattro anni, nel 1964,
forte di questa convinzione mia madre marcio' lungo le strade con il mio
fratellino neonato fra le braccia, proclamando che il Messia era ritornato.
Dopo un bel po' di elettroshock e torazina, lei torno' ad essere la nostra
brava mamma, sottomessa ed obbediente come si conveniva ad una casalinga nei
primi anni '60. Mantenne quest'identita' funzionale tramite l'assunzione di
litio, un sale che le dava il bilanciamento chimico necessario per agire
come un essere umano civilizzato: sfortunatamente, il litio le rovino' i
reni, che collassarono nel 2002 mentre il suo cervello se ne partiva allo
stesso modo. Da allora la sua vita e' stata un incubo farmaceutico.
Ogni tanto si riprende, ma i miglioramenti sono solo temporanei, ed in
questo momento lei e' ben chiusa dietro una pesante porta metallica e sedata
con medicine che si chiamano Haldol, Atavan, Xyprexa e Bendryl. Il mio
computer non le riconosce come parole, e mi suggerisce che siano errori: non
e' buffo? Ho parlato al telefono con mia madre stamattina, e attraverso il
suo annebbiamento lei mi ha detto che "E' tutto rovesciato". Se dice la
verita' in cui crede, e cioe' di essere la Vergine Maria, e' pazza. Se
mente, e dice di essere la signora Glaser, e' sana di mente. Non riesce a
far conciliare le due cose. Mi ha chiesto se io le credo. Ho esitato, e poi
ho detto che non le credevo, ma che la amavo e che la stavo ascoltando. Le
ho chiesto se questo poteva essere sufficiente, e lei ha risposto di si', e
che anche lei mi amava, e ha riappeso.
Ecco il dilemma. Io sono un'attrice. Sono conosciuta per i miei pezzi
teatrali: per esempio "Segreti di famiglia", dove interpreto tutti i membri
della mia famiglia, o il piu' recente "Oh, mia dea", che io definisco una
commedia di proporzioni bibliche. E' un lavoro dall'umorismo oltraggioso, e
il pubblico lo ama molto, dandomi incredibili soddisfazioni. E questo e' il
momento in cui mia madre mi dice che e' giunto il tempo per lei di rivelarsi
come la Vergine Maria, che mio fratello dovrebbe rivelarsi come Cristo, e
che io dovrei rivelare me stessa come la sua sorella gemella, Sara. Dice che
questo periodo e' l'Armageddon, e che la salvezza del mondo dipende da noi.
Cio' mi riporta ai miei seni pesanti, e al mio ruolo su questo pianeta.
*
Cosa si suppone io debba fare, adesso? Holly Near dice: "Se ognuno e ognuna
di noi fa anche un'unica cosa, una sola ma piena di bellezza, la vita sulla
Terra non morira'".
Qualche mese fa, con altre amiche, ho dato inizio ad un movimento che si
chiama "Seni, non bombe". Sostiamo a petto nudo nelle strade di Mendocino,
reggendo cartelli che spiegano cosa sia la vera indecenza: "La guerra e'
indecente", "Le espulsioni di migranti sono indecenti", "La tortura e'
indecente", e cosi' via. E' il nostro tentativo di rendere visibili la
sacralita' della madre e dei suoi seni. Di risvegliare le persone rispetto
al fatto che donne e bambini sono le vittime non rendicontate della guerra
voluta dalla politica omicida americana. E che noi sopravviveremo grazie
alle madri, che hanno cura, che nutrono, che amano. Vogliamo che il potere
femminino si mostri.
Le nostre manifestazioni vengono salutate da schiamazzi di clacson, e vi
sono alcune persone che se ne ritengono personalmente offese, e coprono gli
occhi ai loro figli. La maggior parte delle donne che fa questo con me ha
seni piccoli, e sebbene anche a loro ci voglia un bel coraggio per sfilarsi
la maglietta, io mi sento maggiormente vulnerabile. I miei seni sono grandi.
Non c'e' dubbio che io stia rivelando me stessa. Non si puo' fare a meno di
notarli, e ad ogni movimento che faccio rimbalzano incontrollabilmente.
Sembrano avere vita propria.
Allora, perche' si sono pure gonfiati? E perche' io non sanguino? Io credo
perche' mi sto portando addosso le sofferenze del mondo. La devastante
tristezza della guerra e la distruzione di tutto cio' che e' sacro sono
fatti innegabili, e pero' e' socialmente inaccettabile rispondervi.
Il mio analista dice che soffro perche' sto perdendo mia madre e che il mio
atto di denudarmi il petto in mezzo alla strada e' un modo per costruire un
ponte sino a lei. Mi ha suggerito di accendere candele sul mio altare, e di
calmarmi. Io ho suggerito la possibilita' che la follia di mia madre sia
oracolare. Forse l'avrebbero considerata una profetessa, nei tempi antichi.
Forse senza l'intervento dei prodotti chimici sarebbe riuscita a vedere
attraverso il velo dell'illusione. Mia nonna fu rinchiusa allo stesso modo
suo, e mori' in un istituto. Forse mi sto portando il loro messaggio
profetico nel sangue. Si dice che un tempo era possibile. Perche' non di
nuovo?
Moltissime donne parlano quotidianamente della loro depressione, dello shock
e dell'orrore che provano di fronte alle bugie ed alle omissioni del governo
e delle corporazioni economiche. Si ammalano, si sentono stanche, non
riescono a fare quello che devono fare durante la giornata, specialmente ora
dopo le ultime elezioni. Io mi spoglio nel tentativo di attrarre
l'attenzione dei media di destra e di quelli che si autocensurano sulle
colossali ingiustizie che vedo. Janet Jackson ha avuto tutti i titoli dei
giornali perche' per un secondo le si e' visto un capezzolo. E allora
perche' noi no, per una giusta causa?
Un paio di anni fa andai a Washington, ad assistere ad una seduta del
Senato. Quel giorno lo presiedeva Hillary Clinton e le decisioni da prendere
riguardavano quali ulteriori sanzioni e punizioni si potessero imporre a
Yasser Arafat ed al popolo palestinese. Cominciai a piangere.
All'inizio mi sentirono solo i miei vicini, il pubblico in galleria, ma
quando il volume dei miei singhiozzi si alzo', persino Hillary non pote'
impedirsi di guardare verso l'alto. Un enorme buttafuori venne a prendermi
per un braccio e mi porto' nell'atrio, dove fui circondata da personale
della sicurezza che mi suggeriva di andare in bagno a rinfrescarmi. Risposi
loro che non volevo rinfrescarmi, volevo piangere. Sembravano terrorizzati
da una donna in lacrime, forse piu' spaventati che se avessi avuto in mano
una pistola: quella era una minaccia a cui sapevano come rispondere.
Percio', ripeto, non riesco a fare a meno di chiedermi che succederebbe se
migliaia, o anche milioni, di donne che sperimentano il dolore al livello in
cui io lo sto sperimentando, andassero a Washington o alle sedi dei loro
governi locali, e rimanessero semplicemente li' davanti agli edifici ad
esprimere le loro emozioni, e si battessero i seni nudi in un lamento
rituale. Che effetto avrebbe?
Io credo che questo tipo di potere non potrebbe essere negato. Io credo sia
giunto il tempo per tutte le donne, le nonne, le figlie, di rivelare se
stesse. Io credo che lasciar continuare le atrocita' sia la vera follia.
Forse sto entrando in menopausa. O forse, come mia madre, sono semplicemente
pazza.

