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La nonviolenza e' in cammino. 852



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 852 del 26 febbraio 2005

Sommario di questo numero:
1. Voci per Giuliana
2. Mao Valpiana: Grazie a tutti
3. Peppe Sini: Da Venezia una vittoria della nonviolenza, una vittoria
dell'umanita'
4. Chiara Cavallaro: "No alla censura preventiva sulla guerra", una campagna
da sostenere
5. Per una bibliografia sulla Shoah (parte trentesima)
6. Ileana Montini: I seguaci di don Giussani
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. TESTIMONIANZE. VOCI PER  GIULIANA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22, 23 e 24 febbraio 2005 riprendiamo
alcuni dei molti interventi di solidarieta' con Giuliana Sgrena. Giuliana
Sgrena, intellettuale e militante femminista e pacifista tra le piu'
prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle
culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande importanza (tra
cui: a cura di, La schiavitu' del velo, Manifestolibri, Roma 1995, 1999;
Kahina contro i califfi, Datanews, Roma 1997; Alla scuola dei taleban,
Manifestolibri, Roma 2002; Il fronte Iraq, Manifestolibri, Roma 2004); e'
stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase
piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso. A Baghdad e' stata
rapita il 4 febbraio 2005. Dal sito del quotidiano "Il manifesto"
riprendiamo, con minime modifiche, la seguente scheda: "Nata a Masera, in
provincia di Verbania, il 20 dicembre del 1948, Giuliana ha studiato a
Milano. Nei primi anni '80 lavora a 'Pace e guerra', la rivista diretta da
Michelangelo Notarianni. Al 'Manifesto' dal 1988, ha sempre lavorato nella
redazione esteri: appassionata del mondo arabo, conosce bene il Corno
d'Africa, il Medioriente e il Maghreb. Ha raccontato la guerra in
Afghanistan, e poi le tappe del conflitto in Iraq: era a Baghdad durante i
bombardamenti (per questo e' tra le giornaliste nominate 'cavaliere del
lavoro'), e ci e' tornata piu' volte dopo, cercando prima di tutto di
raccontare la vita quotidiana degli iracheni e documentando con
professionalita' le violenze causate dall'occupazione di quel paese.
Continua ad affiancare al giornalismo un impegno anche politico: e' tra le
fondatrici del movimento per la pace negli anni '80: c'era anche lei a
parlare dal palco della prima manifestazione del movimento pacifista"]

Cara Giuliana, ti ho conosciuta il 2 luglio del 2003 quando insieme alle
giornaliste inviate di guerra sei stata nostra ospite a Montecitorio e mi
hai dato un'impressione di forza e di schiettezza. Toccante il tuo racconto
sulla guerra in Iraq raccolto nel volume Le giornaliste e la guerra in Iraq,
che rappresenta una preziosa riflessione. Il tuo rapimento e' per me una
ragione di grande angoscia e sento la necessita' e il dovere di esprimere ai
tuoi cari familiari la mia solidarieta'. Sono loro vicina con quella stessa
schiettezza che ci ha reso amiche. A nome della Provincia di Avellino, quale
presidente, e delle associazioni femminili presenti sul territorio, esprimo
al tuo giornale il mio sostegno e mi impegno ad attivare una forte azione
tesa ad ottenere la tua liberazione. Una persona come te, una donna che si
e' spesa nella sua professione con estrema dedizione e straordinario
coraggio, rappresenta sicuramente un riferimento per raccontare un mondo
purtroppo martoriato da una guerra atroce. Il mio augurio e' che tu venga
liberata e restituita all'amore e all'affetto dei tuoi cari genitori e di
quanti, desiderosi di pace, sanno di poter avere da te una testimonianza
vera e vissuta.
Alberta De Simone, presidente della Provincia di Avellino
*
La Lega Araba condanna duramente il rapimento della giornalista Giuliana
Sgrena e ne chiede l'immediata liberazione. La giornalista come l'abbiamo
conosciuta e' un simbolo della pace, non merita il rapimento ne' la
sofferenza perche' dedica tutto il suo impegno per la liberta' e la pace dei
popoli oppressi, dalla Palestina all'Iraq ecc. Percio' chiediamo la sua
liberazione per farla tornare ad aiutare i popoli del Terzo mondo e per
avvicinare i popoli e porre fine alla cosiddetta guerra di civilta'.
Fathi Abu Abed, portavoce della Lega degli Stati Arabi in Italia
*
Nei nostri pensieri e in tutto quello che facciamo in questi giorni c'e'
Giuliana Sgrena. L'ho conosciuta in Italia, a un incontro in una sede del
parlamento. Mi ha toccato il cuore. L'ho subito sentita come una donna
irachena. Io e mio marito stiamo facendo numerosi appelli ai leader
islamici, ai partiti islamici, alle moschee e a tante associazioni e a tanti
giornali. Ho fatto girare nelle associazioni di donne islamiche una lettere
che spiega quanto il popolo italiano sia in disaccordo con la decisione del
suo governo di inviare truppe in Iraq. Giuliana e' una protagonista del
movimento contro la guerra ed e' impegnata per la pace, la liberta' e la
democrazia, non solo in Iraq ma anche in Algeria, Palestina e Afghanistan.
Sono convinta che un iracheno non possa arrivare a uccidere una donna,
qualsiasi sia la ragione, e questo e' quanto ci impone la nostra religione.
Sono convinta che presto o tardi la rilasceranno.
Sameera Ahmed Al-Awazi
(Questo messaggio arriva dal quartiere di Adhamiya a Baghdad tramite l'ong
italiana "Berretti bianchi". Sameera e' un'insegnante di lingua araba nella
scuola primaria. Ha 44 anni, sei figli ed e' la moglie del dottor Riyadh
Al-Adhadh, un medico reumatologo sunnita molto noto in citta', che e' stato
anche eletto nel consiglio municipale ed e' membro dell'Iraqi islamic party
che non ha partecipato alle elezioni volute dagli Usa. Sameera e' impegnata
a dare sostegno alle vittime della guerra, specialmente le donne. E' stata
in Italia nello scorso dicembre per partecipare alla sessione del World
tribunal on Iraq a palazzo Marini, dove ha conosciuto Giuliana Sgrena).
*
Cari colleghi del "Manifesto", sono della redazione di Rainews 24. Conosco
Giuliana da vari anni e abbiamo spesso fatto delle cose insieme. Sabato
avrei voluto essere con voi alla manifestazione, ma il mio direttore mi ha
chiesto di condurne la diretta. L'ho fatto con infinito amore ed emozione,
anche se non sono potuta essere la con voi fisicamente. Ho pensato di far
registrare su cassetta tutta la diretta. Sara' il mio regalo per Giuliana
quando tornera'. Perche' tornera'. Lo vogliamo sperare, lo dobbiamo sperare
e non possiamo farci prendere dalla stanchezza o dallo sconforto. Stanotte
ho sognato Giuliana. Eravamo a Malta, al mare e tra gli edifici barocchi
della Valletta. Giuliana era tornata da non molto, era tranquilla, sorrideva
e si godeva il fresco delle onde e il calore del sole. Tutto era tanto
sereno... Che sia di buon auspicio. Ne sono certa. Forza a tutti. Siete
magnifici. Teniamoci stretti.
Claudia Origlia

2. EDITORIALE. MAO VALPIANA: GRAZIE A TUTTI
[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: mao at sis.it) per questo intervento.
Mao (Massimo) Valpiana e' una delle figure piu' belle della nonviolenza in
Italia; e' nato nel 1955 a Verona dove vive ed opera come assistente sociale
e giornalista; fin da giovanissimo si e' impegnato nel Movimento Nonviolento
(si e' diplomato con una tesi su "La nonviolenza come metodo innovativo di
intervento nel sociale"), e' membro del comitato di coordinamento nazionale
del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa della nonviolenza di
Verona e direttore della rivista mensile "Azione Nonviolenta", fondata nel
1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al servizio e alle spese
militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla campagna per il
riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione della Lega
obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario nazionale; durante
la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione diretta nonviolenta
per fermare un treno carico di armi (processato per "blocco ferroviario", e'
stato assolto); e' inoltre membro del consiglio direttivo della Fondazione
Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio della War Resisters
International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione di Coscienza); e'
stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato di sostegno alle
forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per la pace da
Trieste a Belgrado nel 1991; un suo profilo autobiografico, scritto con
grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4
dicembre 2002 di questo notiziario. Nel notiziario di domani riprodurremo il
testo integrale della sentenza]

La sentenza emessa dalla Corte d'Appello di Venezia giovedi' 24 febbraio
2005, di piena conferma della sentenza assolutoria di primo grado emessa dal
Tribunale di Verona nel 1997, e' una sentenza che ci assolve definitivamente
dall'accusa di blocco ferroviario per aver fermato alla stazione di Balconi
di Pescantina il 12 febbraio 1991 il "treno della morte" proveniente dalla
Germania e diretto a Livorno carico di mezzi militari destinati alla prima
guerra in Iraq.
Siamo stati assolti "perche' il fatto non sussiste" in quanto in sostanza i
giudici riconoscono che la nostra azione diretta nonviolenta era tesa "non
gia' ad impedire od ostacolare la liberta' dei trasporti ma a rendere palese
e ad esternare una posizione di non allineamento a quella degli organi
ufficiali", ed inoltre viene riconosciuta la correttezza e la coerenza della
nostra condotta nonviolenta.
Grazie a tutti.
Questa "vittoria di tutti" e' stata ottenuta con il concorso di tantissimi
amici della nonviolenza.
In primo luogo vogliamo ringraziare gli avvocati della difesa, che con
generosita', competenza, e autorevolezza hanno patrocinato la causa. Grazie
di cuore a Sandro e Nicola Canestrini, Maurizio Corticelli, Nicola Chirco,
Giuseppe Ramadori. Questi avvocati costituiscono una preziosa risorsa per
tutto il movimento. Senza di loro non avremmo ottenuto un risultato cosi'
soddisfacente.
Grazie alle tantissime persone e gruppi che da ogni parte d'Italia hanno
fatto pervenire la loro solidarieta', determinante far capire ai giudici che
il blocco nonviolento non era un'azione estemporanea, ma esprimeva la
profonda persuasione di un sentire comune e diffuso.
Grazie a padre Angelo Cavagna e al professor Antonio Papisca, che con le
loro testimonianze al primo processo hanno offerto ai giudici le profonde
motivazioni morali e giuridiche per dichiarare illegittima quella guerra, e
tutte le guerre.
Grazie a chi ha sempre dato una corretta e puntuale informazione, senza la
quale non sarebbe cresciuto il consenso attorno a noi.
Grazie a chi prima di noi, con sacrificio personale, ci ha insegnato cos'e'
la nonviolenza  e ci ha fatto capire, con l'esempio, la forza e l'efficacia
dell'azione diretta nonviolenta.
Grazie ai nostri figli, non ancora nati nel 1991, oggi adolescenti, che ci
hanno sostenuto con la loro vivace freschezza, con leggerezza e passione.
Grazie al Movimento Nonviolento che ha messo a disposizione tutte le risorse
ideali e materiali necessarie.
Grazie alla magistratura, che ci ha giudicato con imparzialita' e in
autonomia, ed ha saputo applicare con coraggio lo spirito della legge.
Grazie a chi utilizzera' questa sentenza per proseguire il cammino della
nonviolenza.
Mao Valpiana
a nome di tutti i 17 imputati, assolti.

3. EDITORIALE. PEPPE SINI: DA VENEZIA UNA VITTORIA DELLA NONVIOLENZA, UNA
VITTORIA DELL'UMANITA'
La sentenza emessa il 24 febbraio 2005 dalla Corte d'Appello di Venezia, che
conferma pienamente la sentenza di primo grado di piena assoluzione degli
amici della nonviolenza che nel 1991 avevano bloccato un treno che
trasportava armi per la guerra del Golfo, ha un grande valore, per molti
motivi.
Nei prossimi giorni offriremo una piu' ampia documentazione e svolgeremo una
piu' approfondita riflessione, ma fin d'ora vogliamo mettere in evidenza
alcuni elementi a nostro avviso cruciali.
1. Avevano ragione gli amici della nonviolenza: col loro tentativo di
impedire ad armi assassine di giungere sul teatro della guerra stragista
essi obbedivano al principio fondamentale, e valore supremo, sancito dall'ar
ticolo 11 della Costituzione della Repubblica Italiana, che ripudiando la
guerra invera il principio basilare dell'intera civilta' umana: il dovere di
non uccidere altri esseri umani.
2. Avevano ragione gli amici della nonviolenza: con la nonviolenza si puo' e
si deve opporsi alle uccisioni. Se invece di 17 testimoni in una stazione
ferroviaria dalle parti di Verona, milioni di persone in tante parti del
mondo avessero fatto un analogo gesto limpido e concreto, un'analoga azione
rigorosamente nonviolenta, avessero impedito la costruzione, il trasporto,
l'uso di strumenti assassini, quante vite umane sarebbero state salvate,
allora, oggi.