7. STRUMENTI. PRESTO IN LIBRERIA UNA NUOVA OPERA DI ENRICO PEYRETTI
[Con viva gioia riceviamo e diffondiamo la seguente notizia editoriale.
Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) e' uno dei principali
collaboratori di questo foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura
e dell'impegno di pace e di nonviolenza. Tra le sue opere: (a cura di), Al
di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni,
Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi
1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999; e' disponibile nella
rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza
guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di
cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie
Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico
Peyretti ha curato la traduzione italiana), e una recentissima edizione
aggiornata e' nei nn. 791-792 di questo notiziario; vari suoi interventi
sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org. Una piu' ampia
bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15
novembre 2003 di questo notiziario]

Esce a giorni presso Il Segno dei Gabrielli editori (tel. 0457725543; fax
0456858595, e-mail: scrivimi at gabriellieditori.it), al prezzo di 10 euro il
nuovo libro di Enrico Peyretti: Dov'e' la vittoria? Piccola antologia sulla
miseria e la fallacia del vincere.
*
L'opera si apre con la seguente dedica:
Alle vittime di tutte le "vittorie",
- e vittima di se stesso e' anche chi vince
con le armi e con l'ostilita' -
supplicandole di perdonare questa nostra misera umanita',
che tuttavia e' sempre di nuovo chiamata,
anche proprio da quelli
che calpesta ed uccide, che corrompe e rovina,
a ritrovare una ragione e un cuore umani.
*
E' una raccolta di 115 testi, note, pensieri, sulla vacuita' della vittoria
in guerra e nei rapporti quotidiani violenti o imperiosi.
Perche' attaccare la vittoria? C'e' forse qui un amore del perdere,
dell'esser vittime? O si pensa solo ad una vittoria nel mondo spirituale
futuro, consegnando alla violenza la vittoria in questo mondo? Denunciando
l'inganno della vittoria, si vuole proporre una ragione e un diritto senza
forza? Niente affatto. La nonviolenza e' forza. La forza costruisce, la
violenza distrugge.
Nell'opinione dominante, viziata dall'ideologia della violenza, il guadagno
del vincitore e' il danno del vinto. Nel pensiero e nella strategia della
forza nonviolenta, il guadagno e' condiviso, magari minore, ma senza danni.
E maggiore soprattutto la qualita' umana, la soddisfazione, se non la
felicita' comune. La gestione dei conflitti con la forza umana dei mezzi
costruttivi e' l'alternativa alla guerra, sia pubblica che privata.
Qui si intende smascherare l'inganno e l'illusione della vittoria: tentativo
non superfluo, perche' nei nostri anni l'idolatria mortale della guerra e'
tornata con arroganza a guidare i potenti e folli detentori di leve omicide.
Chiamano vittoria, quando non precipitano invece nello stesso abisso che
hanno aperto, quella che e' la massima sconfitta umana: essere nemici, gli
uni contro gli altri, percio' senza gli altri, dunque meno umani che mai.
Le voci qui raccolte - oltre ottanta, ordinate per epoche storiche - vanno
da Buddha, alla Bibbia, al Corano, a Erasmo, Kant, Voltaire, Tolstoj, Simone
Weil, naturalmente Gandhi, e tanti scrittori e testimoni molto, poco, o
niente famosi.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, sudest at iol.it,
paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 851 del 25 febbraio 2005

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