3. Avevano ragione gli amici della nonviolenza: la nonviolenza e' piu'
forte. Se invece di persistere in equivoci, ambiguita', abulia e menzogne
come sovente massivamente accade, almeno le persone sinceramente convinte
che la pace e' preferibile alla guerra, il convivere preferibile
all'assassinare, si decidessero infine della necessita' di fare la scelta
della nonviolenza, e si desse quindi un movimento di massa consapevolmente,
persuasamente, e quindi persuasivamente nonviolento, capace di costituire
corpi civili di pace, capace di realizzare la difesa popolare nonviolenta,
capace di fermare il tristo lavoro delle fabbriche d'armi e la sanguinaria
operativita' delle strutture assassine, capace di rendere la nonviolenza
azione collettiva e sentimento comune di dignita' e serieta' dinanzi alla
vita propria ed altrui, principio giuriscostituente e riconoscimento di
umanita' per tutti gli esseri umani, ebbene, quante vite potremmo salvare,
quante dittature abbattere, quanti crimini impedire: abolire le guerre,
abolire ogni terrorismo, sconfiggere ogni organizzazione criminale sarebbe
allora possibile.
4. Avevano ragione gli amici della nonviolenza: la nonviolenza e' la via. La
via su cui molte e molti si sono gia' messi: come ebbe a scrivere una volta
Aldo Capitini: "la nonviolenza e' il varco attuale della storia". Solo la
nonviolenza puo' salvare l'umanita'.
5. I magistrati veneziani, come gia' quelli veronesi a suo tempo, questo
hanno colto: nell'azione nonviolenta hanno visto all'opera la cittadinanza
democratica, lo stato di diritto come costume morale e impegno civile
incarnato nell'attiva responsabilita' delle persone, l'inveramento della
Costituzione del nostro paese, e della carta dell'Onu, e della Dichiarazione
universale dei diritti umani del '48; in quei diciassette cittadini italiani
che fermavano il treno della morte hanno riconosciuto le antiche virtu'
repubblicane cui ci chiamava Giacomo Leopardi, l'eredita' grande della
Resistenza, il cielo stellato e la legge morale. E hanno saputo sentenziare
che quell'agire non e' reato ma diritto, amore e non disprezzo della legge.
Reato e' uccidere, delitto e' la guerra, crimine la produzione e l'uso delle
armi che sopprimono umane esistenze. Nell'azione diretta nonviolenta di
diciassette cittadini italiani che fermano un carico di armi che di li' a
poco avrebbero menato strage di vite umane, nell'azione diretta nonviolenta
di diciassette cittadini italiani che fermano un carico di armi per salvare
cosi' quelle vite umane dalle armi minacciate di morte, quei giudici hanno
saputo riconoscere la verita' e la giustizia in azione, il diritto legale,
il dovere morale. E lo hanno sentenziato, in nome del popolo italiano, in
nome dell'umanita'.

4. INIZIATIVE. CHIARA CAVALLARO: "NO ALLA CENSURA PREVENTIVA SULLA GUERRA",
UNA CAMPAGNA DA SOSTENERE
[Ringraziamo Chiara Cavallaro (per contatti:
chiara.cavallaro at issirfa.cnr.it) per questo intervento. Chiara Cavallaro,
prestigiosa figura del movimento per la pace, economista, ricercatrice Cnr,
formatrice alla nonviolenza, fa parte del Comitato scienziate e scienziati
contro la guerra, di "Articolo 11. Sana e robusta Costituzione",
dell'esperienza di "Ostinati/e per la pace", ed e' una delle persone piu'
attivamente impegnate nella campagna "No alla censura preventiva sulla
guerra"]

Ha come motto "No alla censura preventiva sulla guerra" la campagna contro
l'approvazione della proposta di legge di delega al governo per la riforma
dei codici penali militari di pace e di guerra (disegno di legge n. 5433,
presentata dal Ministro della Difesa di concerto con il Ministro della
Giustizia).
Come esplicitato da Silvana Pisa in un articolo comparso sull'"Unita'" il 2
febbraio scorso, dal titolo "Repubblica fondata sulla guerra", la posta in
gioco su questa legge delega, che si desume anche dalle scarne
considerazioni qui riportate, e' la previsione della guerra come
consuetudine internazionale per la risoluzione dei conflitti. Questa
operazione passa per una sorta di "banalizzazione" della guerra, convertita
in un immanente e, apparentemente, inevitabile "tempo di guerra" in cui,
volenti o nolenti, saremmo costretti a vivere.
Si sa che in situazioni di questo tipo la tentazione di ricorrere a
strumenti gia' noti puo' essere dettata anche dalle migliori intenzioni e
che la riflessione sul legame tra mezzi e fini rischia di essere rinviata a
tempi meno "emergenziali". La campagna e' quindi, allo stesso tempo, un
fronte di resistenza di fronte all'ennesimo tentativo di indicare e
istituzionalizzare l'uso della violenza come strumento piu' efficace in
situazioni di crisi e di conflitto, e un modo per rinnovare la necessita' e
l'urgenza di cominciare a pensare, concretamente, a costruire la pace ed
affrontare la trasformazione dei conflitti con altri mezzi e altro tipo di
risorse rispetto alla deterrenza delle armi e degli eserciti.
*
Le tematiche oggetto della campagna
Questi elementi e i problemi posti da questo progetto di legge delega sono
pero' immediatamente individuabili dalla semplice lettura del testo della
proposta di legge, pertanto quanto segue e' una sintetica elencazione dei
suoi punti piu' eclatanti e delle osservazioni raccolte da varie fonti in
questi due mesi. I punti sono suddivisibili in due aree: una prima, che
investe piu' direttamente sensibilita' e diritti della societa' civile; e
una seconda, piu' interna al campo delle scienze giuridiche e della
giurisdizione militare in senso stretto, ma non per questo meno pericolosa.
*
La prima area
Partiamo dalla prima area, i cui temi sono forse, nella campagna in atto,
quelli maggiormente citati, e che si riferisce essenzialmente a quanto
previsto nella riforma del codice penale militare di guerra.
Attualmente il codice penale militare di guerra (che risale al 1941) prevede
di essere in vigore ogni qualvolta sia stato dichiarato, con le procedure
previste dagli artt. 78 e 87 della Costituzione, lo stato di guerra.
Tuttavia, puo' essere applicato (art. 4 cpmg), anche in assenza di tale
dichiarazione, quando espressamente previsto dalla legge, ed in particolare
l'art. 9 dello stesso codice prevede che sia applicato anche alle operazioni
militari armate all'estero. Se non bastasse questo, l'art. 165 del cpmg
prevede, in seguito a quanto determinato con due leggi recenti (L. 6/2002 e
L. 15/2002), che possa entrare in vigore anche nel caso di conflitti armati,
definiti, indipendentemente dal luogo, come quei conflitti in cui una delle
parti fa uso militarmente organizzato e prolungato delle armi nei confronti
dell'altra per lo svolgimento di operazioni belliche.
Le nostre operazioni all'estero, in particolare quella in Afghanistan (alla
cui partecipazione si devono le due leggi del 2002 citate) e quella in Irak,
stanno utilizzando come riferimento legislativo il codice penale militare di
guerra in quanto operazioni all'estero per le quali si e' deciso per legge
di adottare il cpmg, piu' che trattandosi di missioni con operazioni
belliche nelle quali almeno una delle due parti (quella italiana o quella
americana, per esempio), fa uso organizzato e prolungato delle armi nei
confronti dell'altra (terroristi?).
In questa situazione, che probabilmente si pone oltre il dettato
costituzionale, pur trovandosi nei confini determinati da una legislazione
in vigore, la proposta di legge delega n. 5433 (nella quale non vi e' nessun
richiamo ai limiti posti dagli artt. 11 e 103 della Costituzione) non
introduce elementi di certezza, piuttosto amplia l'automaticita' delle
procedure per la determinazione di tale applicazione, prevedendo che il cpmg
possa essere posto in vigore, nei casi gia' citati, con un qualsiasi atto
avente forza di legge. Tradotto: decreto legge del governo, senza alcun
preventivo passaggio per le camere.
Tuttavia, si badi bene, questa situazione non configura uno "stato di
guerra", bensi' la delega lo definisce in piu' parti un "tempo di guerra", i
cui contorni paiono dati, quasi tautologicamente, come quel tempo (e quel
luogo) dove i militari italiani si trovino, non e' chiaro perche',
all'estero o in una condizione di conflitto armato. In questa condizione
opereranno  "come se" si fosse in guerra, pur essendo, magari, inviati in
missione di pace.
*
Le conseguenze piu' eclatanti
Le conseguenze piu' eclatanti di questa situazione, su cui la campagna sta
particolarmente insistendo, sono in questi casi due:
1. entrano in vigore, in Afghanistan e Irak e nell'eventuale "tempo di
guerra" previsto dalla delega, gli articoli che fanno parte del Terzo Libro
del Codice "Dei reati militari, in particolare", Capo III, ovvero gli artt.
72, 73, 74 e 75  "Della illecita raccolta, pubblicazione e diffusione di
notizie militari" che riguardano in particolare il procacciamento di notizie
riservate, la diffusione di notizie riservate e l'agevolazione colposa di
tali reati. La delega prevede l'abrogazione del solo art. 75 "Diffusione di
notizie di particolare interesse militare", lasciando quindi in vigore i tre
articoli precedenti (72, 73, 74). La Federazione Nazionale della Stampa,
innanzitutto, ha sollevato il problema che la presenza di tali articoli lede
i diritti alla liberta' di stampa da parte dei giornalisti, e altre
associazioni hanno eccepito che questo lede anche il diritto ad essere
informati da parte dei cittadini e delle cittadine; tale pericolo resterebbe
in vigore anche a riforma avvenuta (1).
2. La seconda conseguenza e' piu' complessa. Non solo il codice penale
militare di guerra, ma anche il codice penale "ordinario" contempla
situazioni particolari in considerazione dell'esistenza di un "tempo di
guerra". In particolare, gli artt. 248, 249, 250 contemplano reati del tutto
particolari come "Somministrazione al nemico di provvigioni",
"Partecipazione a prestiti a favore del nemico" o "Commercio col nemico".
Tali reati potrebbero, in una situazione di ampia discrezionalita' e di
scarsa definizione come quella prevista nell'ambito della delega, essere
attribuiti per esempio all'operato di ong indipendenti operanti sul
territorio di operazioni italiane all'estero. Tutto sta a intendersi sul
significato di tempo di guerra e, probabilmente, alle relazioni che
intercorrono tra ong e forze armate.
3. Ovviamente il problema principale risiede nella nuova definizione che la
delega implicitamente da' di "tempo di guerra". Per la parte di dibattito su
questo tema si rimanda tuttavia all'articolo di Claudio De Fiores "La
revisione dei codici militari: una riforma per la guerra" pubblicato sul
sito www.costituzionalismo.it, dove esso viene ampiamente trattato con la
dovuta competenza. Una ragionevole sintesi e' che, per la legislazione fino
alla proposta di legge delega, il tempo di guerra era indissolubilmente
legato alla dichiarazione dello stato di guerra. Con la proposta di legge
delega questo legame viene a mancare (2).
*
La seconda area
La seconda area di conseguenze previste da questa proposta di legge delega
investe sia il codice militare di pace che di guerra. Riassumo
sinteticamente i vari punti, presentati da Domenico Gallo in una delle prime
riunioni della campagna e gia' ben esplicitati nell'articolo di Scarfi
presentato sul questa stessa rivista (n. 841):
1. il primo punto e' che si ritiene scandaloso pensare di poter riformare
una materia cosi' delicata con una delega al governo (tale punto potrebbe
investire comunque una pluralita' di altri settori per i quali sono dettati
principi costituzionali che pure sono stati e sono oggetto di delega al
governo);
2. il secondo e' che i principi contenuti alla base della riforma
mantengono, ed ampliano, il campo di intervento della magistratura militare;
va rilevato che tra i paesi europei solo Italia e Turchia mantengono ancora
una giurisdizione militare come giurisdizione separata (e non come ramo
speciale della giurisdizione generale), e che tale decisione risulta
assolutamente in contraddizione con quella di abrogare la leva obbligatoria
e con altre disposizioni legislative degli ultimi anni. Un esercito di
volontari, sottratto alla giurisdizione civile e del lavoro, implica un
pericoloso scollamento delle forze militari dalla societa', oltre a creare
una serie di complicazioni procedurali nel caso di reati commessi
congiuntamente tra civili e militari, e a configurare, per i medesimi reati,
trattamenti differenziati per cittadini "uguali davanti alla legge". Ci sono
infatti elementi che penalizzano maggiormente i militari rispetto ai civili
a seguito del compimento di reati (come nel caso di uso di sostanze
stupefacenti) o che ne inaspriscono le condizioni di detenzione (come nel
caso di gravidanza);
3. alla base di tale impostazione di riforma sembra poter esserci il
desiderio di evitare lo svuotamento di funzioni proprio della giurisdizione
militare, che viceversa rischia di risultare inadeguata, per risorse e
competenze, alle nuove funzioni ipotizzate; cio' lo si desume in particolare
dal fatto che  verrebbero sottoposti alla giurisdizione militare coloro che
sono militari anche per reati che, ad oggi, erano perseguiti attraverso la
giurisdizione ordinaria (reati amministrativi, ad esempio);
4. vi sono elementi di contrasto e connessioni difficili con l'attuale
riforma della giustizia (per altro rinviata alle camere del Presidente della
Repubblica);
5. l'art. 3, comma 1, lettera l, punto 17), prevede che divenga reato, per i
militari, in tempo di pace, "la raccolta o la partecipazione in forma
pubblica a sottoscrizioni per rimostranze o protesta in cose di servizio
militare o attinenti alla disciplina",  sicuramente riducendo l'ambito di
esercizio di diritti democratici all'interno delle forze armate;
6. l'art. 3, comma 1, lettera a, punto 3) definisce come luogo militare
qualunque luogo dove i militari si trovano, anche se temporaneamente, per
ragioni di servizio, alimentando per questo verso il dibattito sulla
questione della militarizzazione del territorio.
Questi, se pur non esaustivi, sono gli elementi posti in luce dalla campagna
di sensibilizzazione e pressione contro la legge delega. Va aggiunto che
anche da parte militare, attraverso il Cocer ad esempio, sono state
esplicitate molte, e in parte analoghe, preoccupazioni.
*
Lo stato della campagna
Il sito www.ostinatiperlapace.org cerca di dare conto dell'andamento della
campagna, propone via via l'aggiornamento di materiali utili a chi volesse
documentarsi o attivarsi, ha predisposto un modulo per la raccolta di firme
in sottoscrizione dell'appello lanciato a dicembre. Il numero di
associazioni e di cittadini e cittadine che se ne sta facendo promotrice
cresce lentamente ma ogni giorno di piu'. La sottoscrizione ha per effetto
quello di essere inseriti nell'elenco di una newsletter che ha lo scopo di
informare, in tempo quasi reale, di quanto si sta facendo e si ottiene.
*
Un primo successo
In data 16 febbraio 2005, per esempio, si poteva registrare un primo
successo ottenuto durante la discussione in commissione Difesa alla Camera.
La temporanea assenza di presidente e vicepresidente della commissione e la
presenza di tutti i parlamentari del centro sinistra ha consentito, infatti,
di far passare (per 18 voti a 17) un emendamento presentato dallonorevole
Deiana quasi incredibile perche' relativo al depennamento del codice
militare di guerra dall'art. 1 della legge, che definisce l'ambito della
delega al governo. Come dire: se di riforma si trattera', sara' per il solo
codice di pace. A fronte di tale evento i lavori in commissione sono stati
bloccati per riprendere nella settimana dal 21 al 28 febbraio con la
costituzione di un comitato ristretto che valuti la nuova situazione
creatasi. Si puo' ritenere, da quanto riportato in un incontro tenutosi il
17 febbraio nella sede dell'Fnsi, che l'attenzione portata sul tema dalla
campagna abbia positivamente influito sull'attenzione che i parlamentari
dell'opposizione hanno posto ai lavori in commissione.
La battaglia pero', ovviamente, non e' vinta: per molti motivi, uno dei
quali e' che, comunque, in corso di dibattito in aula, la maggioranza di
governo potra' presentare emendamenti che reintroducano quanto e' stato
bocciato in commissione. In ogni caso, comunque, sara' necessario tornare al
Senato.
Abbiamo concquistato un po' di tempo, ma niente di piu', e l'attenzione deve
restare alta.
I precedenti ci invitano a questa raccomandazione: la prima volta che questa
legge delega venne presentata in Senato fu giovedi18 novembre 2004 e venne
approvata nel suo testo terribile, oggi emendato, con questa votazione:
senatori presenti: 178 (su 321), votanti: 177 (escluso il presidente della
seduta), favorevoli: 132 (Fi, An, Lega, Udc), contrari: 45 (Ds, Margherita,
misto Udeur, Verdi). Ovvero, venne approvato con una ampia assenza delle
forze dell'opposizione.
Il testo votato in aula era stato prima licenziato dalle commissioni riunite
Difesa e Giustizia in data 27 ottobre 2004, ed era passato anche per i
dovuti pareri delle Commissioni Affari Costituzionali e Bilancio tra luglio
e novembre.
Quindi la pressione della campagna e' utile soprattutto per tenere ben
all'erta i parlamentari dell'opposizione, far capire loro che il movimento
per la pace, o l'attenzione alla difesa dei principi democratici della
nostra Costituzione, sono presenti anche quando la materia appare ostica.
*
Un sito e un appello
Da parte dei promotori della campagna c'e' l'invito a chi ancora non lo
avesse fatto, a visitare il sito www.ostinatiperlapace.org, sottoscrivere
l'appello e far conoscere a quante piu' persone possibile questa campagna.
Le due parlamentari che da febbraio 2004 hanno incessantemente tentato di
far orientare la nostra attenzione su questo argomento (Silvana Pisa dei Ds
ed Elettra Deiana del Prc) hanno apprezzato l'iniziativa dei gruppi del
centrosinistra del Comune di Roma, che dietro pressione delle associazioni
che siedono al Tavolo della pace, istituito in sede comunale, hanno
presentato una mozione su questo tema in sede di Consiglio. Portare il
risultato positivo di una tale mozione all'attenzione dei parlamentari, ma
anche dei presidenti di Camera e Senato, potrebbe essere uno degli elementi
per far sentire la voce di parte della societa' civile e delle istituzioni
che le sono piu' vicine. Iniziative di pressione sui consigli comunali sono
state ipotizzate anche da nodi della rete di Lilliput. Per una bozza del
testo della possibile mozione rimandiamo ancora una volta al sito gia'
citato, ovviamente da adeguare alle diverse situazioni.
*
Che fare di piu'?
La campagna e' nata di corsa, a meta' dicembre, coinvolgendo diverse realta'
di dimensioni, impatto territoriale, impatto sull'opinione pubblica e sui
media assolutamente differenziato.
"Art.11 sana e robusta Costituzione" ha messo in atto, oltre al presidio
serale permanente sotto Palazzo Chigi, un'azione diretta alla redazione
romana del "Corriere della Sera" per chiedere conto del silenzio sul tema, e
volantinato e promosso l'appello ovunque fosse possibile e comprensibile.
Rete Lilliput oltre a partecipare con il nodo di Roma, ha contribuito alla
gestione del sito e della newletter.
La Federazione nazionale della stampa italiana, insieme con le associazioni
promotrici della campagna ha tenuto, giovedi' 17 febbraio, un incontro nella
sua sede al quale hanno partecipato, oltre alle parlamentari, giornalisti/e
della stampa e della televisione, giuristi, membri del Cocer e della
magistratura militare, e parte dell'associazionismo.
Le Donne in nero hanno organizzato a Roma una settimana di mobilitazione per
Giuliana Sgrena nella quale hanno inserito anche un incontro sulla delega
per la riforma dei codici, e analogo incontro si e' tenuto il 18 febbraio a
Bologna.
"Un Ponte per...", tra i primi a segnalare con un comunicato la
pericolosita' del progetto di legge, ha tenuto, proprio con Giuliana Sgrena,
un incontro su questo tema qualche tempo prima, a dicembre.
Il Tavolo per la pace di Roma ha promosso la mozione in votazione al Comune
di Roma di cui si parlava prima, e collaborato alla organizzazione
dell'incontro alla Fnsi.
Qualsiasi cosa si decida di fare, e' importante che possa venire a
conoscenza dei parlamentari e degli altri promotori, cosi' da darle adeguata
pubblicita', o concordare eventuali sinergie.
Nella settimana di presentazione alla Camera, si sta pensando di presenziare
come pubblico alle sedute e costruire una mobilitazione all'esterno di
Montecitorio nella giornata di votazione.
*
Per contatti
Per contatti, oltre a quanto si puo' trovare sul sito, si puo' scrivere
anche a: "Articolo 11", e-mail: artundici at libero.it, o telefonare a: Manuele
Messineo, tel. 3495705059 o Tiziana Boari, tel. 3397556744, o anche
contattare l'autrice di questo articolo: e-mail: ch.cavallaro at virgilio.it
*
Note
1. Cio' che sembra invece si faccia piu' fatica ad accettare e' che tutti
questi articoli sono attualmente in vigore sia nel territorio irakeno che in
quello afgano controllato dai militari italiani (ancorche' sotto il comando
di eserciti stranieri), e non solo in un futuro piu' o meno prossimo. Di
fatto, quindi, gia' oggi la liberta' di informazione dalle zone di guerra e'
limitata, ed essa non riguarda solo i giornalisti, ma chiunque si trovi o
nelle forze armate italiane o nei territori sotto il loro controllo.
2. Per amore di completezza e verita' va detto che la legislazione attuale
ammette l'adozione del cpmg ma senza l'applicazione del suo Libro IV, che e'
quello relativo alla procedura penale militare di guerra: poiche' tale
codice e' applicato in missioni di pace, le procedure e le pene previste
debbono, prevalentemente, fare riferimento a quanto previsto nel codice di
procedura di pace, salvo diverse disposizioni. Un modo per quietare le
coscienze e rendere la questione ancora un po' piu' complessa.

5. MATERIALI. PER UNA BIBLIOGRAFIA SULLA SHOAH (PARTE TRENTESIMA)

ZENO SALTINI
Sacerdote cattolico ed educatore (1900-1981), nato a Fossoli di Carpi
(Modena), fondatore della comunita' di "Nomadelfia" che ha sede dapprima
nell'ex-campo di concentramento di Fossoli poi nei pressi di Grosseto, Zeno
Saltini e' una grande figura di costruttore di pace e di nonviolenza. Dal
sito di Nomadelfia (www.nomadelfia.it) riprendiamo la seguente scheda
biografica: "Padre e fondatore di Nomadelfia e' don Zeno Saltini. 30 agosto
1900: Zeno Saltini nasce a Fossoli di Carpi (Mo), in una famiglia
patriarcale. 1914 - Il rifiuto della scuola: a 14 anni e mezzo Zeno rifiuta
di continuare gli studi, affermando che a scuola insegnano cose che non
incidono nella vita, e va a lavorare nei poderi della famiglia. Vive in
mezzo ai braccianti, conosce le loro miserie e ne condivide le giuste
aspirazioni. 1920 - "Cambio civilta'": soldato di leva nella caserma del III
Telegrafisti a Firenze, ha uno scontro violento, lui cattolico, con un amico
anarchico alla presenza degli altri soldati. L'anarchico sostiene che Cristo
e la Chiesa sono di ostacolo al progresso umano. Zeno sostiene il contrario,
pur riconoscendo che i cristiani sono in gran parte incoerenti. Ma
l'anarchico e' istruito e lui no. Tra i fischi degli altri soldati, Zeno si
ritira da solo e decide: "Gli rispondero' con la mia vita. Cambio civilta'
cominciando da me stesso. Per tutta la vita non voglio piu' essere ne' servo
ne' padrone". Decide di studiare legge e teologia, mentre continua a
dedicarsi ad attivita' di apostolato ed al recupero di ragazzi sbandati. Si
laurea in legge presso l'Universita' Cattolica di Milano. Aveva intenzione
di difendere come avvocato coloro che non potevano pagarsi un difensore; ora
pero' si rende conto che la sua missione e' di prevenire che cadano in
disgrazia: decide di farsi sacerdote.  6 gennaio 1931 - Sacerdote, "il primo
figlio": celebra la sua prima messa nel duomo di Carpi e all'altare prende
come figlio un ragazzo di 17 anni appena uscito dal carcere: Danilo. 1941 -
"La prima mamma": a S. Giacomo Roncole, vicino a Mirandola (Mo), don Zeno
accoglie come figli altri fanciulli abbandonati e fonda l'Opera Piccoli
Apostoli. Ha giurato sull'altare che mai avrebbe fatto un collegio. Scoppia
la seconda guerra mondiale. Nel 1941 una giovane studentessa, Irene, scappa
da casa e si presenta a don Zeno dichiarandosi disposta a far da mamma ai
Piccoli Apostoli. Don Zeno, con l'approvazione del vescovo, le affida i piu'
piccoli e nasce con lei una maternita' nuova, virginea. Altre giovani donne
la seguono, sono le "mamme di vocazione". Alcuni sacerdoti si uniscono a don
Zeno e danno inizio ad un clero comunitario. 1943-1945. La Resistenza: con
l'armistizio dell'8 settembre 1943 i tedeschi occupano l'Italia. Don Zeno,
che aveva preso piu' volte posizione contro il fascismo, la guerra e le
leggi razziali, parte per il sud. Alcuni figli lo seguono per sfuggire alle
deportazioni in Germania. A S. Giacomo l'Opera e' duramente perseguitata e
si tenta di disperderla. Diversi giovani Piccoli Apostoli entrano nelle
formazioni partigiane, mentre alcuni sacerdoti Piccoli Apostoli
contribuiscono all'organizzazione della Resistenza e aiutano centinaia di
ebrei e di perseguitati politici a raggiungere la Svizzera con documenti
falsi. Sette Piccoli Apostoli perdono la vita per la riconquista della
liberta'. 1947-1948 - Nasce Nomadelfia: dopo la fine della guerra, nel 1947,
i Piccoli Apostoli occupano l'ex campo di concentramento di Fossoli, vicino
a Carpi, per costruire la loro nuova citta'. Abbattono muraglie e
reticolati, mentre accanto alle famiglie di mamme di vocazione si formano le
prime famiglie di sposi, che chiedono a don Zeno di poter accogliere i figli
abbandonati, decisi ad amarli alla pari di quelli che nasceranno dal loro
matrimonio. Il 14 febbraio 1948 approvano il testo di una Costituzione che
verra' firmata sull'altare. L'Opera Piccoli Apostoli diventa cosi'
Nomadelfia, che significa dal greco: "Dove la fraternita' e' legge". 1950 -
Il "Movimento della Fraternita' Umana": nel 1950 Nomadelfia propone al
popolo un movimento politico chiamato "Movimento della Fraternita' Umana",
per abolire ogni forma di sfruttamento e per promuovere una democrazia
diretta. Ma l'ostilita' delle forze politiche al governo e di alcuni
ambienti ecclesiastici blocca l'iniziativa. I nomadelfi sono 1.150, dei
quali 800 figli accolti (molti dei quali bisognosi di cure particolari) e
150 ospiti senza casa e senza lavoro. La situazione economica diventa sempre
piu' pesante. Sfruttando questo pretesto si tenta di sciogliere Nomadelfia.
1952 - Lo scioglimento: il 5 febbraio 1952 il Sant'Ufficio ordina a don Zeno
di lasciare Nomadelfia. Don Zeno ubbidisce. Costretti ad abbandonare
Fossoli, i nomadelfi si rifugiano a Grosseto, su una tenuta di diverse
centinaia di ettari da bonificare, donata da Maria Giovanna Albertoni
Pirelli, dove vivono in gran parte sotto le tende. Pur lontano dai figli,
don Zeno cerca di provvedere alle loro necessita', e sempre piu' spesso deve
difenderne in tribunale alcuni che, strappati alle famiglie di Nomadelfia,
sono ricaduti nella malavita. 1953 - La laicizzazione "pro gratia": chiede
percio' al papa di poter rinunciare temporaneamente all'esercizio del
sacerdozio per tornare alla guida dei suoi figli. Nel 1953 Pio XII gli
concede la laicizzazione "pro gratia". Depone la veste, torna fra i suoi
figli. I nomadelfi dopo la dispersione sono circa 400. 1962 - La "seconda"
prima messa: nel 1954 don Zeno crea i "gruppi familiari". Nel 1961 i
nomadelfi si danno una nuova Costituzione come associazione civile, e don
Zeno chiede alla Santa Sede di riprendere l'esercizio del sacerdozio.
Nomadelfia viene eretta in parrocchia e don Zeno nominato parroco. Il 22
gennaio 1962 celebra la sua "seconda prima messa". Nel 1965 don Zeno propone
ai nomadelfi una nuova forma di apostolato: le "Serate di Nomadelfia", uno
spettacolo di danze. Nel 1968 inizia la pubblicazione del mensile
"Nomadelfia e' una proposta". Nello stesso anno i nomadelfi ottengono dal
Ministero della Pubblica Istruzione di educare i figli sotto la loro
responsabilita', nella propria scuola interna. 12 agosto 1980. I nomadelfi
presentano a Giovanni Paolo II, nella villa di Castelgandolfo, una "Serata".
E' presente tutta la popolazione di Nomadelfia. Il papa dice tra l'altro:
"Se siamo vocati ad essere figli di Dio e tra noi fratelli, allora la regola
che si chiama Nomadelfia e' un preavviso e un preannuncio di questo mondo
futuro dove siamo chiamati tutti". 15 gennaio 1981 - La morte di don Zeno:
pochi mesi dopo don Zeno, colpito da infarto, rivolge ai nomadelfi le ultime
parole prima dell'agonia: si puo' considerare il suo testamento. Muore in
Nomadelfia il 15 gennaio 1981, mentre il Papa riceve una delegazione di
nomadelfi insieme ai quali prega per lui e invia la sua benedizione". Opere
di Zeno Saltini: Don Zeno di Nomadelfia, L'uomo e' diverso, Ed. Nomadelfia;
Tra le zolle, Ed. Nomadelfia; Sete di giustizia, Ed. Nomadelfia; I due
regni, Ed. Nomadelfia; Dirottiamo la storia del rapporto umano, Ed.
Nomadelfia; Dimidia hora, Ed. Nomadelfia; Lettere da una vita - vol. 1
(lettere scritte da don Zeno fra il 1900 e il 1952), EDB; Lettere da una
vita - vol. 2 (lettere scritte da don Zeno fra il 1953 e il 1981), EDB; Don
Zeno racconta l'avventura di Nomadelfia (autobiografia coordinata da Mario
Sgarbossa e illustrata dai ragazzi di Nomadelfia), Ed. Nomadelfia. Opere su
don Zeno Saltini e NomadelfiaNorina Galavotti di Nomadelfia, Mamma a
Nomadelfia, Ed. Nomadelfia; Mario Sgarbossa , Don Zeno... e poi vinse il
sogno, Citta' Nuova; Virgilio Angelo Galli, Qualcosa del padre, Mucchi
Editore; Remo Rinaldi, Don Zeno, Turoldo e Nomadelfia. Era semplicemente
Vangelo, EDB; Vittoria Fabretti, Don Zeno di Nomadelfia, Edizioni Messaggero
Padova; Maurilio Guasco, Paolo Trionfini, Don Zeno e Nomadelfia tra societa'
civile e religiosa (Atti del convegno di studi su don Zeno - 1999),
Morcelliana; Nomadelfia, un popolo nuovo, Ed. Nomadelfia; Beppe Lopetrone
con i Nomadelfi, Don Zeno 100 anni, (libro fotografico; cfr. anche il sito
www.donzeno.it). Presso Nomadelfia sono disponibili - oltre a tutti i libri
citati - anche videocassette ed altri materiali.

BRUNETTO SALVARANI
Brunetto Salvarani, teologo ed educatore, da tempo si occupa di dialogo
ecumenico e interreligioso, avendo fondato nel 1985 la rivista di studi
ebraico-cristiani "Qol"; ha diretto dal 1987 al 1995 il Centro studi
religiosi della Fondazione San Carlo di Modena; saggista, scrittore e
giornalista pubblicista, collabora con varie testate e fa parte del Comitato
"Bibbia cultura scuola", che si propone di favorire la presenza del testo
sacro alla tradizione ebraico-cristiana nel curriculum delle nostre
istituzioni scolastiche; e' direttore della "Fondazione ex campo Fossoli",
vicepresidente dell'Associazione italiana degli "Amici di Neve' Shalom -
Waahat as-Salaam", il "villaggio della pace" fondato in Israele da padre
Bruno Hussar; e' tra i promotori dell'appello per la giornata del dialogo
cristiano-islamico. Ha pubblicato vari libri presso gli editori Morcelliana,
Emi, Tempi di Fraternita', Marietti, Paoline.

6. MEMORIA. ILEANA MONTINI: I SEGUACI DI GIUSSANI
[Ringraziamo Ileana Montini (per contatti: ileana.montini at tin.it) per questo
intervento. Ileana Montini, prestigiosa intellettuale femminista, gia'
insegnante, e' psicologa e psicoterapeuta. Nata nel 1940 a Pola da genitori
romagnoli, studi a Ravenna e all'Universita' di Urbino, presso la prima
scuola di giornalismo in Italia e poi sociologia; giornalista per
"L'Avvenire d'Italia" diretto da Raniero La Valle; di forte impegno
politico, morale, intellettuale; ha collaborato a, e fatto parte di, varie
redazioni di periodici: della rivista di ricerca e studio del Movimento
Femminile DC, insieme a Tina Anselmi, a Lidia Menapace, a Rosa Russo
Jervolino, a Paola Gaiotti; di "Per la lotta" del Circolo "Jacques Maritain"
di Rimini; della "Nuova Ecologia"; della redazione della rivista "Jesus
Charitas" della "famiglia dei piccoli fratelli e delle piccole sorelle"
insieme a fratel Carlo Carretto; del quotidiano "Il manifesto"; ha
collaborato anche, tra l'altro, con la rivista "Testimonianze" diretta da
padre Ernesto Balducci, a riviste femministe come "Reti", "Lapis", e alla
rivista di pedagogia "Ecole"; attualmente collabora al "Paese delle donne".
Ha partecipato al dissenso cattolico nelle Comunita' di Base; e preso parte
ad alcune delle piu' nitide esperienze di impegno non solo genericamente
politico ma gramscianamente intellettuale e morale della sinistra critica in
Italia. Il suo primo libro e' stato La bambola rotta. Famiglia, chiesa,
scuola nella formazione delle identita' maschile e femminile (Bertani,
Verona 1975), cui ha fatto seguito Parlare con Dacia Maraini (Bertani,
Verona). Nel 1978 e' uscito, presso Ottaviano, Comunione e liberazione nella
cultura della disperazione. Nel 1992, edito dal Cite lombardo, e' uscito un
libro che racconta un'esperienza per la prevenzione dei drop-out di cui ha
redatto il progetto e  curato la supervisione delle operatrici: titolo: "...
ho qualche cosa anch'io di bello: affezionatrice di ogni cosa". Recentemente
ha scritto la prefazione del libro di Nicoletta Crocella, Attraverso il
silenzio (Stelle cadenti, Bassano (Vt) 2002) che racconta l'esperienza del
Laboratorio psicopedagogico delle differenze di Brescia, luogo di formazione
psicopedagogica delle insegnanti e delle donne che operano nelle relazioni
d'aiuto, laboratorio nato a Brescia da un progetto di Ileana Montini e con
alcune donne alla fine degli anni ottanta, preceduto dalla fondazione,
insieme ad altre donne, della "Universita' delle donne Simone de Beauvoir".
Ha recentemente pubblicato, con altri coautori, Il desiderio e l'identita'
maschile e femminile. Un percorso di ricerca, Franco Angeli, Milano 2004. Su
Ileana Montini, la sua opera, la sua pratica, la sua riflessione, hanno
scritto pagine intense e illuminanti, anche di calda amicizia, Lidia
Menapace e Rossana Rossanda]

Ho visto la trasmissione di Giuliano Ferrara e di Ritanna Armeni ("Otto e
mezzo") su La 7, ho letto molti articoli sulla morte del fondatore di
Comunione e Liberazione don Giussani Ho trovato la trasmissione di Ferrara
insopportabilmente ossequiosa e spesso gli articoli sui giornali gia' pronti
alla santificazione, fatta eccezione, forse, di quello di F. Merlo su "La
Repubblica" che ci ricorda anche gli interessi economici, non sempre
evangelicamente limpidi, dei seguaci del prete lombardo.
Ho dei ricordi che forse possono aiutare a mettere insieme un pezzo di
storia italiana e cattolica.
*
Negli anni cinquanta i giovani milanesi arrivavano d'estate a Milano
Marittima e stupivano favorevolmente noi dell'Azione Cattolica perche' si
riunivano nel "raggio" senza dividere i maschi dalle femmine. In Azione
Cattolica la divisione era spesso addirittura anche spaziale: un locale per
le le bambine e le ragazze e un altro, piu' lontano, per i maschi. E poi
loro facevano in periferia, a Milano, la "caritativa", mentre noi stavamo in
parrocchia a fare le "adunanze". Li invidiavamo.
Trascorsero gli anni e, circa a meta' dei sessanta, i giessini tennero a
Cervia due convegni annuali nel vecchio cinema Astra che poteva ospitare
fino a un migliaio di persone.
Allora ero corrispondente del quotidiano cattolico "L'Avvenire d'Italia"
diretto da Raniero La Valle a Bologna in via Firenze, vicino alla stazione.
Seguii il primo giorno del convegno e nel pomeriggio scrissi il pezzo e lo
telefonai a Bologna. Certamente ero stata stata un po' critica, perche' mi
era parso, per esempio, che usassero un linguaggio da iniziati, di quelli
che servono a creare le sette. E poi odoravano di integralismo per chi, come
altri, eravamo anche usciti gia' dall'Azione cattolica e respiravamo il
vento del Concilio.
L'articolo usci' il giorno dopo e io mi mescolai di nuovo con i giessini nel
grande cinema a seguire gli oratori. Un prete, di cui non ricordo il nome ma
che era uno dei leader, attacco' "L'Avvenire d'Italia", ovvero il mio
articolo.
Nel pomeriggio scrissi il secondo pezzo e lo telefonai come d'accordo. Di
li' a mezz'ora mi chiamarono dalla redazione per informarmi che non
avrebbero piu' pubblicato una sola mia riga. I dirigenti giessini avevano
chiamato la segreteria dell'arcivescovo di Ravenna, mons. Salvatore
Baldassarri, per protestare e fare pressione per un'attiva, immediata,
censura. Il bel tempo si vede dal mattino.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it, sudest at iol.it,
paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 852 del 26 febbraio 2005

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